martedì 22 ottobre 2019

PATAÑJALI, IL SANSCRITO E IL LAVORO DI SQUADRA TRA PAṆḌITA E YOGIN





Ieri, su Facebook, ho avuto una gran bella discussione con alcuni dei più importanti sanscritisti italiani, Giulio Geymonat, Marcello Meli e Diego Manzi (vedi: https://www.facebook.com/PAOLOPROIETTIyogaealtrestranezze/posts/2301866119924408?comment_id=2306556839455336&notif_id=1571757404114705&notif_t=comment_mention&ref=notif). 

Sono fermamente convinto dell'impossibilità di comprendere lo Yoga senza una conoscenza non superficiale dell'Arte, della Cultura e della Storia dell'India e, visto che è impensabile - o comunque altamente improbabile - che in un'unica vita una  persona possa acquisire le competenze dell'Artista, dello Storico, del Filosofo, dello Yogin e del Linguista, sono altrettanto fermamente convinto della necessità di una collaborazione sempre più stretta tra esperti delle diverse discipline. 

La discussione di ieri  è stata per me la conferma della mia tesi: Yogin e Paṇḍita (termine col quale indico i docenti e i ricercatori di sanscrito, linguistica, storia della filosofia e delle religioni) dovrebbero lavorare gomito a gomito per far luce sul meraviglioso mondo dello Yoga e della Filosofia indiana, spesso avvolti dalla intrigante, ma a volte fuorviante, nebbiolina generata nell'ultimo secolo dalla cultura New Age e dalle pseudoscienze.

Il primo passo, secondo me, di questa, più che auspicabile, collaborazione dovrebbe essere l'interpretazione dei testi tradizionali.

Prendiamo gli Yoga Sūtra di Patañjali.
Alcune delle traduzioni più usate nelle scuole di yoga a me, haṭhayogin che mastica un po' di buddismo, fanno un po' storcere il naso.
Se è vero, come si legge nel Tirumantiram di Tirumular, che Patañjali era un "siddha yogi" è possibile  che alcuni dei termini che usa facciano parte del gergo tecnico dello yoga.

Ogni  arte ha un proprio "gergo tecnico", comprensibile solo agli adepti, in base al quale parole e frasi che nel linguaggio comune hanno un significato ne assumono un altro affatto differente: la parola francese "attitudes" ad esempio, nel linguaggio comune significa atteggiamenti, ma nella Danza indica un preciso passo che si esegue durante gli "adagi".
Se traducessi in italiano attitudes con "atteggiamenti", grammaticalmente non ci sarebbe da dire, ma dal punto di visto del danzatore non sarebbe corretto.

Lo Yoga, a parer mio, ha un proprio gergo tecnico esattamente come la Danza, la Pittura o il Calcio e alcune parole che per un filosofo o un linguista hanno un determinato significato ad un yogin potrebbe suonare completamente diverse.

Nel caso di Patañjali, la situazione è complicata dal fatto che, con ogni probabilità, fa uso sia del gergo tecnico dello Yoga sia della terminologia buddhista.

Non so se questo per alcuni suonerà come una novità, ma secondo me - e non solo - Patañjali con gli Yoga Sūtra si pone, probabilmente per criticarli, sull'onda degli insegnamenti di  Buddha, per cui, per poter comprendere davvero gli Yoga Sūtra  occorrerebbe innanzitutto tener conto della terminologia buddhista.
Per fare un esempio, prenderò il versetto 1.21 e, dopo aver riportatole traduzioni più accreditate, ne darò un'interpretazione da "haṭhayogin che mastica un po' di buddismo":


तीव्रसंवेगानामासन्नः ॥२१॥
tīvra-saṁvegānām-āsannaḥ
21

Ecco come lo traducono alcuni dei commentatori più autorevoli:
Hariharananda Aranya:
Yogins with intense ardor achieve concentration and the result there of quickly”.

I. K. Taimni:
“It (Samādhi) is nearest to those whose desire (for Samādhi) is intensely strong”.

Swami Satchidananda:
“To the keen and intent practitioner this [Samādhi] comes very quickly”.

Swami Prabhavananda:
“Success in yoga comes quickly to those who are intensely energetic”.

Swami Vivekananda:
“Success is speeded for the extremely energetic”.

