lunedì 14 settembre 2020

Yoghiadi 2020 - Riflessioni sul Rapporto tra Yoga e Sport

 


L’immagine che accompagna questo articolo è una illustrazione del Malla Purāṇa, “l’antico racconto dell’atleta”, conservato al Bhandarker Oriental Research Institute di Pune. Si tratta di una copia risalente al 1731 di un documento probabilmente antichissimo diviso in diciotto capitoli che descrivono con grande precisione la dieta, i rituali e le tecniche di allenamento degli atleti professionista dell’India antica.

In Occidente il Malla Purāṇa, a quanto ne sappiamo, non è mai stato pubblicato, e le prime notizie che lo riguardano si devono a Norman E. Sjoman - uno studioso canadese laureato in sanscrito all'Università di Pune, praticante di Yoga Iyengar - che ha avuto modo di studiarlo negli anni ’90 e ne ha riportato ampi stralci in un libro pubblicato in India nel 1996, “The Yoga Tradition of the Mysore Palace[1], dove parla delle affinità tra gli esercizi del Malla Purāṇa e lo Yoga moderno, citando il “Saluto al Sole” ed una serie di diciotto āsana (posture) praticati ancora oggi nelle scuole di Yoga, che sarebbero descritti nell’antico manuale.

Il “Purāṇa dell’Atleta” ci riserva sorprese che per noi che amiamo lo sport possono essere entusiasmanti: innanzitutto è un libro rivelato da Kṛṣṇa ad una jāti (“famiglia”, “clan”) di Brahmini, e quindi può essere considerato un testo sacro, ovvero apauruṣeya, parola sanscrita che significa “non di origine umana”; In secondo luogo la jāti che lo ha custodito gelosamente per secoli, tramandandolo di padre in figlio, è quella dei brahmini Jyesthimalla, famosi almeno dal medioevo come atleti, guardie del corpo e guerrieri[1]. Quella dei Jyesthimalla, è una tradizione vivente perché le loro palestre di ginnastica  e di lottasono ancora attive nel Gujarat, nel Rajastan a Mysore e a Hyderabad, nel Telangara. 

Visitare una delle palestre dei Jyestimalla può diventare una esperienza di grande valore formativo,  perché potremmo vedere dei brahmini (i custodi della tradizione spirituale) e degli yogin che si allenano secondo le tecniche antiche, mescolando tranquillamente i riti alle divinità, le posture dello Yoga, la meditazione, il malla-khamba (lo Yoga aereo), la ginnastica callistenica e dimostrando che lo sport e la ricerca spirituale  non sono, almeno nell'India tradizionale, due mondi separati, ma due vie, che possono incontrarsi e coincidere, finalizzate all'evoluzione dell'essere umano nella sua totalità: Corpo, Parola e Mente.



[1] Fonti:

-          Joseph S. Alter, "The sannyasi and the Indian wrestler: the anatomy of a relationship". American Ethnologist. 19 (2-May 1992). ISSN 0094-0496.

-          Joseph S.Alter, The Wrestler's Body: Identity and Ideology in North India. University of California Press.  (1992). ISBN 0-520-07697-4.


mercoledì 9 settembre 2020

LA NASCITA DELLA DEA

 


“Giacché le più strette furono riempite di fuoco non mescolato, e quelle seguenti di notte, ma in esse si immette una parte di fiamma; nel mezzo di queste è la Dea che tutto governa”

(Parmenide, frammento 12)

 

 

In India la Dea è ovunque. È attraverso le sue labbra che sussurriamo parole d’amore o lanciamo invettive. È con i suoi occhi che godiamo dello spettacolo del tramonto e dell’orrore delle battaglie. Ed è sua la pelle che freme al primo vento d’inverno o alla carezza dell’amante. Ogni tanto decide di presentarsi, in carne ed ossa, sul palcoscenico della creazione e, sotto i nostri sguardi attoniti, mette in scena lo spettacolo della Bellezza Pura. E allora non ce n’è per nessuno: anche il dio più potente o il demone più spaventoso, ridotti al ruolo di comparse, non possono far altro che mettersi da parte. Sono tutte per Lei le luci della ribalta, e ogni suo gesto, ogni sua parola, strappano applausi e grida di meraviglia al critico più esigente. Lei è la Vita, ma uomini e dei si dimenticano spesso di onorarla.

