martedì 28 ottobre 2014

IL SAMADHI IN PATANJALI





Le disquisizioni tecniche, storiche o filologiche sui testi base dello Yoga, spesso annoiano.

Un tempo, durante gli stage e le lezioni, parlavo spesso delle scritture, dei significati letterali delle parole, delle loro interpretazioni in base alla fantasiosa etimologia indiana (Nirukta),  ma ho scoperta che la maggior parte degli ascoltatori si annoiava, si distraeva.
finivo per fare inutili monologhi che puzzavano di erudizione.
Col tempo la percentuale  di chiacchiere più o meno erudite è diminuita fino ad arrivare al minimo indispensabile.
Lo yoga è essenzialmente pratica.
Meglio, mille volte meglio  far sperimentare uno stato psicofisico anziché passar le ore a parlare di sesso degli angeli e a cercare perifrasi ad effetto per risvegliare un auditorio semiaddormentato.
Pure ogni tanto credo sia  bene puntualizzare qualche concetto di base,  rinfrescare un po' i fondamentali, che a lungo andare si rischia di dimenticare chi siamo e dove si va a parare.
Un sorriso, 
P.

Yoga Sutra I,17:

vitarka vichara ananda asmita rupa anugamat samprajnatah 

traduzione di Raphael: 

la condizione di conoscenza è quella accompagnata dall'argomentazione,dalla deliberazione. dalla beatitudine dal senso dell' "io sono". 

il Sutra I,17 descrive quattro tipi di samadhi. 
Il samadhi è conoscenza diretta della realtà. 
significa che non vi è distinzione tra OGGETTO di conoscenza e tra SOGGETTO conoscitore. 

per meglio comprendere è necesario esaminare i concetti di अस्ति asti - भाति bhāti - प्रिय priya 


प्रिय priya, dalla radice PRA che significa insorgere , sbocciare, è tutto ciò che è piacevole,bello a vedersi, amabile, adorabile,beato e portatore di beatitudine. 

भाति bhāti dalla radice bhā che significa luce, significa apparire sembrare, luccicare, scintillare ecc. 

अस्ति asti dalla radice AS che significa essere vuol dire Esso (lui, lei) E', ma anche esistere, essere stare... 

bhāti è la "luce propria" di un oggetto, ciò che dà origine alla forma con la quale lo si può "conoscere". 

la vera forma (स्वरूप svarūpa ) di un oggetto, sarà quindi la forma che appare senza sovrapposizioni mentali, come diretta emanazione della luce propria dell'oggetto, bhāti

Il samadhi con seme è quindi la conoscenza diretta che nasce dall'unione fusione del conoscente con l'oggetto di conoscenza. 
वितर्क vitarka 
significa argomento.In questo caso è il nome del tipo di samadhi che insorge dalla concentrazione su un pensiero particolare, un seme. 

per esempio medito su OM NAMAH SIVAYA, comincio ad intravedere la sua struttura triplice (nama= mondo delle forme, Ya = jiva individuato, Siva = assoluto) e la sua struttura quintuplice (NA- MA-SI-VA-YA) che rappresenta i cinque poteri della manifestazione (creazione, distruzione,mantenimento, velamento , grazia) fin quando i pensieri cominciano a girare da soli fino a farmi perdere il concetto dell'individualità e la consapevolezza del voler conoscere-comprendere e la mente si identifica completamente nel mantra, che rimane come seme (pratyaya). 

विचार vicāra significa, idea, concetto. 
in questo caso è il nome dato al secondo tipo di samadhi. 
l'idea è ciò che sta "dietro all'oggetto. 
è il noumeno. 

la differenza tra il Vitarka samadhi ed ilvicāra samadhi è , banalizzando, una differenza di "spessore". 


Il primo (vitarka) indica un pensiero più grossolano, si utilizza cioè l'intelligenza ordinaria. 
per citare Dante si potrebbe parlare di "piena comprensione del linguaggio letterale". 
in un certo senso VITARKA è il samadhi della coscienza di veglia. 

Il secondo (vicāra) utilizza una intelligenza più sottile. 
l'intelligenza intuitiva che fa svelare , in un attimo, il significato di simboli ed allegorie.
Si potrebbe parlare di "piena comprensione del Linguaggio allegorico". 

se l'attenzione nel vitarka samadhi è su un oggetto, in vicāra vi è la possibilità di comprendere la reale natura di tutti gli oggetti. 

