giovedì 24 marzo 2016

LO YOGA E L'UNIVERSO DEI SUONI

"Kamalo, da dove e per quale potere si poté creare un canto così bello?
Né lo Yoga né il Tapas avrebbero potuto creare un canto di così buon auspicio [...];
è per la grazia di Samba Sada Shiva che si vede una luce dove neppure il sole può arrivare[...].
Si può andare facilmente ovunque, ma è molto difficile raggiungere questo luogo, dove Mahakaal è il Guardiano della Porta".
Babaji di Haidhakhan - "Gorakhvani".





L'universo del Sanathana Dharma (la "Filosofia perenne" che sta alla base dello Yoga) è un universo pluridimensionale, 
C'è una dimensione fisica, grossolana [che corrisponde al nostro stato di veglia, e sul piano sottile ai sei chakra principali (perineo, genitali, ombelico, cuore, gola, punto tra le sopracciglia)] e una serie di dimensioni più sottili (8, in genere) sperimentabili dallo yogin dopo la "apertura del chakra dei mille petali", cporta d'accesso alla seconda dimensione, o prima dimensione spirituale.
Le dimensioni sono viste come luoghi diversi( लोक loka, che vuol dire "stanza", "paese" o खण्ड् khaṇḍ, porzione, frazione, continente) in cui regna una diversa forma della divinità, o पुरुष puruṣa,
Per giungere prima a  disciogliersi  e poi a riconoscersi in identità con il divino, l'anima dello yogin deve passare da una dimensione all'altra, sperimentando i diversi suoni e le diverse Luci/colori che caratterizzano i vari luoghi.


Haidakhandeshwari Mataji




La manifestazione nasce da un suono originario da cui, a cascata, discenderebbero le note (svara) e le lettere dell'alfabeto sanscrito.
Le singole note e/o sillabe unendosi in frasi costituirebbero i vari mondi e i vari esseri viventi, sia quelli percettibili che quelli non percettibili a livello ordinario.
Nel viaggio a ritroso verso l'Assoluto, lo yogin, tramite una serie di modificazioni della mente (Mente/Parola/Corpo per essere precisi) chiamate समाधि samādhi, sale di piano in piano, di gradino in gradino, seguendo una particolare "corrente vibrazionale" che, a seconda delle proprie tendenze e delle tecniche che utilizza, percepirà come una serie di diversi "flussi".
I flussi principali sono rappresentati dai bija mantra aiṃ -  śrīṃ . hrīṃ:

1) corrente sonora (la Grande madre "Silenzio" corrispondente a Sarasvati, dea della Conoscenza e della Musica,  bija mantra aiṃ).

2) Corrente luminosa (la Grande Madre "Luce", Lakhsmi dea della Gioia e della Prosperità,  bija mantra śrīṃ).

3) Corrente del vuoto (la Grande "Madre Vuoto", Durga/Uma, la Dea "difficile da Conoscere, bija mantra hrīṃ)



Shri Mahalakshmi yantra


Il viaggio a ritroso parte dalla dimensione terrena detta Pinda e arriva sino al regno senza nome, Anami, passando per 7 tappe intermedie, ognuna delle quali è caratterizzata da suoni e luci/colori particolari.
Il praticante si accorge del momento di passaggio dal mutare del suono interiore, un suono non collegato al respiro né al battito cardiaco, che sembra provenire dall'interno e che si percepisce, allo stato ordinario, semplicemente tappando le orecchie.

Cominciamo dal corpo fisico:
nella yoga si parla di cinque guaine, o कोश kośa, legate a diversi livelli coscienziali.
La prima è la guaina del corpo di carne ed ossa., 
Il raggiungimento della piena consapevolezza di questa "guaina" dovrebbe corrispondere ad un suono simile al rombo del tuono.
Il secondo suono (guaina  delle energie) dovrebbe ricordare il rumore delle onde del mare
Il terzo suono (guaina  mentale) è (dovrebbe essere) simile al tintinnio delle campane.
Il quarto suono (guaina dell'intuito sovraconscio) è simile allo scorrere dell'acqua di un ruscello.
il quinto suono, simile al suono del flauto,  avverte il praticante dell'entrata nella prima dimensione spirituale, legata alla cosiddetta "guaina della beatitudine" e a quella che alcuni definiscono "apertura del chakra dei mille petali".
Il sesto suono (seconda dimensione spirituale, detta Trikuti o Brahmanda, dovrebbe ricordare un vento potente.
Il settimo suono ( che ci avverte dell'entrata nella terza dimensione spirituale, detta Daswan Swar) è simile al ronzio delle api, o al frinire di grilli e cicale..
A questo punto l'anima, nel suo viaggio a ritroso verso la "Sorgente Divina, si ritrova al cospetto di Mahakaal, il Guardiano della Porta".
Il Regno di Mahakaal  è il Deserto Silenzioso,  o il Paese del Vuoto Nero". 
Non c'è nessun suono, nel Regno di Mahakaal, nè alcun stimolo visivo. Bisogna solo aspettare, tentando di sopravvivere all'angoscia ed al terrore.
I pochi riescono a superare il Regno del Silenzio,sentono un suono paradisiaco (è il caso di dirlo....) di mille e mille strumenti a corda: è il segnale dell'accesso a Bhanwar Gupha, la "caverna roteante".




Quindi a grandi linee, per il Sanathana Dharma, il nostro è Universo Musicale, (vedi anche PHURO!) formato da diversi piani, o sfere come direbbe Pitagorica, corrispondenti a diversi livelli vibrazionali.
C'è un centro, una sorgente da cui le vibrazioni hanno origine.
Più ci si allontana dal centro e meno alta è la frequenza delle vibrazioni.
Lo yogin attraverso la pratica del Samadhi può seguire compiere un viaggio a ritroso verso la sorgente, passando di piano in piano.
Ogni piano è caratterizzato da suoni e da luci/colori particolari percepiti, se si può dire così,  all'esterno.
Inoltre, in ogni "passaggio di stato", il praticante percepisce suoni interiori (ed effetti luminosi) particolari) che lo informano del livello coscienziale raggiunto. 