C’è da capirli: impariamo davvero a rispettare l’aria solo quando non c’è e, con le gambe che si piegano e la bocca spalancata, ci struggiamo nell’inutile ricordo del respiro. Potrebbe andarsene, la Dea, per farci provare l’angoscia dell’Assenza, ma per gioco, forse, o per amore, preferisce mostrarsi affinché, tra un pianto ed un sorriso, ci si possa rammentare di Lei e della nostra vera Natura.

La sua prima entrata in scena, come ci raccontano i Purāṇa, è memorabile. In un colpo solo distrugge le pie illusioni di Brahmā, il creatore, risveglia Kāma, dio del desiderio, e dona agli uomini la danza e la seduzione. Siamo nel Sandhya il crepuscolo che segue e precede i cicli cosmici e Brahmā, che allora aveva cinque teste e non quattro come si dice adesso, sta meditando assieme ai suoi figli: i veggenti, che avranno il compito di comprendere e testimoniare l’Universo, e i dieci “guardiani delle direzioni”. È così che il Demiurgo vuole ri-creare il mondo, sedendosi in quiete, in attesa che dalle profondità del suo essere emergano le ordinate e rassicuranti architetture sognate nella lunga notte di prima dell’inizio, ma Lei, la Dea, l’ordine e la tranquillità non riesce proprio a digerirli e decide di apparire, all’improvviso, nel quadro perfetto che sta prendendo forma. I Ṛṣi e i Guardiani si alzano stupiti, chiedendosi l’un l’altro chi sia la nuova venuta e Brahmā, svegliato dal mormorio, non crede ai suoi occhi: Uṣā, così si chiama la Dea nella forma della luce dell’Alba, ha il corpo flessuoso come quello di un serpente. Le gambe sono lunghe, snelle e forti come la lancia di Skanda, i seni sono freschi e pesanti insieme e i capezzoli dolci e morbidi paiono loti in boccio. I suoi capelli sono neri come l'ala del corvo e la curva delle sopracciglia, degna dell’arco di Kāma, accarezza due occhi scuri come la notte che mutano luce ad ogni istante, rendendola ora tigre ed ora gazzella. Brahmā non capisce. Si reimmerge nella meditazione, in cerca di un perché ed ecco arrivare, un giovane bellissimo con arco e frecce fiorite. È Kāma in persona, l’Antico dei Tempi, dimentico di sé dopo la lunga notte del Cosmo.  - “Chi sono, padre?” - chiede il nuovo arrivato, - “Sei il Desiderio” - risponde Brahmā - “il più potente dei Deva. Le tue frecce hanno il dono di portare alla follia uomini, demoni e dei. Invisibile, puoi colpire a tuo piacimento, con i tuoi dardi, chiunque vorrai e nessuno potrà resisterti - Kāma, non se lo fa ripetere due volte. Afferra l'arco e colpisce, ad uno ad uno, Brahmā, i Ṛṣi e la Dea. Fu così che nacque la Danza. Fu così che nacque la seduzione. Uṣā comincia a ballare e mille e mille perle di sudore, al primo raggio di sole, sbocciano sulle sua pelle dorata. Batte il tempo con i piedi e le mani dopo aver cercato il vento, le coprono gli occhi a fingere vergogna, poi si intrecciano in fiori e ghirlande, e il suo sguardo di tigre fa tremare Brahmā e i suoi figli. Ma è un attimo e subito, gazzella, li invita a seguirli in una danza che si vorrebbe infinita. È la Dea, Uṣā: nessuno può resisterle. In preda all’eccitazione, con le guance arrossate e gli occhi stravolti il Demiurgo, ansimando, si alza. Ma una risata, beffarda, lo raggela.

-"Ma che stai facendo Brahmuccio mio? ... Non è forse detto nei Veda che tua sorella sarà come tua madre e tua figlia come tua sorella? " È Śiva, lo yogin perfetto che, non visto, svolazzando nella posizione del loto è arrivato sul luogo dello spettacolo. Brahmā è turbato. Riesce a reprimere l'eccitazione, ma lo sforzo sovrumano (ovvio...è un dio!) si trasforma in un fiume di sudore nero e denso che scende sulla terra e si trasforma nelle "anime dei morti" e di “coloro che si cibano delle offerte dei morti”. È così che nasce la catena delle rinascite. È così che il mondo può essere ri-creato: non dalle ordinate architetture del Demiurgo, ma grazie al caso, alla Dea e al risveglio del desiderio.

