lunedì 20 aprile 2015

GLI ANNALI DELLA SPADA TAIA - PARTE PRIMA

Qualche anno fa, una decina credo, dopo un periodo assai intenso di pratica, hatha yoga, ma soprattutto lavoro sulla spada, ho cominciato a vivere esperienze psicofisiche particolari.
Sarà stata suggestione, o magari qualche strano movimento planetario, sarà stata qualche turba mentale...chissà, ma pensavo di essere ad un passo dall'illuminazione, dalla dissoluzione del mio piccolo io nell'infinito oceano dell'essere.
Pensavo che da un momento all'altro Paolo sarebbe scomparso, con tutte le sue incertezze, i suoi ricordi, i suoi sogni.
Questo stato di non completa aderenza con la realtà durò parecchi mesi, anni forse e ancora oggi, in qualche modo, ne sto pagando le conseguenze.
Di buono, come direbbe Vasco Rossi, c'è "che sono ancora qua" e che ho conservato delle tracce scritte di quel periodo.
Pensando di scomparire come neve al sole da un momento all'altro, decisi di scrivere per le mie figlie e i miei allievi, un resoconto delle esperienze che mi avevano portato, credevo, a un passo dall'abisso.
Il brano che riporto di seguito era per M. B. all'epoca mio allievo "devoto", oltre che amico fraterno.
Devoto nel vero senso della parola: gli avevo chiesto di procurarsi una spada giapponese, una katana, con il fodero nero e la tsuba a forma di gru e lui aveva mosso mare e monti e se ne era fatta mandare una dal Giappone, pagandola una fortuna.




Il testo riguarda "Gli annali della spada Taia", un libro fondamentale delle arti marziali cinesi. 
Il commento di Takuan Soho a cui mi riferisco è presente in Nihon no zen goroku vol XIII, testo che utilizza i brani pubblicati dal "Takuan osho tenshu kanko kai". 
In italiano è stato tradotto dalla Luni Editrice con il titolo "Sogni".
Ho mantenuto la formattazione originale, con i grassetti e i colori che, secondo me, dovevano aiutare M. a capire i significati "nascosti" per poter poi seguire le mie orme (poverino!) ma ho aggiunto delle note e delle immagini tra virgolette "evocative" per rendere il testo più digeribile.




GLI ANNALI DELLA SPADA TAIA


La comprensione va di pare passo con uno sviluppo della sensibilità...con la percezione di ...certe cose. 
Devi sapere che l'esoterismo non esiste, non ci sono tecniche segrete o formule magiche tenute nascoste. 
Esistono però diversi livelli di comprensione. 
Sviluppando la percezione della circolazione interna*[* la circolazione del Qi nei canali straordinari sulla quale stavamo lavorando con M. B. e con F. C. all'epoca] in qualche maniera cambia il linguaggio. 
Ciò che ti sembrava oscuro o inutile due anni fa oggi ti sembra chiaro come l'acqua e magari quello che ti sembra oscuro o sciocco adesso tra un mese ti sembrerà naturale. 
il testo che cito è stato raccolto qualche secolo fa da un monaco giapponese, Takuan Soho, amico e maestro di Musashi.
 



"Presumibilmente,

poichè sono un artista delle arti marziali, 
non combatto per vincere o perdere.

Non mi preoccupo della forza e della debolezza.
Sono imperturbabile.
Il nemico non si accorge di me, nè io di lui. 

Penetrando in una dimensione in cui cielo e terra non sono ancora distinti, in cui Yin e Yang non sono ancora arrivati, ottengo subito un effetto.

L'uomo che sa usa la spada, ma non uccide. 

Usa la spada e dà la vita agli altri. 
Uccide quando è necessario. 
Dà la vita quando è necessario. 
Quando uccide lo fa con concentrazione assoluta, 

come quando dà la vita. 

Senza pensare al bene o al male è capace di vedere il bene e il male.


Camminare sull'acqua è come camminare sulla terra ferma e camminare sulla terraferma è come camminare sull'acqua. 
Non potrà essere confuso con nessuno al mondo. 

Desideri ottenere questo? 
Mentre cammini, ti fermi, ti siedi e ti sdrai, mentre conversi o rimani in silenzio, mentre prendi il the o mangi il riso, non devi mai smettere di esercitarti. 