Vitarka è una freccia che centra il bersaglio stabilito. 
vicāra è la possibilità di tirare la freccia verso qualunque bersaglio . 
in un certo senso è il samadhi della coscienza di sogno. 


il terzo tipo di samadhi è आनन्द ānanda che significa gioia, beatitudine , grande piacere sessuale..., detto anche सानन्द sānanda 
è la beatitudine indifferenziata, è lo stato della conoscenza assoluta permeata dall'ignoranza assoluta. 
lo si può collegare allo stato coscenziale di Prajna o sonno profondo. 

il quarto stadio o tipo di samadhi è dettoअस्मिता asmitā ed è riferito con l'Uno, l'Essere, l'Antico dei giorni.Asmitā può essere tradotto con egoismo e rappresenta qui l'identità con Isvara . 


quattro specie di samadhi , quindi, (corrispondenti ai quattro dhyana del buddismo) che vengono definiti samprajñāta ovvero con conoscenza ad indicare che esistono ancora dei contenuti che possono essere ridotti alla dialettica Soggetto conoscitore-oggetto di conoscenza. 

ricapitolando avremo: 

vitarka o savitarka (corrispondente , credo,al primo "dhyana" del buddismo)collegato al ragionamento empirico, al linguaggio letterale ed allo stato detto visva stato di veglia 


vicāra o savicāra (corrsipondente al secondo dhyana del buddismo)collegato alla comprensione intuitiva (tipica ad esempio del fare arte), al linguaggio allegorico ed allo stato detto Taijasa 

ānanda o sānanda (corrispondente al terzo dhyana del buddismo) collegato all'identità con le idee/dei , al linguaggio morale ed allo stato detto prajña. 

asmitā o sasmitā (corrsipondente al quarto dhyana del buddismo) collegato all'identità con l'uno principiale, al linguaggio anangogico ed allo stato detto di Isvara. 


questi quattro livelli sono collegati tra loro nel senso che non si può accedere ad uno stato senza aver esperito e stabilizzato i precedenti. 

la stabilizzazione dei livelli del samadhi è chiamata Amākalā , uno dei nomi o poteri della Dea, che si potrebbe, secondo me, tradurre come Arte(कला kalā ) divina o arte dell'immortalità (अमर amara sta per immortale, eterno, dio) 

oltre questi quattro tipi o livelli del samadhi ve ne sono altri che si possono considerare dei "gradini" indispensabili a salire da un livello all'altro. 

si è detto ad esempio che il vitarka o savitarka samadhi è legato alla conoscenza/identificazione di/con un oggetto "grossolano" (un pensiero "grossolano") in un certo senso si tratta di un processo teso a svelare gli "effetti di un oggetto. 

quando la mente si identifica completamente con l'oggetto grossolano o il ragionamento empirico c'è uno stacco, un momento di (apparente?)assenza . 
si può fare l'esempio (banalizzando)di una persona completamente concentrata sulla soluzione di un problema matematico o un gioco enigmistico. 
il momento in cui ha o crede di aver colto la soluzione non ha le parole per dirlo. 
ma il ragionamento che lo ha condotto a tale soluzione cessa improvvisamente. 

il totale assorbimento nella soluzione del problema ed il conseguente isolamento da tutto ciò che può interferire con tale soluzione è definibile vitarka samadhi. 

il momento di cessazione dell'attività che precede il momento della espressione della soluzione è detto NIRVITARKA samadhi 
e patanjali lo cita nel sutra I,43; 

smriti partisuddhou svarupa sunyeva artha matra nirbasa nirvitarka 

nella traduzione di Raphael: 
Quando la memoria è purificata e la mente perde la sua propria forma e soltanto la conoscenza reale dell'oggetto (di concentrazione) risplende, si ha lo stato di concentrazione senza argomentazione (nirvitarka

in pratica si ha la "percezione" (?) della "vera forma" dell'oggetto e di ciò che di quella vera forma è "causa", 
ovvero ciò che prima abbiamo definito भाति bhāti, la luce propria di un oggetto, senza le sovrapposizioni create dalla mente. 


Nirvitarka samadhi, ovvero la conoscenza consapevolezza della vera "natura" di un oggetto conduce al samadhi detto vicāra o savicāra, la coscienza/conoscenza o la possibilità della coscienza/conoscenza della reale natura di tutti gli Oggetti. 

si è sul piano delle energie sottili, taijasa, il piano di sogno. 
anzi si può dire che savicāra è la piena coscienza di sogno. 
l'identificazione nella coscienza di sogno diviene in un certo senso "oggetto di conoscenza". 

il gradino successivo è nirvicāra, il momento in cui cessa anche il pensiero della identificazione con il piano delle energie sottili e conduce al sānanda samadhi caratterizzato dalla pura beatitudine. 
ovviamente anche il piacere/beatitudine, a sua volta, può divenire oggetto di conoscenza . 

quando cessa questa possibilità si ha ilnirānanda samadhi che conduce alla consapevolezza isvarica dell'IO SONO, o sasmitā samadhi. 

questi 7 livelli [sei per il vedanta nel quale (cfr. Indian Psychology, Volume 1, di Jadunath Sinha) Sānanda e nirānanda sono considerati un unico stato) rappresentano l'insieme dei samadhi samprajñāta o samadhi con conoscenza . 


