12.02.2021

LO HAṬHAYOGA COME VIA SOMATOPSICHICA


 La Psico-somatica, tecnicamente, è una branca della medicina e della psicologia clinica che individua le cause di un disturbo fisico ("somatico") in una serie di processi e contenuti psichici.


Ai nostri giorni, grazie al diffondersi della New Age, da attendibile teoria medica, la Psicosomatica si è trasformata in una verità assoluta, fino ad abbracciare tutte le manifestazioni dell'essere umano.

Non c'è evento che non sia legato a un qualche "nodo psichico": se scivolo sulla strada bagnata la causa del capitombolo non sarà mai nelle suole lisce delle scarpe o nella mia sbadataggine, ma in un qualche conflitto interiore o, addirittura, in un messaggio proveniente dall'Universo.


Sulla base di testi come "Malattia e Destino"di Thorwald Dethlefsen, si è creato un precisissimo, ed interessantissimo, sistema di interpretazione di sintomi, disagi fisici ed eventi accidentali che, in alcuni, ha assunto il sapore della religione o della superstizione.

Se mi rompo una gamba (magari scivolando sulla strada bagnata) significa che il mio inconscio mi dice che devo "fermarmi", se mi si abbassa la vista posso star sicuro che "c'è qualcosa che non voglio vedere", se vomito c'è qualche situazione nella vita di relazione "che non riesco a digerire" ecc. ecc. ecc.

Trasformare malattia e infortunio, un tempo attribuiti al caso o alla malasorte, in  strumenti per la conoscenza del sé, mi pare un'idea meravigliosa, bella a prescindere, ed ognuno di noi può testimoniare come, almeno una volta nella vita, una caduta per strada o una laringite gli abbiano permesso di portare alla luce le oscure motivazioni del suo agire o le cause dei suoi malesseri esistenziali.

Ma sarà vero? Non si tratterà di un'illusione dettata da quello che, nell'epoca dello "spiritualismo quantico", è divenuto il pensiero dominante?

E se, al contrario di ciò che si crede, fossero le malattie e gli incidenti a creare dei processi psichici?
E se le malattie avessero sempre una ragione esterna, fisica, direi "tangibile"?






La figura qua sopra  illustra le teorie di François Delsarte, uno dei padri della danza moderna (Isadora Duncan, Ruth Saint Denis, Laban, Mary Wigman...) e di tutte quelle tecniche psicofisiche occidentali (dall'Euritmia, all'Eutonia, alle Danze Sacre di Gurdijeff) che oggi mescoliamo, spesso inconsapevolmente, allo Yoga.

Secondo Delsarte l'Essere Umano è mosso da tre energie, o enti, Vita, Anima e Spirito (o Mente), cui corrispondono diverse modalità espressive
La Vita utilizza la Voce, intesa come suoni naturali (i vagiti del neonato, i gemiti degli amanti, il pianto, il riso e il sospiro).
Lo Spirito (Mente) il Linguaggio sia scritto, sia parlato, sia "pensato".
La modalità espressiva dell'Anima, infine sarebbe il Gesto.
L'Essere Umano "realizzato" sarebbe un tramite ("Mediatore Plastico") tra la Sfera Divina ("Natura Naturante") e la Sfera Terrena ("Natura Naturata") ed ogni suo gesto, parola e suono, in quanto libera espressione della Divinità, sarebbe pervaso di Bellezza e Armonia.

Possiamo immaginare la Sfera Divina come una Sorgente e la Sfera Terrena come il Mare.
L'Uomo Realizzato sarebbe il Fiume.
Ogni barriera, naturale o artificiale, che impedisce o limita il suo scorrere dalla Sorgente al Mare rappresenta un ostacolo al libero fluire delle Energie divine.
Generando disarmonia e, quindi, bruttezza e malattia.


Veniamo allo Psico-somatica.
Soma sta per corpo fisico e Psiche, nell'accezione moderna indica l'insieme delle funzioni della Mente, dell'Inconscio e dell'Anima (o Coscienza).
Le esperienze fisiche, mentali ed emotive possono creare dei nodi, o blocchi, che danneggiando le vie di comunicazione tra Psiche e Soma fanno insorgere la malattia.

Se riprendiamo l'esempio del Fiume si comprenderà facilmente che per eliminare le barriere, non si dovrà agire sul Mare (Natura Naturata) né sulla Sorgente (Natura Naturante), ma esclusivamente sul Fiume e la barriera potrà essere rimossa sia agendo controcorrente  (dal Corpo alla Psiche) sia nel verso opposto (dalla Psiche al Corpo), ma elle attuali applicazioni della Psico-somatica si porta l'attenzione quasi esclusivamente sugli effetti che i "nodi" e i processi psichici provocano sul corpo e sull'agire, trascurando la possibilità che blocchi meramente fisici (come una contrattura muscolare ad esempio) ed eventi esterni condizionino la Psiche.

