giovedì 3 settembre 2015

ADVAITA VEDANTA?

Quest'anno prima al Sand di Titignano,poi al Festival Vegano di Sarzana e poi a Cisternino, in Puglia, ho ascoltato delle cose bizzarre sull'advaita vedanta. Diciamo che è un termine che oggi, soprattutto in america, va assai di moda, ma le elucubrazioni di molti degli studiosi, maestri e filosofi che ho conosciuto mi pare che abbiano un po' poco a che vedere con la filosofia di Shankara Bhagavadpada,padre riconosciuto dell'Advaita Vedanta. Alcuni lo trasformano in una specie di nichilismo idealista, per cui niente di ciò che si vede e si tocca ha esistenza propria, tutto è un'illusione ecc. ecc. Altri, suggestionati forse da alcune teorie del buddismo theravada, considerano il corpo un inutile involucro pieno di sangue, urina e feci e finiscono per  trasformare la filosofia di Shankara, in una specie di regno della logica contrapposto al mondo della materia, brutto sporco e cattivo.
Ovviamente non mi sento il portatore della verità Advaita, nè uno strenuo difensore dell'ortodossia shankariana, ma visto che ho studiato e praticato a lungo gli insegnamenti degli shankaracharya (sette anni per la precisione) mi è parso utile cominciare a mettere per scritto alcune mie riflessioni sui temi secondo me fondamentali del MayaVada (così Shankara definiva la sua "visione filosofica dei Veda) o Uttara Mimansa. 
Comincerò parlando di Quantità e Qualità.


Credo che si dovrebbero considerare alcuni punti essenziali che sfuggono, talvolta, allo studioso o al "simpatizzante" occidentali.
Advaita vedanta è la filosofia del "non due".
Non si tratta di discriminare ciò che è non reale da ciò che lo è e non c'è un "uno" contrapposto ai molti.
L'Advaita Vedanta è al di là del numero e delle qualità.
Nel riportare le parole, spesso intraducibili, di Shankara si creano definizioni anche belle, ma non esattissime che generano interpretazioni tanto suggestive quanto campate in aria.
Advaita innanzitutto è, per lo yoga, uno stato o meglio una delle possibilità dell'essere umano nel suo divenire (tanto per citare Guenon), e questo stato viene reso in italiano con le parole "coscienza eterna e onnipervasiva". 

