giovedì 8 novembre 2018

LA VERA STORIA DEI CINQUE TIBETANI


Ricostruzione in studio dell'Himalaya per il film "The Razor's Edge".


La prossima settimana  dovrebbe essere disponibile su Amazon il mio nuovo libro dal titolo "BABAJI e I CINQUE TIBETANI - IL SONNO DELLA TRADIZIONE NEL MERCATO DELLA SPIRITUALITÀ".

Come si comprende dal titolo l'argomento è lo Yoga Tradizionale, ma la prima parte è dedicata agli esercizi per la salute chiamati appunto "Cinque Riti Tibetani". Non è la prima volta che me ne occupo, ma in precedenza ne avevo scritto solo sul blog o su forum di Yoga.
Un libro ovviamente ha un respiro diverso, cosa che mi ha dato la possibilità di trattare l'argomento con più accuratezza. 
Spero che la lettura possa essere stimolante sia per coloro che praticano e insegnano i "Cinque Riti", sia per coloro che ne sentono parlare per la prima volta.
Un sorriso,
P.

LA FONTE DELL'ETERNA GIOVINEZZA



Dopo l’enorme successo di “Orizzonte Perduto” gli Studi hollywoodiani si misero alla ricerca di storie simili. La maggior parte delle pellicole non ebbe fortuna. Alcune, come “Il Filo del Rasoio” del 1946, tratto da un romanzo di Somerset Maugham, ebbero invece un buon riscontro di critica e pubblico. Il plot è simile a quello di Orizzonte Perduto, con un mix di storie d’amore, esotismo e una spruzzata di filosofia orientale, ma è sviluppato in chiave più “intimistica” ed esplora temi religiosi e filosofici che il Film di Frank Capra sfiorava appena.
Il protagonista, aitante rampollo della ricca borghesia americana, in piena crisi esistenziale, lascia la ricca fidanzata e, dopo aver fatto il minatore in Europa, finisce in India, dove grazie agli insegnamenti di un santone da fumetto raggiunge l’illuminazione in una specie di baita svizzera misteriosamente comparsa sull’Himalaya.
“The Razor’s Edge” ebbe un discreto successo di cassetta soprattutto grazie ai due protagonisti, Tyron Power e Anne Baxter) e vinse un Oscar e due Golden Globe.
Molti altri film sullo stesso tema restarono sulla carta. Tra questi una sceneggiatura del giovane scrittore Peter Kelder sul tema della Fonte dell’Eterna Giovinezza.
Lo script fu rifiutato dai produttori perché pur essendo sfacciatamente ispirato a “Orizzonte perduto”, era privo degli ingredienti indispensabili per piacere al pubblico americano: non c’erano né storie d’amore contrastate né morti misteriose.
La storia, a dir la verità era piuttosto banale:

“Il colonnello Bradford, un ufficiale dell'esercito britannico in età da pensione, curvo e malato, si ritrova in un misterioso monastero tibetano, dove alcuni misteriosi monaci gli svelano il misterioso segreto dell'eterna giovinezza. Il colonnello torna in occidente, ma non lo riconosce nessuno, dimostra 30 anni di meno, è dritto come un fuso e gli sono pure ricresciuti i capelli. 

Nel 1939 Kelder trasforma la sceneggiatura in un libro e lo chiama "The Eye of Revelation". Pure questo, pubblicato da the New Era Press of Burbank, California 1939, è un flop, ma il nostro eroe non si dà per vinto,
Nel 1946, aggiunge dei capitoli, mette in evidenza l'aspetto salutistico e aggiunge un sottotitolo seducente: "Ancient anti-aging secrets of the five tibetan rites"


Copie delle prime edizioni del libro di Kelder recuperate dall’antiquario jerry  Watts, titolare di “Jerry’s Rare Book” Fonte: http://jr-books.com/index.html

Il libro, pubblicato stavolta da Mid-Day Press, Los Angeles 1946, non è quel che si dice un capolavoro cade nel dimenticatoio fino agli anni ‘80. Siamo nell’ epoca delle "Profezie di Celestino", dello Yoga Non Yoga di Esalen e della “Consapevolezza” venduta un tanto al chilo.


L’antiquario, Jerry Watt, ritrova per caso l'unica copia rimasta dell'edizione del 1946, la legge e ha un’illuminazione: “The Five Tibetan Rites of Rejuvenation", nuovo titolo del libricino, diventa un best seller, e i “Cinque Riti Tibetani”, in realtà, probabilmente, esercizi tratti dalla routine di fitness degli attori hollywoodiani degli anni ’30, con l’autorevolezza che deriva dall’etichetta di “antico sapere tibetano” spopolano nelle palestre e nelle scuole di Yoga, senza che nessuno si chieda niente della loro origine e dei motivi della loro decantata influenza sul sistema endocrino.
Jerry Watt è un abile commerciante, sa che nell’epoca di Internet basterebbe fare una ricerca su Wikipedia per scoprire che il Colonnello Bradford è un personaggio letterario nato dalla fantasia di uno sceneggiatore poco talentuoso, e così sul suo sito, http://jr-books.com/, per dare credibilità alla favola dei cinque tibetani, spiega che in realtà Bradford è uno nom de plume di Sir Wilfrid Malleson, un generale della British Indian Army noto per le sue attività di spionaggio in Iran e in Afganistan durante la guerra di Crimea e la prima guerra mondiale.
Malleson non è certo un esempio di salute e longevità:
A 54 anni lascia l’esercito proprio per motivi di salute e muore nel 1946, all’età di 80 anni per un cancro alla gola ma questo non è un problema per Watt che, forte di una fotografia, tratta da Wikipedia, che ritrae Malleson da giovane, lo identifica con il personaggio inventato da Kelder.