Semplificando un po’ mi pare che concordino tutti con l’affermare che, secondo Patañjali, “più veloce si va prima si arriva” o meglio “più si lavora prima arrivano i risultati”.
Ma siamo sicuri che Patañjali si sia preso la briga di ammonire gli aspiranti yogin ad usare “l’olio di gomito”?
Possibile che i suoi insegnamenti siano allivello di “chi dorme non piglia pesci”? Vediamo cosa dicono i vocabolari:

Tīvra = “forte, severo, aspro, intenso”.
Saṁvegāna = “impetuoso, veemente, meraviglioso, terribile, shock emotivo”.
Āsanna = “vicino, nelle vicinanze, prossimità”[1].

In pratica, a quanto mi sembra di capire (ma potrei sbagliare) i maestri di cui sopra, hanno tradotto saṁvegāna con “successo”.
Certo, è possibile che ci siano delle regole grammaticali che non conosco, oppure che la parola assuma in certi ambiti un significato affatto diverso da quello suggerito dai vocabolari, ma, ad occhio, mi pare una forzatura, e le interpretazioni di Vivekananda, Prabhavananda, Satchidananda, Taimni e Hariharananda Aranya mi lasciano perplesso. 
Le perplessità aumentano se si fa riferimento alla letteratura buddhista. 

Nel buddhismo (ma anche nei Veda) la parola Pāli samvega è spesso usata per indicare un’esperienza estetica, lo shock o la meraviglia che si può provare percependo la bellezza di un'opera d'arte. In altri contesti indica “l’arretrare per la paura” o “il tremare per lo spavento”:

Gli uomini tremano (samvijante) al ruggito di un leone“.
(Atharva Veda VIII.7.15);

Gli uccelli tremano alla vista di un falco” (ibid. VI.21.6);

Una donna trema (samvijjati) e mostra agitazione (samvegam âpajjati) alla vista di suo padre”, e così fa un monaco che dimentica il Buddha (Majjhima Nikâya, I.186);

Gli esempi sono moltissimi:
Un buon cavallo consapevole della frusta è "infiammato e agitato" (âtâpino samvegino, Dhammapada 144), e come un cavallo viene "tagliato" dalla sferza, così l'uomo buono può essere "tormentato" (samvijjati) e “mostrare agitazione (samvega) alla vista della malattia o della morte”, e proprio a causa di tale agitazione potrà comprendere fisicamente la verità ultima (parama saccam, la "morale") (vedi: Anguttara Nikâya II.116).

Saṁvegāna è uno dei fondamenti dell’insegnamento buddhista, una delle “tecniche operative” che accompagnano il praticante sul sentiero dell’illuminazione.
Dice Buddha:

"Proclamerò la causa del mio sgomento (samvegam). Ho tremato (samvijitam mayâ) quando vidi popoli che si dimenavano come pesci quando gli stagni si prosciugano, quando vidi il conflitto dell'uomo con l'uomo e la malvagità che festeggia nei cuori degli uomini ".
(Sutta Nipâta, 935938).


Lo stimolo emotivo di temi dolorosi (saṁvegāna) nella pratica buddhista può essere evocato deliberatamente quando la volontà o la mente (citta) è fiacca. Il praticante viene allora stimolato (samvejeti) a meditare sugli Otto Temi Emotivi" (atthasamvegavatthûni, nascita, vecchiaia, malattia, morte, sofferenza…).

Nello stato di angoscia che ne deriva, “il praticante allora si rallegra con il ricordo del Buddha, della Legge Eterna e della Comunione dei Monaci, quando ha bisogno di tale esultanza "(Visuddhi Magga, 135).

Adesso facciamo una prova:
1.     Consideriamo che nel versetto precedente (1.20) Patañjali descrive le tappe di un particolare addestramento yogico, affine alle pratiche buddiste;
2.     Traduciamo saṁvegāna con “shock emotivo”;
3.      Usiamo le parole del Visuddhi Magga come glossa;

Secondo me il versetto 1.21 diverrà improvvisamente chiaro, assumendo una valenza ben diversa da quella che gli attribuiscono Vivekananda e i traduttori che a lui si sono ispirati:

1.21 “Un intenso (tīvra) shock emotivo (saṁvegānām) avvicina-(āsannaḥ)”.