Il tuo occhio deve sempre volgersi veloce alla meta e devi continuamente cercare a fondo, sia andando sia venendo. 


Solo così dovresti guardare dritto nelle cose:
passeranno i mesi e gli anni e una luce apparirà all'improvviso.
Riceverai la saggezza senza che alcun maestro te l'abbia rivelata e scoprirai di avere misteriose abilità nel fare ciò che non hai mai tentato prima.
Ciò non si discosta dall'ordinario, ma lo trascende.
 Chiamo questo TAIA.
Tutti gli uomini sono dotati della spada TAIA.
Coloro che comprendono questo sono temuti perfino da Deva Mara, ma coloro a cui questo concetto è oscuro vengono sopraffatti dagli eretici. 


Due uomini che si sfideranno a fil dispada e hanno entrambi la conoscenza di TAIA non finiranno mai il loro incontro. 


Come quando Shakyamuni tiene il fiore 
e Kashyapa sorride enigmaticamente. 

Distinguere differenze di peso a occhio nudo è esempio di intelligenza comune.
Un uomo che ha compreso questo non ti farà mai vedere la punta della spada.
Questa è l'essenza della velocità.
neanche il fulmine gli è pari.
Sparisce prima del vento veloce nella tempesta.
Se non si comprende si sarà impacciati e si rovinerà il filo della spada.




Questo non si scopre nè attraverso semplici impressioni nè per conoscenza teorica.

Non si può comunicare questo con le parole e con i discorsi, non lo si impara da alcuna dottrina.
Questa è la legge della trasmissione speciale che va al di là dell'apprendimento ordinario.

Non vi è nessuna regola prestabilita perchè si manifesti questa grande abilità.
AZIONE ORDINARIA-AZIONE CONTRARIA.
Nemmeno il cielo può determinarlo.
Quale è allora la natura di questa abilità? 


Quando una casa non ha un dipinto di Pai Che*
è come se non avesse fantasmi
[*Pai Che è una specie di chimera: un animale con il corpo di vacca e la testa d'uomo, rappresentazione delle superstizioni. 
I dipinti raffiguranti Pai Che si mettevano all'ingresso di casa perché il suo nutrimento   è costituito dai fantasmi, dai sogni e dalle sventure. Una "Mente Immutabile" che bisogno potrebbe avere di un amuleto portafortuna?]


Se un uomo è messo alla prova ed è giunto a questo principio saprà controllare ogni cosa al mondo con la sola spada.
la spada Taia non sopporta negligenze."

LA BELLEZZA, ETERNA ED EFFIMERA

"- Se le stelle apparissero una volta ogni cento anni
 l'uomo conserverebbe il ricordo della città di Dio - 

Non ricordo chi l'abbia scritto, ma è proprio una bella frase. 
Se il sole ci mostra il mondo senza pudore, è con discrezione che i ricami oro e argento delle stelle ci portano fuori dalle tempeste, e addolciscono il vuoto angosciante della notte. 
Troppo caldo il sole per fartelo amico, neppure puoi guardarlo negli occhi. 
Con le stelle è diverso: godi della loro danza, sempre nuova, le saluti prima dell'alba, come un Romeo sorpreso dal canto dell'allodola, e dopo il tramonto le ritrovi lì, appese al cielo".
Ryu No Kokyu


Lo Yoga è una danza, la danza degli Dei.Non mi stanco mai di ripeterlo.
Eppure ogni volta che un gesto, ripetuto magari mille e mille volte, prende vita, 
mi sorprendo.



La vera bellezza è effimera. Ed è insolita.
La perla di rugiada, al primo sole, emoziona più di un gioiello antico 
e la rosa che sboccia sulla pietra, inattesa e solitaria, 
irride, insieme, la roccia e l'artista più osannato.



All'improvviso, a volte, l'asana, la mudra o la sequenza si fanno danza, 
e il Corpo dello Yogin si scopre palcoscenico per il Nataraja e la sua Sposa. 
A volte, mica sempre. 


Gli Dei sono capricciosi forse, o forse siamo noi che non abbiamo ancora appreso a perfezione l'Arte della Resa.
Arrendersi alla Gravità è l'unico modo per spiccare il volo. 
Arrendersi alla saggezza antica del corpo è la sola via per uscirne, dal corpo, e per "vedersi visti".