Wilfrid Malleson. Fonte: en.wikipedia.org/wiki/Wilfrid_Malleson#/media/File:Malleson-i-413x600.jpg



Ecco cosa scrive Jerry Watt sul suo sito:
“I believe that Sir Wilfrid was the "Colonel Bradford" mentioned in the Eye of Revelation as the person who brought the Five Rites to the West. In the UK, David was just finishing my reprint edition of The Eye of Revelation, when he read that there was no known photograph of Sir Wilfrid.  Surprised, David looked up at the window sill and gazed at his wife's photograph of the thrice knighted British Army officer.  His wife, you see, is the Granddaughter of Sir Wilfrid Malleson, and her photo may very well be the only surviving photograph of him. David and Susan emailed me and I subsequently spoke with them on the phone.  They are warm-hearted and down-to-earth folks.  No cookout would be complete without them.  They provided more information about Sir Wilfrid:
A life-long smoker, Malleson died in 1946 of throat cancer, something the Rites probably cannot protect against.
He was married twice.  He had six sons by his first wife, but no children by his second, Lady Mabel. Susan's father, Malleson's son, was born in Kashmir.  This places Sir Wilfrid in the same district of the Himis monastery where he could have learned of the Tibetan monks practicing age reversal.  It was this information that later lead him tosearch for the "Five Rites" monastery. Even though Susan never knew her Grandfather, she took care of Lady Mabel who lived with her family for a time.
Lady Mabel, for reasons unknown, destroyed a priceless artifact of Sir Wilfrid's: a 20 volume, leather bound set of a life-time of photographs that Sir Wilfrid took of the various places where he served during his career.  These albums would have told us so much about him and his career; and perhaps there were even photographs of a certain Tibetan monastery. David and Susan forwarded me the photo at the right. It is undated but my guess is that it was taken around 1904-1910, the time when he served on Lord Kitchener's staff as head of the Intelligence Branch of the Indian Army.  There were numerous scratches and marks on the photo which I repaired in Photoshop.  There is a ghost image on the right-hand portion of the photo.  My understanding is that this photo was kept on a window sill and the ghost image appears to have been caused by the reflection of sunlight from a white lace curtain. There is a "haunted" quality to Sir Wilfrid's eyes. They are very intelligent but also strangely sad, perhaps due to the horrors a soldier must sometimes face.  That he is dashing and handsome is unquestionable.  Colonel Bradford never looked better.”[1]

Su internet non si trovano notizie su Jerry Watt, l’inventore effettivo dei “Cinque tibetani”, ed esiste una sola foto, risalente al 2010, pubblicata sul suo sito “Jerry’s Rare Books”, in cui si vede un ometto con l’espressione furba, miope, con la faccia rubizza di chi, probabilmente, non disdegna l’alcool, e una nobile calvizie evidenziata dal “riporto” di capelli un tempo biondi.


Secondo la didascalia, Jerry nella foto avrebbe poco più di sessanta anni. Mi viene spontanea una domanda: come mai il più grande conoscitore al mondo dei “Cinque Riti Tibetani”, la Segreta Fonte della Giovinezza, ha un aspetto così poco salubre?
Le risposte plausibili sono solo tre:
1)    Prima di scoprire la “meravigliosa arte del ringiovanimento” rivelata da Kelder era in condizioni pietose.
2)    Si è dedicato con tale fervore alla diffusione dei “Cinque Riti” da non aver tempo di praticarli personalmente.
3)    Quella del magico potere di ringiovanimento dei Cinque Riti è un balla.

La mia esperienza di maestro di yoga sessantenne mi spingerebbe a dare credibilità alla terza ipotesi, ma non posso certo trascurare il successo clamoroso della tecnica rivelata da Kelder e Watt e le numerose testimonianze sulla sua efficacia.
Sulla copertina dell’ennesima riedizione del libro dei Cinque riti, intitolata “Ancient Secret of the Fountain of Youth campeggia ad esempio una testimonianza illustre, quella di John Gray.



Chi è John Gray?
Uno yogin?
Un maestro spirituale?
Un medico?
Niente di tutto questo…John Gray è un saggista statunitense famoso per essere l’autore del Best Seller “Men are from Mars, Women are from Venus”, un saggio degno de “La Posta di Donna Letizia”, che si presenta come un interessante mix di banalità e buon senso comune.
A parte un pizzico di invidia (venti dei miei libri vendono in un anno quanto “Men are from Mars…” in mezzora) non ho niente contro Gray, ma insorge spontanea una seconda domanda:
Perché il rubizzo Watt mette in copertina la testimonianza di un saggista completamente digiuno di yoga e derivati e non interpella, che so, il Dalai Lama, Bikram o Shiva Rea?
Possibile che il Dalai Lama e i più famosi maestri contemporanei di Yoga non siano interessati alla rivelazione di un millenario segreto dello Yoga tibetano?