Alla fine ogni evento, invece di essere vissuto, rischia di trasformarsi in un segno da interpretare.
L'interpretazione di simboli e segni è un attività tipicamente mentale.
La Vita, diceva Delsarte, si esprime con i suoni primari, l'Anima col Gesto e lo Spirito (Mente) con le parole.
Affidandoci sempre di più alla mente finiamo con il passare più tempo a raccontare e interpretare l'esistenza con le parole che a viverla.



Delsarte era uomo di spettacolo. A lui interessava la "verità" del gesto dell'attore e del danzatore, la loro capacità di farsi strumento della "Armonia Naturale", e quindi lavorava per sciogliere i nodi espressivi "dall'esterno all'interno", in un ottica somato-psichica.
La stessa perseguita dallo Yoga.

Tavola Anatomica usata dagli yogin tibetani




Lo Yoga medioevale  è l'insieme di esercizi fisici, tecniche di rilassamento psicosomatico  e meditazione finalizzati al raggiungimento dell'equilibrio - inteso come salute e alla longevità) e alla risoluzione dei blocchi psico-fisici che impediscono l'insorgere dello Stato Naturale (Sahaja).

Senza la coordinazione respiro-gesto, la consapevolezza delle fasce muscolare e il rapporto tra tensione e rilassamento è impossibile eseguire gli āsana e le sequenze in maniera armoniosa.
Lavorando sul corpo lo Yoga scioglie i nodi psicofisici, creando i presupposti, come direbbero i tibetani, per l'integrazione di Corpo-Parola-Mente in un'ottica, "Somato-Psichica".

Facciamo un esempio pratico:
Avete mai avuto una crisi di angoscia o un attacco di panico?
Si tratta di eventi assai comuni nella nostra società, eventi che possono avere  conseguenze nefaste oltre che sulla salute, sulla vita di relazione e lavorativa.
In genere una volta  alleviati i sintomi con la somministrazione di  psicofarmaci, si tenta di curare e prevenire le crisi di angoscia e gli attacchi di panico  con una serie di terapie che vanno dalla psicanalisi all'ipnosi regressiva, dalle costellazioni familiari alla psico-genealogia. Terapie che consistono, grossomodo, nella ricerca di un "nodo" emotivo, una causa scatenante nascosta nel passato del paziente e dei suoi familiari o, per chi ci crede, nelle vite precedenti.
Giusto?
Ma, mi chiedo, se invece di un nodo emotivo la causa dell'angoscia fosse un nodo Fisico? Se si trattasse di un problema "puramente meccanico"?
Guardate questo "coso" qua sotto:




è il diaframma toracico.
Di solito si considera un muscolo, ma non è proprio esatto.
È una struttura complessa.

Al centro (nell'immagine quella roba bianca che sembra il grasso della bistecca,) c'è una zona tendinea chiamata “centro frenico” perché ci arrivano i nervi frenici, responsabili del suo movimento.
Dalla "roba bianca" nascono delle fibre che vanno a formare tre diverse fasce muscolari:

La prima (sternale) si attacca, in avanti alla “punta inferiore” dello sterno.

La seconda (costale), si infila tra le ultime sei costole (quelle che “nascono” dalle ultime sei vertebre dorsali).

La terza (lombare) si allunga in due “pilastri” di lunghezza diversa (il destro è più lungo del sinistro) che si ficcano nei dischi della seconda terza e quarta vertebra lombare.



Il "bisteccone", che quasi sempre ci immaginiamo come una lamina o una fascia orizzontale in realtà ha invece la forma di un elmo antico, un po' asimmetrico.



La parte (cupola) destra che preme sul fegato è più alta della parte sinistra , che sotto di sé ha invece lo stomaco e la milza, più mobili del fegato.

Quando si inspira normalmente le due cupole si abbassano comprimendo gli organi dell'addome e dando l'impressione di un allargamento dell'addome.

Quando si espira le cupole si alzano e l'addome si rilassa

Il diaframma toracico oltre che a fegato, stomaco e milza è collegato direttamente a pericardiosacco pleuricoperitoneoduodenocolonghiandole surrenalireni e pancreas.
Non occorre essere medici per intuire che un suo cattivo funzionamento ha pesanti ripercussioni su tutto, l'organismo.

Se il diaframma funziona male, come spesso accade, insorgono disturbi di varia specie accompagnati, spesso e volentieri, da crisi di angoscia e attacchi di panico.

Ma perché il diaframma toracico funziona male? Sarà a causa di traumi emotivi subiti nell'infanzia o nella vita precedente?
Può darsi di sì e può darsi di no.
Quel che è certo è che il malfunzionamento del diaframma toracico dipende sicuramente dalle dinamiche della nascita.
Si tratta di un problema meccanico.

