venerdì 7 giugno 2019

IL SATSANG DEL GIOVEDÌ - YOGA E ALCHIMIA



Ieri sera, nel consueto "Satsang del Giovedì" insieme a  Nunzio Lopizzo, Gabriele Gailli e Antonio Favuzzi, abbiamo parlato del "Terzo Occhio", la discussione si è allargata al rapporto tra Alchimia, Astrologia e Yoga e sono venuti fuori, secondo me,  spunti per riflessioni assai interessanti che, nei prossimi incontri mi piacerebbe trattare in modo  specifico.

Come sempre chiunque abbia voglia e tempo di esprimere le proprie idee in proposito è più che bene accetto.

Nella speranza di accendere una discussione in proposito ho buttato giù un po' di riflessioni sull'alchimia.

Un sorriso, 
P.


IL PAVONE





Il pavone è presente come simbolo nell'induismo, nel taoismo,nel buddismo zen e nell'alchimia occidentale.


Scrive un alchimista del '500,Gerhard Dorn
Questo uccello vola durante la notte senza ali. Alla prima rugiada del cielo, dopo un ininterrotto processo di cottura, ascendendo e discendendo, dapprima prende la forma di una testa di corvo, poi di una coda di pavone; le sue piume diventano bianchissime e profumate, e finalmente diviene rosso fuoco, mostrando il suo carattere focoso "

Il pavone rappresenta i mille colori che appaiono ad un certo punto della pratica.
si tratta di una delle fasi che l'alchimista incontra nella ricerca della pietra filosofale.

Nell'alchimia se ne individuano 5 simboleggiate da 5 animali (dalla gallina alla fenice) .

Il pavone è la fase dei colori.
Alcuni lo identificano con un samādhi savikalpa.
Gli oggetti esterni ci paiono essere più luminosi, i colori più vivi, le piante sembrano crescere più velocemente e sembra che crescano per noi.
Accade di pensare ad un animale o ad una persona ed ecco che compaiono.
I testi sacri ci sembrano improvvisamente chiari (e lo sono!) e si indovinano tracce e coincidenze che agli altri sembrano oscure.

Chiudendo gli occhi figure meravigliose e coloratissime compaiono nella nostra mente e visualizzando una dea o una figura mitica essa appare come fosse reale.
Il pavone rappresenta una fase "caleidoscopica" della pratica, è la meraviglia del mondo creato dalla Dea che si palesa davanti ai nostri occhi.
Tutto è meraviglioso e si ha l'idea di aver compreso in un istante tutto ciò che c'è da comprendere.
Questi stati a volte sono temporanei.
Può accadere che non tornino neppure più e ne resti solo il ricordo.
Da alcuni il ricordo è conservato come un segreto tesoro, da altri è trasformato in una sorta di nevrosi da "paradiso perduto" e la vita si trasforma in un'accanita ricerca di quello stato di beatitudine.
Lo stato del pavone può presentarsi più volte e può stabilizzarsi, cosa considerata dai taoisti, dagli alchimisti, dai ricercatori in genere un grave pericolo, la "grande acqua da attraversare" delle sentenze dell' I'CHING.
La vera luce è bianca, le mille luci colorate sono anch'esse un'illusione di maya.
Il praticante che incontra il pavone e non è preparato ad affrontarlo ,soprattutto nel caso in cui lo stato dei mille colori si presenti più volte e diventi stabile, può facilmente credere di essere uno spirito eletto,un grande guerriero, un dio.

"Indra può facilmente credere di essere il Brahman" (vedi Viṣṇu Purāṇa).

Dicono sia difficilissimo uscire illesi da questo stato.
Succede infatti che ciò che nasce nella mente prenda vita all'esterno (che sia apparenza fenomenica od illusione fa lo stesso), succede che compaiano alcuni siddhi o poteri.
Potere è la parola chiave di questo stato.
Se nella fase precedente, quella in cui lo psichico comincia a manifestarsi nel fisico, la parola chiave (per alcuni il nemico) è la paura , adesso può accadere di imbattersi nel potere.
Si dice molti di coloro che vengono reputati maestri spirituali e realizzati non siano mai andati oltre questo stato, lo stato del "pavone"degli alchimisti e dei taoisti.

Ci sono quattro tipi di silenzio, corrispondenti a quattro progressive realizzazioni:

il silenzio della calma della mente.
il silenzio della quiete della mente.
il silenzio della pace della mente.
il silenzio del vuoto.

Lo stato del Pavone è Fragore.

LA GALLINA





La figura che simboleggia l'intera opera alchemica è la gallina che cova.
cova 5 uova.
Le cinque uova sono le cinque trasformazioni o realizzazioni danno vita a 5 animali:

il corvo,
il cigno,
il basilisco,
il pellicano,
la fenice.

Il corvo è la prima fase, il nigredo:
l'alchimista muore al mondo.
La seconda fase è albedo ed è rappresentata dal cigno:
finisce la fase di purificazione e ci si accinge ad unire il principio maschile ed il principio femminile.
L'unione tra attivo e ricettivo, tra maschile e femminile è rappresentata dal basilisco.
metà uccello e metà serpente.

Portata a termine l'unione dei due subentra la quarta fase rappresentata dal pellicano, che si squarcia il petto per cibare i propri figli col sangue:
è detta fase della moltiplicazione.
La materia prima trasmutata dal facitore d'opera viene moltiplicata a volontà.

Il compimento dell'opera è simboleggiato dalla fenice, l'uccello mitico che rinasce dalle proprie ceneri.
il pavone, o la sua coda possono apparire prima o dopo la fase detta albedo.

Per sviscerare altri simboli: l giorno è  rappresentato dal gallo e la notte dalla civetta.

Il gallo con il torso d'uomo e due code di serpente è invece Abraxas, il Dio degli gnostici.
Se ci vogliamo soffermare sulle singole fasi diciamo che la Gallina è colei che "cova" e
il covare è un fornire, delicatamente energia sotto forma di calore.
Il primo uovo a schiudersi è il corvo, l'opera al nero, la fase di purificazione.