In fondo la meditazione non è altro che farsi spettatori di sé, 
guardarsi come si guarda il campo scosso dal vento.
O  l'onda che si spinge fino in cielo per abbracciar la Terra.
Ecco il trucco!


Quando l'Asana, la Mudra, la sequenza si nutrono della nostalgia delle stelle come l'onda si nutre di quella della Terra, il gesto  si fa meditazione e lo Yoga Arte.



La danza degli Dei è, anche, il girotondo, consolatorio, delle stelle.
Consolatorio, perché  è vero che 
"Se le stelle apparissero una volta ogni cento anni 
l'uomo conserverebbe il ricordo della città di Dio" , 
ma che angoscia sarebbe, notte dopo notte, annegare gli occhi  nel vuoto! 
Il sorriso della luna piena parrebbe triste e il disciogliersi delle sue sorelle 
puzzerebbe di morte, come il pesce vecchio.
Lo Yoga si fa Danza quando ci si arrende alle stelle.



 Lavorando in due il gioco dell'abbandono si fa più facile, 
ascolti te stesso e ascolti l'altro, 
il tuo respiro si fonde col suo e la pelle si fa sottile 
per meglio sentire  il gioco dei muscoli.



Ci si arrende all'altro come alla gravità 
e la bellezza, la grazia, sbocciano. 
Inconsapevolmente.
Involontariamente.




Non c'è volontà nella Bellezza. Volontà forse, con la maiuscola, 
ad intendere una Legge che non può  essere scritta né detta, 
ma nell'Arte non c'è spazio per l'IO VOGLIO: l'Onda della Bellezza è anarchica e bizzosa, 
come gli Dei o la donna che ami. 
Tu non puoi decidere quando inarcherà la schiena, come un drago antico, 
per slanciarsi verso il Cielo, verso le stelle, 
né puoi costringerla a rimanere al tuo fianco, 
quando il richiamo della sua casa di cristallo si farà risacca.
Puoi solo aspettare.





La Bellezza è Eterna, proprio perché effimera.
Su di Lei il Signore del tempo non ha  potere alcuno.
Quando arriva la riconosci subito.
 Il gesto, anche il più banale, si muta in poesia, 
si fa rotondo, morbido, dolce 
e sembra che dia luce.



Questo è proprio strano. Però accade.
Sarà suggestione, ma quando ti "arrendi" il corpo pare più luminoso 
e il movimento, anche solo di una mano, disegna l'aria come fosse sabbia.
Forse al richiamo della Bellezza, le stelle nascoste in noi, 
nell'oscura memoria delle cellule, fanno capolino.
O magari è il corpo dello Yogin a rendere l'aria specchio, 
e la luce che si vede non è altro che il riflesso della Vita 
che sgorga dalla pelle, la carne i muscoli.




Quando dagli asana insorge la Danza degli Dei, 
lo spazio si fa denso e il corpo irradia luce. 
Normale per chi prende sul serio i versi antichi, 
straordinario per chi non sa che la Poesia è rivelazione e l'Arte  scienza. 
Gli dei dormono in noi e come i sogni si destano al primo sonno. 
Non il sonno del corpo, intendo, ma l'affievolirsi della presunzione, 
del credere che la volontà possa dominare la Natura.



Basta arrendersi alla saggezza del corpo 
e gli dei aprono gli occhi (i tuoi occhi!) per  mostrarti ciò che è.
Non la realtà fantastica e barocca della mente, ma proprio quello che è.
La mente umana è golosa di sistemi, calcoli e progetti. 
Il corpo, invece, vuole solo danzare.
Chi può biasimarlo? 
In fondo è nato per quello





Foto di Rino Petrosino.

lunedì 30 marzo 2015

LASCIARE LA PRESA: IL GIOCO DELLE MASCHERE

"Lasciare la presa, cioè l'impugnatura della spada, ha vari significati.
Può voler dire vincere senza la spada.
Può voler dire essere incapaci di vincere senza la tachi,
è difficile descrivere questa tecnica." 