 





martedì 23 ottobre 2018

COINCIDENZE (NON) SIGNIFICATIVE: DHAMMAPALO E IL RACCONTO DELL'ESPERIENZA


Domenica scorsa è cominciato il nuovo biennio di formazione di Citra Yoga (www.madreterraitalia.it). Arrivato a casa ho trovato un messaggio del mio vecchio amico Bhante Upali, oggi Dhammapalo. Non lo sentivo da anni, pensavo che fosse in Sri Lanka, invece ho scoperto che molto probabilmente,tra breve. verrà in Veneto, a Padova o Venezia.
Bhante Upali è l'artefice di una delle esperienze più bizzarre (leggi straordinarie) della mia vita.
Era il 2012 (credo) e stavo andando a Rivoli per far visita ai miei genitori , entrambi malati.
Alla stazione arriva mia sorella, trafelata come suo solito che mi dice "dai ti porto a Collegno, ci sono i monaci tibetani e so che sono tuoi amici".
In realtà si trattava di una manifestazione inter-religiosa presentata da un monaco Theravada, Bhante Upali appunto.
Per un'ora fu una noia mortale, poi ci permisero di avvicinarci ad uno stand in cui erano esposte le "reliquie sacre", una serie di palline di sostanza organica di vari colori (bianche , gialle, rosse) che i tibetani chiamano Ringsel. Non si sa bene cosa siano, forse gangli linfatici, ma pare certo che emergano dai resti terreni degli illuminati dopo la cremazione.


C'erano i Ringsel di Tsong kapa e Milarepa, e quelli di di Padmasambhava e della sua consorte Yeshe Tsogyal, di cui si potevano anche vedere e sfiorae dei brandelli delle vesti di broccato ed una lettera scritta di suo pugno, con una calligrafia svolazzante e incredibilmente moderna.
Roba interessante non c'è che dire, ma mi puzzava un po' di supermercato della spiritualità.
Poi arrivò una monaca gelugpa dal passo incerto. aveva in mano, semicoperto da un panno rosso, una specie di grosso cavatappi d'oro (un chorten, uno stupa in maniatura) alla cui base era incastonata una specie di tazza di cristallo contenente delle palline bianche perfettamente sferiche: le reliquie di Buddha. 
Muovendosi con una cautela che a me pareva eccessiva, la monaca consegnò a Bhante Upali il cavatappi e lui, che pareva emozionato, chiese se tra il pubblico ci fosse qualcuno che voleva essere iniziato alle reliquie del Buddha che, secondo lui, avevano un potere terapeutico.
Mi misi in fila, e quando fu il mio turno Bhante mi poggiò sulla testa il chorten recitando prima il mantra di Shakyamuni e poi quello di Tara Verde.
Li recitai anch'io  mentre mi metteva al polso il cordoncino colorato delle iniziazioni buddhiste.
Lo salutai con le mani giunte e poi...poi più niente.
Per diversi giorni rimasi in uno stato che non so definire. Ricordo che una specie di colonna di vuoto che mi trapassava, dalla fontanella al perineo ed una sensazione,intensa, di felicità, una sensazione tattile.
Mi pareva che uscissero raggi dorati dalla pelle e avevo la folle idea che il mio corpo potesse espandersi all'infinito. Mia sorella, dopo, mi disse che sembravo un po' scemo, in quei giorni. Mi fissavo a guardare una foglia, una nuvola o una pietra con un sorrisino da ebete.


Qualche mese dopo provai un'esperienza di eguale intensità all'Ashram di Babaji al Cisternino.
Rupchand, un bramino che all'epoca si occupava dello Shop, durante la cerimonia del Guru Purnima mi fece meditare, in solitudine, sul bastone e sulle paduka ("ciabatte") appartenuti ad Haidhakhan Baba.
Nei giorni successivi successero cose che definirei paranormali (per fortuna c'erano dei testimoni che  ripresero con foto e video gli eventi, altrimenti avrei pensato ad uno stato di allucinazione).

I due episodi mi mandarono un po' in crisi, non solo perché davano uno schiaffo alle mie credenze, ma, soprattutto, perché non riuscivo a trovare un modo adeguato per esprimerle.

Tempo prima su suggerimento di quello che definivo, all'epoca "il mio riferimento tradizionale", avevo cominciato a condividere ciò che avevo sperimentato e studiato nella mia vita di yogin e di ricercatore.
 
Tra blog, forum e dispense per gli allievi ho scritto più di diecimila articoli.
Ho pubblicato una ventina di libri. 
Il tema è sempre lo stesso, ma negli anni ho cambiato più volte la mia visione dello yoga, del tantra, dell'essere umano.  
Quell'anno l'incontro prima con Bhante Upali e le "sacre reliquie" del Buddha  e poi con Babaji di Haidakhan, produssero, in me e nella mia maniera di intendere la pratica, una rivoluzione copernicana. 
Col tempo operai una specie di scissione da un lato lo yoga che definisco exoterico, con la ricerca sui testi tradizionali, lo studio dei miti indiani, della storia dei vari stili, dei mantra, delle posizioni...E dall'altro lo yoga  che definisco esoterico: qualcosa di più intimo, riservato in genere solo a me, a Laura, la mia compagna, e ai fratelli del Gruppo Vedanta.