Ovviamente il lavoro dll'alchimista è con crogiolo, fuoco, elementi chimici, e l'opera al nero si chiama così perchè la "terra" usata inizialmente (e che dà il nome all'Alchimia) era la terra nera di una particolare zona dell'Egitto. La fase del Corvo, o Nigredo, e quello che alcuni praticanti di Yoga definiscono "Evacuazione".
e avviene (può avvenire) prima e dopo ogni esperienza che possiamo definire di rottura dei livelli dell'io (samadhi, satori....).
Man mano che procede il percorso verso una percezione pèiù sottile della realtà si possono ripetere più volte sia le fasi di  Evacuazione, sia le fasi del Pavone.
Nella fase del Corvo  corpo e mente cominciano a depurarsi.
L'evacuazione può essere un'esperienza terribile durante la quale molti aspiranti, se ben istruiti, cercano la solitudine e talvolta vanno in luoghi selvaggi evitando il contatto con altri e si esprime attraverso una serie di fenomeni e  processi fisici diversi per intensità da persona a persona:
Alcuni sono colpiti dalla diarrea, dal vomito, altri dall'emissione continua di sperma e sangue,altri ancora dall'incapacità di controllare la parola e gli istinti sessuali, dall'improvvisa conoscenza di lingue sconosciute, da fenomeni assimilabili al poltergeist.
Non ci sono regole fisse.
In alcuni gli effetti sono leggerissimi.
In altri sono molti e potenti.
Superata la fase di evacuazione e sopraggiunta, ad esempio, la calma della mente, si avverte una sensazione di pienezza:
è ciò che alcuni chiamano illuminazione, ma si tratta spesso di una , chiamiamola così, realizzazione parziale.

Rispetto allo stato precedente, alla confusione ed al dolore esperiti nella fase del Corvo, si tratta di uno stato eccezionale, collegato ad un miglior uso, della macchina corpo e della macchina mente.
In questo stato è facile credersi Buddha o Shiva o un bodhisattva o comunque un predestinato, e in qualche modo lo siamo, la realizzazione c'è stata e lo stato di beatitudine, quando non è stabilizzato, può ripetersi più e più volte: è  questo lo stato del Pavone.
Nel ripetersi di quel particolare stato che il realizzato parziale crede di vedere delle conferme al suo essere illuminato.
Crede con tutto il suo essere e in tutta sincerità di essere illuminato.
Ma è una beffa degli dei.
Quando uno stato di coscienza si è stabilizzato non si ha quasi più ricordo dello stato precedente,
l'eccezionale si fa   normale,  quotidiano.
Non si noterà più la maggior luminosità dei colori  o la sensazione che suoni e colori partano insieme dal centro del corpo della fase del Pavone, perché quella diviene, per noi, la realtà ordinaria.
Se entri in una stanza buia e accendi improvvisamente la luce, vedrai sedie e tavolo e mobili e quadri che prima non vedevi.
Magari immaginavi che vi fossero senza poterli vedere, con forme e colori diverse da quelli che hanno adesso.
Una volta che li hai visti anche se spegnerai di nuovo la luce conserverai il ricordo del reale.
Nella tua mente non vi sarà più la forma-colore irreale dei mobili su cui fantasticavi quando eri immerso nella oscurità.
Le esplosioni  (o realizzazioni) sono un progressivo svelarsi, un togliersi dei veli e lasciarli volare in alto spinti dal vento della vita.
Se la via è giusta non si perderà tempo a cercare di riafferrare un velo per rimetterselo addosso.
Si imparerà magari a "chiudere" e ad "aprire" certe porte per non rendersi "riconoscibili" .


HATHA YOGA E ALCHIMIA

Fase preliminare: la gallina
accingendosi ad assumere la posizione seduta il praticante esperto metterà in atto, talvolta inconsapevolmente una specie di rituale  per ottenere il giusto atteggiamento fisico ed interiore.
Addolcendo la respirazione assumerà una delle posizioni di meditazione (per esempio svastikasana, siddhasana, ardhapadmasana, padmasana o la posizione in ginocchio detta Seiza con i piedi in contatto e le ginocchia separate dalla distanza corrispondente ad un paio di pugni o di palmi aperti ).
Quindi , per allegerire il peso sulle articolazioni delle gambe e sulla zona lombare, porterà il peso in avanti fino a sollevare leggermente la zona del sacro.
Inspirando allungherà la nuca e tirerà leggermente in alto i muscoli dell'ano con il risultato di gonfiare il perineo.
a questo punto scenderà delicatamente , mantenendo la colonna in diagonale, con il bacino sui talloni (seiza) o per terra e/ o il perineo sul tallone sinistro (siddhasana) .
quindi stenderà la colonna portandola perpendicolare al suolo.
L'atteggiamento è quello della GALLINA che si predispone a covare l'uovo sia fisicamente (rigonfiamento del perineo) che psicologicamente (predisposizione all'ascolto).



fase 1: il corvo-nigredo.
Il praticante comincia a cercare di rallentare e sospendere il dialogo interiore.
man mano che la meidtazione si fa più profonda emergono contenuti psichici sempre più profondi e nascosti.
comincia una vera e propria lotta: è assai difficile lasciar passare contenuti legati all'emotività.
Soprattutto perchè i contrasti legati alla mente emotiva (diciamo manipura cakra e la zona che va dal plesso solare all'ombelico) ed inseminati dalla mente manasica (diciamo zona del petto e gola) "precipitano" nel Vishuddha cakra (zona degli inferi, sotto l'ombelico) manifestandosi sotto forma di tensioni muscolari, crampi, rigidità articolari.
"Lavorando" con pazienza e dolcezza il praticante può sciogliere questi nodi fisici provocando, talvolta, reazioni legate ai sistemi simpatico e parasimpatico.
Possono insorgere tremori, movimenti peristaltici,sensazioni di soffocamento e mancanza di respiro, tachicardia ed altri fenomeni che possonodistrarre il meditante.
Quando finalmente le tensioni sembrano essersi sciolte può accadere che il praticante non si riconosca più.
Tensioni muscolare o psichiche accumulate nel tempo finiscono per diventare parte integrante della personalità dell'individuo.
C'è una identificazione con le proprie "tensioni".
Assenza di tensioni può essere interpretata come assenza di forza, di energia,di "presenza".
Sopravviene la paura.
Gli attacchi di panico e lo scatenamento di stati nevrotici dovuti a questa sensazione di "vuoto" sono meno infrequenti di quanto si possa immaginare:
é la fase del corvo.


fase 2: il cigno-albedo.