Compresa la lezione della Dea Brahmā ripiombò nella sua estasi creativa. Dalle acque scure sorsero i Naga, che avrebbero insegnato lo hahayoga agli uomini, dal vento i Gandharva, musici divini, e le Apsaras, danzatrici e maestre delle Arti di Amore. E poi i popoli del Fuoco, della Terra e dello Spazio. Brahmā affidò ad uno dei suoi figli, Indra, la Città degli dei, e gli dette in moglie Indrāī, la bellissima regina degli Āsura. Tutto ormai era pronto per iniziare un nuovo ciclo cosmico. Anzi quasi: per completare la ri-creazione dell’Universo i signori della Nascita, della Vita e del Tempo (Brahmā, Viṣṇu e Śiva) devono esercitare, assieme, i tre poteri divini, Creazione, Protezione e Dissoluzione, e Śiva, il sublime asceta, convinto di bastare a se stesso, non voleva proprio saperne di trovare moglie e, come dicono le scritture, “senza la sua Śakti anche il dio più grande è privo di potenza creativa”.

Per dar vita ad un nuovo ciclo cosmico non sarebbero bastati l’impegno di Brahmā e della sua consorte, Sarasvatī, né la gioia che Viṣṇu e Lak, nata ridendo dall’Oceano di latte, riversavano su tutte le creature.

Era necessario che il Naarāja (così viene chiamato il Dio col tridente, Naarāja, Re della danza), unito alla sua sposa, dispiegasse il potere di dissoluzione e la conoscenza che ne deriva. La Natura è come un orchestra di musici eccelsi che, in attesa del maestro suonano ognuno per suo conto.

Le note, api impazzite si rincorrono in cielo, sbattono l’un l’altra e rimpiombano a terra, a litigarsi fiori inesistenti mutando il volo in un goffo saltellare. Improvviso il silenzio. Non c’è bisogno di guardare per sapere che “lui” è arrivato. Per tre volte la bacchetta colpisce il leggio, poi si alza e comincia a disegnare, nel vuoto, passi e tempi di una danza, antica e inaspettata insieme. Allora il brusio si fa bellezza, e nel vario dispiegarsi delle energie, si indovina una legge dimenticata ma non certo ignota: l’assonanza dei cuori e delle menti. Chi è stato innamorato anche solo una volta nella vita, sa di che si tratta.  La Natura dell’Universo, e dell’essere umano, è Ānanda, beatitudine suprema, ma per svelarla ci vuole un maestro che accordi gli strumenti e dia i tempi e i modi dell’Opera. È Amore il Maestro, l’amore che nulla pretende.

 

Per i Veda la Creazione si può comprendere grazie a due leggi matematiche accessibili anche ai bambini, la serie del Matra Meru o misura del Monte Meru, da noi serie di Fibonacci (0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13…) e la serie del Vastu Mandala (mandala dell’universo) o della scacchiera, da noi serie della Morula (2, 4, 8, 16, 32, 64…).

Amore si trasmette con la legge del Due.

Uno non può niente, Due è l’inizio della vita. La paura di sciogliersi nell’altro porta a creare conflitti, a identificare l’oggetto amato nel nemico. Se nel cristianesimo si dice che il fondamento della società è la famiglia e, ai nostri tempi si ritiene sia invece l’individuo, per la Natura è la coppia.

La vera potenza dell’Amore si esprime quando ci si annulla l’un l’altro. Quando si riesce ad annichilire l’ego in un gruppo, poi, la potenza diviene inimmaginabile, sia nel bene che nel male. Il raggiungimento dello Stato Naturale, la Liberazione di cui parla il Tantra, non è roba difficile. Basta darsi all’altro (agli altri…) amando di un amore che nulla pretende. Ma come si fa in una società dove ci educano alla realizzazione individuale? Per non sentirsi schiacciati si schiacciano gli altri, per non sentirsi annullati si tenta di annullare gli altri.