[Quando la volontà o la mente (citta) è fiacca. Il praticante viene allora stimolato (samvejeti) a meditare sugli Otto Temi Emotivi" (atthasamvegavatthûni) (nascita, vecchiaia, malattia, morte, sofferenza…).
Nello stato di angoscia che ne deriva il praticante allora si rallegra con il ricordo del Buddha, della Legge Eterna e della Comunione dei Monaci, quando ha bisogno di tale esultanza].


Forse ho scritto delle stupidaggini, forse no, ma rimango convinto della necessità di una stretta collaborazione tra Yogin e Paṇḍita.
Che ne pensate amici sanscritisti?


[1] Vedi Rāmāyaṇa, dove āsanna viene usato anche nel senso di “realizzato, ottenuto”.
[2] उपगुरु  upaguru significa letteralmente “vicino al Guru”. Nella letteratura vedica e tantrica si parla di “Realizzazione” ottenute grazie a fulmini, animali, bastoni di bambù, pupazzi ecc.)

domenica 20 ottobre 2019

LA BALLA DEL SANSCRITO MADRE DI TUTTE LE LINGUE - STORIA SEGRETA DELLO YOGA









Durante le ricerche compiute per la stesura di “LA STORIA SEGRETA DELLO YOGA” - https://www.amazon.it/dp/1697773559 - abbiamo trovato dei documenti e delle pubblicazioni assai interessanti che dimostrerebbero che il Sanscrito è una lingua “giovane”, e che i Veda sono stati scritti in tempi relativamente recenti –tra il II e il XII secolo d.C.

Per me è stata una scoperta: per anni ho ripetuto ai miei allievi che il Sanscrito è una lingua antichissima è che i Veda appartengono ad un passato lontanissimo e credo di non essere stato l’unico.

Ancora oggi moltissimi insegnanti di Yoga e alcuni docenti universitari, nelle loro lezioni affermano che il Sanscrito è una lingua antichissima –la più antica si dice in genere –e che i Veda, introdotti in India 4 mila o 5 mila anni fa dagli Arii provenienti da Occidente, sono il più antico testo religioso, ma secondo le prove che abbiamo raccolto si tratta di “false verità”, ovvero di bugie ripetute così tante volte nell'ultimo secolo da sostituirsi alla realtà storica.

Come si calcola l’età di una lingua?
I metodi, a quanto sappiamo sono due:
Il primo si basa sull'identità delle regole grammaticali, della sintassi e della scrittura, tra una lingua parlata ancora oggi ed una lingua antica: il Greco moderno ad esempio è assai diverso dal Greco antico, e così l’Ebraico o l’italiano rispetto al Latino.

Se si usa questo metodo la lingua più antica pare sia il Tamil[1]che dalla sua più antica testimonianza scritta, risalente al III-II secolo a.C.[2] ad oggi sarebbe rimasta invariata.

Il secondo metodo di verifica dell’età di una lingua, su cui si base il primo, è quello dell’attestazione scritta, che consiste nel datare la nascita di una lingua in base alla sua prima testimonianza archeologica.
Ovviamente non si tratta di una datazione precisa: è possibile che molte lingue si siano sviluppate solo oralmente per secoli e che molti documenti siano andati perduti, ma ci permette di avere delle indicazioni interessanti.

Se seguiamo questo secondo metodo scopriremo che la lingua più antica del mondo è sicuramente il Sumero dato che la sua più antica attestazione scritta è del 3500 a.C. (le cosiddette “Tavolette di Kish).
In seconda posizione troviamo l’Egizio, con la “Tavoletta di Narmer”[3]-il “Re Scorpione”, risalente al 3000-3300 a.C.
Il più antico poema epico pare sia invece il “Mito di Etana”[4], la storia di un re che vola su un aquila verso il sole alla ricerca del segreto della fertilità scritta in Accadico.

E il Sanscrito?
Se scorriamo la “classifica” delle lingue più antiche – compilata secondo il metodo della prima attestazione scritta -  troviamo il Miceneo (XV secolo a.C.), il Cinese (XII secolo a.C.), l’Ebraico e l’Aramaico (X secolo a.C.), l’Etrusco (VIII secolo a.C.) il Latino (VII secolo a.C.), il Persiano (VI secolo a.C.) ecc.ecc.
Prima di arrivare aduna attestazione scritta del cosiddetto “Medio Indoario” (che non è Sanscrito) bisogna arrivare al IV/V secolo a.C.