Domenica, la coincidenza (non) significativa dell'inizio dei nuovi corsi di formazione e del ritorno di Bhante Upali (oggi Dhammapalo), mi ha dato dapensare



Ho ripreso in mano vecchi scritti, testimonianze di quarant'anni di esperienza nello yoga e mi sono chiesto se i milioni di parole che ho scritto abbiano una qualche utilità. 

La testimonianza è sempre letteratura, e chi fruisce della testimonianza altrui si trasforma spesso in critico letterario.

Mi è capitato spesso, spinto da un qualche impulso interiore o chissà dalla voglia di stupire e di esibirmi, di raccontare in pubblico episodi anche intimi, che hanno indirizzato o stravolto la mia vita. 
Ho cercato di dare parole a ciò che ha suscitato, e ancora suscita in me stupore e meraviglia. 
Ma il "dare parole" ad un'esperienza" è sempre letteratura.
Col tempo il racconto (che rimanga fedele a se stesso o si arricchisca di nuovi particolari è lo stesso) diviene non resoconto dell'evento, ma testimonianza della testimonianza. 
Il punto focale diviene il raccontare e pur mantenendo, almeno in parte, la fragranza della verità, si smarrisce il succo dell'esperienza e quindi il suo potere evocativo 
Immagini suggestive come "La Dea nuda", "i Veli strappati", Il "deserto silenzioso" a son di ripeterle vengono snaturate. 
Se si parla di yoga (solo yoga ,senza distinzioni) si parla di qualcosa di pratico di qualcosa che ha "degli effetti oggettivi"reali. 
Come è scritto negli Śiva sutra "il proseguire del cammino è permeato di meraviglia", e dove vengono a mancare lo stupore e la meraviglia ci si trova in un luogo di stallo. 
La Dea è la Vita e si esprime attraverso una serie di poteri ai quali gli antichi davano i nomi di Numi, Asura, Deva o Kami.
Che questi dei e le loro gesta siano considerati processi psicologici o immagini fantastiche o frutto di alterazioni mentali poco importa. 
Ascoltare il linguaggio degli dei e riviverne le gesta è esperienza che suscita meraviglia. 
Se la Dea, la Vita , si esprime attraverso l'incarnazione dei suoi poteri, i veli che indossa impediscono la comprensione, diretta, di quei poteri. 
Ma talvolta si creano delle fenditure. 
La veste Le scivola dalle spalle mostrando il lampo di un seno nudo.
Oppure, senza malizia, la solleva mostrando cosce incredibilmente lunghe e snelle. 
Se si sta in campana, pronti a sfruttare tutte le opportunità , pur senza spogliare la dea, dagli sguardi rubati ci si può anche fare un'idea del suo corpo nudo. 
La visione della bellezza della Dea è devastante. 
Uno tsunami che spazza via idee, credenze e a volte, l'intera storia di una persona. 
Come le increspature del mare sembrano risucchiate dalla grande onda, la visione della Dea è la modificazione della mente (citta) che spazza via le altre modificazioni. 
Dopo la grande onda, il mare si placa. 
Sulla spiaggia cala il silenzio. 
L'insegnamento della Dea arriva, inatteso, nel silenzio ineffabile che segue la grande onda. 
Si può raccontare la grande onda, e le nostre parole desteranno interesse, magari ci applaudiranno. 
Qualcuno, suggestionato da esperienze non sue si scoprirà maestro o grande iniziato, ma se si perde il seme del silenzio la testimonianza rimarrà letteratura o si farà critica letteraria.
Il profumo della Dea è inconfondibile. 
Non si può fingere di sentirlo o raccontare, mentendo od illudendosi, di averlo sentito: è un profumo che trasfigura, magari per un attimo. 

Non ci si può neppure fidare dei ricordo, ché il ricordo è anch'esso letteratura,. 
Forse dovremmo usare un'altra parola, un altra lingua, perché il profumo della Dea è eterno per chi è senza tempo, ed evanescente per chi è nel tempo e nel rinnovare il racconto perde progressivamente l'aroma, sfumando fino a rimanere sterile nostalgia del ricordo di Sé.
La parola deve essere viva e la parola viva ha cuore, visceri ed organi genitali...
Ed è questo che si deve insegnare ai futuri insegnanti di yoga: la lingua della Dea.




martedì 9 ottobre 2018

IL PENSIERO DEBOLE, LA CENSURA E ALTRE STRANEZZE


Negli ultimi giorni mi sono accadute delle cose divertenti, sciocchezzerie, come le chiamavo un tempo, ad indicare una serie di eventi, per lo più futili, che si collegano l'un l'altro assumendo significati impensabili, per noi e gli altri,  ad insegnarci quanto la vita,  sia dominata dalle coincidenze e, se esiste un senso o un disegno del destino, questo non sia alla portata delle nostre menti limitate.