Il contrario dell’amore non è l’odio, ma la Paura. Paura di donarsi, paura di perdere quello che perderemo comunque prima o poi. Paura di vivere.  Possibile che Śiva, il Distruttore delle tre Città, avesse paura? Possibile che proprio lui, il Naarāja, avvezzo a intronare l’Universo con la sua danza selvaggia, tremasse all’idea di perdere l’oggetto del suo amore?

lunedì 7 settembre 2020

SEX, DRUG AND YOGA

 


“Una certa leggenda orientale narra di un mago ricchissimo che possedeva numerosi greggi. Quel mago era molto avaro. Egli non voleva servirsi di pastori, e neppure voleva recingere i luoghi dove le sue pecore pascolavano. Naturalmente esse si smarrivano nella foresta, cadevano nei burroni, si perdevano, ma soprattutto fuggivano, perché sapevano che il mago voleva la loro carne e la loro pelle. E a loro questo non piaceva. Infine il mago trovò un rimedio: ipnotizzò le sue pecore e cominciò a suggerire loro che erano immortali e che l’essere scuoiate non poteva fare loro alcun male, che tale trattamento, al contrario, era per esse buono e persino piacevole; poi aggiunse che egli era un buon pastore, che amava talmente il suo gregge da essere disposto a qualsiasi sacrificio nei loro riguardi; infine suggerì loro che se doveva capitare qualcosa, non poteva in ogni caso capitare in quel momento e nemmeno in quel giorno, e per conseguenza non avevano di che preoccuparsi. Dopo di che il mago introdusse nella testa delle pecore l’idea che esse non erano affatto pecore; ad alcune disse che erano leoni, ad altre che erano aquile, ad altre ancora che erano uomini o che erano maghi. Ciò fatto, le pecore non gli procurarono più né noie né fastidi. Esse non lo fuggivano più, ma attendevano serenamente l’istante il cui il mago avrebbe preso la loro carne e la loro pelle.”

(G.I. Gurdjieff)[1]

James Bond, l’archetipo del maschio/guerriero occidentale, nuota come un delfino, scia come un olimpionico norvegese, ha la mira di Guglielmo Tell, fa a botte come Bruce Lee e, a letto, è meglio di Rocco Siffredi. Già, 007 è sempre pronto a far l’amore con donne bellissime e caldissime, magari subito dopo aver messo al tappeto, a calci e pugni, torme di nemici, essere stato torturato da Adolfo Celi e aver salvato il mondo dal disastro nucleare.

 



Timothy Dalton e Sophie marceau in THE WORLD IS NOT ENOUGH (1999). Fonte: http://news.autosghana.com/james-bond-the-world-is-not-enough-sophie-marceaus-sexiest-scenes-and-pics/

 In altre parole James Bond ha poteri sovrumani, e li ha ottenuti grazie alla natura (ha un fisico eccezionale), l’addestramento, la droga e lo Yoga… Sembra strano ma soprattutto agli inizi della saga cinematografica, l’agente 007 viene collegato alle discipline orientali. Questa fotografia scattata durante le riprese di Dr. No (1962), primo capitolo della saga cinematografica tratta dai romanzi di Fleming, fa parte di un servizio lanciato dall’ufficio stampa come “James Bond, Yoga Teacher…”

 

Sean Connery e Ursula Andress sul set di "Licenza di Uccidere". Fonte: https://www.pinterest.co.uk/pin/467881848758266426/

Lo stravagante collegamento tra Yoga, Sesso e Droga non è certo una novità nel Cinema Post guerra mondiale. Ecco Marilyn Monroe “Yogi Bombshell” in un poster del 1948.

 


fonte: https://yogawillsavetheworld.wordpress.com/tag/marilyn-monroe/

 

Questa invece è Gloria Swanson nel 1950:

 

 

Fonte: https://it.pinterest.com/pin/271623421254064546/

 

 

Jane Fonda si fa immortalare mentre pratica nel salotto di casa:

                     

 

Fonte: https://www.pinterest.com/afrugiada/yoga-vintage/


Audrey Hepburn pratica sulla spiaggia:

 

 

 

Fonte: https://www.pinterest.com/pin/81627811975958692/ (n.b. La ragazza nella foto sembra in realtà Marilyn Monroe, ma la didascalia originale parla di Audrey Hepburn)

Ava Gardner e Burt Lancaster si dilettano nell’Acro Yoga:

 

 

 

Fonte: https://it.pinterest.com/pin/322077810822337011/

La pratica dello Yoga, unita all’uso di droghe stimolanti, sembra essere la caratteristica comune dei divi cinematografici degli anni ’50 e ‘60.