1) Piano fisico, sei chakra - PINDA -  suoni interiori: TUONO, ONDE DEL MARE, CAMPANELLI, ACQUA CHE SCORRE.
2) primo livello spirituale, chakra dei Mille Petali - ANDA - suono interiore:  FLAUTO; suono "esterno": CAMPANE E CONCHIGLIE.
3) Secondo livello spirituale - TRIKUTI (le tre montagne dorate) - suono interiore: VENTO; suono "esterno": TUONI E TAMBURI.
4) Terzo livello spirituale -  DASWAN SWAR (Il lago di nettare) - suono interiore: ronzio di api e frinire di grilli e cicale; suono "esterno": Sarangi (violino) e Sitar (Liuto).
5) MAHA SUNNA - Deserto Silenzioso.
6)Quarto livello spirituale -  BHANWAR GUPHA - suono interiore:  melodie di strumenti a corda; suono "esterno": melodie di Bansuri (Flauti).
7)Quinto livello spirituale - SACH KHAND - musica del Vīṇā (liuto) e del Titti (cornamusa).

Ci sono poi ( PHURO!) altre tre dimensioni, chiamate Alakh o regno del Primo Suono (Adi Shabda), Agam, il regno del "Suono senza Suono" e  Anami, letteralmente Il Senza Nome, il "REGNO DELLA MERAVIGLIA cui corrisponderebbero il Suono originario (HU secondo alcuni, HUM od OM secondo altri) e il "vero nome di Dio".


Mandala di Mahakala


Mi rendo conto che  se non si sono mai sperimentati i suoni interiori, ciò che ho scritto apparirà come una bizzarra teoria o come un divertente, fino a un certo punto, gioco della mente.
Ma sono sicuro che andando a rileggere le parole di maestri indiani come Babaji, Sai Baba o Ramana Maharishi alla luce dell'insegnamento del Sant Mat (Surat Shabda yoga) potremmo, forse, fare delle scoperte interessanti.







Riprendo il testo del Gorakhvani, J.Amba edizioni, pag. 49 e seguenti dell'edizione italiana senza aggiungere commenti, limitandomi a ricordare che: 
1) Mahakal è il Guardiano di Maha Sunna, regno del vuoto, del silenzio e dell'oscurità,
2) Maha Sunna è l'ostacolo da superare per giungere a  Bhanwar Gupha, dove lo yogin vede cinque universi dai colori diversi,
3) Oltre Bhanwar Gupha, c'è Sach khand, la vera dimora di Shiva in cui si ascolta il suono della vīṇā (l'antenato del sitar)

"[...]Guarda attentamente la ruota di Mahakal e le sue strane vie.
Al Signore della Morte non importa della bellezza, della vecchiaia, né della giovinezza o dell'infanzia.
Lui gira la sua ruota e distrugge tutti.[...] Ma quello vicino al centro viene risparmiato.
[...]Chiunque conquista il sonno conquista Mahakal.
[...] Shri Narad è venuto sul palco con la sua vina a cantare per Gorakh.
[...]Guarda Kamalo[...]  Per la mia grazia Kamalo.Ora guarda i colori di tutti.
[...]Kamalo, da dove e per quale potere si poté creare un canto così bello?
Né lo Yoga né il Tapas avrebbero potuto creare un canto di così buon auspicio [...]
[...]E' per la grazia di Samba Sada Shiva che si vede una luce dove neppure il sole può arrivare[...].
Si può andare facilmente ovunque, ma è molto difficile raggiungere questo luogo, dove Mahakaal è il Guardiano della Porta".

martedì 22 marzo 2016

L'ANGOSCIA E IL RESPIRO DEL NEONATO



Che cosa è l'ANGOSCIA?
Kierkegaard la chiamava "il sentimento della possibilità".
Definizione intrigante.
Fa emergere un paradosso tipico della condizione umana: ha la sensazione, l'Uomo di condividere con gli dei, l'Uomo, il potere dell'infinita creatività, e, insieme, è schiacciato dal pensiero delle conseguenze delle sue azioni.
Un Dio annichilito, catturato dalla tela dei vincoli e delle leggi da lui stesso create.
Un Angelo luminoso, nato per le grandi altezze, e un ragno famelico che si ciba di se stesso.
Come siamo strani: aguzzini di noi stessi usiamo i nostri poteri per impedirci di volare.
Per impedirci di essere felici.





"Trovare giustificazioni non ti porterà cammelli in dono", diceva il Mullah Nassr Eddin, ma la mente ha il demoniaco potere di giustificare sia le azioni, sia  i blocchi che le impediscono, le azioni.
Quando la speranza di liberare, in un futuro possibile, i nostri desideri autentici e le nostre possibilità creative si scioglie nel fiume del Tempo esplode l'angoscia.
Brutta storia: non soddisfiamo i nostri bisogni più profondi per paura delle conseguenze del nostre agire e questo ci procura angoscia.
Al tempo stesso se abbiamo sacrificato la nostra felicità, per esempio, per rispettare i bisogni di persone che amiamo, o "dovremmo amare", può nascere un'insana avversione per i nostri cari, causa di sensi di colpa e ulteriore fonte di angoscia.
In passato ho avuto a che fare con persone, soprattutto donne devo dire, che vivono l'angoscia come una condizione naturale.
Spesso reagiscono indossando i panni dell'eroe [ ché di fatto lo sono, eroiche] indossano scudo e corazza, brandiscono la spada e si gettano stoicamente "contro  i colpi e i dardi dell'avversa fortuna".




In costoro l'angoscia diviene quasi una ragione di vita. e sin sentono gratificate  dall'idea di star facendo il proprio dovere, di lottare per il bene e il giusto.
Alla lunga, però la rinuncia alla gioia stringe il cuore in una morsa di gelo e le azioni più nobili (o che tali appaiono) generano infelicità.
Nei guerrieri dell'Angoscia e in chi li ama.
Vivere nell'Angoscia è devastante, da ogni gesto, ogni sorriso, ogni parola prima o poi emerge il sapore acre della morte.
Sarebbe bello spazzar via l'Angoscia dalla mente di chi amiamo.
Ma come fare?
Io non sono un medico né uno psicologo.
ma lavorando sul corpo mi sono fatto delle idee che forse potrebbero avere una loro utilità.
Questo coso qua sotto è il diaframma toracico.