Già…nelle Università italiane si studia che la prima attestazione scritta di una lingua somigliante al Sanscrito sono gli “Editti di Akshobia” (III secolo a.C.), gli insegnamenti buddhisti trascritti durante il regno di Aśoka Maurya il Grande in Greco, Aramaico e in “lingua maghadi”- uno dei quasi 1.400 diversi lingue e dialetti parlati nell’India – ma già da anni nelle Università indiane e inglesi si insegna che la più antica attestazione scritta di una lingua assimilabile al sanscrito, è rappresentata dalle iscrizioni risalenti al IV secolo a.C. di Anuradhapura[5], la città sacra dello Sri Lanka che proprio in quei tempi sarebbe stata distrutta durante la guerra raccontata nel Rāmāyaṇa (?).

Insomma secondo i testi che abbiamo consultato – in appendice nostro libro “STORIA SEGRETA DELLO YOGA” ci sono otto pagine di bibliografia – il sanscrito sarebbe una lingua piùgiovane dell’Umbro ( (VII secolo a.C.), del Veneto (“Venetico”, VI secolo a.C.) e del pugliese (Messapico VI secolo a.C.).

Uno degli indizi della modernità del sanscrito secondo noi è l’esistenza di moltissime lingue parlate nell’India moderna che non hanno nessuna somiglianza con la lingua dei veda: cosa succede ad un italiano che va in Portogallo, Spagna, Francia o Romania? 
Dopo qualche giorno comincia ad afferrare parole e frasi e capisce e riesce a farsi capire perché in tutti questi paesi si parlano lingue di derivazione latina.
In India una cosa del genere non potrebbe accadere.

l’India non ha, tutt'oggi, una lingua nazionale. 
Dall XII secolo al 1830 la lingua ufficiale è stata il persiano, poi sostituita dall'inglese. Il governo centrale usa l’Hindi (altra lingua moderna la cui grammatica è stata stilata nel 1957) ma quasi in ogni stato indiano si parlano lingue diverse, appartenenti a tre diversi ceppi linguistici. 

Secondo la costituzione indiana del 1947 la “lingua indiana” è infatti composta da 22 lingue ufficiali: Bengali, Hindi, Maithili, Nepalese, Sanscrito, Tamil, Urdu, Assamese, Dogri, kannada, Gujarati, Bodo, Manipuri, Oriya, Marathi, Santali, Telugu, Panjabi, Sindhi, Malayam, Konkani e Kashimiri.
Questo significa che, considerando anche l’esistenza di 1369 dialetti e un centinaio di lingue considerate non ufficiali, due indiani che si incontrano per strada hanno le stesse capacità di comprendersi di un italiano e un norvegese. 

Se la lingua madre fosse il sanscrito si suppone che da Nord a Sud le popolazioni parlerebbero lingue simili, o no?
Sicuramente questa non è una prova scientifica, ma il dubbio che per un secolo con la leggenda del Sanscrito Lingua madre e quella, collegata alla prima, della mitica invasione dei popoli ariani, ci abbiano un po’presi in giro.

Storicamente la Valle dell’Indo ha subito, a quanto ci risulta,  tre grandi invasioni da popoli di pelle bianca:
La prima nel IV secolo a.C. ad opera dei Macedoni di Alessandro, la seconda nel I secolo d.C. adopera della “Dinastia della Luna” - gli Yuèzhī provenienti dalla Cina che crearono l’impero Kushana che comprendeva l’India settentrionale, il Pakistan, l’intero Afghanistan e l’Uzbekistan-la terza intorno al X-XI secolo adopera dei Turco-Persiani.

Ad oggi non ci sono prove archeologiche dell’invasione degli Arii raccontata nelle scuole e nei libri di yoga.
Si tratta probabilmente di un’invenzione dello studioso tedesco Friedrich Max Müller che, ispirandosi ad un poema persiano del X secolo, “il Libro dei Re”, o Shāh-Nāmé, un’opera di fantasia del poeta persiano Firdūsī (X) secolo) in cui si narra la storia mitica dell’Iran dalla creazione del mondo all’invasione islamica del VII secolo, avrebbe creato, insieme, la Leggenda della Lingua Madre e la leggenda dell’invasione, antichissima, della Valle dell’Indo da parte dei popoli Arii, due leggende che a forza di ripeterle si sono sostituite alla realtà dei fatti.