Il termine sciocchezzeria faceva parte della "Teoria della Balla Cosmica" che, tra il serio e il faceto, avevo messo a punto negli anni '90 insieme ad un amico pittore, U-Box. La nostra idea, nata sulle spiagge oziose d'agosto, ad Ansedonia, si basava su un unico postulato: "Le credenze filosofiche e religiose dell'uomo nascono da un evento mal interpretato o da una  balla colossale ("cosmica") che passando di bocca in bocca acquisiscono, inspiegabilmente, autorevolezza e, quindi, la patente di veridicità". 

Si trattava di un giochino estivo, illuminato, a dire il vero, da lampi di autentico e geniale "cazzeggio creativo", ma spesso ci portava a riflessioni, almeno per noi, per nulla "sciocche".

Ma veniamo agli eventi degli ultimi giorni.
In apparenza non son degni di nota, ma se li metto assieme, uno dopo l'altro, e metto in calce le reazioni di amici e conoscenti, ne viene fuori uno spaccato del momento attuale che  merita, secondo me, ben più di uno sguardo divertito o una fragorosa risata.

Cominciamo dalla fine.
Ieri mattina ho ricevuto, per mail, una notifica di Facebook. Qualcuno aveva segnalato alcune foto che avevo messo sul mio profilo, come "immagini di nudo integrale o contenenti espliciti riferimenti all'atto sessuale" per cui il mio account era stato sospeso.

"Nudo Integrale?", "Espliciti riferimenti all'atto sessuale?".
Maddai!!!

Sono andato a controllare ed in effetti il mio account era stato bloccato, nel senso che non potevo più condividere, modificare e commentare, ma le foto "dello scandalo" stranamente, erano ancora lì, perfettamente visibili.
Probabilmente gli algoritmi di Facebook, per una sorta di cibernetico pudore, si erano rifiutati di censurare le immagini.
Anche le macchine hanno paura del ridicolo.
Si tratta di foto che mi ha scattato Laura per un libro, in preparazione, sullo 
haṭhayoga tradizionale. 
Come facciamo sempre, abbiamo pubblicato le foto sui social per "tastare il polso", ovvero vedere le reazioni di amici e conoscenti (i nostri amici di Facebook, per il 90%, sono maestri e praticanti di  Yoga, Danza e Arti marziali...)

Si tratta della prima parte (le foto sono una cinquantina, ne abbiamo pubblicate solo sei) di una sequenza di posizioni ispirate ad un vecchio libro su Krishnamacharya.
Per farle abbiamo allestito un po' la scena (legno sul pavimento e alle pareti, incenso, candeline new age, cuscini  e statuette indiane) ed io ho rispolverato il costumino di cotone indiano che indossavo negli anni '90, quando, come esperto occidentale di haṭhayoga, mi esibivo insieme ad un gruppo di maestri orientali in siti archeologici e nei teatri.



Fu una  esperienza entusiasmante: nel 1998, finanziati da una fondazione californiana ("Mysteries of the World") ci esibimmo anche al B.A.M di New York, allora tempio della danza e del teatro d'avanguardia...

Ma non divaghiamo.
Nelle foto, come si può facilmente constatare sul mio profilo F.B. e su Instagram), decisamente non sono nudo e l'idea che per qualcuno  la postura del Loto o Nauli (una tecnica di auto-massaggio che si pratica "risucchiando gli addominali") possano implicitamente o esplicitamente richiamare una qualsiasi attività sessuale mi sembra troppo assurda per essere vera.
Tanto è vero che dopo poche ore FB ha "riabilitato" il mio account e ha presentato pubblicamente le sue scuse:
"Siamo spiacenti per la confusione. Abbiamo esaminato nuovamente la tua foto e abbiamo stabilito che rispetta i nostri Standard della community. Ti ringraziamo, il tuo feedback ci aiuterà a migliorare".


Per quale motivo qualcuno ha segnalato le foto (mai oscurate, lo dico per rendere onore a FB), provocando, seppur per poche ore, l'automatica sospensione del mio account?
La risposta più ovvia è "Boh!", ma se ci si vuol divertire a fare congetture le ipotesi credo si riducano a tre:

1 - Un errore (qualcuno ha cliccato per sbaglio su "segnala la foto" anziché su "mi piace".
2 - Uno scherzo.
3 - Un dispetto.

L'episodio, in sé è assolutamente irrilevante,  le cose più interessanti sono venute dopo che Laura, come autrice delle foto, ed io, come soggetto, abbiamo dato notizia sui social dell'avvenuta censura abbondando in emoticon sghignazzanti. 

Ecco alcuni dei commenti pubblici che abbiamo ricevuto:
Manolia_15: "Assurdo".
faunoluperco: "Il puritanesimo americano: Facebook rileva i nudi anche di statue e quadri".
Lorenzo.tranquilli: "Questo è quello che succede quando si è talmente miopi da non vedere l'arte, la poesia e la gentilezza delle cose."
Catherinebarraovied: "Increible...".
Prema Ma Deva: "La mamma degli str..zi è sempre incinta e partorisce di continuo".
Simona Puttini: "Fb è bacchettone, purtroppo se qualcuno segnala ti punisce. Mi spiace".
Fabrizia Celeste Luciani: "[...]Il vecchio mondo sta morendo, quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri. Antonio Gramsci".

Maria Luisa Carrer: "Incredibile".

ecc. ecc...