Di solito si considera un muscolo, ma non è proprio esatto.
È una struttura complessa.Al centro, quella roba bianca che sembra il grasso della bistecca, c'è una zona tendinea chiamata “centro frenico” perché ci arrivano i nervi frenici, responsabili del suo movimento.
Dal centro bianco nascono delle fibre che vanno a formare tre diverse fasce muscolari: la prima (sternale) si attacca, in avanti alla “punta inferiore” dello sterno.
La seconda (costale), si infila tra le ultime sei costole (quelle che “nascono” dalle ultime sei vertebre dorsali).
La terza (lombare) si allunga in due “pilastri” di lunghezza diversa (il destro è più lungo del sinistro) che si ficcano nei dischi della seconda terza e quarta vertebra lombare.




Il bisteccone, che quasi sempre ci immaginiamo come una lamina o una fascia orizzontale  ha invece la forma di un elmo antico, un po' asimmetrico. 



La parte (cupola) destra che preme sul fegato è più alta della parte sinistra , che sotto di sé ha invece lo stomaco e la milza, più mobili del fegato.
Quando si inspira normalmente le due cupole si abbassano comprimendo gli organi dell'addome e dando l'impressione di un allargamento dell'addome.
Quando si espira le cupole si alzano e l'addome si rilassa
Il diaframma toracico oltre che a fegato, stomaco e milza è collegato direttamente a pericardio, sacco pleurico, peritoneo, duodeno, colon, ghiandole surrenali, reni e pancreas.
Non occorre essere medici per intuire che un suo cattivo funzionamento ha pesanti ripercussioni su tutto l'organismo.
Ma perché il diaframma funziona male?
Una cosa che molti non sanno è che il feto, nella pancia della mamma, non respira con i polmoni, ma con il cordone ombelicale che è un tubo legato alla placenta.
Dentro il tubo ci sono vene e arterie (tre in tutto, due in alcuni casi) che portano ossigeno e cibo direttamente nel corpo del bambino ed eliminano i rifiuti.


C'è un sistema circolatorio diverso dall'adulto.
Banalizzando si può dire cuore (che lavora a regime ridotto, diciamo al 40% delle sue possibilità) e polmoni ( che sono collassati) vengono bypassati mediante tre valvole (che si chiamano, credo, “dotti”) che verranno rese inoperose dopo la nascita.
Il diaframma che fa durante la respirazione prenatale?
Niente.
(In realtà forse per allenarsi il feto ingoia ogni tanto del liquido amniotico e lo dirige ai polmoni.... ma è poca roba, pare).
Subito dopo la nascita il cordone viene tagliato e annodato, la placenta non distribuisce più ossigeno e alimenti nel corpo e al bambino manca improvvisamente l'aria.
Benvenuto al mondo!
Abituato a sentire l'energia fluire liberamente dall'addome il bambino irrigidisce il diaframma nella posizione più alta possibile.
E' questo il motivo per cui un tempo, e qualche volta ancora oggi, gli si dava una sberla sulla schiena: per aprire i polmoni e far scendere forzatamente il diaframma.
Ecco la radice “antica” del suo cattivo funzionamento!
Il diaframma viene collegato alla paura di morire, all'angoscia, alla mancanza di aria e più si ha la paura di non respirare più si tende ad alzare le due cupole che premono sui polmoni, schiacciandoli, e sul cuore.

In teoria, mutando la tecnica respiratoria l'angoscia dovrebbe scemare.
Nella respirazione taoista, ad esempio, si  cerca  di mantenere le due cupole del diaframma nella posizione più bassa possibile, sia in inspirazione che in espirazione, in modo da eliminare o attenuare il riflesso dell'angoscia originaria.
Credo che la chiamino Respirazione Prenatale o Respirazione Paradossale.

 





Respirare come un feto.
Tornare nella condizione di PRIMA DELLA NASCITA significa riavvicinarsi allo stato naturale, alla condizione che in India è assimilata alla realizzazione.
Non è un caso che, nei Veda, uno degli appellativi del Brahman sia proprio "IL SENZA ANGOSCIA".
Imparare la "respirazione sottile" non  è difficilissimo: basta sapersi ascoltare e soprattutto amarsi.
Chi non si ama non potrà mai amare gli altri.
Non potrà mai amare la vita.
Riscaldare i cuori inverno e far deporre le armi ai "Guerrieri dell'Angoscia" è impresa ardua.
Lo Yoga e le tecniche Taoiste da sole non bastano.
Se si vuole aiutare chi rifiuta la vita occorre per un po' portare la sua croce e mostrargli con dolcezza, la Via della Gioia.

giovedì 17 marzo 2016

TANTRA: LE PAROLE PERDUTE DI INDRANI




Tratto da "TANTRA LA VIA DEL SESSO" - Ed. Aldenia, Firenze 2015 - Parte I Cap. I.