la rivelazione della coscienza di vegliavitarka o savitarka samadhi è relata alla conoscenza dei Bhuta o elementi grossolani (etere,aria, fuoco,acqua, terra) ed al loro risolversi l'uno nell'altro(la terra si discioglie nell'acqua ecc.) 

la rivelazione della coscienza di sognovicāra savicāra samadhi è relata alla conoscenza dei Tanmatra ovvero gli elementi sottili (suono, sensazione tattile, luce/colore,sapore, odore

la rivelazione della coscienza di sonno profondo o della beatitudine che nasce dalla armonizzazione degli opposti ānandasānanda samadhi è relativa ai sensi ovvero alla possibilità di percepire ed interpretare gli elementi sottili 

la rivelazione dell'unità primordiale asmitāsasmitā samadhi è relativa alla comprensione di ahamkara come funzione e non come individualità. 

il tutto si può ridurre al processo introspettivo del Chi sono ovvero alla meditazione (cfr.samkara aparokshanobhuti) su Ko'ham (chi sono io) - Na'ham ( non sono) - -so'ham (sono questo). 

meditazione-concentrazione sugli elementi grossolani (vitarkaio non sono([i]na'ham) il corpo fisico.[/i] 

meditazione concentrazione sugli elementi sottili (vicāraio non sono il corpo energetico, le energie sottili, i movimenti emotivi. 
meditazione concetrazione sulla coscienza sensitiva (ānandaio non sono la mente che percepisce le diversità e la molteplicità. 

meditazione sull'IO sono (asmitaIo sono l'unità degli opposti. 

vitarka è ciò che coglie ASTI la qualità dell'esistenza negli oggetti grossolani (Asti-essenza-esistenza) ovvero la forma (RUPA) svelandone la vera forma osvarupa. 


vicāra è ciò che coglie la luce (bhati) che sottende agli oggetti grossolani svelandone il Nome (nama) ovvero il suono/luce che rende percpibile la forma. 

ānanda è ciò che coglie l'essenza di beatitudine (priya). 

venerdì 24 ottobre 2014

NON RIFIUTARE MAI L'OFFERTA D'AMORE: COSI' DICE LA LEGGE




Stamattina, appena sveglio, ho aperto a caso una raccolta di Upanishad. 
Un giochino che facevo spesso, tempo fa. 
Ho aperto il libro e poi, ad occhi chiusi, ho puntato l'indice. 
Stamattina ho trovato il canto d'Amore della Chandogya Upanishad (Tredicesimo Khanda). 
Ho tradotto io, canto d'Amore, in realtà si chiama Sāman Vāmadevya. 
So che le disquisizioni sui termini sanscriti e sui loro vari significati annoiano parecchio e da un po' di tempo, scrivendo di yoga, tento di parlare come mangio (esercizio di purificazione dai mirabili effetti, che consiglio vivamente...), ma in questo caso una disgressione piccola piccola, priva di pretese, forse potrebbe avere una sua qualche utilità. 
Sāman significa melodia, abbondanza, felicità, tranquillità. 
Vāmadevya, se non sbaglio, vuol dire "riferito a Vamadeva" che dovrebbe essere una delle cinque facce di Shiva, quella dolce e poetica che i rishi associavano all'Acqua e gli yogin tibetani al vento e al Nord (ci sono delle implicazioni alchemiche in questo, ma lasciamo stare) 

Il brano che ho "trovato" stamattina, secondo me è interessante assai. 
Lo incollo qua sotto senza commentarlo. 
Ah, credo che per comprenderlo pienamente siano necessarie delle spiegazioni. 
Il Saman, la melodia canto sacro dei Veda, è diviso come tutti i riti, in cinque fasi, chiamate Hinkara, Prastava, Udgitha, Pratihara e Nidhana. 

Hiṅkāra significa Tigre, ciò che emette il suono hiṅ (Hign) 
Prastāva significa Offerta, Introduzione, Proposta. 
Udgīta significa Canto, Canzone ed è una della maniere per indicare la sillaba AUM. 
Pratihāra significa Cancello, Porta, Tocco. 
Nidhana significa Fine, Conclusione, Annichilimento, Domicilio. 

Chandogya Upanishad 
Tredicesimo khanda: 
Hiṅkāra è quando Lui che la invita.
Prastāva è l'offerta d'Amore.
Quando i due l'uno all'altra si concedono è l'Udgīta.
In Pratihāra Lui giace su di Lei e
Nidhana, infine è l'orgasmo.
Coloro che sanno, sanno che nel Sāman Vāmadevya sono i fili con cui si intesse l'Amore.
Realizzano l'Amore, coloro che sanno, e generano altre vite che con l'amore ne generano altre.
Solo così la Vita è degna d'esser vissuta.
Si vive a lungo e si è ricchi di discendenza ed armenti.
Ricchi di Gloria.
Non rifiutare mai l'offerta d'amore: così dice la Legge.
 