Superata la notte buia del corvo la mente sembra pacificata.
Si sperimenta  la piacevole sensazione del dopo malattia, quando comincia la convalescenza.
Il corpo è in uno stato di dolce torpore.
Liberati dalle tensioni si cominciano ad avvertire con chiarezza delle energie sottili di cui ignoravamo l'esistenza.
Una luminescenza bianca sembra scaturire, ad occhi chiusi, dal centro della fronte, come una leggera febbre fredda.
Il rilassamento del muscoli della faccia e della testa porta ad avvertire le energie del cranio.
Capita di avere la percezione, precisa, del Cakra della corona, detto "Nirvāṇa Cakra" o cakra dai 100 petali: è il luogo, per lo yoga, dell'oceano di latte.
La sensazione è di grande quiete.
Un praticante può arrivare a questo stadio e rimanerci per sempre, immaginando magari di essere un realizzato o comunque un essere speciale.
Questa è la fase contro cui Milarepa metteva in guardia parlando di "Stagno di Samatā"
Sopra nirvana cakra si erge il grande Cigno bianco , l'oca cosmica l'haṃsa, ma in realtà il praticante può vederne solo le zampe;


è questa la fase in cui si sofferma la maggior parte dei praticanti, ignorando che si è solo a metà dell'opera e grande è il rischio di ricadere, di aderire nuovamente e pienamente al manifestato .


fase 3: il basilisco



Il Basilisco, o piccolo re, è il drago alchemico.
Il suo sguardo incenerisce , il suo alito avvelena.
Ha la testa di Gallo (il gallo è simbolo della luce solare ad indicare la sua luminosità), il corpo e le ali di drago (ad indicare la sua capacità di volare ovvero ascendere) e la coda di serpente.
Il Basilisco (che talvolta prende il posto del Pavone che per alcune scuole viene considerato  " l'animale intermedio, che può sorgere dopo qualsiasi delle fasi delle grande opera) è la rappresentazione della kuṇḍalinī.
il meditante dopo aver portato in quiete la mente ed il corpo può , spontaneamente o con tecniche specifiche, risvegliare il Potere del Serpente.

Se la fase del Corvo si accompagna alla Paura (primo pericolo per il praticante) la fase del Basilisco si accompagna al Potere (secondo pericolo).
Il serpente viene risvegliato nel perineo (l'uovo) alla base dell'osso sacro (filum terminale del midollo spinale) e viene avvertito come un onda di calore od energia che si muove in senso antiorario nella zona del perineo
Nello yoga delle energie questa sensazione è detta kuṇḍalinī rotonda.

Quando si parla di serpente si parla di una sensazione fisica, reale, fenomenica.
La risalita di kuṇḍalinī viene spesso percepita come una fascia ai due lati della colonna, larga un palmo che viene sollevata e riscaldata da un energia percepita come elettricità, calore o onda tellurica e si accompagna spesso allo sviluppo o ricordo di poteri psichici, a fenomeni di poltergeist o mutamenti della personalità, all'acquisizione di talenti insospettati.


La voglia di utilizzare poteri che non gli appartengono, modificando l'ordine naturale, può condurre il praticante alla follia ed alla morte.

fase 4 : il pavone.
Del pavone si è già parlato, è collegato alla fase del basilisco, può però emergere in ogni fase della grande opera.
Lo si può considerare talvolta come un segno, una conferma alla validità della pratica, ma è assai difficile staccarsi dalle piacevolezze delle "luci colorate" dei "suoni meravigliosi", della "consapevolezza di essere un Dio o un grande saggio o la reincarnazione di un grande guerriero.
Tutto l'universo sembra volersi piegare ai nostri voleri.
in un certo senso, a quel piano di coscienza, ciò è vero, ma guai a crederci!.


fase 5: il pellicano.

La leggenda vuole che il pellicano si squarci il petto per cibare, con il proprio sangue, i figli.
è un auto sacrificio.
Il praticante che ha esperito la quiete del Cigno ed il Potere del Basilisco comprende che deve completare l'Opera.
Fa  quindi ridiscendere kuṇḍalinī al Cuore.
Si squarcia il petto per cercare, nel profondo del suo cuore la sua vera essenza auto-luminosa e omni-pervadente.
Il potere del basilisco è legato all'energia (tapas?) del jīva, o anima individuata.
Qualunque siano le conferme ed i riconoscimenti ottenuti il praticante sa che deve rinunciare definitivamente.
Si annulla come individuo e scompare nell'infinitamente piccolo ed infinitamente grande.
Muore definitivamente a sé ed al mondo.


fase 6: la fenice.



La grande opera si è compiuta.
Rubedo.


Di seguito alcune citazioni che potrebbero far supporre l'identità delle tecniche operative occidentali (Alchimia) ed orientali (Yoga)



"Platone allude a quei miti orfici, secondo cui Dioniso viene sbranato dai Titani e risuscitato da Apollo.per questo afferma:"raccogliersi e racchiudersi in se stessi" ossia passare dalla vita titanica a quella unitaria.Anche Core viene portata nell'ade,però viene ricondotta alla luce da Demetra,per abitare dov'era prima"
Olimpiodoro



"Raggiunsi il limite della morte.
varcata la soglia di Proserpina fui condotto attraverso tutti gli elementi e poi feci ritorno.
Nel mezzo della notte vidi un sole irradiante di splendida luce.Mi presentai al cospetto degli dei superni e di quelli inferi e da vicino li adorai" 
Apuleio



"Però conosco un rito di Orfeo molto efficace,per cui il fuoco sale spontaneamente verso la testa e brucia da sotto il figlio monocolo della terra"
Euripide.




"Nell'ambito della magia spirituale non c'è niente di più efficace degli Inni di Orfeo, se si eseguono con il concorso di musica adatta, di un'opportuna disposizione dell'animo e delle altre circostanze ben note al saggio"
Pico della Mirandola.





"E così Asclepio, l'uomo è un magnum miraculum, un essere degno di reverenza e di onore.
Poichè egli perviene alla natura di divina come se fosse egli stesso un Dio; ha familiarità con la razza degli Dei sapendo di condividere con essi l'origine;
disprezza quella parte della sua natura che è soltanto umana perchè ha riposto la sua speranza nella divinità dell'altra parte di sé"
Ermete Trismegisto.



"la vita di Dioniso è il gioco e il piacere è il gioco dello specchio di Dioniso.
Perciò dicono che Efesto fece uno specchio per Dioniso e che il Dio, guardandovi dentro e contemplando la propria immagine, si gettò nella molteplicità
Proclo

giovedì 6 giugno 2019

USCIRE DAL CORPO - LO YOGA E I VIAGGI ASTRALI



Ma è possibile fare i viaggi astrali?
Sognare di sognare e uscire fuori dal corpo per viaggiare non solo nelle creazioni, fantastiche, della nostra memoria, ma anche nell'ākāśa (आकाश), come diceva Steiner, o addirittura nella realtà quotidiana?

È possibile che ciò che sogniamo abbia degli effetti sulla vita "reale" nostra e di altri?
A rigor di logica, perché no? 

Nel mondo notturno vivo spesso esperienze ispirate agli eventi diurni, e un fenomeno esterno al mio corpo di dormiente si ficcherà nella sfera onirica senza problemi.