Il dodicesimo giorno del quinto mese del secondo anno dell'era Shoho
Shinmen Musashi 





La giusta azione è "lasciare la presa".
Difficile da comprendere.
Una storia che mi affascina e che forse può aiutare a capire cosa significhi "lasciare la presa"  è quella del "Nano cosmico" (
 l'ho letta per la prima volta in un libro di Zimmer, "Miti e Simboli dell'India")
il nano cosmico, nato 
dalla madre degli Dei, Aditi, è Vamana, quinto avatar di Vishnu.  Nei Purana si  racconta che, un giorno, il "Narayana" viene svegliato dal suo sonno sul mare nero dell'inizio. Un Asura, un malvagio Re del Mondo, dopo aver  spodestato  gli dei  si sta appropriando dell'essenza vitale di tutti gli esseri viventi.
Vishnu scende sulla terra e si presenta al demone sotto forma di un bambino rachitico, con un ombrellino, credo giallo, in mano. 




Una specie di nano da circo.
Con la sua vocetta, flebile e sgraziata, chiede al re del Mondo di fargli un favore e questi, divertito da quella caricatura di uomo, acconsente di buon grado.
-"Vorrei che tu mi concedessi tanta terra quanto ne possa coprire con tre dei miei passi"- disse il nanetto.
-"Tre passettini?"- pensò il titano annuendo -"Ma quanto mi diverte  questo nanetto! Gli regalerò un paio di mattonelle della sala del mio palazzo" -
Il nanetto cominciò ad espandersi a crescere, immenso come il monte Meru, superò le nubi e infine  Vishnu si manifestò sottò forma di un gigantesco guerriero.
Con il primo passo raggiunse la luna,
Col secondo tutti i pianeti
Con il terzo fece ritorno nel palazzo del titano e lo schiacciò  sotto il peso del suo piede.
Perché, mi domando, Vishnu non si manifesta immediatamente come guerriero cosmico e prende a ceffoni il demone?

Perché non può farlo
.


Ho lavorato parecchio con le maschere, in teatro.
E' bello.
Nel Noh giapponese si usano maschere bellissime, con gli occhi così piccoli da rendere l'attore che le indossa quasi cieco.
Nel kathakali si usa il trucco, invece, ma il senso è lo stesso.
In italia c'era la commedia dell'arte che all'inizio, anche se pare strano era sacra.
Arlecchino per esempio è "Hell Koenig", l'Imperatore dell'Inferno.
Anche quando fa il buffone conserva il bastone del comando (batoccio) e il corno tagliato della "bestia". 



Le maschere italiane, prima di Strehler ("Arlecchino Servitore di due Padroni" uno spettacolo che è entrato nella storia del teatro del '900), avevano gli occhi piccoli piccoli, come quelle del Noh.
L'attore si muoveva seguendo i suoni e le poche luci che intravedeva e questo lo metteva in una condizione di alterità.
Lavorare con le maschere è un'esperienza inquietante: se indossi quella di un demone o di un eroe, il corpo, condizionato dalle linee del "suo" volto ,sovrapposto al tuo, ne assume, automaticamente i gesti e la postura e tu cominci a muoverti, parlare e pensare, più o meno, come ha previsto il fabbricante della maschera.
Vishnu non può far altro che agire, parlare e pensare come il bambino rachitico. Non importante se è, assieme, l'attore e il fabbricante di maschere...
Questo significa lasciare la presa: indossare la maschera che la vita ha costruito per noi fino alla fine dello spettacolo.
Solo allora, il vero Sé può manifestarsi e svelare che attore, regista e palcoscenico sono sempre e solo un unico essere.

sabato 28 marzo 2015

UZUME, LA DEA DEL SESSO

All'inizio c'è il caos, e gli dei senza nome chiedono a Izanagi e Izanami , la coppia primordiale, di creare il mondo. 
Izanagi chiese a Izanami: -"Com'è fatto il tuo corpo?"-
Izanami rispose: -"Il mio corpo cresce rigoglioso, ma una sua parte non cresce"- 
-"Anche il mio corpo cresce"- disse Izanagi -" ma c'è una parte che cresce in eccesso. Allora mi sembra giusto infilare la parte del mio corpo in eccesso nella parte del tuo corpo che non cresce, e così generare territori"-
Izanami rispose: -"Sono d'accordo"-
 