In privato R.I., un amico complottista la spara grossa:  parla, ovviamente, di "un complotto  ai  danni di Paolo ordito dal sistema che vuole annichilire una voce libera nel paludoso mondo internettiano!" .

Come si è visto dalle scuse pubbliche Facebook e il Sistema Imperialista delle Multinazionali c'entravano poco, ma sarebbe bastato pochissimo per accendere la miccia e lanciare una campagna contro il nuovo puritanesimo internettiano...

Quelli che mi hanno colpito di più sono una serie di messaggi e mail private, tutti dello stesso tenore, che, secondo me (noi) sono assai interessanti.
Si tratta di scritti che rivelano come una corrente di pensiero un tempo minoritaria, quella del "Pensiero Debole", stia prendendo il sopravvento.

Ne scelgo uno per tutti.
Si tratta di  una mail molto affettuosa e molto ben scritta (mi permetto di commentarne pubblicamente dei passaggi dopo aver risposto in privato) in cui B.M. amico e allievo da 15 anni mi dice "che posso sempre contare su di lui", che dalla "malinconia che emerge dalle mie parole e dalle immagini che abbiamo postato ha capito qual'è il mio stato d'animo e che bisogna sempre accettare i cambiamenti" Secondo lui il mio mostrarmi nudo esprime la mia "necessità di liberarsi dai condizionamenti e dalle catene" che mi sono creato "un afflato di libertà che suona per gli altri come una provocazione spingendoli a prese di posizioni anche dure, ma giustificabili".

Non so se è chiaro: B. (e gli altri, non pochi, che mi hanno inviato messaggi simili) persona assai sensibile e intelligente, amico da 15 anni, ha interpretato le espressioni e il colore delle foto e gli eventi direttamente o indirettamente causati dalle foto senza curarsi dei fatti, ma inserendoli in una interpretazione "psicologizzante", pur senza essere psicologo, e traendo delle conclusioni che non hanno niente a che vedere con i fatti. 
Secondo lui le motivazioni che hanno condotto Laura e me a fare le foto e l'ignoto utente FB a segnalarle  come pornografiche, non sono né quelle dichiarate né quelle plausibili, ma sono motivazione "inconsce" provocate dalle mie motivazioni inconsce.

Lo so che sembra normale.
E so anche che le mie riflessioni possano sembrare futili, ma credo che quella di B. sia una tendenza, affine a quella complottista, alla quale sarebbe meglio dedicare uno sguardo non fuggevole.

Fate attenzione: Non è normale interpretare ogni evento solo dal punto di vista dei significati reconditi, sembra normale. 
Sembra normale solo ai nostri giorni, da quando trascinati dal Main Stream siamo diventati tutti semiologi, psicologi e sciamani. 
Interpretare la realtà è diventato più importante che viverla, la realtà.
Se trovo una bellissima rosa rossa per terra, non penso "Oh che bella rosa!" e non cerco neppure di godere del suo profumo,
Automaticamente cerco una motivazione profonda, un collegamento con eventi del passato o realtà oniriche, perdendo di vista la rosa rossa ed immergendomi in una condizione di sogno ad occhi aperti.
Interpreterò cioè un evento casuale e normale come un medico interpreta un sintomo più o meno visibile.

La teoria, di U.Box e mia, della balla cosmica era figlia della corrente del "Pensiero Debole", nata negli anni '70, che intendeva opporre alla Ragione (Logos) su cui si erano fondati i grandi movimenti politici e filosofici del XVII I e del XIX secolo, il potere dell'intuizione.
Nel 1979 uscì, in Italia il manifesto del Pensiero Debole , "La Crisi della Ragione" una raccolta di brevi saggi in cui il fior fiore della filosofia italica (da Gargani a Massimo Cacciari) abiurava Kant, Hegel e l'Illuminismo ed esaltava Sherlock Holmes e il critico d'arte Morelli (Lermolieff) in quanto maestri dell'interpretazione dei segni.




Quarant'anni dopo "La Crisi della Ragione" e trenta dopo la "Teoria della Balla Cosmica", gli italiani, da popolo di navigatori, santi e allenatori di calcio, si sono trasformati in una moltitudine di semiologi, psicologi e sciamani.

Si tratta di un fatto di costume, irrilevante da certi punti di vista, come irrilevanti sono il fatto della censura  delle nostre foto e le mail dei nostri conoscenti.

Ma visto che ci occupiamo di Yoga, e di Yoga & derivati si occupa la maggior parte dei nostri amici, la faccenda acquista  tutt'altra valenza.
Uno degli scopi dello Yoga è quello di discriminare tra reale ed irreale.
Reale è ciò che riguarda l'Essere.
Irreale è ciò che "Non" esiste.
Esempi di irrealtà, nei testi classici, sono la lepre con le corna e il figlio della donna sterile. Cose  impossibile o così poco probabili, secondo i maestri antichi, da non meritare attenzione alcuna.
"Non scambiare la corda per il serpente!" ammoniscono i maestri advaita, a significare che bisogna imparare a discriminare tra ciò che è Reale e ciò che è frutto dell'incessante lavorio della mente.