Una cosa che molti non sanno è che il feto, nella pancia della mamma, non respira con i polmoni.
Respira con il cordone ombelicale che è un tubo legato alla placenta.
Dentro il tubo ci sono vene e arterie che portano ossigeno e cibo direttamente nel corpo del bambino ed eliminano i rifiuti.




Il sistema circolatorio del feto è diverso da quello dell'adulto.
Banalizzando si può dire che cuore (che lavora a regime ridotto, diciamo al 40% delle sue possibilità) e polmoni ( che sono collassati) vengono bypassati mediante tre valvole ( che si chiamano, credo, “dotti”) che verranno rese inoperose dopo la nascita.

Il diaframma che fa durante la respirazione prenatale?
poco o niente.
In realtà forse per allenarsi il feto ingoia ogni tanto del liquido amniotico e lo dirige ai polmoni....ma è poca roba, pare.

Subito dopo la nascita il cordone viene tagliato e annodato, la placenta non distribuisce più ossigeno e alimenti nel corpo e al bambino manca improvvisamente l'aria.

Benvenuto al mondo!

Abituato a sentire l'energia fluire liberamente dall'addome il bambino irrigidisce il diaframma nella posizione più alta possibile: è questo il motivo per cui un tempo, e qualche volta ancora oggi, gli si dava una sberla sulla schiena: per aprire i polmoni e far scendere forzatamente il diaframma.

Ecco la radice “antica” del suo cattivo funzionamento!

Lo spostamento involontario del diaframma verso l'alto e le difficoltà a farlo ridiscendere vengono collegati allo shock della nascita, alla paura di morire, all'angoscia, alla mancanza di aria, e più si ha la paura di non respirare più si tende ad alzare le due cupole che premono sui polmoni, schiacciandoli, e sul cuore.

Senza avere la consapevolezza dei movimenti del diaframma e delle dinamiche respiratorie, anche il più piccolo stress può causarne il blocco provocando attacchi di panico e crisi di angoscia. 

Le tecniche di respirazione sottile della Ginnastica Yoga permettono di raggiungere la consapevolezza dei movimenti del diaframma.
Esiste anche una tecnica specifica, comune al Qi Gong taoista, chiamata "Respirazione Buddhista" o "Respirazione Paradosso", che insegna a mantenere le due cupole del diaframma nella posizione più bassa possibile, sia in inspirazione che in espirazione, in modo da eliminare o attenuare il riflesso dell'angoscia originaria.

Lavorare sulla respirazione sottile e sulla respirazione "paradosso", permette quindi di risolvere o di attenuare determinati casi di crisi di angoscia o panico meccanicamente, dall'esterno all'interno in accordo con quella che potremmo definire  la via somato-psichica.

So che molti troveranno banale l'idea che la causa di un problema fisico o  psichico sia da ricercarsi in un muscolo contratto, ma bisogna considerare che per lo Yoga il corpo umano è insieme un sistema idraulico ed elettrico, e che il suo corretto funzionamento dipende dall'integrazione posturale. L'uomo è una macchina complessa, ma pur sempre una macchina.

Certo, pensare che ogni problema, fisico o psichico, sia risolvibile agendo su una vertebra o un gruppo di muscoli sarebbe da sciocchi, ma credo che non dovremmo mai dimenticare che il nostro corpo è una macchina.
Una macchina meravigliosa il cui scopo è, per dirla con Delsarte, l'espressione delle istanze di Anima, Vita e Spirito attraverso il Gesto, la Voce e la Parola.

11.30.2021

L'UTILIZZAZIONE DELL'ORGASMO NELLO HAṬHAYOGA

 


Qual è lo scopo principale dello Haṭhayoga?

Ingannare la malattia, la vecchiaia e la morte.

La malattia, la vecchiaia e infine la morte - e quindi, per chi crede nella reincarnazione, la “trasmigrazione dell’anima – secondo lo Yoga medioevale, avvengono a causa dell’Ariṣṭa, termine con cui si indica una particolare configurazione astrale che dipende dal giorno di nascita.

Durante la vita dell’essere umano, la circolazione delle energie avviene quasi esclusivamente nel “canale di sinistra” - o “canale della Luna” - detto Iḍā e nel canale di destra – o “canale del Sole” - detto Piṅgalā e, di rado, nel canale centrale – o canale dell’Eclissi – detto Suṣumṇā.

L’Ariṣṭa - che può essere sia di Sole sia di Luna – coincide con il deterioramento di uno dei due canali laterali, Iḍā e Piṅgalā, ed ha come effetto lo squilibrio della circolazione del flusso vitale

Nei testi[1] si parla di “spirazioni impetuose”, che, ripetute per un certo numero di giorni, portano alla dissoluzione progressiva degli elementi – la terra si dissolve nell’acqua, l’acqua nel fuoco ecc.) e quindi, dopo un periodo di tempo variabile (a seconda delle caratteristiche dell’Ariṣṭa) alla morte.