 

 

Singing in the rain, con gene kelly e Debbie Reynold. Fonte: Movie Poster Image Art/Getty Images

 

Debbie Reynolds, la protagonista femminile di “Singing in the rain”, ricorda nelle sue memorie, pubblicate nel 2013, il periodo delle prove accanto a Gene Kelly. Aveva 19 anni allora. Il carico di lavoro era pesantissimo, e Debbie arrivò al limite dell’esaurimento psicofisico. I medici della M.G.M le prescrissero allora delle pillole di vitamine. “Probabilmente erano le stesse vitamine che avevano rovinato Judy Garland”, scrive la Reynolds. Negli Studios, a partire dalla fine degli anni ’30, viene consumata più Benzedrina che Coca Cola.

Judy Garland e Mickey Rooney, coppia assai più celebre, negli stati Uniti, di quella formata da Fred Astaire e Ginger Rogers, venivano drogati dalla mattina alla sera dai medici della M.G.M. Racconta la Garland al suo biografo Paul Donnerly:

 

“They’d give (me and Mickey Rooney) pills to keep us on our feet long after we were exhausted. Then they’d take us to the studio hospital and knock us out with sleeping pills…then after four hours they’d wake us up and give us the pep pills again so we could work 72 hours in a row. Half of the time we were hanging from the ceiling but it was a way of life for us.”

 

 

Judy Garland con la madre, anche lei convinta consumatrice di Benzedrina. Fonte: Bettmann Archive/Getty Images

 

Anfetamine per lavorare, barbiturici per dormire quattro ore e di nuovo anfetamine. E tutto questo, dice la Garland “per noi era uno stile di vita. Judy Garland muore di over dose a 47 anni, uno “spiacevole” incidente per il mondo del cinema. Per le Star di celluloide l’uso, e l’abuso, della Benzedrina era “a way of life”. A vederli sul grande schermo attori e attrici di quell’epoca sembrano Dei. Sono bellissimi, sexy, affascinanti, e cantano, danzano, combattono proprio come ci immaginiamo facessero gli Dei della mitologia greca, o indiana. Le loro incredibili capacità psico-fisiche provenienti, in buona parte, dalla natura, venivano coltivate con le droghe e lo Yoga. Esattamente come quelle dei super yogin di cui parla Patañjali  nel versetto che abbiamo citato all’inizio [ N.B. Questo articolo è tratta da "Liberamente Schiavi", edizioni Writeup Site,Roma 2019] :

"i poteri sovrannaturali insorgono () grazie alla nascita (janma), alle droghe (oadhim), ai mantra, alle "austerità" (tapas) e ai samadhi".

Non sarà che anche nell’industria cinematografica si nascondessero degli idioti che credevano ai poteri psichici?

Nello Yoga si parla in genere di otto poteri (siddhi) maggiori, e di un numero variabile di poteri “minori” chiamati talvolta “riddhi”.

Oltre a quelli che abbiamo citato all’inizio nei testi come il Bhagavad Purana sono menzionati, tra gli altri:

-          Il potere di resistere al sonno, alla fame e alla fatica;

-          Il potere di raggiungere e far raggiungere ai propri amanti il più alto livello di piacere sessuale;

-          Il potere di raggiungere il successo, la fama e la ricchezza…

Possibile che gli attori, i registi, i produttori cinematografici degli anni ’50 e ’60 prendessero spunto dagli Yoga Sūtra per creare dei super-uomini? No…si tratta di un’ipotesi troppo bizzarra, ma non potrebbe essere che qualcuno li manovrava segretamente a chissà quali scopi?