Bene, il piccolo, irrilevante episodio che riguarda le nostre foto e i commenti degli amici mi pare un classico esempio di come, oggi, molti praticanti di Yoga & derivati, interpretino gli insegnamenti classici alla rovescia e si impegnino nel tentare di trasformare la corda in serpenti, fiori e gioielli dai mille colori.

Pensateci, tutte le volte che osservando un fenomeno naturale o il sorriso di un'amica vi viene la tentazione di interpretarlo in base ad una delle mille e mille teorie psicologizzanti oggi in voga.
La pioggia è pioggia, la rosa è una rosa, un sorriso è un sorriso.
Punto.
Il resto è il sogno sognato da un sogno.

   





   



 


  



venerdì 5 ottobre 2018

CORPO, PAROLA, MENTE - LA TRADIZIONE COME ANTIDOTO ALL'IGNORANZA IMPERANTE





" ....meglio identificare l'io con il corpo che con la mente, perché il corpo può durare uno o due o cento anni, mentre quella che chiamiamo mente o pensiero o conoscenza appare e scompare in perenne muta-mento. Come la scimmia che gioca nella foresta afferra un ramo e poi lo lascia per afferrarne un altro, così quella che chiamiamo mente, pensiero o conoscenza appare e scompare in perenne mutamento, giorno e notte [...]" 


Shakyamuni -"Samyutta Nikaya"


Recentemente ho sentito dei colleghi insegnanti di Yoga discriminare tra pratica fisica e pratica mentale o meditativa, asserendo che, in qualche modo, il lavoro sul corpo va posto su un piano inferiore rispetto al lavoro sulla mente.

La cosa mi ha sorpreso assai.
Pur nel doveroso rispetto delle opinioni altrui mi trovo costretto a dissentire fermamente.
Il concetto del corpo come una prigione dell'anima o un "inutile sacco pieno di sangue, feci e urina" appartiene alla filosofia occidentale.
Era Plotino a pensarla così, non certo gli orientali.
Credenze simili esistono anche in India, dove l'influenza greco-romana è stata assai forte, ma sono limitate agli Smarta shankariani ed alcune frange nichiliste del buddhismo theravada.

Il corpo, ancorché impermanente, è il tempio di Dio, il veicolo grazie al quale l'Essere può esperire la vita umana.

Il corpo è sacro e, facciamo attenzione, nel buddhismo e nell'Induismo la mente e le emozioni a lui sono legate, al corpo impermanente, e, a prescindere dalle credenze di neofiti che mal hanno digerito gli insegnamenti tradizionali, scompaiono con la morte, assieme allo sguardo, al sorriso e al colore dei capelli.

Questa divisione tra corpo e mente, tra addestramento fisico e meditazione, sta facendo dei danni a tutti i praticanti di Yoga, creando delle fazioni tra estimatori dell'atletismo e agguerriti spiritualisti.

Il tutto in barba agli insegnamenti tradizionali che descrivono l'essere Umano come l'insieme, indivisibile e interconnesso, di Corpo, Parola e Mente.

Chi ha mal recepito il māyā vada di śaṅkara, che noi chiamiamo advaita vedanta, crede che la realtà "grossolana" sia una mera illusione, un gioco di specchi creato dalla mente, ignorando il fatto che śaṅkara non parla di illusione, ma di "apparenza fenomenica". Il definire Reale ciò che è permanente, come si fa nel buddhismo e nell'advaita occidentali, non significa asserire che la vita quotidiana sia "irreale", semplicemente è "impermanente, mutevole e la sua esistenza reale consiste appunto nel suo continuo trasformarsi.

Credo sarebbe opportuno, per gli insegnanti e i praticanti esperti, lasciar perdere i moderni guru autoproclamati e i loro libri pieni di brillanti perifrasi ad effetto, per affrontare i testi antichi cercando di capire cose effettivamente volevano tramandarci Buddha, 
śaṅkara e gli altri grandi maestri.

Tradurre, studiare, riflettere e confrontarsi con gli altri maestri e praticanti esperti, questo, secondo me, dovrebbero fare gli insegnanti odierni.
Me compreso.

Comincio io, descrivendo la mente secondo ciò che credo di aver capito del concetto di mente nel buddismo tibetano, nella speranza che qualcuno intervenga e cominci una sana discussione:

-LA MENTE NEL BUDDISMO TIBETANO


Per indicare la mente gli yogin tibetani usano tre parole diverse: 
SémsYid e Lo (blo).

Tutto ciò che riguarda le capacità di immaginare, classificare, discriminare, il rimanere impressionati dagli impulsi esterni o al contrario essere distaccati, essere agitati, calmi, distratti ecc. è riferito alla mente Lo che in sanscrito potrebbe essere tradotto con Manas.




yid è invece l'intelletto puro, l'intuizione che arriva come una sciabolata di luce improvvisa, la capacità di deliberare decidere, senza scelta, senza ragionamenti sui pro e i contro...

Sèms è il principio vitale, la caratteristica di tutti gli esseri viventi.

Il principio coscienza che passa di corpo in corpo e di vita in vita per la teoria della reincarnazione, è detto Namshés considerato sinonimo di Séms ma che non gli corrisponde completamente.

Namshés è quello che in India è definito Jiva.

La meditazione serve a comprendere la natura di  SémsYid e Lo  e il loro rapporto con l'esistenza fisica.