Per “ingannare l’Ariṣṭa” - e quindi allontanare la malattia, la vecchiaia e la morte – pensarono gli antichi Haṭhayogin - occorre aumentare i tempi di circolazione dell’energia vitale nel canale centrale. Suṣumṇā - che pare essere “incorruttibile” o comunque assai più resistente, dei canali di destra e di sinistra.

Di solito, secondo lo Haṭhayoga, l’energia scorre nel canale centrale in tre occasioni:

1.     La Nascita, quando il “principio cosciente” discende nel corpo attraverso il sincipite;

2.     La Morte, quando il “principio cosciente” esce – o dovrebbe uscire…- dal sincipite;

3.     L’Orgasmo.

Essendo oggettivamente complicato ripetere più volte l’esperienza della nascita e l’esperienza della morte in una sola vita, gli yogin medioevali si concentrarono sull’utilizzazione dell’orgasmo.

L’utilizzazione dell’orgasmo si basa principalmente sulla cosiddetta “Inversione dell’Acqua e del Fuoco”.

Cosa è l’Inversione dell’Acqua e del Fuoco”?

Sia nell’istante della morte sia nell’istante dell’orgasmo nell'uomo “il sangue (Fuoco/Sole, energia del canale di destra) sale in alto e il seme (Acqua/Luna, energia del canale di sinistra) scende in basso” lungo il canale centrale;

Nella donna avviene il contrario il seme (Acqua/Luna, energia del canale di sinistra) sale in alto e il sangue (Fuoco/Sole, energia del canale di destra) scende in basso, sempre lungo il canale centrale).

 

Dato che occorre “INVERTIRE UN PROCESSO NATURALE” durante il rapporto sessuale “yogico” l’uomo cercherà di condurre il seme (Acqua/Luna) in alto e la donna lo porterà in basso. 

L'uomo e la donna sono dotati di caratteristiche opposte e complementari.

Per cercare di capire cosa significhi possiamo provare ad osservare l'istintivo armonizzarsi dei respiri e dei gemiti durante il rapporto sessuale: 

-         L'uomo tende ad inspirare quando il pene esce dalla vagina e ad espirare ed emettere suoni nella fase di penetrazione;

-         La donna, all'inverso, espira e geme, in linea di massima, nella fase di “vuoto”. 

Se si considera la respirazione come una modalità di comunicazione la fase inspiratoria corrisponderà all'ascolto interiore e la fase espiratoria all'espressione.

Quindi potremmo dire che:

-         L'uomo esprime la propria interiorità – è “presente a se stesso” - ovvero conduce le energie dal centro all'esterno, durante le fasi di pieno (penetrazione);

-         La donna all'inverso esprime la propria interiorità – è “presente a se stessa” - durante le fasi di vuoto. 

Vediamo adesso come Gorakṣa il padre dello Haṭhayoga, descrive il cakra dei genitali[2]

"Tra l'ano e l'organo sessuale c’è il trikona circondato da tre cerchi. E qui, nel triangolo ci sono uno, due, tre nodi di [questo sostegno] radicale. In mezzo ai tre nodi si trova un loto i cui quattro petali sono rivolti verso il basso. Là, al centro del pericarpo è situata una conchiglia, estremamente sottile, come uno stelo di loto, in cui riposa l'energia kuṇḍalinī, l'attorcigliata, simile ad un giovane germoglio. Questa assunto l'aspetto di due, tre canali (nāī), dopo essere penetrata nella coscienza, è addormentata". 

Potremmo collegare il “trikona” di cui parla Gorakṣa al triangolo formato dal muscolo "trasverso superficiale del perineo"(due muscoli gemelli che si uniscono al centro fibroso tendineo del perineo) e dai due muscoli "ischio cavernosi". 

il Triangolo (trikona) va ruotato “verso l’alto”.

Per capire cosa significa bisogna considerare il ruolo della base del triangolo, il muscolo trasverso del perineo, nella dinamica dell'orgasmo. 

 



L'orgasmo, sia nell'uomo che nella donna, si manifesta, con una serie di contrazioni ritmiche involontarie di muscoli e organi interni accompagnate da tremori, scosse e spasmi muscolari di varia intensità.

La base del triangolo perineale (detto anche trigono ischio-cavernoso) ha l'aspetto di una corda elastica ed è formata, come si è detto, da due muscoli gemelli che si uniscono al centro tendineo del perineo, base del sistema connettivo del corpo.

Quando la "corda" è ben tesa amplifica le vibrazioni provenienti dalla zona genitale prodotte dal ritmo della penetrazione, dalla masturbazione, o dallo sfregamento, e le trasmette agli organi interni e contemporaneamente, amplifica le vibrazioni provenienti dagli organi interni e le trasmette agli organi genitali. 