Ovviamente non pensiamo che quanto risulta dalle nostre ricerche sia la verità assoluta, ci potrebbe essere qualche documento che non conosciamo che dimostri l’inesattezza delle nostre affermazioni, ma mi piacerebbe che i miei amici sanscritisti, Diego Manzi, Purnananda Zanoni e Giulio Geymonat dicessero la loro in proposito, in maniera da sfatare quelle che secondo noi sono delle leggende prive di fondamento o, al contrario, di dimostrarci i nostri errori di interpretazione.

Di seguito incolliamo un capitolo del nostro libro, “Storia Segreta dello Yoga”, in cui si parla,appunto, della Leggenda della Lingua Madre.
Un sorriso,
P.

LA LEGGENDA DELLA LINGUA MADRE



16 Una vecchia immagine del Bhandarkar Oriental Research Institute di Pune, fondato nel 1917. Nel Bhandarkar O.R.I. sono conservati i più antichi manoscritti in lingua sanscrita esistenti. Fonte: https://www.livehistoryindia.com/history-daily/2019/06/13/indias-most-treasured-scrolls

Nelle scuole, nei libri di Yoga e in qualche università – a quanto ci risulta - per spiegare le origini dello Yoga si racconta la storia di una invasione della valle dell’Indo avvenuta, secondo le diverse versioni, tra i 4.000[6] ei 20.000 anni fa.
Gli invasori erano chiamati “Arii” - o “Ariani” o “Aryani” – e appartenevano ad un’etnia di pelle bianca originaria probabilmente del Nord Europa.
Forse per il cambiamento delle condizioni climatiche, forse perché in fuga da guerre sanguinose, gli Arii migrarono verso il sub continente asiatico e si scontrarono con le popolazioni locali di pelle scura - i “Dravidiani” – costringendole a migrare verso l’attuale Tamil Nadu.
Nel corso dei secoli i misteriosi Arii avrebbero quindi introdotto in India la loro lingua – il sanscrito - la loro struttura sociale –il sistema delle caste - e una serie di miti, rituali e profondissime concezioni filosofiche che saranno poi raccolte nei quattro libri chiamati Veda.
La raffinatezza della lingua sanscrita e la sua somiglianza con la maggior parte delle lingue moderne portò alcuni studiosi a considerarla la madre di tutte le lingue indo-europee, così come le incredibili conoscenze scientifiche e le sorprendenti speculazioni filosofiche contenute nei Veda e nei testi di derivazione vedica - come le Upaniṣad - fecero nascere la credenza che l’India degli Arii fosse la culla di tutte le civiltà, di tutte le religioni e di tutte le filosofie sviluppatesi nei millenni successivi.
Questa, almeno, è la versione che viene ripetuta, da un secolo a questa parte, per spiegare le origini dello Yoga e della filosofia indiana; una versione, dobbiamo dire, che non è confermata in alcun modo dalla realtà storica: ad oggi non esiste nessuna evidenza archeologica né della presenza di questo popolo misterioso nell’India di 20.000, 5.000 o 4.000 anni, né dell’antichità della lingua sanscrita; anzi, se consultiamo la documentazione conservata nei musei indiani scopriremo che i Veda e la lingua con cui sono stati scritti – il sanscrito - sono tutt’altro che antichi.


17 Fotografia  di un antico codice in sanscrito, conservata al Bhandarkar Oriental Research Institute di Pune. Fonte: http://www.vedandtechs.com/wiki/ancient-vedic-knowledge-spirituality-and-science