Per lo Shinto il mondo nasce dall'incontro di due dei innocenti come bambini. Altri dei, senza nome, li creano sul "ponte fluttuante di prima dell'inizio" e loro  costruiscono una colonna, il pilastro dell'Universo ci girano intorno e fanno l'amore.
Fu così che  nacquero la terra e l'acqua e le diecimila cose. 
Tutto sembra andare per il meglio, ma ad un tratto la storia si fa triste.
Nel partorire il Fuoco, Kagutsuchi カグツチIzanami muore.
Izanagi impazzisce di dolore, con la spada fa a pezzi ("otto pezzi") il figlio e va, come Orfeo, nel mondo sotterraneo dei morti alla ricerca della sposa, la ritrova e, come Orfeo, promette di non guardarla. Izanami confessa di mangiato il cibo degli inferi (e qui il mito ricorda Eleusi, e i semi di melograno dati da Ade a Persefone). In Grecia come in Giappone, chi mangia nell'oltretomba non può tornare nel mondo dei vivi. Chissà perchè.
Colto dal desiderio di vedere per un'ultima volta l'amata, Izanagi accende un fuoco e scopre con terrore che la dolce Izanami si è trasformata nella dea della Morte, un mostro con le occhiaie vuote e la pelle putrefatta. Fugge inseguito dalle shikome ("furie") e riesce, a fatica, a tornare sul "Ponte fluttuante di Prima dell'Inizio".
Piange, Izanagi, un po' per il dolore, ed un po' per purificarsi: dal suo occhio sinistro nasce la grande Madre, Amaterasu 天照, dea del Sole, dall'occhio destro Tsukiyomi 月読, dio della Luna, e dal naso Takehaya Susanoo-no-Mikoto 建速須佐之男命, dio delle Tempeste.



A quanto so Gustav Jung non si è mai occupato di Giappone.
Peccato perché la storia dei due dei bambini e di Amaterasu, sole femmina che nasce dall'occhio sinistro del vedovo, per lui sarebbe stata sicuramente una grande fonte di ispirazione.
 Un giorno la Tempesta e il Sole, Susano-o e Amaterasu, si sfidano. 
Una sfida strana: vince chi riesce a creare più esseri umani.
Con la spada di Susano-o la dea del sole partorisce tre donne mentre il fratello riesce a generare cinque uomini dalla collana di Amaterasu.
Se si usasse il metro della quantità non ci sarebbe gara: 5 a 3 per il dio delle tempeste.
Ma i giapponesi sono strani, Amaterasu viene dichiarata vincitrice.
Forse le femmine valgono di più.
O magari, chissà, la gara era tra la spada (il pene maschile?) e la collana (l'utero? o forse le ovaie?) e non trai due kami.
Comunque sia la dea del Sole vince e lo sconfitto non la piglia troppo bene.
prima distrugge i campi di riso coltivati dalla sorella, poi uccide un cavallo e ne getta la testa nel palazzo di Amaterasu, distruggendo un telaio e uccidendo un'ancella [NB: il sacrificio del cavallo era uno dei riti fondamentali dell'India vedica, e per trasmettere la conoscenza fondamentale, la Madhu Vidya, i rishi Vishnu indossavano la testa di un cavallo....]. 



Amaterasu si infuria e  va a rinchiudersi  nella "grotta di roccia del cielo", Ama-no-Iwato 天岩戸 . 
Il sole smette di splendere sulla terra e questo crea un po' di problemi sia agli uomini che agli dei.
Grossi problemi, la situazione si fa drammatica, ma a questo punto entra in scena Uzume, anzi, per essere precisi, Ame-no-Uzume-no-mikoto, dea dell'alba e del sesso.


Uzume mette uno specchio di bronzo davanti alla "grotta di roccia".

Poi, vestita di foglie, sale su un tino di legno, e battendo i piedi per darsi il ritmo danza pensando ai mille orgasmi e ai mille peni che l'hanno penetrata. 
Danza e si spoglia.
Dalla sua vagina gli umori cominciano a scendere sulle cosce e più giù, fino alle ginocchia..
I galli da combattimento recitano il Norito mentre gli dei, eccitati, ridono, gridano e applaudono.
Amaterasu è incuriosita, apre la porta di roccia per dare un'occhiata e rimane abbagliata dalla sua stessa luce, riflessa dallo specchio di Uzume.
 Ameno-Tajikarawo, il  dio" dalla potente mano", afferra Amaterasu e sigilla la grotta di Roccia.