Tra le sessantaquattro posizioni del Kāmasūtra così come ci sono proposte dalle riviste femminili o dai siti soft porno, ce n’è una chiamata ’āsana di Indrāṇī”. La donna, sdraiata sulla schiena, porta le gambe al petto, poggia i piedi sul torace dell’amante e gli afferra i glutei  così da gestire, a suo piacimento, il ritmo e la profondità della penetrazione. È lei, la donna, a condurre la danza: l’uomo, inginocchiato come un devoto di fronte ad un’immagine sacra, non può far altro che assecondarla. L’Indrāṇī che dà nome alla posizione non è una donna qualsiasi, è una dea, anzi, è la Regina degli Dei. Le sue abilità amatorie sono proverbiali, così come il temperamento focoso e il linguaggio non proprio da educanda:
-“Il cazzo dell’impotente ciondola tra le cosce”- ricorda al marito, Indra, colpevole di trascurare il talamo nuziale per andare in giro a salvare il mondo. –“Il cazzo del potente [invece] si gonfia [ e allora] la mia fica pelosa si apre e si mette a lavorare per lui[...]”Una tipetta interessante Indrāṇī, ma ancora più interessante è il fatto che le sue parole siano state tramandate da uno dei libri più sacri della tradizione indiana: il Ṛgveda o “Libro degli Inni”. Per millenni brahmini ispirati e maestri barbuti hanno recitato questi versi-“[…]la mia fica pelosa si apre e lavora per lui”- davanti a folle di devoti ispirati, senza che nessuno lo trovasse strano, blasfemo o irriverente. I casi sono due: o non capivano il sanscrito o avevano un’idea del sesso, della religione e della donna completamente diversa dalla nostra. Quelli in cui Indrāṇī ricorda al suo sposo l’inutilità di un pene non eretto, sono  i versi 16 e 17 di Ṛgveda X, 86. Un anno fa li ho trovati citati nella nota a piè di pagina di un articolo che parlava di Indrāṇī (una roba tipo “cfr. Ṛgveda X, 86, 16-17”). Per curiosità ho fatto una ricerca su Google e non sono riuscito a trovare uno straccio di traduzione, né in italiano, né in inglese. La cosa, per chi s’intende un pochino di filosofia, non solo orientale, suona  parecchio strana: nelle scuole, nelle conferenze, nei forum di yoga si parla continuamente di “inni vedici”, “poeti  vedici”, “radici vediche della conoscenza”…, e si racconta che i quattro libroni indiani sono arrivati a noi inalterati, inizialmente  attraverso la tradizione orale e poi con le prime copie scritte su stoffa e foglie di banano. Che fine hanno fatto le parole della regina degli Dei?(1) Finalmente, dopo due settimane di ricerche, grazie ad un amico docente universitario, ho recuperato una traduzione attendibile dei due versi in una pubblicazione della Oxford University Press: “VATSYAYANA: KĀMA SŪTRA - a new translation, by Wendy Doniger and Sudhir Kakar”. Non so se è chiaro, in due settimane ho trovato una sola traduzione attendibile. Una!In  molti casi i versi sono stati semplicemente eliminati (cfr. ad esempio la versione pubblicata sul sito internet  “INTRATEX DIGITAL LIBRARY”(2) in cui si passa direttamente da X, 86, 15  a X, 86, 18), In altri si utilizzano giri di parole così cervellotici da rendere il brano incomprensibile. Anche se pare incredibile, hanno eliminato da internet, e in molte pubblicazioni in cartaceo, il turpiloquio di Indrāṇī. Ma chi è stato? Possibile che qualcuno, nel XXI secolo, abbia interesse a far tacere una donna di cinquemila anni fa che parla di peni e di vagine? La verità è che spesso, per pigrizia, furbizia, o per il fascino intellettuale esercitato da precedenti ricercatori, molti divulgatori moderni di yoga e filosofia indiana, quando lavorano su un testo antico, non si affidano alle fonti originali, in sanscrito, ma preferiscono prendere una traduzione pre-esistente, di solito  in inglese, e farla loro. Cercano dei sinonimi, cambiano l’ordine di qualche parola, aggiungono qualche perifrasi a effetto e  presentano una loro “nuova versione a cura di…”. Nel caso dei Veda si continua, ancora oggi, a far riferimento alle prime storiche traduzioni di  Friedrich Max Müller(3), uno dei massimi esponenti del pensiero vittoriano, e Ralph Thomas Hotchkin Griffith(4), un professore di sanscrito figlio di un pastore anglicano. I due, di fronte alle affermazioni troppo esplicite della sposa di Indra e di altri personaggi dei Veda, per non offendere  il comune senso del pudore dell’epoca e non entrare in conflitto con le autorità politiche ed ecclesiastiche, decisero di tagliare i versi giudicati  troppo piccanti(5) e di modificarne altri. C’è da capirli, nell’Inghilterra di quegli anni erano in vigore gli “Obscene Publications Acts” del Barone Coleridge, una serie di leggi che proibivano la pubblicazione di testi e immagini erotiche. Se Max Müller e Griffith avessero tradotto fedelmente le parole di Indrāṇī, sarebbero finiti in galera e le loro opere non sarebbero mai arrivate fino a noi. Il risultato è che i Veda che leggiamo oggi non sono quelli degli antichi yogin, ma sono opera di due brillanti studiosi dell’ottocento che, per ragioni di convenienza hanno  trasformato, tagliato e ricucito i versi originali  rendendone  difficile, se non impossibile, la piena comprensione.








Note:

1  In realtà la versione originale e in sanscrito traslitterato,  la si può trovare su diversi siti internet di cultura indiana: न सेशे यस्य रम्बते.अन्तरा सक्थ्या कपृत् सेदीशेयस्य रोमशं निषेदुषो विजृम्भते विश्वस्मादिन्द्रौत्तरः na seśe yasya rambate antarā sakthyā kapṛt sedīśeyasya romaśaṃ niṣeduṣo vijṛmbhate viśvasmādindrauttaraḥ न सेशे यस्य रोमशं निषेदुषो विजृम्भते सेदीशेयस्य रम्बते.अन्तरा सक्थ्या कपृद् विश्वस्मादिन्द्रौत्तरः na seśe yasya romaśaṃ niṣeduṣo vijṛmbhate sedīśeyasya rambate antarā sakthyā kapṛd viśvasmādindrauttaraḥ 

2  http://www.intratext.com/ixt/ENG0039/_PPN.HTM

3  Friedrich Max Müller, ( 1823 – 1900), filosofo, filologo,storico delle religioni, linguista e orientalista tedesco. è  il fondatore della disciplina della religione comparata. Professore di filologia comparata all’Università di Oxford. La sua opera più famosa è Sacred Books of the East, una raccolta  in 50 volumi di traduzioni in inglese di testi sacri orientali.  

4  Ralph Thomas Hotchkin Griffith (1826–1906), docente di sanscrito al Queen’s College, tradusse inglese il Ramāyāna, il Kumara Sambhava di Kalidasa e i Veda. La sua traduzione del Ṛgveda, con i versi censurati, è tratta integralmente dal sesto volume dell’opera di Max Müller Sacred Books of the East. 