Nel museo di Pune dove è conservato il Malla Purāṇail manuale di ginnastica di cui abbiamo parlato all’inizio – si trova l’originale del più antico manoscritto esistente dei Veda. Il manufatto, che comprende due dei quattro libri sacri attribuiti agli Arii, risale, secondo i curatori del museo, al XIII secolo d.C. e sarebbe una copia di testi composti in sanscrito tra il II e il IX secolo dell’era cristi-ana[7].
Molti studiosi affermano che i Veda sono stati messi in forma scritta molto tempo dopo la loro creazione e che, per secoli sono stati tramandati in forma orale.
La teoria è plausibile, ma è difficile credere che siano più antichi, ad esempio, dell’Iliade, la cui più antica versione scritta– la copia di Pisistrato - risale al VI secolo a.C., 1700 anni prima della più antica copia esistente dei Veda!
Possibile che la trasmissione orale sia durata almeno 3.000 anni? Teoricamente sì, ma, onestamente, ci pare altamente improbabile.
Per quel che riguarda l’antichità della lingua sanscrita, va ricordato che nella scienza moderna l’età di una lingua viene definita in base alla sua prima “attestazione scritta” documentata, ovvero alla prima frase o parola di quella lingua, che sia stata incisa su pietra, tavolette d’argilla, monete ecc.
Seguendo questo criterio la “prima attestazione” di una lingua “brahmi” – ovvero una lingua del ceppo linguistico da cui discende il sanscrito - è un’iscrizione su ceramica risalente al 400 a.C. trovata recentemente ad Anurādhapura, la città sacra dello Sri Lanka[8], mentre la prima attestazione del sanscrito propriamente detto risalirebbe ad un periodo compreso tra il 260 a.C. e il I secolo d.C[9].
Questo significa che, per la scienza, il Sumero, l’Egizio, l’Accadico, il Miceneo, il Cinese, l’Aramaico, il Greco, l’Etrusco, il Latino, il Tamil e addirittura l’Umbro, sono di gran lunga lingue più antiche del Sanscrito.
Il Sanscrito quindi è una lingua, tra virgolette, “moderna”, così come relativamente moderna è la scrittura dei Veda. La raffinatezza delle regole grammaticali e l’eleganza formale dei versi vedici, che, basandoci sulle teorie ottocentesche ritenevamo inspiegabili, dipendono semplicemente dal contatti che i brahmini indiani, nel corso dei secoli, hanno avuto con Persiani, Greci e Cinesi portatori di culture assai più antiche di quella che chiamiamo civiltà vedica.
Ma se le cose stanno così –ci chiediamo – chi e per quale motivo avrà inventato la “leggenda della lingua madre”?
La risposta si trova su tutti I libri di storia, anche su Wikipedia: il creatore della falsa origine dei Veda è un professore tedesco di filologia comparata, Friedrich Max Müller (1823–1900), famoso per aver tradotto in inglese, dal 1879 al 1881, una serie di testi sacri induisti e buddisti per conto della Oxford University Press e per aver elaborato, la teoria del Turanismo - secondo la quale sarebbe esistita una “Lingua Madre” proveniente dall’Asia centrale – e la teoria dell’Aryanismo[10] che, in un’ottica definita da alcuni antisemitica e anticristiana, individuava le radici delle civiltà moderne in una presunta invasione della valle dell’Indo da parte di popoli scandinavi;
Un invasione di cui, fino ad oggi, nessuna spedizione archeologica ha mai trovato una prova certa.


18 Friedrich Max Müller (1823- 1900), professore di filologia comparata all'Università di Oxford, fondatore della disciplina della "religione comparata". 
Fonte:https://it.wikipedia.org/wiki/Friedrich_Max_M%C3%BCller#/media/File: Friedrich_Max_Muller.jpg

Max Müller non era né un grandissimo sanscritista- non al livello per esempio del suo contemporaneo Monier Williams – né uno storico, né un archeologo, ma le sue traduzioni e le sue teorie fantastoriche ebbero un successo immediato, duraturo e, per certi versi, inspiegabile.
In breve tempo la “leggenda della lingua madre” nonostante non fosse sostenuta da nessuna evidenza storica o archeologica si trasformò, in “un assioma”, una verità incontrovertibile.
Proviamo a farci un’altra domanda:
È possibile che qualcuno, per motivi che ignoriamo abbia suggerito a Max Müller le due teorie – Aryanismo e Turanismo - e ne abbia favorito la diffusione?”
Stavolta non abbiamo risposte esaurienti.
Non si sa di preciso da dove Max Müller abbia tratto ispirazione[11], quel che è certo è che era in contatto con il Brahmo Samaji[12], un movimento nazionalista di riforma dell’induismo che avrà un ruolo importante nella creazione dell’India moderna. Il Brahmo Samaji influenzò, direttamente o indirettamente, l’opera dei più importanti intellettuali indiani e maestri spirituali del XIX e del XX secolo, dal poeta Rabindranath Tagore a Paramhamsa Yogananda, da Sri Aurobindo a swami Vivekananda.
Quest’ultimo, nel 1896, di ritorno da una lunga permanenza negli Stati Uniti, si recò a ad Oxford per incontrare Max Müller[13], dopo di ché, tornato in India, rivolse uno bizzarro appello agli studenti bengalesi, usando parole che fanno discutere ancora oggi.

