Il sole ricomincia a splendere sulla terra e il dio delle Tempeste viene cacciato dal Paradiso.
Scende in un mondo inferiore e incontra due vecchietti, moglie e marito, disperati: c'è un drago, Yamata no Orochi 八岐の大蛇, con otto teste e otto code che da otto anni pretende di mangiarsi una delle loro figlie, una ogni anno.. Otto ne avevano e adesso gliene è rimasta solo una.
Susano-o affronta il drago (prima lo fa ubriacare di sakè secondo alcune versioni o è già ubriaco di suo, secondo altre fonti), lo uccide e gli taglia le teste e le code.
Nella quarta coda (o nell'ottava...) trova una spada meravigliosa, Ama no Murakumo 天叢雲剣, la "Spada del Paradiso" (detta anche Kusanagi o" spada del sel serpente") la piglia e la porta alla sorella, Amaterasu, come dono di riconciliazione.



I tre oggetti che compaiono nel mito, la spada di Susano-o, la collana di Amaterasu e lo specchio di Uzume, per un giapponese sono più sacri di qualsiasi altra cosa. 
Neppure la vita dell'imperatore è così importante. 


Quando mi sono messo a studiare la storia di Amaterasu, Uzume e Susano-o mi ha subito colpito la somiglianza con i miti indiani (e greci...)
Certo, i miti ci raccontano sempre le stesse cose, ad ogni latitudine, ma qui, a volte, anche i nomi si assomigliano in maniera "imbarazzante"
Cominciamo da Susano-o e la Spada del Paradiso.
Il duello tra il dio delle Tempeste e il "Serpentone" ricorda assai quello tra Indra (dio vedico del fulmine e delle tempeste) e il mostro a tre teste Viśvarūpa.



La spada del serpente/dragone si chiama Kusanagi.
In sanscrito serpente/dragone si dice naga ed uno dei molti modi di chiamare la spada è khuḍa, con la "" palatale.
Certo non significa niente, ma se si va a leggere il Kathasaritsagara di Somadeva, una raccolta di fiabe e leggende shaiva, si scopre che la "spada del Paradiso", apparteneva al re dei NagaPārāvatākśa...
Per ciò che riguarda la collana magica di AmaterasuMagatama, la"gemma ad otto curve(?)" il riferimento alla ghirlanda delle Matrika dello yoga mi sembra assai plausibile: le sedici dee/vibrazioni del chakra della gola, danno vita alla manifestazione grossolana, ovvero ai cinque elementi, le cinque percezioni, le cinque azioni, i cinque corpi (kosha) così come il gioiello della dea del Sole dà vita a cinque esseri umani. 
Ma se si osserva la forma di Magatama ci verranno sicuramente  in mente altri riferimenti suggestivi...






E lo specchio di Uzume?
Yata no Kagami o "specchio delle otto mani" è  il terzo oggetto sacro dello Shinto. Le valenze simboliche dello specchio e del numero 8 (che in questa storia ricorre frequentemente) sono moltissime, ma la prima  cosa che  mi è saltata agli occhi è la somiglianza tra la danza erotica di Uzume e quella di Usha, la dea dell'Alba Indiana  che sconvolge il creatore Brahma nel Kalika Purana: come un attore che muta accento e costumi per assecondare il gusto del  pubblico straniero, così la dea ritocca il trucco e cambia, appena, il nome (UshaUzume), ma resta identica a se stessa, nel gesto, nello sguardo e nel sorriso.
In ogni tempo e in ogni luogo.  





lunedì 23 marzo 2015

IN ALTO LA DIMORA DEL FUOCO, IN BASSO LA DIMORA DELL'ACQUA


Nel Taoismo il pincipo divino , nell'atto del concepimento, si polarizza in XING (HSING) e MING che possiamo tradurre con Essere e divenire

性 xing, Essere, è formato dai segni:

心 xìn che significa mente/cuore-mente percettiva.
竹 zhù che significa "bambù".
手 shòu che significa "mano", "artefice" (nel senso di persona scelta per un determinato lavoro)
一 Yì che vuol dire "uno", "intero", "un"....




命 ming, divenire, ma anche destino, ordine, determinazione, è invece formato dai segni:

人 rén che sta per "uomo", "persona", "gente".
一口 yikòu che sta per "categoricamente", "decisamente" ecc.
中 zhòng che significa "mentre", "dentro", "nel mezzo", "centro" e "Cina".




I principi universali xing e ming corrispondono nell'individuo a due forze o spiriti detti Hun e P'o.