5  Cfr. www.intranet dove dal verso X, 86, 15 del Ṛgveda, si passa direttamente al verso X, 86, 18

lunedì 14 marzo 2016

I NOVE MANDALA DELLO SRI YANTRA



l’Onda della Bellezza” (Saundaryalaharī) è un libricino di 100 paragrafi (śloka ) diviso in due sezioni: la prima formata da 41 śloka (o 35 secondo alcuni commentatori) è chiamata Ānandalaharī ("Onda di Beatitudine") ed è la cronaca della realizzazione di Śaṇkara attraverso la pratica degli insegnamenti tantrici ricevuti dal suo maestro,Gaudapadacarya. La seconda sezione, la Saundaryalaharī vera propria, formata da 59 śloka (o 65 secondo alcuni), è invece il resoconto del cambio di percezione della realtà che fa seguito alla realizzazione,dello stupore che nasce dalla visione della Dea, ovvero dalla trasfigurazione dell'intera manifestazione in Bellezza.  
Ad ogni versetto del Saundaryalaharī sono collegati una posizione, un gesto, un asterismo (una configurazione astrale) ed un diagramma. Al Kadi mantra (paragrafo 32) si accompagna lo Śrī Yantra, un maṇḍala, complicatissimo attraverso il quale viene  trasmessa la Śrī Vidyā (“CONOSCENZA SPLENDENTE”), ovvero la visione dei fili segreti che legano  le posizioni dell’Amore e le sillabe dell’alfabeto,  alla natura ultima della materia e del Cosmo.Se osserviamo l’immagine bidimensionale dello Śrī Yantra (è facile trovarla nei libri di filosofia orientale e appesa alle pareti di scuole e centri di yoga) per prima cosa rimaniamo colpiti dalla sua complessità:


                         


Fig. 1  - Śrī Yantra



A prima vista l’incrocio dei triangoli, nella parte centrale della figura, è inestricabile e pare difficile rintracciarne la logica compositiva,  ma se si osserva con attenzione si vedrà che la strana figura è formata da 9 triangoli, quattro con il vertice in alto, detti “Triangoli di Fuoco”






Fig. 2. I 4 Triangoli di fuoco





e cinque con il vertice in basso detti “Triangoli d’Acqua”.



Fig. 3. I 5 Triangoli d’Acqua





Gli altri triangoli sono prodotti dalle intersezioni dei 9 triangoli principali. Il primo riferimento che possiamo trarre dallo Śrī Yantra è astronomico: ogni angolo dei quattro Triangoli di Fuoco rappresenta una delle dodici fasi solari (mesi), e le dodici costellazioni principali, ogni angolo delle cinque figure con il vertice in basso rappresenta invece una delle 15 fasi lunari, più il centro che è sia la Luna Piena che la luna Nera. Le altre figure (i triangoli che si formano dall'intersecarsi delle linee, i petali dei due fior di loto, le "mura esterne") vanno poi a rappresentare una moltitudine di divinità ed eventi cosmici. Ogni punto,ogni linea dello Śrī Yantra, è una Dea impegnata, di solito, in pratiche erotiche. Tradizionalmente il “Diagramma Splendente” viene  diviso in 9 parti dette “maṇḍala”, "cakra"o “avarana”, considerate le dimore di nove Dee e nove yogini diverse, che svolgono la funzione di Signore  e Governatrici della Casa, e di uno stuolo di esseri divini al loro servizio.Il primo maṇḍala è la cornice esterna (anzi “ le cornici”, che va considerata divisa in tre), che simboleggia sia la manifestazione grossolana, sia il risultati, sul piano fisico, della pratica tantrica.




Fig. 4. Primo maṇḍala: Trilokya Mohana Cakra
 Cakra del Topazio. Rappresenta i 3 mondi (veglia, sogno, sonno profondo) e la possibilità di sciogliere i veli dell’Illusione. La “Signora della Casa” è TRIPURA, la  'governatrice è la Yogini Prakata. Il Mantra  è AṂ ĀṂ SAUḤ L’unità di tempo tempo è di 24 minuti (360 respiri).




Il secondo maṇḍala è invece il fiore di loto a 16 petali, collegato alle 16 nitya e alle sillabe inscritte nel cakra della Gola, che vengono considerate le madri della manifestazione fisica.




Fig. 5. Secondo maṇḍala – Sarvash Paripuraka Cakra. Cakra dello Zaffiro. È legato alla realizzazione di tutti i desideri. La Dea è Tripureshi, la governatrice è Gupta Yogini.
L’unità di tempo è tre ore (2.700 respiri) Il mantra è AIṂ KLIM SAUḤ






Il terzo è il loto ad 8 petali, dove dimora un  gruppo di Dee chiamate anaṅga, parola che significa "SENZA MEMBRA", “INCORPOREO”, ed uno degli appellativi del Dio del Desiderio, kāma. I nomi di queste dee sono, se possibile, ancora più imbarazzanti di quelle del cakra della gola, soprattutto se si fa riferimento alla letteratura erotica indiana: anaṅgakusuma, ad esempio, che potremmo anche tradurre con "FIORE DI FUOCO"  rappresenta il sentimento/energia che genera l'erezione, anaṅga mālinī è l'energia che scatena le orge, anaṅga veginī è l'energia che fa emettere, copiosamente e velocemente, i fluidi vaginali (vega indica sia lo sperma che il fiume).



Fig. 6. Terzo maṇḍala - Sarva Sankshobhana Cakra. Cakra del Crisoberillo (Occhio di Gatto). L’estasi dei sensi. La Signora è tripurasundari. La Governatrice Guptatara yogini. L’Unità di tempo è il giorno (21.600 respiri). Il Mantra HRĪṂ KLĪM SAUḤ





Il quarto maṇḍala è invece costituito dal cerchio dei 14 triangoli che rappresentano i “14 mondi” e le 14 nāḍī principali del corpo umano[1].






Fig. 7. Quarto maṇḍala, Sarva Subhagya Dayak Cakra. Cakra del Corallo. La Dea è Tripura Vasini. La Governatrice Sampradaya Yogini.La forma che presiede la Devi è Tripura Vasini. L’unità di tempo sono le 24 ore. Il Mantra HAIṂ HKLĪM HSAUḤ






Il quinto maṇḍala è il “cerchio dei dieci triangoli esterni”. Le Dee che dimorano in questi triangoli sono collegate alle energie della manifestazione grossolana[2], ovvero l’aspetto evidente dei dieci vayu, o venti, che circolano nei canali sottili.