La sveglia che, ospite inatteso, compare, in corpo e voce, nei sogni dell'alba, mutata in un segnale di pericolo o nel canto di un uccello sconosciuto, è una esperienza che, almeno una volta, abbiamo fatto tutti noi, e anche le voci dei vicini o la pioggia improvvisa penetrano, facilmente, anche se trasformati, nella sfera del sogno. 

Niente ci vieta di pensare che anche il sogno posso "esondare" nella veglia e indirizzare o trasformare la nostra vita.





Gli aborigeni australiani dicono di vivere costantemente nel mondo di sogno, che per loro è la realtà vera.

I tantrika tibetani si addestrano a viaggiare nel sogno come ad arrampicarsi sulle montagne dell'Himalaya, e gli sciamani mongoli e siberiani dicono di viaggiare in lungo e in largo con mente ed anima.
Per non parlare poi, degli sciamani sudamericani (o di quelli nostrali, cresciuti come funghi negli ultimi dieci anni), sin troppo famosi dopo il boom di Castaneda e la recente moda post frickettonica dell'Ayahuasca,

Aborigeni australiani, tantrika tibetani e sciamani siberiani hanno in comune l'uso della danza e della musica, anzi del suono: particolari vibrazioni emesse dalla voce umana e da strumenti a fiato e percussione, sembrano avere il potere di trasportare l'essere umano in altre dimensioni.

Ho trovato tecniche simili se non uguali tra rappresentanti di culture tra loro lontanissime, come i dervish islamici (ho "girato" con un danzatore della confraternita di Istanbul), gli attori di teatro Noh (ho lavorato con sensei Akira Matsui) e i sacerdoti Vodoo (ho avuto modo di vedere una serie di video strepitosi e inediti girati da Gilles Coullet, francese, ma assai addentro alla cultura haitiana,edi praticare con lui): tutti usano le percussioni, la voce e i flauti esattamente nella stessa maniera.

Sembra quasi che per gli esseri umani, un tempo, gironzolare, coscientemente, nel "mondo degli animali fantastici" fosse una cosa normale, tanto è vero che il fondatore della scuola di medicina di Salerno, il severo Parmenide, insegnava ai suoi allievi ad andare a "sognare" nei templi per trovare cure e medicine, anziché perder tempo in biblioteca. 








Per lo yoga le cosiddette "uscite dal corpo" avvengono sul piano di sogno o Taijasa (तैजस) 
Taijasa viene da तेजस् tejas che significa radianza, fiamma, splendore, ed il suo significato letterale di è "appassionato".
Sul piano di sogno le "idee" indossano abiti tratti dalla percezione dello stato di veglia.
Questi "abiti" possono provenire sia dall'esperienza di veglia soggettiva (विश्व viśva - stato di veglia individuale) che dall'esperienza di veglia oggettiva (वैश्वानर vaiśvānara - stato di veglia universale) e questo comporta l'esistenza di "due diversi livelli di sogno".

Per comodità e strizzando l'occhio al linguaggio degli esoteristi e degli alchimisti, possiamo dire che uno dei due livelli fa riferimento alle acque inferiori (sub conscio) ed uno alle acque superiori (sovraconscio), dove per acqua intendiamo in realtà citta (चित्त), la "materia del pensare".

Taijasa inferiore è il regno degli incubi e degli animali fantastici.

Nelle upaniṣad (उपनिषद्)  si dice che Taijasa è uno stato auto-luminoso perché ciò che vediamo non è illuminato dal sole, ovvero da "colui che risiede nell'occhio del sole" (Ra, come per gli egizi) ma da qualcosa di interiore.


Anche se, a pensarci bene, "le percezioni sono sempre interiori".

Quando si parla di stato di sogno si intende sia il sogno vero e proprio sia uno stato di coscienza particolare sperimentabile allo stato di veglia.
Diciamo che Taijasa è lo stato che nell'esoterismo occidentale viene definito "corpo psichico" o, a volte, "corpo astrale". 

Alcuni identificano "corpo astrale" con "corpo causale", ma se si parla di yoga, per corpo causale si intende lo stato detto prajña (प्रज्), l'unione delle energie complementari in cui la coscienza individuale, la capacità di percepire, è assopita e immersa in uno stato di beatitudine privo di discriminazione.


Quando , per qualche evento traumatico, per l'uso di droghe psicotrope, per talento naturale o in seguito ad appropriata istruzione, si vive l'esperienza di uscita dal corpo fisico occorre fare attenzione ai segni che possono indicarci se l'esperienza è "reale"( messo tra virgolette... da un certo punto di vista non è mai reale!) o se è frutto esclusivo della nostra fantasia.
Ci sono sogni che hanno una luminosità "bassa".
Ce ne sono altri, in cui, spesso, si è coscienti di sognare o si sogna di dormire e di sognare, che hanno una luminosità più forte, paragonabile alle esperienze di veglia.


Si tratta dei due livelli di sogno di cui si è parlato.


L'uscita dal corpo vera e propria è una cosa diversa, ed è facilmente riconoscibile perché accompagnata da segnali precisi.
Per esempio si può sentire, quando inizia il "viaggio", un rumore secco, come di una corda che viene tesa improvvisamente ed un rumore diffuso, come quello di un motore di frigorifero quando, invece " si torna alla base".

Un altro segnale è il rapporto con il tempo ordinario:
se si sta dormendo ed è notte l'uscita dal corpo avviene, all'inizio, in un' atmosfera notturna.

Se si sta dormendo o "praticando"di giorno l'atmosfera è invece diurna.
Se si è per così dire in taijasa inferiore si percepisce una specie di bava, come una ragnatela umidiccia che circonda il corpo, la luminosità sarà inferiore e la vista, seppur chiara, sarà, in confronto alla veglia o a taijasa superiore, leggermente offuscata. 

In Taijasa superiore, all'opposto, tutto apparirà più chiaro e luminoso.

Muovendosi, "volontariamente", nello stato di sogno, si procede, inizialmente, a grandi balzi, o piccoli voli, o con corsa e passo molto leggeri.
Si potranno incontrare incubi, "elementali", mostri e creature inquietanti.
E/o vivremo in una stato di continua inquietudine accompagnato da meraviglia.

Per controllare le immagini del sogno esistono tecniche abbastanza precise descritte sia dai tibetani che dagli sciamani siberiani, australiani , sudamericani.
Tecniche molto simili o identiche. 