È facile immaginare come l'intero triangolo perineale virerà (ovvero si sposterà ritmicamente, in alto e in basso rispetto al proprio asse) sempre più rapidamente fino al momento dell'orgasmo. 

La percezione dei micromovimenti del triangolo pelvico è ovviamente un’esperienza tattile. È questa non è una banalità, ma un punto fondamentale dell’alchimia sessuale. 

Il tatto, per i tantrici è il “principe dei sensi”. Scrive Abhinavagupta (Tantraloka XI, 29-33): 

“Gli organi della vista, dell'udito, del gusto e dell'olfatto risiedono in modo sottile nella terra e negli altri elementi che appartengono a livelli di realtà inferiori, e il più elevato non va al di là dello stadio dell'illusione (māyātattva), mentre il tatto risiede al livello superiore dell'energia, in quanto sensazione sottile ineffabile a cui lo yogin aspira senza sosta; questo contatto sfocia infatti in una coscienza identica al puro firmamento, che brilla di luce propria”. 

Tutte le pratiche di "Yoga del Sesso" si basano sul "sentire", ovvero sul percepire il flusso di energie sottili, dove sottile va inteso nel senso letterale del termine: alcuni canali energetici (rappresentati graficamente come i petali dei cakra) vengono descritti nei testi come "più sottili di un capello”.

La sensibilità necessaria per le pratiche sessuali dello Yoga è quella, febbrile, della madre che avverte con i capezzoli il bisogno di latte del bambino prima ancora di udirne il pianto.

Una sensibilità che è legata alla dolcezza, alla leggerezza, all'ascolto interiore. Tutto ciò che invece è connesso al possesso, alla brama di potere, all'invidia, alla gelosia diviene un ostacolo perché crea quella che Abhinavagupta definisce "rugosità" (vedi Tantraloka XXVIII).

La rugosità è sinonimo di contrazione, di blocchi che impediscono la libera espansione della coscienza. 

I due amanti devono essere disposti ad annullarsi l'una nell'altro fino a fondersi in ciò che è definito kramamudrā, un termine tecnico che sta ad indicare l'insorgere di una particolarissima vibrazione non volontaria dei corpi, della quale il ritmo, alternato nell'uomo e nella donna, dell'assorbimento e dell'emergenza della coscienza di cui la penetrazione è una rappresentazione sul piano grossolano. 

Kramamudrā è una specie di danza dei ventri, una vibrazione sottile che partendo dall'ombelico (il muscolo pubococcigeo più probabilmente) mette in moto tutto l'asse dei diaframmi corporei (pelvico, urogenitale, toracico, gola, palato molle), ed è il sintomo del “risveglio” di Kuṇḍalinī

Non si può imitare e non si può ricercare volontariamente: deve insorgere (parola che ricorre spesso nei testi) naturalmente, così come insorgono i gesti e i sospiri di piacere degli amanti.

Quando si scatena il desiderio sessuale. Le energie si dirigono verso la "RUOTA CENTRALE", il cakra dell'ombelico, i cui dieci petali rappresentano i canali in cui scorrono i dieci "soffi vitali" (cinque fondamentali e cinque secondari). I

l calore legato all'accendersi del desiderio così come il rossore delle guance, il turgore delle labbra, la maggior morbidezza della pelle e delle articolazioni, sono gli effetti della concentrazione delle energie "radianti" nel maṇipūra cakra. In altre parole Kuṇḍalinī  viene risvegliata dalla forza del desiderio

Le energie tendono a ridiscendere verso i cakra inferiori per dar luogo all'unione sessuale e all'emissione, l'orgasmo, che rappresenta un momento di "assorbimento" (Samādhi) di uno o di entrambi gli amanti. Anche nel caso di rapporti ripetuti e del rinnovarsi del desiderio, l’unione sessuale segue sempre la stessa dinamica: 

- Eccitazione (sguardi, carezze, baci) - cambio della percezione – penetrazione - emissione. 

Può accadere, a volte di percepire un attimo prima dell'orgasmo, una specie di lampo, una luce CHIARA, come la definiscono i buddisti, e questa chiara luce è la visione della radianza della Dea, i raggi chiamati Marīci

Per un istante gli amanti i immergono completamente in quella luce e nel suono che accompagna l'emissione (rappresentati nel tantra dalla sillaba AḤ) perdendo il senso del tempo, dello spazio e dell'individualità, ma si tratta appunto di un istanti, Kuṇḍalinī, normalmente, si risveglia, attiva tutti gli organi del corpo e quindi ridiscende per assopirsi nuovamente dopo l'emissione.

Ciò che occorre fare è mantenere l'attenzione nello spazio intermedio tra la nascita del Desiderio e la produzione del Veleno, inserendo nella dinamica naturale del rapporto, dei “momenti di RIPOSO o ASSORBIMENTO IN SÉ.