Anche questa è una strada che mi rifiuto di percorrere: prima o poi dovrei tirare in ballo gli illuminati, i rettiliani, la terra piatta e tutte le teorie complottiste, teorie che, a prescindere dal loro apparire verosimili, interessanti o completamente idiote hanno come comun denominatore il loro non essere sostenute da nessuna prova tangibile.

Rimaniamo ai fatti. Quel che possiamo dar per certo, al di là di ogni ragionevole dubbio, è che:

1 I militari della seconda guerra mondiale e le star del cinema degli anni’50, ’60 e ’70 assumevano le stesse droghe;

2)    Le star del cinema si facevano ritrarre spesso in pose Yoga.

sabato 29 agosto 2020

LA FILOSOFIA DELL'ONDA

 




L'eleganza dello stato naturale, il Sahaja, è la lenta spirale, verso terra, di una foglia stanca del ramo. I danzatori parlano di “presenza”. Quando c'è “presenza”, ogni gesto diventa facile. Quando “non c'è”, quando la mente non si discioglie nel corpo, si sente un che di artefatto, di meccanico, come se mancasse l'impulso vitale.
Il “vero danzare” è arrendersi alla legge naturale, lo sanno bene, in Oriente.
Sorridono i pescatori di Hokusai, trascinati dalla grande onda, più alta del monte Fuji. Se remassero contro corrente, l'oceano spezzerebbe insieme la barca e l'illusione dell'agire. Se, per la fretta del coraggio o l'esitazione della paura, si lasciassero andare alla forza dell'onda nel momento sbagliato, si schianterebbero, di certo, sulla scogliera. Il loro gesto è perfetto. Danzano insieme al mare: giusta intensità, giusto ritmo, giusta direzione. L'onda esce dalle acque come un drago innamorato dell'alba. Si ferma, un istante, a godere della luce bambina e poi corre verso riva a salutare la terra, sua sorella. Si struscia sulla battigia, con il ventre, e le zampe.
Sembra che sorrida. 
E poi torna, piano, nella sua tana di cristallo disciolto.

mercoledì 5 agosto 2020

EVANESCENZA




Una mattina, nel 1560, Oda Nobunaga era in mezzo alle sue truppe, duemila guerrieri, esausti dopo anni di battaglie.
L'esercito di Yoshimoto, il suo rivale, contava 25.000 uomini, truppe fresche e meglio armate
C’era un forte temporale.
Doveva decidere che fare, Nobunaga: ritirarsi o farsi uccidere in battaglia dal suo avversario, Imagawa Yoshimoto che attende la fine del temporale per sferrare l’attacco finale.
Che fa Oda?
Indossa un costume antico e comincia a danzare e recitare un brano di Teatro Noh:"Atsumori"
-         "La vita dell'uomo non dura che cinquant’anni.
E' un sogno effimero paragonata all'eternità.
Una volta nato chi può evitare di sparire per sempre?"-
Finita la rappresentazione, Oda prende una tazza di riso. È felice come un bambino.
Salta a cavallo e corre incontro al nemico
A metà strada lo raggiungono cento cavalieri, poi cinquecento, alla fine sono duemila
Galoppano, in silenzio.
Penetrano nel campo nemico come l’onda del fiume in piena,
Sembrano invincibili…
I soldati nemici fuggono in preda al terrore.
Oda decapita Yoshimoto.
Non c'è apparentemente nessuna logica in questo evento:
Duemila uomini che ne sconfiggono 25.000.
Un chihuahua che si getta contro un doberman.
Nella storia del Giappone nessuno usa le parole fortuna sfacciata o follia e nemmeno di geniale strategia
Si parla di magia.

Che genere di magia si nascondeva nel brano di Noh recitato dal generale Nobunaga?
Oda è destinato alla sconfitta.
Sta piovendo.
Recita un testo di Noh dedicato ad un adolescente morto in una battaglia di cinque secoli prima.
Poi, dopo aver mangiato una ciotola di riso salta da solo a cavallo e si dirige verso un nemico che dispone di forze dodici volte superiori. I suoi soldati, apparentemente colti da pazzia, lo raggiungono a metà strada.
Entrano nel campo avverso, e distruggono l'esercito nemico in un lampo.
La cosa più strana è che nessuno li ha sentiti arrivare.