Taijasa superiore, in cui "si volerà come un aquila" e la luce sarà quella di un mattino di luglio: è lo stato che conduce alla "percezione del puro intelletto".

lunedì 27 maggio 2019

IL SATSANG DEL GIOVEDI' - FILOSOFIA PERENNE (Platone e lo Yoga Seconda Parte)




Mi sono rivisto la registrazione del lungo "Satsang" (45 minuti)di Giovedì scorso, cui ho partecipato insieme a Nunzio Lopizzo e Massimo Capuano, e sono rimasto piacevolmente sorpreso.
Massimo e Nunzio erano in forma smagliante e sono venute fuori delle "chicche" che meriterebbero di essere approfondite.
Ne cito tre che mi hanno colpito profondamente:
1) La Conoscenza è un ostacolo alla Realizzazione.
2) La Cristallizzazione delle opinioni, ovvero lo scambiare le proprie opinioni per verità assoluta (anziché verità relativa) conduce alla "Polarizzazione" e quindi al conflitto.
3) La Gioia non è il fine della pratica e/o dell'esistenza, ma è uno strumento realizzativo.

In realtà si tratta di tre concetti profondamente legati tra loro:
L'attitudine alla Gioia di cui parlava Massimo è la tendenza alla convivialità e alla condivisione, un modo di essere lontano mille miglia dalla conflittualità, dall'intolleranza e dal sarcasmo che troppo spesso la fanno da padroni anche nel mondo dello Yoga.

Ma da cosa nascono conflittualità, intolleranza e sarcasmo?
Provo a banalizzare un po',per cercare di chiarire il mio (nostro) pensiero.
Partiamo dal presupposto che tutti noi, che ci occupiamo di yoga e di spiritualità, siamo in buona fede. Tutti.

Supponiamo che seguendo gli insegnamenti di quel particolare maestro o di quella particolare scuola uno yogin abbia realizzato uno stato di coscienza che ritiene elevato o una condizione psicofisica di grande benessere.
Ovviamente riconoscerà quegli insegnamenti come Veri e Autentici, e si darà da fare per condividere la propria  Conoscenza (vidyā) per aiutare il maggior numero possibile di persone a godere di quelli stati di coscienza o di quel benessere che lui/lei ha realizzato.

Commetterà quindi, in buona fede, l'errore di credere oggettiva o universale una realizzazione relativa e individuale, senza tener conto delle diverse attitudini e bisogni e del  diverso dispiegarsi delle energie negli altri praticanti.

"L'insegnamento è come l'acqua" - ammoniscono i testi antichi - "la vacca la muta in latte e il serpente in veleno".

In teoria si tratta di una cosa assai semplice da capire: ciò che per me è un bene, non necessariamente lo sarà per il mio vicino di casa.

In pratica la tendenza a trasformare in ontologica la propria verità relativa è più forte del buon senso comune, e lo yogin finirà, spesso, per cristallizzarsi nelle proprie opinioni, provocando un effetto di "polarizzazione".

Se il Maestro grazie al quale ho ottenuto dei risultati (realizzazioni?) ripete che "nella nostra epoca l'unico Yoga possibile è il Bhakti Yoga, la via della devozione" io automaticamente mi nominerò paladino della Verità e cercherò, in buona fede, di spargere il suo Verbo.
Coloro che seguono insegnamenti simili plauderanno, e si formerà, involontariamente, un "gruppo di opinione".

Se un altro ha ottenuto dei risultati (realizzazioni?) grazie ad un intenso lavoro sul corpo (haṭhayoga) si troverà invece, sempre per amore della verità, a dissentire, e intorno a lui si creerà, involontariamente, un altro "gruppo di opinione" con risultati, per chi disinteressato allo yoga osservasse dall'esterno,  potenzialmente esilaranti.

Già, credo che gli scambi di accuse, i commenti sarcastici, le aggressioni verbali che si scatenano (si sono scatenate...) tra opposte fazioni di yogin e ricercatori della verità, siano veramente spassosi, soprattutto se i partigiani di questa o quella credenza continuano a ripetere che lo Yoga è Unione.

In realtà si tratta semplicemente di cristallizzazioni, create dalla mente che spaventata da quel viaggio verso l'ignoto che è la pratica realizzativa, usa le opinioni come salvagenti per non annegare nell'Oceano dell'esistenza.

Così facendo gli insegnamenti di Buddha e Patañjali sulla necessità di coltivare la gioia e la convivialità restano lettera morta.

Scrive  Patañjali in Y.S. I.33:

maitrī karuṇā mudito-pekṣāṇāṁ-sukha-duḥkha 
puṇya-apuṇya viṣayāṇāṁ bhāvanātaḥ citta-prasādanam 33


ovvero:

"La purificazione della mente si realizza coltivando la cordialità, 
la compassione, la gioia e l’indifferenza nei confronti delle esperienze 
che provocano piacere o dolore, successo o fallimento".




Ma perché ci si "cristallizza"?
Secondo me dipende dalla nostra mancanza di una visione di insieme, siamo cioè vittime di quella che Buddha e Patañjali chiamano saṃjñā, o Conoscenza distintiva.
Si legge nell’Abhidharma-Samuccaya:

“Qual è la caratteristica assolutamente specifica di saṃjñā? 
È il sapere per associazione. Per vedere, ascoltare, specificare e conoscere un oggetto si prendono in considerazione le caratteristiche che lo definiscono e distinguono dagli altri oggetti”. 

Significa in pratica che per conoscere la foglia di un albero nella foresta si pone l’accento sulle sue caratteristiche precipue, perdendo di vista l’insieme delle foglie, l’albero e la foresta.
Si tratta di un processo "naturale" della mente umana, un processo che conduce alla creazione e alla cristallizzazione delle opinioni.
Dato che è "naturale", è assai difficile da sradicare. Difficile ma non impossibile.
E qui tiro fuori il mio vecchio pallino della Filosofia perenne.
Sono convinto che se noi yogin, di pari passo con lo studio dei testi indiani, approfondissimo la filosofia classica che parla un linguaggio a noi più familiare, avremmo più possibilità di sfuggire ai fenomeni della cristallizzazione e della proiezione.


Platone, ad esmpio, è molto chiaro quando parla di opinioni.

Doxa sarebbe uno strumento utile per comprender il divenire.
Epistème riguarderebbe invece l'Essere.

Doxa (ciò che noi chiamiamo opinione) si divide a sua volta in Eikasia, ovvero congettura-immaginazione, e pistis ovvero fede-credenza.
Epistème a sua volta viene suddivisa in Diànoia (Conoscenza ragionata o mediana) e Nòesis cioè intellezione (comprensione non mediata).

Un'altra suddivisione che fa Platone è quella tra opinione (doxa) errata e opinione retta. Fa dire a Socrate infatti nel Menone (XXXVIII,98):


"Giacchè anche queste [le rette opinioni] fino a che rimangono ferme sono una gran bella cosa e fanno tutto bene. Se nonché non vogliono rimanerci a lungo, ma disertano dall'anima umana, onde, non hanno gran pregio fino a che qualcuno non le leghi con un ragionamento di causalità. E questo Menone, è Rimembranza[...]. Ma poiché sono legate, divengono dapprima cognizioni stabili. Ed ecco perché la scienza è più preziosa della retta opinione, 
dalla quale si distingue perché forma una concatenazione[...]"