L’assorbimento in sé permette di rinnovare il desiderio prima che sia sopraggiunto l’orgasmo, aumentando progressivamente l'eccitazione di Kuṇḍalinī mediante processi definiti di FRIZIONE ed EFFERVESCENZA, alimentando sempre più le energie delle dieci nāḍī del cakra dell'ombelico. 

Ad un certo punto, nell'alternarsi di eccitazione/assorbimento e riposo/assorbimento in sé, l'energia accumulata nella "RUOTA CENTRALE" è così potente da far "drizzare Kuṇḍalinī (che prima di allora si muoveva a spirale) come un bastone".

I venti o soffi vitali dell'ombelico assumono quindi il ruolo di "PORTATORI DI BASTONE" e vengono spesso rappresentati pittoricamente come due servi intenti a far vento ai due Amanti o alla Dea o al Tridente del Dio. 

Questo re-indirizzamento dell’energia permetterà di raggiungere uno stato definito Samādhi vigile, o Samādhi stabilizzato.

 Nella pratica per non disperdere l’energia con l’emissione, l’uomo deve combattere la tendenza ad accelerare il ritmo della penetrazione.

 La donna invece deve resistere all’impulso di contrarre i muscoli delle cosce, delle braccia e delle spalle.

Ogni volta che i due amanti sentono avvicinarsi l’eiaculazione maschile, devono ritornare all’ascolto della respirazione e alla percezione delle energie sottili.

Dopo un po’ la sensazione di calore e pienezza della zona genitale, nell’uomo, comincia a spostarsi nella zona del sacro, trasformandosi in un sottile formicolio o in una leggera corrente elettrica.

A questo punto si deve visualizzare il pene all’interno della vagina. Quando la visualizzazione è corretta si percepisce un’ulteriore ondata di energia, assai leggera, che scorre nella zona inferiore del prepuzio, nel perineo e nell’ano.

La visualizzazione successiva sarà quella di un tubo sottile e trasparente che dal glande si infila nel sacro e, scorrendo lungo la colonna vertebrale, arriva fino alla nuca. L’energia tenderà a risalire naturalmente e ci si dovrà limitare ad assecondare il movimento naturale delle ossa spostando leggermente il sacro indietro e il mento in avanti in inspirazione e distendendo i muscoli della nuca in espirazione.

La donna, percepito il cambio di ritmo, visualizzerà a sua volta un tubo sottile e trasparente che dal punto tra le sopracciglia risale alla fontanella per poi ridiscendere fino alla vagina.

La visualizzazione di solito è accompagnata da una sensazione di piacevole calore “vibrante” alla fronte e al petto.

Se si è in uno stato di “vigilanza” si può far circolare l’energia in questo modo: 

-         L’uomo inspirando conduce l’energia dal sacro al punto centrale delle scapole, in corrispondenza con il cuore. Espirando la conduce al punto in mezzo alla fronte e da lì alla bocca. 

-         La donna inspirando conduce l’energia dalla bocca al centro delle scapole (passando per il punto in mezzo alla fronte, la fontanella e la nuca) ed espirando, dal cuore, la porta direttamente al pene del compagno.  


A questo punto gli amanti percepiscono una leggera effervescenza (o formicolio, o sensazione del passaggio di una corrente elettrica) che diviene sempre più profonda e sottile man mano che, tramite gli āsana e la pratica della meditazione si sciolgono i blocchi psicofisici.

Le zone più sensibili sono la clitoride e il glande collegati direttamente ai cakra superiori mediante il canale energetico chiamato vajra nāḍī, che viene descritto “sottile come un capello” all’interno del quale è presente un altro canale detto citriṇī, “sottile come la tela del ragno”.

Quando nel rapporto sessuale, la stimolazione di clitoride e glande diviene fastidiosa o dolorosa, come accade spesso dopo l'orgasmo, significa che l'energia del desiderio (che è sempre e comunque Kuṇḍalinī) è risalita fino al cakra dell'ombelico per poi ridiscendere alla zona genitale. È questo, per così dire, il percorso ordinario, naturale, di Kuṇḍalinī,

Ogni volta che i sensi "entrano in effervescenza", a causa dell'eccitazione, non solo sessuale, Kuṇḍalinī, viene risvegliata e sale al cakra dell'ombelico, ma se il corpo non è addestrato mediante la pratica yoga, tende naturalmente a ridiscendere verso il basso, a “riassopirsi”, per così dire.

Lo scopo degli esercizi posturali, dei bandha e delle visualizzazioni è proprio  quello di “aprire i cancelli” (la “decima porta”) e “sciogliere i nodi” (granthi) che impediscono la “risalita” di Kuṇḍalinī) attraverso citriṇī nāḍī.

 

 



[1] Vedi a.e. “Sekkodeśa(nella traduzione di Raniero Gnoli e Giacomella Orofino).