Trovo bellissimo questo testo. 
E ci trovo anche una risposta a quello che mi chiedevo tempo fa, a proposito del Vesak, la notte in cui Buddha Shakyamuni torna sulla terra ad insegnare a donne e uomini "l'Assonanza delle Menti". 
Perché, mi dicevo, esiste la Dissonanza? 
Per quale motivo le corde coscienziali degli esseri umani, nati per intonare, assieme, il Canto della Creazione, si scordano, e danno vita a rumori stridenti che feriscono l'udito e gelano i cuori? 
La Donna e l'Uomo della Chandogya Upanishad rendono canto ogni azione. 
Un canto d'Amore, perché tutto l'Universo è intessuto d'Amore. 
L'Universo è Amore. 
Il problema è che non sappiamo più cantare. 
Leggendo più avanti (ventunesimo Khanda) troviamo delle indicazioni pratiche sull'Arte del Canto. 
"Che le vocali siano pronunciate in modo sonoro e forte..."
"Le Sibilanti (Vam, Sham, Sam, per esempio) e le Aspirate ( Bha, Cha, Dha....) bisogna pronunciarle apertamente, senza mangiarle né gettarle via....."
" Si deve far attenzione a non sovrapporre le altre consonanti, neppure per poco...."
 

Interessante vero? 
La Chandogya ci insegna la Giusta Misura. 
Ci dice che occorre muoversi con circospezione nella "Spaventevole Simmetria dell'Universo". 
Un tono troppo alto, due sillabe sovrapposte e l'Armonia va a farsi friggere. 


Secondo la Chandogya ci sono sette diversi modi di intonare il Canto: 
Quello "Mugghiante", simile ai suoni degli animali è caro ad Agni il Dio del fuoco. 
Poi c'è quello "Indistinto" dedicato a Prajapati, il Signore delle Creature. 
Il Canto "Distinto" è di Soma, Divinità della Luna e dell'ebrezza, il "Canto Dolce e Delicato" di Vayu, Dio del Vento, il "Canto Delicato, ma Forte" di Indra, Dio delle tempeste. 
Simile al "Grido dell'Airone" è il Canto di Brihaspati, Dio della Pietà e della Devozione. 
Il settimo canto, da evitare con cura, è, infine, il Canto Stridente" di Varuna. 
Il mistero della Dissonanza, per me, si infittisce. 
Certo, non è che ciò che è scritto nei Veda (la Chandogya Upanishad fa parte del Samaveda, il Libro delle Melodie) debba essere accettato da tutti come Verità con la V maiuscola, ma, per chi pratica Yoga, può comunque stimolare delle riflessioni niente male. 
Banalizzando un po' l'Universo è Amore, e se l'essere umano considerasse ogni sua azione come un Canto Sacro la sua vita sarebbe piena, felice, degna di essere vissuta. 
Delle sette modalità di canto proposte dalla Chandogya solo una, quella "Stridente" crea conflitti (una possibilità su sette. ci sono più possibilità di azzeccare un numero gettando il dado). 
E com'è che scegliamo, spesso o sempre, proprio quella? 
Perché anziché godere della Grazia e della Bellezza che ci spettano (spetterebbero) per Natura, preferiamo una vita di sofferenza (Asaman direbbero i rishi vedici, non melodiosa)? 


Il Canto dei Veda è Magia. 
Può evocare Dei e portare qui ed ora il Regno dei Cieli. 
Cosa è che ci fa scegliere l'inferno? 
Quello che sto scrivendo, e pensando, è abbastanza terribile. 
Sicuramente non consolatorio: l'Essere Umano andrebbe quindi incontro alla malattia, la sofferenza, la morte per sua scelta? 
Ogni incontro, ogni dialogo, ogni sguardo è una possibilità di accordarsi all'Armonia dell'Universo. 
Ogni gesto potrebbe essere un atto d'amore, sacro di per sé. 
Cosa è che ci spinge, invece, a scegliere il "Canto Stridente"? 
A creare conflitti anziché arrendersi alla Gioia?
Rinunciare alla Gioia è il più grande crimine che l'essere umano possa compiere. 
L'universo intero si cela nel nostro cuore. 
E l'universo dei Veda è Gioia, ed Amore. 
Ogni volta che geliamo il cuore interrompiamo il flusso della vita e creiamo disarmonia. 
Di qualunque natura sia il motivo che ci spinge a non dare ascolto alle ragioni del cuore, ogni volta che non ci arrendiamo alla gioia commettiamo un crimine. 
Amare gli altri, fare il bene degli esseri senzienti sono slogan ipocriti se non abbiamo il coraggio di arrendersi alla nostra natura divina, alla Beatitudine Suprema. 
Coraggio. 
Forse è questa la chiave. 
L'essere umano ha Paura della Gioia. 
Pensa di non essere in grado di gestirla, o, intossicato dall'idea di un futuro, ha paura della sofferenza che proverebbe se quella Gioia finisse. 
Che deficienti siamo: creiamo l'inferno per paura della Gioia! 
Già, meglio soffrire che gioire, ché la sofferenza la conosciamo bene, mentre l'idea della Gioia Infinita, la sentiamo lontana, diversa da noi. 
Percorrere sempre le stesse vie rassicura, ci fa sentire a casa, anche se camminiamo su marciapiedi ingombri di rifiuti e per piazze illuminate dai falò delle speranze. 