Dice Buddha (Samyutta Nikaya):

" ....meglio identificare l'io con il corpo che con la mente, perché il corpo può durare uno o due o cento anni, mentre quella che chiamiamo mente o pensiero o conoscenza appare e scompare in perenne mutamento.
Come la scimmia che gioca nella foresta afferra un ramo e poi lo lascia per afferrarne un altro, così quella che chiamiamo mente, pensiero o conoscenza appare e scompare in perenne mutamento, giorno e notte [...] "

Cosa significa?
Gli strumenti dell'essere umano, per lo Yoga, sono corpo/parola/mente, anzi l'essere umano è corpo/parola/mente.
In assenza anche di uno solo dei tre fattori (principi o elementi), che hanno caratteristiche diverse, non si può parlare di "Essere Umano".


L'unica Realtà "permanente" per i tibetani è "Kun Ji Namparshespa" la DIMORA o RIFUGIO, che potremmo chiamare anche Brahman, o ālaya.


Kun Ji Namparshespa è un flusso ininterrotto nel quale galleggiano dei "quanti", o meglio dei grumi di "coscienza/conoscenza" che sono i fenomeni.

La vita di un singolo essere umano è uno di questi grumi di coscienza/conoscenza che nel fluire del fiume dell'Essere si incontra per caso con altri grumi di coscienza/conoscenza. 


L'acqua dell'eterno e infinito "Fiume di Prima dell'Inizio",  dal nostro punto di vista muta ad ogni istante perché chi osserva è la mente/scimmia.

Le neuro scienze hanno dimostrato che i processi legati al cervello, alla creazione di sinapsi, alla interpretazioni dei fenomeni, hanno una durata di qualche miliardesimo di secondo.
Se si porta l'attenzione sul corpo e sulla sua evoluzione, che pure sono legati a quei processi, si avrà la possibilità di osservare un fenomeno che si svolge in un tempo, come dice Shakyamuni, calcolabile in anni ("uno, due, cento").

Rispetto al flusso dell'essere sia il pensiero sia il corpo sono fenomeni impermanenti, sono cioè uguali dal punto di vista qualitativo, ma c'è una differenza quantitativa che possiamo utilizzare per "CONOSCERE".

I nostri pensieri, i desideri, le idee NON CI APPARTENGONO, sono come rami, foglie secche o pezzi di plastica che scorrono senza posa nel Kun Ji Namparshespa. 


Cercare le motivazioni profonde, le radici delle nostre idee, considerazioni, decisioni è IMPOSSIBILE, per lo Yoga.
Esaminare i propri pensieri alla ricerca della loro sorgente in una vita precedente, in uno shock infantile, in una conferma di teorie psicanalitiche, filosofiche o religiose, è inutile.

Questo non significa che  sia un esercizio inutile anche per  discipline con altre finalità, ma il fine dello Yoga, l'illuminazione, è la liberazione dai vincoli che ci impediscono di "lasciarci fluire nel fiume dell'Essere e scoprirsi uno con l'Essere" e questi vincoli non sono né soggettivi, né vaghi e indefiniti: sono I CINQUE VELI DELLA DEA, legati ai cinque elementi, ai cinque veleni (le cinque emozioni negative), ai cinque Dhyani Buddha o alle cinque teste di Shiva.
I cinque Veli o vincoli, sono:

1) La limitazione dello spazio
Elemento Etere, 
Dhyani Buddha Vairochana (nei veda è figlio di Agni o di Visnu, ha quattro teste come Brahma), 
emozione negativa dell'Ottusità e dell'Ignoranza. 





2) La limitazione della Conoscenza o "Vidya", 
elemento Aria, 
Dhyani Buddha Amogasiddhi, 
emozione negativa dell'Invidia e della Gelosia. 


























3) La limitazione della Passione
elemento Fuoco, 
Dhyani Buddha Amitabha (che significa "Luce - Bha - senza fine o senza morte"), 
emozione negativa della concupiscenza e del Desiderio di Possesso.







4) La limitazione del Tempo
elemento Acqua, 
Dhyani Buddha Akshobia
emozione negativa dell'Odio. 








5) La limitazione di Causa-Effetto
elemento Terra, 
Dhyani Buddha Ratnasambhava
emozione negativa dell'orgoglio e della presunzione. 






La meditazione sulla mente o sui contenuti psichici, usata come strumento in molte tecniche che confinano con lo yoga ma che sono legate alla via PSICOLOGICA, come l'ho definita a volte, secondo me è utile solo se, collegandola alla meditazione con seme su fenomeni fisici (yantra, suoni, processi fisiologici....) conduce al samadhi che è uno strumento di risoluzione dei vincoli o Veli della Dea.
Se invece si lavora sui propri pensieri alla ricerca di una ragione, un motivo, una sorgente, il risultato che otterremo sarà un pensiero anch'esso, mutevole alla velocità della luce e sottoposto al velo limitante della CAUSALITA'.
Con la meditazione sui "contenuti psichici" il meditante allena la mente e sviluppa la capacità di penetrare, per così dire alcuni strati di motivazioni, giustificazioni, ecc. ma partire da un pensiero per giungere ad un altro pensiero è come piantare del pane per ottenere del grano da cui produrre pane. 

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