魂 hún​ significa "spirito" ed è formato dai segni:

一 yī​ ovvero "uno", "intero"
戈 gē​ che significa sia lancia che trafiggere
竹 zhú​ che vuol dire bambù
e ancora 戈 gē​ .


魄 pò​, anima è formato da:

竹 zhú,"bambù"
日 rì​, "sole" e "giorno"
ancora 竹 zhú​
戈 gē​ che significa sia lancia che trafiggere.




魄 pò​ femminile, che indica simbolicamente l'acqua e 魂 hún​ maschile, che potremmo definire fuoco, sono le energie nascoste del corpo, tanto da essere denominate entrambe 鬼 guǐ​ tradotto spesso con fantasma, ma che significa originariamente "nascosto", "nascostamente", "astuto", "scaltro".
Queste due forze (Spirito e Anima, principio spirituale e principio materiale) al momento della morte tendono a tornare alle loro dimore naturali:
魂 hún​ esce dalla fontanella e torna al cielo ("la dimora del fuoco è in alto"), 魄 pò​ esce dal plesso solare e torna alla terra ("la dimora dell'acqua è in basso")
L'unione di 魂 hún​ e di 魄 pò​ trova espressione nel corpo umano, in un numero di plessi energetici(punti o cavità) da cui si diramano dei nervi o canali energetici lungo i quali circola l'energia Ch'i .
Dai 108  punti principali ( 108 punti come come nell'ayurveda) si dipartono dei canali che intersecandosi danno origine ai 12 meridiani della medicina cinese, corrispondenti, a grandi linee, al sistema linfatico.



A loro volta i punti di intersezioni dei dei dodici meridiani creano dei nuovi percorsi, nascosti, i cosiddetti 8 canali psichici.


giovedì 19 marzo 2015

LA MENTE E I VELI DELLA DEA

" [...] è meglio identificare l'io con il corpo che con la mente, perché il corpo può durare uno o due o cento anni, mentre quella che chiamiamo mente o pensiero o conoscenza  appare e scompare, in perenne mutamento.
Come la scimmia che gioca nella foresta afferra un ramo e poi lo lascia per afferrarne un altro, così quella che chiamiamo mente, pensiero o conoscenza appare e scompare in perenne mutamento, giorno e notte [...]" 


Shakyamuni -"Samyutta Nikaya"




Per indicare la mente gli yogin tibetani usano tre parole diverse: SémsYid e Lo (blo).
Tutto ciò che riguarda le capacità di immaginare, classificare, discriminare, il rimanere impressionati dagli impulsi esterni o al contrario essere distaccati, essere agitati, calmi, distratti ecc. è riferito a Lo che in sanscrito, nell'accezione moderna del termine, potrebbe essere tradotto con Manas.




yid è invece l'intelletto puro, l'intuizione che arriva come una sciabolata di luce improvvisa, la capacità di deliberare decidere, senza scelta, senza ragionamenti sui pro e i contro...
Sèms è il principio vitale, proprio di tutti gli esseri viventi.
Il principio coscienza che passa di corpo in corpo e di vita in vita per la teoria della reincarnazione, è detto Namshés.
Namshés è quello che in india viene chiamato Jiva.
La meditazione serve a comprendere che SémsYid e Lo NON SONO FLUSSI DI ENERGIA o SISTEMI legati all'EGO  o identificati con l'EGO.
Dice Buddha (Samyutta Nikaya):

" ....meglio identificare l'io con il corpo che con la mente, perché il corpo può durare uno o due o cento anni, mentre quella che chiamiamo mente o pensiero o conoscenza appare e scompare in perenne mutamento.
Come la scimmia che gioca nella foresta afferra un ramo e poi lo lascia per afferrarne un altro, così quella che chiamiamo mente, pensiero o conoscenza appare e scompare in perenne mutamento, giorno e notte 
[...] "

Cosa significa?
Gli strumenti dell'essere umano, per lo Yoga, sono corpo/parola/mente, anzi l'essere umano è corpo/parola/mente.
In assenza anche di uno solo dei tre fattori (principi o elementi), che hanno caratteristiche diverse, non si può parlare di "Essere umano".