Fig.8. Quinto maṇḍala, Sarvarth sadhaka Cakra. Cakra della Perla. La Dea è Tripurasri. Le yogini si chiamano Kula Yogini. L’unità di tempo è il giorno lunare (Tithi) dalle 19 alle 26 ore. Il Mantra è HSŚOUṂ HLĪSSKHLOUṂ HSSOUḤ





Il sesto maṇḍala è il “cerchio dei dieci triangoli interni”. Qui dimorano le dieci Dee dei Fuochi vitali,[3] ovvero l’aspetto sottile dei dieci vayu.




Fig. 9. Sesto maṇḍala, Sarva Raksakara Cakra
Cakra di Smeraldo La Dea è Tripura Malini. La Governante Nigarbha Yogini.
Ll’unità di tempo è il Paksha ,i giorni lunari che intercorrono tra la luna piena e la luna nuova.
 Il mantra è HRĪṂ KLĪṂ BLEṂ




Il settimo maṇḍala è quello formato da 8 triangoli ognuno dei quali è la dimora di una delle 8 “Piccole Madri della Parola”, coloro che rendono esprimibili e udibili i suoni degli otto gruppi di sillabe (le abbiamo già conosciute: Vaśinī- vocali, Kāmeśvari- consonanti gutturali, Modini – consonanti palatali,Vimala –consonanti linguali, Aruṇa – consonanti dentali, Jayini – consonanti labiali, Sarveśvari - semivocali, Kaulini - sibilanti).




Fig. 10.  Settimo maṇḍala Sarva Rogahara.Cakra
Cakra del Diamante. La Dea è Tripura Siddhamba. La Yogini Ati Rahasya Yogini. 
L’unità di tempo è il mese. Il Mantra è  HRĪṂ ŚRĪṂ SOUḤ




L’ottavo maṇḍala è il triangolo centrale.I lati rappresentano  i primi suoni emessi dalla Dea (A, I, U), nell'atto di generare le sillabe  dell'alfabeto, e sono chiamati Vāma , o Mahā kāmeśvarī," GRANDE SIGNORA DEL DESIDERIO", Raudrī, "COLEI CHE ACCENDE I FUOCHI" (detta anche mahābhagamalinī , “La Grande Dea che fa Ghirlande con la vagina ") e Jayeṣṭa o Mahāvajrāīśvarī, dove vajrā  indica una particolare abilità della Dea: quella di rendere il pene del suo Sposo duro e resistente come un pilastro. Come abbiamo visto queste tre dee sono identificate con i tre fiumi sacri che “portano a valle” le sillabe dell’alfabeto:Il lato di sinistra  del “Triangolo del Desiderio”è il fiume Sarasvatī, ovvero la Dea Vāma, il lato di destra è il fiume Ganga, la Dea  Raudrī,il lato orizzontale è infine, il fiume Yamuna, la Dea Jayeṣṭa.





Fig.11. Ottavo maṇḍala Sarva Siddhiprada Cakra.  
La Dea è Tripuramba. La yogini Ati Rahasya Yogini. 
L’unità di tempo è la stagione. Il mantra HSRAIṂ ḤSRKLIṂ ḤSRSAUḤ



Il maṇḍala  più interno, il nono, è  il punto centrale, bindu, e simboleggia il fermo immagine  dell’ Isola delle Gemme, con la Dea seduta innanzi al corpo senza vita dello sposo. Il bindu viene considerato la dimora di kāmala-amba-jayati, la "TRIONFANTE MADRE LIBIDINOSA".




Fig. 12. Nono  maṇḍala. Sarvanandamaya Cakra[4].
 Cakra di Rubino La Dea è Maheshvari Mahatripurasundari. La Yogini Rajarajesvari. 
L’unità di tempo è l’anno. Il mantra è KA E Ī LA HRĪṂ




L’insieme delle due figure, il trangolo e il punto, è la rappresentazione bidimensionale del Lingam, o Yoni Lingam, “il Pene del Dio che emerge dalla Vagina della Dea”.






[1] Le  Dee del Cerchio dei 14 Triangoli sono : 1.Sarvasmkshobhini devi, 2.Sarvavidravini devi, 3.Sarvakarshini devi, 4.Sarvaahladini devi, 5.Sarvasammohini devi, 6.Sarvasthambhini devi, 7.Sarvajrumbhini devi, 8.Sarvavashankari devi
9.Sarvaranjani devi, 10.Sarvonmadini devi, 11.Sarvarthasadhika devi, 12.Sarvasampattipurani devi, 13.Sarvamantramayi devi, 14.Sarvadwandwakshayankari devi.

[2] 1.Sarva Siddhiprada devi, 2.Sarvasampatprada devi, 3.Sarvapriyankari devi, 4.Sarvamangalakarini devi, 5.Sarvakamaprada devi, 6.Sarvadukhavimochini devi, 7.Sarvamrityuprasamani devi, 8.Sarvavighnanivarini devi, 9.Sarvangasundari devi, 10.Sarvasoubhagyadayini devi.
[3] 1 Sarvagya devi, 2.Sarvashakti devi, 3.Sarvaswaryapradayini devi, 4.Sarvagyanamayi devi,
 5.Sarvavyadhinivarini devi, 6.Sarvadharaswarupa devi, 7.Sarvapapahara devi8.Sarvanandamayi devi, 9.Sarvarakshaswarupini devi, 10.Sarvepsitaphalaprada devi


venerdì 11 marzo 2016

DANZARE LA VITA




Tratto da "TANTRA LA VIA DEL SESSO", Edizioni Aldenia, Firenze 2015. Parte IV, Cap.III

La vita umana è un percorso che dalla nascita, attraverso una serie di passaggi di stato che chiamiamo infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia, conduce alla morte. I passaggi di stato sono saṃsāra e la morte è nirvāṇa.  Ma la morte non è il contrario della vita, anzi ne fa parte, perché la Vita è l’unica vera Dea e prescinde dall’esistenza individuale. La vera “Liberazione”, o “Illuminazione” consiste nel vivere pienamente la propria esistenza realizzando che l’identità tra saṃsāra e nirvāṇa. il Tantra (e i Veda) non ci dicono nulla di più e nulla di meno.