martedì 21 ottobre 2014

YESHE TSOGYAL

FUI LINGUA PER COLORO CHE NON AVEVANO VOCE



"[....]Fui lingua, per coloro che non avevano voce, 
così li ho condotti alla gioia. 

E a coloro che temevano la morte concessi L'immortalità, 

così li ho condotti alla gioia [...]

E mi feci acqua e fuoco per lenire il calore bruciante e il freddo che gela dei perduti negli inferi.

Mi feci cibo e acqua per i fantasmi affamati è Libertà dall'idiozia, 

regola per le bestie prive di parola,
Così li ho condotti alla gioia[...]

Quegli esseri nati in terre selvagge, io li ho trascinati dalla barbarie alla gioia.

Fui tregua dalla guerra e guerra per i demoni,
così li ho condotti alla gioia.

Protessi gli dei dalla caduta,
così portai loro gioia.

Ovunque vi sia spazio,ecco i cinque elementi.


Ovunque vi siano cinque elementi, ecco le case degli esseri viventi. 


Ovunque vi siano esseri viventi, ecco il karma e le impurità.


Dovunque vi siano impurità, la mia compassione. 


Io sono ovunque vi sia necessità degli esseri viventi.

Per venti anni, nella grande caverna di Lhodrak Kharchu, 

tal volta visibile, talvolta invisibile."


Yeshe Tsogyal, "Ye-ses-mtsho-rgyal" Oceano della Saggezza Primordiale (757–817)



lunedì 20 ottobre 2014

L'ONDA E L'ACQUA

"L'anima e il cuore che hanno imparato a vedere non possono permettersi di abbassare lo sguardo"
Givaudan-Meuros
 