Nel Giappone dei samurai era molto importante la nozione di Ki.
La sensazione, l'intuizione erano parte fondamentale della vita del guerriero.
Gran parte dell'addestramento del samurai era basato sull'affinamento dell'intuizione.
Eppure duemila cavalieri arrivano indisturbati al campo nemico, nessuno li sente arrivare.
E poi Oda che si metta a danzare e recitare la storia di un guerriero sconfitto in battaglia sotto la pioggia…ma dai!
Non sembra certo il metodo migliore per alzare il morale delle truppe!
Forse la spiegazione della incredibile vittoria di Oda Nobunaga è in un un libro del 1400.
Si chiama il segreto del teatro Noh, di Zeami.
È un bel libro.
Zeami racconta la storia di Ame no Uzume no Miko (la dea del sesso) e dice che il Noh proviene dalla sua danza.
Poi dice che la rigidità è morte e dice anche che il segreto del Noh è in un fiore che sboccia.
Un segreto così semplice che l'uomo normale non lo capisce.
Per comprendere il fiore, dice Zeami bisogna conoscere il seme.
Una volta conosciuto il seme, il fiore è solo una "disposizione della mente", ma, al tempo stesso, il fiore è la conoscenza suprema, primordiale, essenziale.

"Il cuore dell'uomo contiene tutti i semi.
Sotto la pioggia universale tutti germogliano.
Non appena si afferra la natura del fiore,
Il frutto dell'illuminazione si forma.
Spontaneamente."

Zeami parla anche dell'evanescenza.
L'evanescenza è diversa dall'inconsistenza ed è interessante solo se èl’evanescenza di un fiore”.
Zeami dice che l'evanescenza non si può insegnare e propone di meditare su due poesie.

"Nella nebbia leggera
Sui fiori di una siepe viva la brina del mattino.
In autunno...ah le serate chi ha potuto dirlo? "

E ancora:

"Quello che appassisce
Senza che le apparenze lo tradiscano
È il fiore che sta nel cuore
Degli uomini di questo mondo."
Un’altra cosa dice Zeami, dice che un attore abile non soddisfa l'occhio non esercitato:
Lo spettatore non illuminato non si accorge dell'attore illuminato perché il fiore è invisibile a chi non sa vederlo.
Il Noh è un arte sacra.
Oda il guerriero danza sotto la pioggia, simbolo forse della pioggia universale che fa sbocciare tutti i semi.
È il momento giusto, il momento in cui il fiore può sbocciare anche sopra uno scoglio.
Acquisisce l'evanescenza
I suoi soldati lo sentono e lo raggiungono, ma solo a metà strada e con fatica.
I nemici non lo sentono e non lo vedono arrivare...

"Nella nebbia leggera sui fiori di una siepe viva
La brina del mattino "

Quando la pioggia ha fine, un attimo dopo l'alba, Oda appare come la brina del mattino sui fiori di una siepe.
La danza del Noh ha fatto sbocciare il fiore.
Oda è come la pioggia.
È la pioggia.
Il nemico non può sentirlo arrivare.
Danzando respira con i talloni Oda, e diviene acqua e come l'acqua travolge tutto ciò che incontra sul suo cammino.
Nella battaglia di Oda c'è tutto il segreto della spada.
Il fiore che sboccia è la spada che viene sguainata nasce dalla terra e tornando alla terra taglia di netto la testa del nemico.
Il resto è solo silenzio.

"In autunno...ah le serate" chi ha potuto dirlo? "

Il Noh è arte sacra.
Il Noh e la Via del Samurai sono la stessa via.
Il segreto del fiore che sboccia è lo stesso della spada Taia.
Oda svela in un istante, grazie all'arte sacra, il mistero della vita e della morte, il segreto della spada…

I miti raccontano sempre le stesse cose.
Parlano dei semi nascosti nel nostro cuore.
Svelano un tesoro che solo la consuetudine ha reso segreto.

Lo Yoga nel mondo moderno sta diventando consuetudine.
Stiamo smarrendo tra cakra, cristalli, “maestri del qui ed ora”, guaritori e vecchi-nuovi guru, la chiave che ci può condurre alla verità.
Una verità semplice come la pioggia che cade sulla danza di Nobunaga.
Semplice come la brina, al mattino sulla siepe viva.
Semplice come il fiore che sboccia.

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