Andando a leggere Patañjali (Nella traduzione di Raphael) si scopre che il suo dire non è dissimile da quello di Platone :
I,5.
Le modificazioni [della mente] hanno un quintuplice aspetto e sono penose e non penose.
I,6.
[Esse sono] retta conoscenza, non discernimento, immaginazione, sonno e memoria.

La parola che Raphael traduce con retta conoscenza è in realtà प्रमाण pramāṇa che non significa conoscenza ma "strumento di conoscenza" e anche "giustificazione" e "fino ad un certo punto".
Mentre la parola che viene tradotta con non discernimento è Viparyayo (विपर्यय viparyaya) che significa propriamente vicissitudine ed è usata (viparīta) nel senso di movimento errato, sbagliato, contrario.

Ecco che retta conoscenza, non discernimento, immaginazione, sonno e memoria (intendendo sonno come modificazione/movimento della mente che porta alla credenza della vacuità e memoria nel senso di movimento della mente teso a conservare l'oggetto percepito o immaginato) rientrano, a pieno titolo nelle categorie della doxa.

Diànoia e Nòesis sono invece ciò che (per Platone ) si potrebbe definire scienza, e riguardano due gradi diversi della conoscenza:

Diànoia è la conoscenza attraverso gli aspetti matematici e geometrici.
Si tratta cioè di una conoscenza che mantiene una traccia del mondo sensibile, un seme (le forme, i numeri).

Nòesis invece è il riconoscimento , senza semi di realtà sensibile, dell'identità con L'Idea.

Se consideriamo diànoia come concatenazione attraverso dei semi rappresentati dalle forme geometriche o dei numeri vedremo che la definizione di Patañjali (Y. S I,17) di samadhi samprajnata (samadhi con seme o contenuto mentale) vi si adatta perfettamente:

vitarka vicāra ānanda asmitā rupa anugamat samprajnatah


dove वितर्क vitarka (argomentazione), विचार vicāra (idea), आनन्द ānanda (beatitudine), अस्मिता asmitā (senso dell'io sono, ovvero identità con l'essere) sono in relazione con i quattro stati costituenti dei Guna.

Ancora più chiara è l'analogia se si considerano i sutra I.42 e successivi dove si scopre che il samadhi savitarka (con ragionamento) è mescolato a parola, idea e conoscenza, mentre il samadhi nirvitarka (senza ragionamento) si ha quando la mente perde la sua forma e libera da ogni impressione si identifica con la vera forma dell'oggetto di conoscenza

Ecco cosa dice  Platone (Repubblica VII,XIV,534):


"...l'opinione si occupa del divenire, l'intelligenza dell'Essere e come l'essere sta al divenire così l'intelligenza sta all'opinione; e come l'intelligenza sta all'opinione così la scienza conoscenza sta alla fede credenza e la conoscenza ragionata alla congettura-immaginazione..."


Diànoia è quindi la pratica del samadhi savikalpa o con seme.
Nòesis è la pratica del samadhi nirvikalpa o senza seme.

Metànoia è la rettificazione mercuriale, simboleggiata nello yoga delle energie dallo scioglimento del nodo del cuore.
La scienza di cui parliamo comunemente, ovvero lo studio e l'interpretazione dei fenomeni viene intesa come una forma di opinione.
La vera Scienza indaga l'Essere.
La scienza con la s minuscola si occupa del divenire ed è proiezione della Scienza con la S maiuscola come il Divenire è proiezione dell'Essere.

I postulati e le dimostrazioni scientifiche e, per noi yogin, le realizzazioni parziali e le conferme dei testi,  sono solo congetture-immaginazioni, ovvero in quanto eikasia sono solo un riflesso di diànoia.

La fede-credenza (pistis), tipica del Bhakti, è invece un riflesso della conoscenza intellettiva (Nòesis).

L'Essere è non duale, ciò significa, evidentemente, che ogni forma di dualità, compresi i conflitti e le divergenze che si accendono tra noi yogin, rimane sempre e comunque nel mondo del divenire, e che tutte le verità che crediamo ontologiche e per le quali siamo disposti a combattere, altre non sono che verità relative, semplici opinioni, destinate a mutare con il mutare del vento.

mercoledì 22 maggio 2019

IL SATSANG DEL GIOVEDÌ - GLI OSTACOLI ALLA PRATICA





Il prossimo giovedì, insieme a Nunzio Lopizzo, Massimo Capuano e Corinna Fornasier parleremo, in diretta su Facebook, degli Ostacoli alla Pratica dello Yoga.
Parleremo della pratica personale, degli stati di alterazione percettiva  delle trasformazioni di mente, parola e corpo che accompagnano (o dovrebbero accompagnare) il percorso dello Yoga.
Talvolta le trasformazioni provocate dal sādhana sono poco evidenti, altre  hanno l'effetto di uno Tsunami sulle relazioni e sulla vita sociale.

La parola sādhan(sostantivo neutro... in italiano "IL" sādhana) significa "strumento" (la Toolbar dei programmi per PC in sanscrito  sarebbe sādhanaśalākā...) e, anche se ormai è di moda definirci Yogin o Yogi il praticante dovrebbe essere chiamato sādhaka che significa "colui che si addestra", "colui che impara ad usare gli strumenti".

La pratica quotidiana, di solito individuale, è la pratica autentica dell'aspirante yogin, una pratica che, vuoi per le istruzioni del maestro, vuoi per una serie di causalità (la "Grazia" arriva spesso in maniera insaspettata) a volte provoca dei "cambiamenti di stato", dei salti coscienziali che possono anche venir recepiti in maniera negativa da chi ci sta intorno.

Ciò che un tempo ci appariva familiare ci appare (può apparire) strano o distante e questo crea spesso un senso di inquietudine che spinge alcuni a rinunciare alla pratica, a renderla "segreta" o addirittura a rompere delle relazioni con  persone  care.

A dispetto dell'immagine  che ne dà il main stream, la vita dello yogin  (o meglio del sādhaka) non è tutta sorrisi buddhici, lacrime di dolce gratitudine e profumi di incenso: ogni esperienza "reale" si accompagna (può accompagnarsi a fasi "evacuazione", fisica e psichica, assai aspre e a lunghi periodi di straniamento durante i quali ci sentiamo alieni dal mondo conosciuto sino al giorno prima, e alieni appaiamo al mondo.