L'unica Realtà "permanente", per i tibetani, è "Kun Ji Namparshespa" la DIMORA o RIFUGIO, che potremmo chiamare anche Brahman, o ālaya.
Kun Ji Namparshespa è un flusso ininterrotto nel quale galleggiano dei "quanti", o meglio dei grumi di "coscienza/conoscenza" che sono i fenomeni.
La vita di un singolo essere umano è uno di questi grumi di coscienza/conoscenza che nel fluire del fiume dell'Essere si incontra per caso con altri grumi di coscienza/conoscenza. 
L'acqua dell'eterno e infinito "Fiume di Prima dell'Inizio",  dal nostro punto di vista muta ad ogni istante perché chi osserva è la mente/scimmia.
Le neuro scienze hanno dimostrato che i processi legati al cervello, alla creazione di sinapsi, alla interpretazioni dei fenomeni, hanno una durata di qualche miliardesimo di secondo.
Se si porta l'attenzione sul corpo e sulla sua evoluzione, che pure sono legati a quei processi, si avrà la possibilità di osservare un fenomeno che si svolge in un tempo, come dice Shakyamuni, calcolabile in anni ("uno, due, cento").
Rispetto al flusso dell'essere sia il pensiero che il corpo sono fenomeni impermanenti, sono cioè uguali dal punto di vista qualitativo, ma c'è una differenza quantitativa che possiamo utilizzare per "CONOSCERE".
I nostri pensieri, i desideri, le idee NON CI APPARTENGONO, sono come rami, foglie secche o pezzi di plastica che scorrono senza posa nel Kun Ji Namparshespa. 


Cercare le motivazioni profonde, le radici delle nostre idee, considerazioni, decisioni è IMPOSSIBILE, per lo Yoga. 

Esaminare i propri pensieri alla ricerca della loro sorgente in una vita precedente, in uno shock infantile, in una conferma di teorie psicanalitiche, filosofiche o religiose, è inutile.
 


Questo non significa che  sia un esercizio inutile anche per  discipline con altre finalità, ma il fine dello Yoga, l'illuminazione, è la liberazione dai vincoli che ci impediscono di "lasciarci fluire nel fiume dell'Essere e scoprirsi uno con l'Essere" e questi vincoli non sono né soggettivi, né vaghi e indefiniti: sono I CINQUE VELI DELLA DEA, legati ai cinque elementi, ai cinque veleni (le cinque emozioni negative), ai cinque Dhyani Buddha o alle cinque teste di Shiva. 


I cinque Veli o vincoli, sono:

1)La limitazione dello spazio
elemento Etere, 
Dhyani Buddha Vairochana (nei veda è figlio di Agni o di Visnu, ha quattro teste come Brahma), 
emozione negativa dell'Ottusità e dell'Ignoranza. 






2)La limitazione della Conoscenza o "Vidya", 
elemento Aria, 
Dhyani Buddha Amogasiddhi, 
emozione negativa dell'Invidia e della Gelosia. 







3) La limitazione della Passione
elemento Fuoco, 
Dhyani Buddha Amitabha (che significa "Luce - Bha - senza fine o senza morte"), 
emozione negativa della concupiscenza e del Desiderio di Possesso.






4) La limitazione del Tempo
elemento Acqua, 
Dhyani Buddha Akshobia
emozione negativa dell'Odio. 







5) La limitazione di Causa-Effetto
elemento Terra, 
Dhyani Buddha Ratnasambhava
emozione negativa dell'orgoglio e della presunzione. 




La meditazione sulla mente o sui contenuti psichici, usata come strumento in molte tecniche che confinano con lo yoga ma che sono legate alla via PSICOLOGICA, come la chiamo io, secondo me è utile solo se, collegandola alla meditazione con seme su fenomeni fisici (yantra, suoni, processi fisiologici....) conduce al samadhi che è uno strumento di risoluzione dei vincoli o Veli della Dea.
Se invece si lavora sui propri pensieri alla ricerca di una ragione, un motivo, una sorgente, il risultato che otterremo sarà un pensiero anch'esso, mutevole alla velocità della luce e sottoposto al velo limitante della CAUSALITA'.
Con la meditazione sui "contenuti psichici" il meditante allena la mente e sviluppa la capacità di penetrare, per così dire alcuni strati di motivazioni, giustificazioni, ecc. ma partire da un pensiero per giungere ad un altro pensiero è come piantare del pane per ottenere del grano da cui produrre pane. 

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