Saṃsāra  che di solito viene tradotto con “ CATENA DELLE RINASCITE” letteralmente significa INSIEME/CON [saṃ] l´ESSENZA [sāra].  Nirvana che viene tradotto con LIBERAZIONE, significa  SENZA [ nir] MUSICA/VITA  [vāṇa]. Quando sono vivo sono con l’Essenza, ovvero con la Vita, la Dea. Quando muoio non c’è più vita e non si sente più il suono (musica) del respiro. Chi si lega al fantasma dell’ego, e crede che la sua individualità sia un tesoro da custodire e proteggere, soffre della dipartita dei suoi cari (si sente abbandonato e quindi tradito) e dell’approssimarsi della sua. Chi invece si arrende alla Vita, unica Realtà, muore sereno. Nello Yoga Scienza e Poesia si rincorrono l’un l’altra, si avvinghiano, si lasciano e si riabbracciano come amanti vogliosi. Non c’è differenza tra anima e corpo, c’è solo l’Essere Umano.

 Nel leggere il Ṛgveda sono rimasto  colpito dal continuo alternarsi di pianti e sorrisi, dalla leggerezza con cui vengono trattati i moti dell’animo, le gesta eroiche, le profonde riflessioni sulle origini del cosmo. Sono così noiose, al confronto, le nostre attuali erudite disquisizioni filosofiche!
Basta pensare ad Indrāṇī che si lamenta per la scarse prestazioni erotiche del  marito [-“Il cazzo dell’impotente ciondola tra le coscie…”-]. Le parole degli autori dei Veda, leggere e potenti insieme, graffianti e cariche di umori, fanno trasparire un amore infinito per la Dea e per l’Essere Umano.

Il vero saggio danza la vita. Il concetto di base del tantrismo ( e del sapere vedico, ché per me sono la stessa cosa…) è abbastanza semplice:

«Se vuoi vincere la paura della morte e arrivare sereno alla fine dei tuoi giorni, devi comprendere che la Vita è qualcosa di più dell’esistenza individuale”.

Per arrivare alla meta, una morte serena, gli antichi maestri ci danno una serie di consigli pratici, chiamiamole “tecniche operative”, che ruotano intorno a tre parole che paiono personaggi dei fumetti:  

bhakti, bhukti e mukti (1).

Bhakti letteralmente significa «ciò che appartiene a qualcosa d›altro», ma è anche «una linea che divide» o «una porzione di qualcosa».
Bhukti è il «godimento», «l›utilizzazione di qualcosa», ma indica anche «il movimento che un pianeta compie in un giorno solare».
Mukti, che generalmente viene tradotto con “liberazione”, significa “abbandono”, “gettato via”, “spedito”.

Il fine del Tantra (e di tutto ciò che chiamiamo Yoga) è quello di liberarsi della paura della morte (mukti) e di assicurarsi una serena dipartita.  La via più semplice è quella di comportarsi bene, cercando di non far soffrire nessuno, condurre una vita onesta insomma, in modo da non aver nemici che ti rompono le balle quando stai per morire, né sensi di colpa che ti torturano quando il Signore del Tempo bussa alla tua porta. Ma non è che sia una via sempre affIḍabile.

Spesso ci si fanno dei nemici senza saperlo e altrettanto spesso i rimpianti per i “baci che non si è osato dare”, ovvero la soddisfazione dei desideri che ci siamo negati per fare le persone brave, buone e oneste, torturano come e più dei sensi di colpa.  E allora entra in gioco Bhakti, l’appartenenza:

-”Non aver paura, non sei solo, abbi fede in Tizio, Caio o Sempronio e la luce che Egli/Ella/Loro faranno sbocciare nel tuo cuore ti condurrà alla gioia eterna, al paradiso o a una rinascita fortunata”-

Bhakti non è male, perché a chi non riesce proprio ad abbandonarsi al flusso della Dea, cioè  a buttar via la propria identità individuale, far parte di una congrega di eletti o di una comunità di simili appare un compromesso accettabile: nel feticcio che si costruisce, assieme agli altri devoti, si ficcano tutte le qualità positive che l´essere umano può immaginare e si crea un flusso virtuale che, comunque sia, alla fin fine andrà a sciogliersi nel fiume dell’Esistenza, nella Vita.

I problemi nascono quando si comincia a voler affermare la superiorità del proprio feticcio rispetto a quello altrui. L’Ego si annulla sì (parzialmente) nella comunità dei fedeli o degli affiliati, ma a volte si proietta nella comunità stessa, sovrapponendosi al feticcio da adorare. E allora vai con la lotte di religione, le discriminazioni, le sette segrete.

 A volte i risultati della Bhakti sono paradossali, Buddha Shakyamuni, che, ad esempio, nel Kāma la Sutta (2) dà una visione corretta e ispirata dei primi insegnamenti tantrici, finisce con il diventare oggetto di quella devozione contro la quale metteva in guardia i suoi discepoli.

Altre volte gli effetti  sono drammatici. I massacri fatti in nome di Dio, le dispute teologiche risolte a colpi di spada o illuminate dal fosforo bianco sono i crimini più stupidi e orrendi che un essere umano possa compiere.


Note:
1  Le tre parole sono bisillabiche e hanno in comune la parola kti, come śakti, rakti ecc. La sillaba kti indica nello yoga una particolare azione da compiere nella pratica e le sillabe che la precedono sono invece le vibrazioni che provengono, da particolare settori della sfera celeste detti in astronomia Nakshatra. I Nakshatra sono 27 e le sillabe/vibrazioni sono quattro per ogni Nakshatra. In totale quindi abbiamo 27x4= 108 vibrazioni che rappresentano i 108 elementi della fisica vedica.