La dimora di Tāra è un castello di diamante, con otto colonne, quattro porte e quattro archi che si aprono su quattro terrazze. 
Nelle stanze risuona il suo mantra “Oṃ Tāre Tuttāre Ture Svāhā”. 
Se si va a tradurre si rimane un po' delusi: 
“Tāre” è il vocativo di Tara, “OH TARA!”” 
"Tu" sta per “pregare qui, ora”, per cui Tuttāre diventa "O TARA TI PREGO, QUI, 
ORA”. 
"Ture" è il vocativo di "Tura", che significa "veloce, disponibile, pronta”. 
“Svāhā” sta per omaggio, preghiera. 
Oṃ Tāre Tuttāre Ture Svāhā tradotto in italiano suona più o meno così: 
“OM! OH TARA! O TARA TI PREGO QUI ED ORA. A TE, LA VELOCE, RENDO 
OMAGGIO”. 
Non è bellissimo, diciamoci la verità, ma in ogni mantra ci sono suoni e significati 
nascosti. 
“Ta “o “Tām”, ad esempio è il bija mantra di Tārā, il suo “suono seme”. 
“Ra“o “Ram” è il suono del Fuoco,“colui che abita nell'occhio del sole” e 
impreziosisce il bianco coi colori dell'iride. 
-” Chi è Tārā ?”- 
Chiese una volta una di noi al "Teacher" quando lavoravo con i Tibetani: 
-” She's a woman “- rispose Lobsang Jinpa - “her name was Yeshe Dawa”- 
Tārā , la “Madre di tutti i Buddha”, è l'energia creativa dell'universo. 
I Tibetani la chiamano Dölma e pensano abbia il vezzo di scendere sulla terra, in 
forma umana, anche due o tre volte ogni era. 
La prima “Donna /Dea” fu , Yeshe Dawa, la “Saggezza della Luna”, vissuta migliaia 
di anni prima di Śākyamuni. 
Anche allora c'era un Buddha, un maestro illuminato che girava paesi e città a 
insegnare la legge del Dharma: lo chiamavano Tonyo o Toyon Dorge. 
Yeshe era una sua allieva. 
Si dice fosse così bella che “il vento si fermava per guardarla e la sua voce era 
così dolce che gli dei scendevano dai cieli per goderne”. 
Il suo nome si sparse nei tre mondi e attorno ai fuochi, nelle sere d'estate, se ne 
cantavano le gesta. 
Si sussurrava fosse un'illuminata, ma una Buddha femmina non si era mai vista e un 
po' per abitudine, un po' per interesse, si insegnava che solo incarnandosi nel corpo 
di un uomo ci si potesse liberare dal saṃsāra, la catena delle rinascite. 
Preti e yogin si riunirono per discutere il da farsi. 
Cercarono nei libri antichi, ascoltarono gli oracoli, lessero gli astri ed evocarono gli 
antenati. 
Alla fine trovarono una soluzione. 
Il più anziano andò da Yeshe, si inginocchiò e le parlò così: 
“Oh saggia Yeshe!
Luminosa come la falce della Luna e infinita come l'oceano senza sponde.
Se solo tu fossi uomo, un nuovo Buddha camminerebbe assieme a noi per la felicità
di tutte le creature.
Ti scongiuriamo!
Va in una grotta, siediti e rivolgi la tua mente al bene degli esseri senzienti.
Mutati in un uomo.
Oppure prega che, nella prossima vita, tu possa indossare vesti virili.
Solo chi ha essenza maschile può essere un un Buddha! 
“- 
“Saggezza della Luna” rimase in silenzio per un bel po'. 
Poi sorrise, col sorriso di una Dea, e unì le dita nel gesto che insegna: 
- “Ti ringrazio, ma temo che le tue parole siano frutto di un errore.
Se guardo, con gli occhi del cuore, non riesco a trovare, nell'universo intero, un solo
uomo.
E neppure una donna.
Sono solo forme, diverse tra loro quanto l'onda e l'acqua .
È vero, molti sono i Buddha che han scelto di discendere come uomo, ma sono forse
i peli sulle guance a far sbocciare il loto del Nirvana?
No, mi spiace, non farò sacrifici agli dei per assumere forma maschile.
Per il bene degli esseri senzienti, rinascerò mille e mille volte ancora in un corpo di
donna, fino alla fine dei tempi
” - 
Da allora Tārā in ogni epoca discende sulla terra, in ogni epoca per dare forma fisica 
alla Conoscenza. 
La chiamano anche Prajñāpāramitā, o, a volte, Uṣṇīsavijayā. 
Le 21 Tārā che i tibetani invocano nella preghiera del mattino, sono tutte persone, 
donne in carne e ossa. 
La principessa cinese Wen Cheng, detta Sitatārā o Tārā bianca, indossava vesti 
candide come la neve. 
Verde scuro era invece il manto di Bhrkuti, nepalese dall'animo guerriero e poi ci 
sono Sitātapatrā, la “Reggitrice di Ombrello”, Khadiravaṇī , la “Dama del Bosco di 
Acacie”, Mahāśītārā la “Bella tra le Belle” e Jāṅgulī, la “Signora dei Serpenti”. 
Ce n'è per tutti i gusti 
- “She's a Woman” – è una donna Tārā, ma è anche uno strumento per il meditante, 
un Yidam ( iṣṭadevatā in sanscrito), che dorme nello spazio segreto del cuore. 
Sta a noi destarla. 

mercoledì 1 ottobre 2014

LA DEA MADRE IL FILO DI BISSO E LA PIETRA FILOSOFALE (prima parte)

"C'era una volta, tanti anni fa, così tanti che non si riesce a contarli, un regno senza nome, grande come il mondo.
 Le città erano d'oro, i fiumi erano di miele e latte, e mille e mille uccelli colorati cantavano tra alberi sempre verdi.. La notte, donne e uomini si riunivano attorno ai fuochi sacri, danzavano e narravano le storie di Amba, madre saggia e amorevole dell'Universo e del suo sposo, Samba Sada Shiva, colui che è unito alla Madre per l'eternità.
Non c'era malattia, né sofferenza, né morte, allora.
Si invecchiava, certo,  ma poco lontano dalle città d'oro c'erano tre monti alti fino al cielo, e, in mezzo, il lago d'Amrita, grande come l'oceano.
Un sorso d'acqua, e via!  dall'erba ingiallita sbocciavano fiori, e i rami secchi si gonfiavano di mille e mille frutti colorati"