Onnipervasiva significa che pervade ovvero che entra/penetra/fa parte di ogni cosa. 
Coscienza significa che c'è un qualcosa che sa di esistere ed è in grado di conoscere (quindi tra virgolette di "discriminare"). 
Eterna vuol dire che è al di là del tempo e tutto ciò che è al di là del tempo, per noi, è A-Logico. Possiamo ripetere le parole "eterno", "infinito" o "onnipervasiva" milioni di volte, ma non riusciremo mai a comprendere veramente cosa significano, perché la mente umana non è attrezzata per farlo!
Per noi  esiste solo ciò che ha un inizio ed una fine, e possiamo conoscere solo qualcosa che è diverso da noi o diverso da qualcosa che già conosciamo.
Non è colpa nostra! La nostra mente è fatta così. Questo significa che non abbiamo la minima possibilità di capire cosa sia Advaita. Possiamo leggere tutti i libri del mondo, ma se non scopriamo come modificare prima la nostra "tecnica del pensare" e poi la nostra mente, non caveremo un ragno dal buco.
Tutto ciò che è percezione dipende dalla mente che, anche se confondiamo i termini, è cosa diversa dalla coscienza.
Per l'advaita vedanta la mente è "una forza inconscia" che limita (apparentemente) la coscienza illimitata, ma questa forza inconscia è una espressione della Dea.
Per essere più chiaro: non è che il corpo o un qualsiasi fenomeno fisico (rupa, artha) siano illusori o siano più o meno reali dello spirito, delle idee, dei pensieri (nama, shabda), per Shankara, non hanno esistenza propria nel senso che sono "causati" da qualcosa d'altro.
Shankara dice che c'è la possibilità di riconoscersi/realizzarsi/identificarsi in quel qualcosa d'altro, nella causa prima, o "causa incausata" [per usare una definizione che piace ai filosofi e fa incazzare tutti gli altri].
Beh! non è, per quel che ne so, che Buddha Shakyamuni o Lao Tsu dicessero cose tanto diverse, ma questo non è importante, adesso. 
Torniamo all'advaita. Né Shankara, né nessuno dei suoi allievi ha mai definito illusorio un fenomeno: è l'identificazione che non è reale, non la mente o il senso dell'ego o il corpo in sé.
La pratica dell'Ishtadevata (che fa parte del sadhana advaita ) consiste nel limitare la "coscienza eterna ed onnipervasiva" di cui si parlava prima in una statua, un dipinto o un'immagine creata dalla nostra mente.
Ora, diciamocelo, pensiamo davvero che gli yogin e i preti che fanno le puja alle varie divinità siano dei deficienti? Pensiamo che un essere umano di intelligenza media possa veramente credere che Dio, "quel" Dio, l'Assoluto, infinito ed eterno creatore possa essere rinchiuso in una statuetta di bronzo? Si tratta di un gioco, di un trucco per la mente: se riesco a farle credere che in quella statuetta c'è la divinità nella quale (mi hanno detto) deve identificarsi, piano piano realizzerà la possibilità di non essere identificata con il corpo, con le emozioni ecc.
Limitare la coscienza assoluta in una immagine di Vishnu o nella mente del singolo è esattamente la stessa cosa...
Questo non significa che l'immagine di Visnu o la "mia"mente non esistano. 
Discriminazione, per Shankara, consiste nel comprendere che non c'è differenza tra l'oggetto percepito e colui che percepisce: guardo l'immagine di Vishnu e utilizzo delle tecniche (mantra, asana, mudra, dhyana) per identificarmi con "quel" Vishnu.
"Discriminazione", se si parla di advaita vedanta, non è una facoltà della mente, ma un allenamento, un esercizio che serve a preparare la trasformazione" della "tecnica del pensare" e della mente. Non c'è un qualcosa che sia più reale di qualcosa d'altro. Il sadhana advaita passa attraverso il riconoscimento della non realtà delle identificazioni e delle differenze, attraverso l'identificazione e la differenza .
L'occidentale è  molto affezionato alla propria mente ed al proprio ego.
Spesso li santifica. Q
uando entra i contatto con le discipline orientali tende, all'opposto, a disprezzarli e a demonizzarli. Non so perché accada. Di certo so che la demonizzazione del corpo, dell'io o della mente non hanno niente a che fare con Shankara e l'advaita vedanta.
Il concetto fondamentale del "monismo shankariano" è che non c'è differenza tra nome e forma, tra nome e nome e tra forma e forma
Forma e nome sono reali ed esistono sin dal momento in cui uno pensa "io sono".
Credere che la "discriminazione di cui si parla nello yoga, sia l'azione di un io percepente che discrimina tra oggetti interni od esterni scegliendo quello che è più reale o meno reale" è un errore  Discriminare significa comprendere l'illusorietà delle differenze, non l'illusorietà dei fenomeni.
L'energia che mi spinge a comprendere un sutra di Shankara è la stessa che mi porta a leggerlo ed è la stessa che mi porta a fare la cacca.
E l'odore della cacca viene percepito esattamente grazie alla stessa energia.
Ci sono tecniche indo-tibetane o taoiste per ascoltare e percepire in maniera sempre più sottile il processo delle funzioni evacuatorie. 
Hanno la medesima rilevanza e la medesima potenzialità delle tecniche per ascoltare e percepire in maniera sempre più sottile l'insorgere del pensiero e delle emozioni.
Non importa l'azione in sé quanto la qualità dell'azione.

Nessun commento:

Posta un commento