[2] Vedi: Āmaraughaśāsana, 60. Traduzione di Lilian Silburn in “Kundalini o l’energia del profondo”. Edizioni Adelphi.

11.28.2021

NON SOLO AṢṬĀṄGA: ṢAḌAṄGAYOGA, I SEI PASSI DELLO YOGA MEDIOEVALE

 

I SEI PASSI DELLO ṢAḌAṄGAYOGA



Lo Yoga, per la maggior parte dei praticanti, è Aṣṭāṅgayoga - "Yoga delle otto membra" - con riferimento non tanto allo stile sistematizzato da Patthabi Jois, quanto agli insegnamenti di Patañjāli, considerato "universalmente" il padre dello Yoga. Fin quando si rimane nell'ambito della letteratura sanscrita si tratta di una affermazione innegabile - "il vero Yoga è lo Aṣṭāṅgayoga" - ma se cambiamo prospettiva e ci rivolgiamo ai testi di Yoga scritti, almeno in origine, in altre lingue - newari, marathi, assamese, braji bhasa,  H.B.S (Hybrid Buddhist Sanskrit), tibetano…- e considerati "non ortodossi" dai brahmini, scopriremo che lo Yoga medioevale - ovvero quell' insieme di tecniche posturale, respiratorie e meditative che si insegna oggi nelle nostre scuole e palestre - sembrava ignorare lo Aṣṭāṅgayoga di Patañjāli e faceva riferimento ad altri sistemi, identificabili con uno Ṣaḍaṅgayoga - "Yoga delle sei membra" - risalente al V-VI secolo d.C. e nato nell'ambito del movimento buddhista detto Sahaja.
Nelle descrizioni dello Ṣaḍaṅgayoga - di cui esistono varie versioni, le più note tra le quali sono quelle di Gorakhnath, di Niguma (Palgyi Yéshé  in tibetano) e di Nāropā - troviamo dei termini che pur essendo simili o identici a quelli che possiamo leggere nello Yoga Sūtra di Patañjāli, indicano, spesso, tecniche e concetti affatto diversi.
Tecniche e concetti che potrebbe essere assai utile, secondo me, conoscere e comprendere.

Ecco, per fare un esempio, la descrizione dello  Ṣaḍaṅgayoga di Nāropā: 

Lo Yoga è formato da sei “membra” o parti:

1Pratyāhāra, o “ritrazione”;
2. Dhyāna, o “meditazione”;
3. Prāṇāyāma, o “controllo della respirazione/dei soffi vitali”;
4. Dhāraṇā, o “ritenzione/fissazione”;
5. Anusmṛti, o “applicazione mnemonica”;
6. Samādhi, o “contemplazione”.

Questi sei passi  sono a loro volta organizzati in quattro diversi momenti:

Sevā, o “pratica devota”, che comprende Pratyāhāra e Dhyāna;
Upasādhanao “realizzazione inferiore”, che comprende Prāṇāyāma e Dhāraṇā;
Sādhana, inteso come “realizzazione”, che corrisponde allAnusmṛti;
Mahsādhana, o “grande realizzazione”, che coincide con il Samādhi.

Il primo passo, Pratyāhāra, consiste nell’isolarsi dalla realtà circostante portando l’attenzione sul vuoto. Dal vuoto emergono dieci segni:

1. Visione del fumo;
2. Visione di un miraggio (definito come “visione di acqua in movimento”):
3. Una luce simile a quella emessa da una lucciola;
4. Una luce simile a quella emessa da una lampada;
5. Una fiamma;
6. La Luna;
7. Il Sole;
8. Un disco nero (visualizzazione di Rāhu, nodo lunare settentrionale/canale mediano);
9. Un lampo;
10. Un disco azzurro (visualizzazione del bindu).

Dopo il manifestarsi del decimo segno appare, secondo il kālacakra, un’immagine “immateriale e ineffabile[1] definita “forma del Buddha”, “forma dei Buddha” o “corpo di fruizione del Buddha”, che contiene “tutti i tempi e tutte le cose”.

Il secondo passo dello Ṣaḍaṅgayoga è la meditazioneDhyāna durante la quale il praticante deve “consolidare” l’immagine apparsa dopo la manifestazione dei dieci segni.

Più propriamente bisognerebbe parlare di meditazione dell’immagine o bimbabhāvanā (letteralmente bimba indica la sfera o il cerchio con cui si identifica un astro) che  viene divisa in due fasi: 
"antecedente" (o preliminare) e "finale" (o susseguente).

La “meditazione dell’immagine preliminare” consiste nell’insorgere dell’immagine dopo la realizzazione dei dieci segni (fumo, miraggio, lucciola ecc.);
La "meditazione dell'immagine susseguente" consiste nell'integrare l'immagine visualizzandola come parte di sé e corrisponde ad anusmṛti (il "quinto passo")[2].