[1] Fonte:
-          GeorgeL. Harte, Hank Heifetz, “The Forest of the Ramayana of Kampan”, University of California Press,. Berkeley 1988.
[2] Fonte:
-          Kamil Veith Zvelebil, Companion Study to the History of Tamil Literature. Brill 1992. ISBN 978-90-04-093665-2.
[3] Fonte:
-          Brian Fagan, Egitto, National Geographic. ISBN 88-8095-713-9.
[4]  Fonte:
-          Albert T. Clay, Atrahasis: An Ancient Hebrew Deluge Story, Book Tree, 2003. ISBN 978-1-58509-228-4.
[5] Himanshu Prabha Ray, Inscribed pots,emerging identities, in Betweenthe Empires: Society in India 300 BCE to 400 CE. Oxford University Press.2006. ISBN 978-0-19-977507.
[6] Attualmente si parla, in genere, di una invasione che sarebbe avvenuta tra il 2100 e il 1900 a.C. mentre alcuni ipotizzano non un’invasione ma un lento processo di integrazione di popolazioni provenienti dal Caucaso; di entrambe le teorie non esistono né prove documentali né evidenze archeologiche.
[7] Fonti:
-          Witzel, Michael, Inside the Texts, Beyond the Texts: New Approaches to the Study of the Vedas, Harvard Oriental Series, Opera Minora; vol. 2, Cambridge: Harvard University PressJ. (1997)
-          Gonda, Vedic Literature: Saṃhitās and Brāhmaṇas, A History of Indian literature. Vol. 1, Veda and Upanishads, Wiesnaden: Harrasssowitz (1975), ISBN 978-3-447-01603-2.
-          J.A. Santucci, An Outline of Vedic Literature, Scholars Press for the American Academy of Religion, (1976).
-          S. Shrava, A Comprehensive History of Vedic Literature – Brahmana and Aranyaka Works, Pranava Prakashan (1977).
[8] Fonti:
-          Himanshu Prabha Ray, Inscribed pots, emerging identities, in Between The Empires: Society in India 300 BCE to 400 CE. Oxford University Press. (2006) ISBN 978-0-19-977507-1
[9] Fonte:
-          Henry Rogers, Writing System, Black Pubblishing. (2004). ISBN 0-631-23464-0
[10] Le teorie di Max Müller entrarono a far parte dell’apparato ideologico dei nascenti movimenti anti-cristiani e anti-occidentali, primo tra tutti il “Risorgimento Turanico”, attivo in Giappone, Turchia e in tutta l’Asia centrale, legato all’associazione terroristica dei “Lupi Grigi”.
[11] In realtà si pensa che la sua fonte sia stata “il Libro dei Re”, o Shāh-Nāmé, un’opera del poeta persiano Firdūsī (X) secolo) in cui si narra la storia mitica dell’Iran dalla creazione del mondo all’invasione islamica del VII secolo.
[12] Fonte:
-          Sharada Sugirtharaja, Imagining hinduism: a postcolonial perspective. Routledge. (2003) pp. 60–61. ISBN 8120840917.
[13] Ecco cosa scrive Vivekananda a proposito dell’incontro con Max Müller:
-          The visit was really a revelation to me. That little white house, its setting in a beautiful garden, the silver-haired sage, with a face calm and benign, and forehead smooth as a child's in spite of seventy winters, and every line in that face speaking of a deep-seated mine of spirituality somewhere behind; that noble wife, the helpmate of his life through his long and arduous task of exciting interest, overriding opposition and contempt, and at last creating a respect for the thoughts of the sages of ancient India—the trees, the flowers, the calmness, and the clear sky—all these sent me back in imagination to the glorious days of ancient India, the days of our brahmarshis and rajarshis, the days of the great vanaprasthas, the days of Arundhatis and Vasishthas. It was neither the philologist nor the scholar that I saw, but a soul that is every day realizing its oneness with the universe”.
Fonte:
-          Swami Nikhilananda (1953), Vivekananda: A Biography (PDF), New York: Ramakrishna-Vivekananda Center, p. 106, ISBN 978-0-911206-25-8, archived from the original (PDF).


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