Sorgono emozioni sconosciute e la paura di non "ritrovarsi più", la paura di perdere ciò che si è costruito nella vita "ordinaria", spinge molti a sospendere la pratica quotidiana o ad edulcorarla.



Gli insegnamenti di Patañjali riguardo agli ostacoli alla pratica, sono assaiprecisi e circostanziati, ne parla in I,29-31, mentre nei successivi versetti discute degli "otto rimedi agli ostacoli".
Penso che sia utile darci un'occhiata:

ततः प्रत्यक्चेतनाधिगमोऽप्यन्तरायाभवश्च ॥२९॥
tataḥ pratyak-cetana-adhigamo-'py-antarāya-abhavaś-ca
29

Tatas = “da quello, da quel posto, in quel posto, quindi”.
Pratiak = “all’indietro, in direzione opposta”[1].
Cetana = “anima, mente, percipiente, senziente, cosciente”.
Pratyakcetana = “uno i cui pensieri sono rivolti a se stesso o alla propria interiorità”.
Adhigama = “acquisizione, realizzazione, l’atto di realizzare”.
Api = “anche”.
Antarāya = “ostacolo, impedimento, interruzione”.
Abhava = “distruzione, non esistenza, fine”.
Ca = “e, pure, entrambi, così come”.

12.  Da questo procedono la realizzazione della coscienza interiore e la rimozione degli ostacoli.


व्याधि स्त्यान संशय प्रमादाअलस्याविरति भ्रान्तिदर्शनालब्धभूमिकत्वानवस्थितत्वानि चित्तविक्षेपाः ते अन्तरायाः ॥३०॥
vyādhi styāna saṁśaya pramāda-ālasya-avirati bhrāntidarśana-alabdha-bhūmikatva-anavasthitatvāni citta-vikṣepāḥ te antarāyāḥ
30

Vyādhi = “malattia”[2].
Styāna = “rozzezza, rigidità”[3].
Saṁśaya = “dubbio”.
Pramāda = “negligenza”[4].
Ālasya = “pigrizia”.
Avirati = “smoderatezza, mancanza di controllo”[5].
Bhrāntidarśana = “errata percezione”.
Alabdha = “non ottenimento, non realizzazione”.
Bhūmi = “area, posizione, posto, territorio”.
Bhūmikā = “pavimento, suolo, storia, gradino, livello”.
Alabdhabhūmikatva = “impossibilità di realizzare alcuno stato della meditazione profonda”.
Anavasthitatva = “instabilità, mutevolezza, dissesto”.
Citta = “cuore, mente, ragione, intelligenza”.
Vikṣepa = “gettare, lanciare, scaricare”.
Te = “questi, quelli”.
Antarāya = “ostacolo, impedimento, interruzione”.


13.  Gli ostacoli che gettano la mente in una condizione di instabilità impedendole di passare attraverso i vari stadi della meditazione profonda sono questi:
Malattia, rigidità e rozzezza, dubbio, negligenza, pigrizia, smoderatezza, errata percezione della realtà.


दुःखदौर्मनस्याङ्गमेजयत्वश्वासप्रश्वासाः विक्षेप सहभुवः ॥३१॥
duḥkha-daurmanasya-aṅgamejayatva-śvāsapraśvāsāḥ vikṣepa sahabhuvaḥ
31

Duḥkha = “dolore, sofferenza”.
Daurmanasya = “malinconia, sconforto”.
Aṅgamejayatva = “tremore del corpo”.
Śvāsa = “sibilare, sbuffare, ansimare, disturbi del respiro, asma”.
Praśvāsā = “respirazione, inalazione”.
Śvāsapraśvāsāḥ = “respirazione irregolare”
Vikṣepa = “gettare, lanciare, scaricare”.
Sahabhuvaḥ = “accompagnando, che accompagnano”.

14.  I sintomi che accompagnano l’atto di gettare la mente in una condizione di instabilità sono: la sofferenza, la malinconia, il tremore del corpo e l’irregolarità del respiro.

Il tema fondamentale dei versetti 1.29-31 sono gli ostacoli legati all’instabilità della mente. Ostacoli che impediscono al praticante di passare attraverso i vari stadi della meditazione profonda.
Esistono cinque diverse condizioni della mente chiamate nel buddhismo delle origini cittabhūmi, o “territori della mente:

1.     Kṣipta, “confusione”.
2.     Mūḍha, “ottusità, stupidità”.
3.     Viksipta, “dispersione, agitazione”.
4.     Ekagra, “attenzione concentrata”.
5.     Niruddha, “controllo”.

Cinque territori nei quali il praticante vaga inconsapevolmente, mosso dagli stimoli esterni e dai residui contenuti psichici.
Lo yogin può cercare di rendere stabile la condizione di “controllo” (niruddha) passando attraverso la pratica, assidua, della “attenzione controllata”, esercitandosi nella concentrazione su un punto, un oggetto, un principio, un processo fisiologico o nella ripetizione di un mantra.
Ma fin quando non mente non sarà “purificata”, si incontreranno, durante la meditazione, una serie di ostacoli che per così dire, impediranno l’esperienza detta asaṁprajñāta (vipaśyana).
Gli ostacoli alla pratica, difficili da riconoscere in se stessi, provocano dei sintomi elencati da Patañjali in 1.31:

-      Duḥkha = “dolore, sofferenza”.
-      Daurmanasya = “malinconia, sconforto”.
-      Aṅgamejayatva = “tremore del corpo”.
-      Śvāsapraśvāsāḥ = “respirazione irregolare”.

Patañjali non si riferisce ovviamente a sintomi, derivanti da problemi di natura fisica o psichica, che insorgono nella vita quotidiana durante le attività ordinarie, ma alle difficoltà che insorgono durante una seduta di meditazione.

Gli ostacoli elencati in 1.30 sono sei:

1.     Vyādhi. Nel Viṣṇu Purāṇa, vyādhi è il “figlio della morte” (mṛtyu), personificazione della malattia.

2.     Styāna di solito correttamente tradotto con “apatia”, significa letteralmente “denso”, “rigido”, “grossolano”, “rozzo” e indica sia la rigidità mentale, che la rigidità fisica.

3.     Pramāda significa letteralmente “intossicazione” (da droghe o da alcool), ma in genere i commentatori lo interpretano secondo gli insegnamenti buddhisti per i quali pramāda significa “non sforzarsi di adottare un atteggiamento salutare ed essere restii ad abbandonare azioni non salutari”.

4.     Avirati che viene spesso tradotto con “incontinenza” riferita specificamente alla sfera sessualità, ma il suo significato letterale è “intemperanza” intesa come mancanza di controllo, misura e regole.