Mi sono sempre piaciute le favole.
Quelle che preferisco sono quelle sull'età dell'oro.
 Quelle che raccontano di un mondo senza tempo dove era la Natura a scrivere le leggi dell'uomo, "Odio" era una parola sconosciuta, e "Mio" un animale fantastico, come il "sarchiapone", o la "lepre con le corna" di Shankara.
Favole... e basta leggere un giornale del mattino o ascoltare le chiacchiere sull'autobus per rendersene conto.
L'essere umano non è attrezzato per la Gioia e l'Amore che nulla pretende: i furbi, i violenti, i ladri sono visti come eroi e sofferenza pare sinonimo di umanità.
No, un mondo senza odio, rabbia, violenza non esiste e mai può essere esistito.
Eppure, qua e là, di tanto in tanto emergono delle tracce strane, come ricordi di un sogno nel sogno,  o creature estinte da millenni prese all'amo, ieri, da, un pescatore di Varazze.
Segni di un passato che forse non è così "leggendario" come si pensa, una età dell'Oro all'insegna dell'Amore e della Fratellanza Universale..
Oddio, emergono non è la parola giusta.
I segni, presunti, dell'Era della Gioia, di un Regno antico grande come il mondo, sono sotto gli occhi di tutti.
Non c'è bisogno di Codici  da Vinci o manoscritti trovati a Saragozza, ma, al solito, niente è così difficile da vedere di ciò che più è evidente.
A dir la verità una scusante ce l'abbiamo: se cogliessimo tutti segni (veri o presunti) del nostro mitico passato aureo, dovremmo ammettere che la scienza e la tecnologia degli antichi era assai più evoluta della nostra. 
Molto più evoluta.
E questo, per noi moderni, sarebbe inconcepibile.


Vimana Ion Mercury Vortex Engine Rigveda Bharadwaja Vaimanika Shastra

Secondo maestri indiani come Satyananda (che di certo non era considerato un visionario) ciò che noi chiamiamo Tantra sarebbe il residuo di una conoscenza antichissima, comune all'umanità intera, legata al Culto della Dea Madre.
Si parla di un impero vastissimo, la Maha India, che andava in origine dal Nord Africa ai Balcani, passando per Cina, Russia, Siberia, che  si sarebbe poi esteso fino all'America del Sud e all'Australia.
E si parla di macchine volanti ( Vimana), di imbarcazioni enormi, in grado di traversare gli oceani, e  di poteri psichici comuni a tutti, o quasi, gli esseri umani.
Atlandide?
Chissà.
Di certo senza prove provate si tratta solo di ipotesi fantascientifiche.
Eppure, a volte, dai quadri dei maestri antichi, i libri dei filosofi e il ventre della terra,  spuntano delle tracce che paiono una conferma delle teorie più bizzarre.
Sono tutte legate da un solo filo, queste tracce.
Un filo di "Bisso", la seta marina "legata" ai misteri della vita e della morte per egizi, greci, ebrei... cristiani.
L'abisso è a-bisso ciò, che è senza  Bisso.
Stravagante.

Raffaello Crocifissione Mond o Gavari
Londra, National Gallery

La deposizione di Raffaello è uno dei dipinti più celebri della storia dell'Arte.
Di solito si mette in evidenza la straordinaria simmetria della composizione.
In alto si vedono il Sole (a destra del Cristo) e la Luna (a sinistra del Cristo) e, un po' più giù, due figure angeliche vestite con abiti dai colori freddi, lunari (a destra del Cristo)  e caldi, solari ( a sinistra del Cristo).
La Croce in mezzo ai due Luminari (Sole e Luna) è un tema non rarissimo nell'arte del Medioevo e del Rinascimento, e non ci sorprenderemo certo nel ritrovarlo in vetrate, miniature e affreschi di tutta europa.


Romanesque Crucifix - tratto da
http://www.richardcassaro.com/tag/ancient-wisdom

A volte, il sole e la luna sono dipinti in maniera da sembrare navicelle spaziali.

Crocifissione
affresco conservato nel Monastero di Visoki Decani in Kosovo


Crocifissione (dettaglio)
 Monastero di Visoki Decani in Kosovo
Si sa che la fantasia degli artisti è sfrenata.
Ma se si trovano gli stessi  motivi in un dipinto indiano che si riferisce (anche) ad una tecnica sessuale tantrico, la cosa comincia a diventare un po' troppo stravagante.
Se osserviamo i dettagli del dipinto di Raffaello, le somiglianze sono ancora più evidenti:
Alla destra del Trishula (il tridente di Shiva) c'è il sole e alla sinistra la luna, esattamente come nella Crocifissione "Gavari".
Sotto al Sole, a destra del Trishula, troviamo una figura scura e sotto la luna una figura chiara, esattamente come sotto la croce troviamo un angelo-scuro vestito (a destra) ed uno chiaro-vestito (a sinistra).