La meditazione, dhyāna, è articolata in cinque diversi momenti:
    1.     Vitarkaovvero “esame”;
2.     Vicāra, ovvero “analisi”;
3.     Prīti, ovvero “gioia”;
4.     Sukha, ovvero “piacere”;
5.     Cittaikagratā, ovvero “concentrazione della mente in un punto”.

 

Nel primo momento – vitarka - si ha una visione “descrittiva”, in senso lato “razionale” della realtà (dell’immagine realizzata dopo i dieci segni);

Nel secondo momento - vicāra - si ha una visione d’insieme o meglio “intuitiva” della realtà (dell’immagine realizzata dopo i dieci segni);

Nel terzo momento - prīti – il praticante si trova immerso in uno stato di pace e tranquillità mentale che lo conduce alla gioia;

Dalla gioia scaturisce la completa distensione del corpo che si accompagna aduna condizione di piacere diffuso definita sukha (quarto momento);

Nel quinto momento - cittaikagratā - il praticante è completamente immerso nello stato definito prajña, o saggezza.

Il terzo passo - prāṇāyāma - è il controllo del respiro e dei soffi vitali intesi come veicolo della mente, e il suo scopo è quello di interrompere la circolazione delle energie nei due canali laterali (rasanā a destra e lalanā a sinistra) per immetterle nel canale di centro  detto Avadhūtī.

Il quarto passo - dhāraṇā - consiste nella concentrazione – o fissazione – del soffio vitale nella parte più alta delle testa - nel luogo del bindu -  conseguente all’arresto della circolazione delle energie nei due canali laterali (arresto realizzato grazie alla pratica del prāṇāyāma.

Tramite l’eccitazione sessuale l’energia definita caṇḍālī sale lungo il canale centrale e discioglie il seme (bindu).

Il seme  è legato a quattro diversi tipi di piacere e durante la pratica di dhāraṇā viene fissato nei diversi cakra:

-         Il cosiddetto “bindu corporeo” - Kāyabindu – viene fissato al cakra dei genitali;
-         Il “bindu della voce” al cakra dell’ombelico;
-         Il “bindu della mente” al cakra del cuore;
-         Il “bindu della conoscenza” al cakra della gola.

Il quinto passo – anusmṛti - lo possiamo definire “meditazione susseguente” o “meditazione finale”. La risalita della caṇḍālī si accompagna alla di nuovo alla manifestazione dei dieci segni – “fumo, miraggio, lucciola, lampada, fiamma, Luna, Sole, disco nero, lampo e disco azzurro” -  dopo i quali appare  l'iṣṭa-devatā, la “divinità desiderata”,  accompagnata da una luce diffusa.

La caṇḍālī - con cui si intende sia la yoginī che partecipa alla pratica, sia la sua immagine visualizzata, sia l’energia dell’eccitazione sia il canale in cui scorre – viene quindi identificata con la “grande mudrā” e viene divinizzatanel senso che si trasforma nell’incarnazione fisica delle energie che assumono i nomi delle varie dee. Lo yogin colto da un potentissimo desiderio fisico, passa quindi attraverso dieci stati emotivi – messi in relazione con i dieci segni – detti dieci stati di Kāma:

1.     Pensiero fisso (fumo);
2.     Desiderio (miraggio dell’acqua in movimento);
3.     Febbre (lucciola);
4.     Pallore del volto (lampada);
5.     Inappetenza (fiamma);
6.     Tremore (Luna);
7.     Follia(Sole);
8.     Vertigine (disco nero);
9.     Confusione mentale (lampo);
10.   Insensibilità (disco azzurro).

Il desiderio si trasforma in azione sfociando nel rapporto sessuale – fisico o visualizzato – e provoca la discesa del seme la cui essenza, attraverso il canale mediano, risale verso la testa anziché essere disperso all’esterno.

Il sesto passo - samādhi – è caratterizzato dallo stato di beatitudine permanente o “piacere onnipervadente” - ānanda – ed è definibile come condizione del “due in uno” o Sahaja "stato naturale".
Si realizza in altre parole l’identità tra yogin e yoginī, tra essere umano e divinità, tra interno ed esterno.




[1] Vedi Nāropā, Iniziazione Kālacakra. A cura di Raniero Gnoli e Gabriella Orofino. Pag. 95. Biblioteca Orientale 1. Adelphi 1994).
[2]   Si legge a questo proposito nella Laghutantraṭīka di Vajrapāṇi:
“Vista l’immagine e posto [il pene] nella vulva, si ha la meditazione susseguente, allo scopo di accrescere il supremo immoto piacere. Quindi ancora, dopo aver abbandonato la mudrā dell’azione e della conoscenza, lo yogin deve realizzare meditando la grande mudrā allo scopo di accrescere il grande piacere”.

Vedi: Cicuzza, C. (1994), La Laghutantraṭīkā di Vajrapāṇi, tesi di laurea, Università La Sapienza di Roma.


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