2  “Non dovete credere nella forza delle tradizioni, anche se sono tenute in grande considerazione per molte generazioni e in molti luoghi; non credete in una cosa semplicemente perché molti ne parlano; non credete basandovi unicamente sulle affermazioni degli antichi saggi; non credete nelle cose che vi siete immaginati pensando che fosse un dio ad ispirarvi; non credete in nulla che si basi solo sull’autorità dei vostri maestri o dei preti.  Dopo averle attentamente esaminate, credete soltanto alle cose che avete sperimentato e trovato ragionevoli, alle cose che faranno il vostro bene e quello degli altri”.  Shakyamuni- “KAMALA SUTTA” - traduzione di Alexandra David Neel. 

mercoledì 9 marzo 2016

IL CANTO DELLA CREAZIONE



Tratto da "TANTRA LA VIA DEL SESSO", parte I, Cap. XV-Edizione Aldenia, Firenze 2015

“Come l’onda di piena porta la vita sulle rive del fiume, Kāma, il desiderio, riversandosi al di là dell’oscurità che tutto avvolge crea il mondo e lo sostiene”.

I testi del Tantra yoga provengono dal Kāmaśastra, le Scritture di Kāma, Dio del Desiderio. E questo ha fatto credere che siano più o meno dei  manuali di tecniche sessuali. Ma si tratta di un equivoco:  sono libri di Arte, di Filosofia e di Scienza. Parlano dell’Essere Umano e del suo rapporto con la Vita e con L’Universo. Per i poeti dei Veda Kāma non è  bramosia dei sensi, ma è il seme della consapevolezza, il Principio di Coscienza che porta a desiderare di conoscere l’Universo, e quindi, in un certo senso a crearlo. L’intera manifestazione è nel cuore dell’Essere Umano, ma può vedere la luce, cioè essere conosciuta, solo grazie a Kāma, il Primo Dio. Prendo un brano dei Veda a cui ho dedicato molto tempo negli ultimi anni , il “Canto della Creazione”.( Nāsadāsīyasūkta 4 - Ṛgveda, X-129) Come riferimento per la traduzione  ho preso quella di una sanscritista tedesca, Maryla Falk (“IL MITO PSICOLOGICO NELL’INDIA  ANTICA” - Adelphi Ed.) L’ho confrontato con varie traduzioni, poi con l’aiuto dei dizionari on line ho provato a ritradurre l’inno per conto mio, parola per parola.  Vediamolo:

1. Non c’era l’Essere allora, né c’era il Non Essere.  Non c’era l’atmosfera né c’era la volta celeste al di là di essa: che cosa nascondeva? E dove? E nel rifugio [intimo] di che? Era forse un oceano il profondo abisso.

2. Non c’era morte allora né immortalità e dalla notte non era distinto il giorno Respirava senza fiato quel qualcosa e al di fuori di esso non c’era nulla. 

3. C’era solo l’oscurità. E tutto Questo era un inconsapevole ondeggiare nascosto dall'oscurità. Quell'immenso che era racchiuso nell'esiguo [spazio del cuore] per la potenza del Tapas (Ardore) nacque. 

4. Al di fuori si riversò all’inizio Kāma, il desiderio. La prima cosa ad essere generata dal Manas (Mente Emotiva). Fu scrutando nel cuore che saggi scoprirono l’identità [il legame] tra Essere e Non Essere.  

5. La corda di questi [mondi] è posta di traverso. Cosa ci fu al di sopra e cosa ci fu al di sotto? Portatori di semi ci furono, e potenze. E al di sotto ciò che basta a se stesso, al di sopra la manifestazione.   

6. Chi sa?  Chi potrebbe dire da dove è sorta questa emanazione? Gli dei stessi sono venuti dopo la sua emissione, chi lo sa, dunque, da dove essa ebbe origine? 

7. Colui che vigila sul creato, anche se avesse disposto lui la manifestazione, forse saprebbe o forse non saprebbe dire da dove  essa[la manifestazione] ebbe origine . 

Il nāsadāsīyasūkta, ”l’inno vedico della creazione”, descrive l’Oceano nero di prima dell’inizio, senza giorno né notte, senza morte né immortalità. Una immensità A-LOGICA racchiusa nello “SPAZIO ESIGUO DEL CUORE UMANO”(!) Ad un tratto senza un come e un perché in quell’oceano si manifesta il desiderio, kāma, la prima cosa ad essere generata dal manas (“kāmas [...] manaso retaḥ prathamaṃ”). La parola manas in genere viene tradotta con mente, ma qui è il nucleo delle emozioni primarie.

L’Universo dei Veda nasce nel cuore dell’uomo insieme al turbinio della passione e del desiderio. C’è una connotazione emotiva che accompagna tutte le fasi della creazione e che, quindi, non può non accompagnare la via dello Yoga. Una via costellata di stupore e meraviglia, scandita dai samadhi, gli stati estatici comuni agli yogin, agli artisti e agli amanti. Per comunicare con l’Universo bisogna essere capaci di liberare le emozioni e di riversare il desiderio dentro di noi e fuori di noi, nei nostri pensieri  e nelle nostre azioni.

 Le lettere dell’alfabeto della creazione sono le emozioni che producono la spinta al godimento sensoriale e da questo vengono nutrite Da questa prima emissione si creano i mondi che sono una corda tesa tra un principio statico (colui che basta a se stesso) e un principio dinamico.

Gli Dei e “Colui che vigila sul creato” (il sole, forse?) vengono dopo, ma neppure loro sanno con certezza da dove provenga la manifestazione. L’inno della creazione del Ṛgveda ci dice che tutto nasce da Kāma, la prima divinità, la più antica di tutte. Il concetto buddista di vuoto creativo, da cui insorgono sia gli Dei che la manifestazione, proviene da questi versi. Non c’è nessuna volontà creatrice, nessun demiurgo e se anche ci fosse al poeta del Ṛgveda non sembra importare più di tanto.

Come l’onda di piena porta la vita sulle rive del fiume, Kāma, il desiderio, riversandosi al di là dell’oscurità che tutto avvolge crea il mondo e lo sostiene. Kāma è il dio dell’inizio e dietro al suo agire non ci sono disegni complicati, ma solo un’infinita gioia creativa, a-logica, a-morale e incomprensibile.
Come la follia d’amore.

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