Il drappo rosso che copre i genitali del Cristo,poi, disegna la stessa linea del drappo bordato di  rosso, che vediamo al centro del Trishula., e lo stesso accade con i nastri che scendono dalle vesti dei due angeli e dalle due figure al lati del trishula.
Si dirà che mancano i due occhi della dea che nel disegno tantrico rivestono un importanza fondamentale (il trishula con gli occhi ei "reggitore di bastone" è la rappresentazione del mantra segreto SAUH, dove il tridente rappresenta la sillaba AU, unione di maschile e femminile, e i due occhi la sillaba SA, la shakti, in questo caso, del desiderio), ma la nostra fantasia e, soprattutto, la ricerca della simmetria di Raffaello, giocano strani scherzi: basta evidenziare gli spazi tra le braccia e l'asse orizzontale della croce per ritrovare lo "sguardo della Dea":


Se approfondissimo l'analisi dei due dipinti troveremmo ancora decine di analogia. ma il lavoro sarebbe troppo lungo.
Una cosa è certa:  l'anonimo "tantrika" e Raffaello hanno dipinto, in maniera diversa, lo stesso soggetto.
Siamo forse davanti alla divulgazione di uno stesso insegnamento?
Riguardo a Raffaello c'è una cosa interessante da dire: la sua opera era in un certo senso "fuori legge".
Il III Concilio di Costantinopoli (680-681 d.C.) i aveva proibito, nelle raffigurazioni pittoriche e scultoree, l'uso dei simboli di Sole e Luna collegati al Cristo.
Raffaello non poteva non saperlo, ma, pur di divulgare il messaggio (suo o del committente) decide, in un certo senso, di sfidare le leggi della Chiesa.
Un ,messaggio importante, evidentemente.
In India il Tridente, come lo Yoni Lingam (la vagina della dea e il pene del dio) e le rappresentazioni dell'Isola delle gemme (il mito della creazione tantrico) è una rappresentazione del Kamakala,un triangolo in cui è inscritto il mantra segreto 
सौः sauḥ.


सौः sauḥ non è un mantra comune, inutile ripeterlo 108 o ventimila volte, deve "scaturire" dal corpo della "Yogini".
E racconta il mistero  del "sonno di Dio".
Dorme il Dio, di un sonno che sembra eterno.
Lei, la Madre, danza e canta per riportarlo alla vita.
Lui apre gli occhi "Sa'Ham" dice, "Io sono Lei".
Fanno l'amore i due dei, e dall'unione nascono le stelle, la luna, il sole, gli esseri e le cose.
Lo sperma e gli umori della dea discendono dall'Isola delle gemme, oltre le dimensioni conosciute, si fanno suoni, lettere ("Logos Spermatikos"), che creano melodie, parole e frasi.
Ogni frase, parola, melodia è un astro del cielo, un'oceano, una Persona.
La creazione è musica.
Poi il dio si addormenta.
Di nuovo.
Rimane, del canto, solo una eco lontana.
E l'essere umano dimentica che il suo corpo è solo un involucro, un tempio che protegge la fiamma divina, 
Un tempio del Fuoco, ed il Fuoco è la Dea.
Per svegliare il Dio che dorme, bisogna arrendersi al fuoco e ripercorrere, a ritroso, il viaggio della creazione, risalire, di sfera in sfera, fino alla alla Matrice, alla Madre, per riconoscersi uno  con Lei.
La separazione crea dolore, sofferenza, morte.
L'unione degli opposti dà la gioia eterna.
L'essere di luce che riconosce se stesso nella Dea, gli alchimisti lo chiamavano Rebis



Di nuovo giochi di parole, di nuovo il Bisso.
In latino Byssus, in greco bùssos, in ebraico bûş.
Ma esiste anche un'altro termine, in ebraico, per indicare la seta marina: šëš.
Bizzarro.
Suona come il sanscrito śeṣa, nome del serpente dalle molte teste, su cui giace il Vishnu dormiente dei Purana.



A volte il Bisso è chiamato "Bava di Drago".
Lo prendono da un mollusco, il bisso,  la "Pinna Nobilis" e ne fanno fili per vesti cerimoniali, addobbi e corde per strumenti musicali, come il monocordo di Pitagora.
Mi hanno detto che nasconde dei segreti il Bisso, anzi dei misteri.
E forse, se anche può apparire sciocco, comprendere quei misteri può svelare il segreto della vita e della morte.
Così come il filo d'Arianna fa si che   l'eroe non si smarrisca nel labirinto dell'Uomo Toro, così il filo di bisso può, forse, aiutare le nostre anime  smaniose a non perdersi nella fascia oscura fatta di rimpianti, rancori e cose morte che ci impedisce la Visione della Luce.
Una visione che non è patrimonio di questa o quella religione, di questa o quella filosofia, ma è dell'Essere Umano, gli appartiene dall'inizio dei tempi, quando Amba, la Madre, proteggeva un regno grande come il mondo, 
[...]Le città erano d'oro, i fiumi erano di miele e latte, e mille e mille uccelli colorati cantavano tra alberi sempre verdi.. La notte, donne e uomini si riunivano attorno ai fuochi sacri, danzavano e narravano le storie di Amba, madre saggia e amorevole dell'Universo e del suo sposo, Samba Sada Shiva, colui che è unito alla Madre per l'eternità.


Roma, 1 ottobre 2014.





Lettori fissi

privacy