5.     Ālasya = “pigrizia”.

6.     Bhrāntidarśana = “errata percezione”.

Malattia ed errata percezione della realtà rientrano nella sfera di ciò che negli insegnamenti tradizionali buddhisti viene definito “Incapacità di applicare i metodi per superare gli ostacoli”. Anche nel caso in cui si avesse accesso a quelle che vengono definite “tecniche operative”, ovvero le tecniche per rimuovere i contenuti psichici, le precarie condizioni fisiche ci impedirebbero di metterle in pratica, e “l’errata percezione della realtà”, dipendente sia da malattia (un daltonico scambierà un colore per un altro) sia da ignoranza ordinaria ci impedirà di comprendere veramente gli insegnamenti tradizionali. Spesso l'incapacità di applicare i rimedi, quando non ci sono impedimenti fisici, ovvero patologie importanti, è dovuta più che all'ignoranza alla volontà di non sciogliere definitivamente i blocchi psicofisici.
I blocchi rappresentano la nostra personalità, ciò che chiamiamo Ego. Se ci identifichiamo con la nostra personalità, sciogliere i blocchi significherebbe sciogliere noi stessi, morire in un certo senso, cosa che ovviamente incute timore, e così tecniche tutto sommato semplici per ricordarsi di sé, come il sedersi a contare le respirazioni o l'osservare la radice dei pensieri, o il concentrarsi su determinati processi fisiologici o il ripetere un mantra, quando sono conosciuti, non vengono applicati a causa della volontà di mantenere integri i contenuti egotici nei quali ci riconosciamo.

La rigidità è sia fisica che mentale.
La rigidità fisica è quella, ad esempio che impedisce di assumere le posizioni di meditazione e di mantenerle a lungo. La rigidità mentale è la tendenza a cristallizzarsi in credenze ed opinioni, ma in questo caso potrebbe riferirsi anche all’eccesso di disciplina, ovvero (sempre rifacendosi agli insegnamenti buddhisti) alla "tendenza ad applicare i metodi per superare gli ostacoli anche quando non è necessario".
L'eccesso di disciplina nasce invece dalla paura di lasciarsi andare. Il fine ultimo dello yoga è il dispiegare le ali e gettarsi a volo di rondine nell'abisso dell'Essere.
Un viaggio senza sostegni, senza appigli, senza mappe né punti di riferimento. Le tecniche operative, i mantra, le letture dei maestri, gli atti di devozione divengono talvolta delle scialuppe di salvataggio e finiscono per sostituire la vera pratica dello yoga, che consiste nel lasciarsi andare, nell'arrendersi alla propria natura, fino a riconoscersi uno con l’Universo. O meglio essere testimone di questo riconoscimento (“il Veggente che riposa in se stesso”)

L’incapacità di avere abitudini salubri e l’incontinenza fanno parte di ciò che possiamo definire “tendenza all’oblio”.
La tendenza all’oblio, nella pratica dello yoga, è assai difficile da inquadrare. È un fenomeno stravagante. Si vivono esperienze particolari, eccitanti ed emozionanti e improvvisamente ce ne dimentichiamo.
Queste esperienze (samādhi) fanno parte del percorso dello yogin e sono dovute allo scioglimento di determinati blocchi o contenuti psichici. A volte, come si è detto, la risoluzione dei contenuti psichici è definitiva (asaṁprajñāta). Più di frequente è una condizione temporanea (saṁprajñāta). Esempio: faccio un periodo di ritiro o una pratica intensiva e percepisco lo scioglimento dei contenuti psichici come “fenomeno fisico”. Un'esperienza assai forte, una specie di intrusione del divino nella vita quotidiana. Ritornato nel mio ambiente lentamente le abitudini prendono il sopravvento e dimentico quella intrusione nel divino che mi era apparsa tanto appagante, quella sensazione di luminosa pienezza che avevo avvertito durante la pratica. In poco tempo torno a vivere in uno stato di confusione, quello stato, consueto per i più, in cui avverto continuamente un disagio, un’ansia di irrisolutezza che mi impediscono di essere felice. Nel torpore e nell'agitazione mentale ci dominano prima e dopo l'oblio non è difficile abbandonarsi agli eccessi.
La pigrizia del praticante è abbastanza facile da riconoscere. Supponiamo che un istruttore mi abbia insegnato un mantra da ripetere 108 volte o una serie di posture da effettuare ogni giorno. I primi tempi sarò entusiasta e svolgerò i compitini come uno studente modello. Poi piano piano l'entusiasmo si smorza e la mia mente troverà sempre nuove scuse per non praticare: il figlio che piange, i problemi del lavoro, il mal di schiena, ecc. ecc. finché trovare un quarto d'ora, mezz'ora al giorno per praticare diventerà difficilissimo e ci troveremo a rimandare al giorno dopo o ad aspettare che le condizioni siano propizie...

I versetti 1.29-31 parlano degli ostacoli alla pratica e dei sintomi che gli accompagnano. Gli ostacoli, condizioni ordinarie della mente non purificata, impediscono al meditante di sperimentare la condizione di coscienza/conoscenza definita e asaṁprajñāta (“L’altro tipo di coscienza/conoscenza di 1.18). Saṁprajñāta e asaṁprajñāta sono due diversi stadi della pratica meditativa identificabili, negli insegnamenti buddhisti, con śamatha (samatha) e vipaśyana (vipassanā). Il primo (saṁprajñāta) è una realizzazione “relativa”, nella quale il praticante è ancora legato al mondo dei nomi e delle forme e, quindi, in bilico tra lo stato colmo di beatitudine del realizzato e l’ansia di incompiutezza comune alla gran parte degli esseri umani.
Il secondo (asaṁprajñāta) è invece uno stato di infinita beatitudine, “senza ritorno”, la condizione del “liberato in vita”.





[1] Vedi Ṛg Veda e Atharva Veda.

[2] Nel Viṣṇu Purāṇa vyādhi è il “figlio della morte” (mṛtyu), personificazione della malattia.
[3] Styāna di solito correttamente tradotto con “apatia”, significa letteralmente “denso”, “rigido”, “grossolano”, “rozzo”.

[4] Pramāda significa letteralmente “intossicazione” (da droghe o da alcool), “follia”, “malattia”, ma in genere i commentatori lo interpretano secondo gli insegnamenti buddisti per i quali pramāda significa non sforzarsi di adottare un atteggiamento salutare ed essere restii ad abbandonare azioni non salutari.

[5] Avirati viene spesso tradotto con “incontinenza” riferita specificamente alla sfera sessualità, ma il suo significato letterale è “intemperanza” intesa come mancanza di controllo, misura e regole.





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