martedì 8 novembre 2016

I CINQUE TIBETANI E LO YOGA DEI NATH




La Fonte dell'Eterna Giovinezza

Negli anni'30, ad Hollywood, Peter Kelder, dopo aver letto "Orizzonte perduto" di James Hilton (il romanzo in cui si parla della ricerca di Shangri-la) scrisse un soggetto cinematografico sul tema della  Fonte dell'Eterna Giovinezza.

La storia era banale:
un colonnello dell'esercito britannico, vecchio curvo e malato, si ritrova in un misterioso monastero tibetano, dove alcuni misteriosi monaci gli svelano il misterioso segreto dell'eterna giovinezza. 
Il colonnello torna in occidente, ma non lo riconosce nessuno, dimostra 30 anni di meno, è dritto come un fuso e gli sono pure ricresciuti i capelli.

La storia, per  quegli anni, era, appunto, banale e gli Studios la rifiutano.

Nel 1939 Kelder ci scrive un libro e lo chiama "The Eye of Revelation".

Nel 1946, aggiunge dei capitoli, mette in evidenza l'aspetto salutistico e aggiunge un sottotitolo: "Ancient anti-aging secrets of the five tibetan rites"

Il libro non è un capolavoro e cade nel dimenticatoio fin quando, negli anni 80, nell'epoca delle "Profezie di Celestino", un antiquario, Jerry Watt, ritrova per caso l'unica copia rimasta dell'edizione del 1946.

"The Five Tibetan Rites of Rejuvenation", nuovo titolo del libricino, diventa un best seller.

E' una storia meravigliosa.
Al giorno d'oggi  milioni di persone che praticano, studiano, insegnano i cinque riti tibetani credendo siano un'antichissima e segreta tecnica orientale mentre, probabilmente si tratta dello spezzone coreografico di un vecchio film in costume, che Kelder ha mescolato con qualche vaga nozione di Hatha yoga (nel libro si parla di sette cakra e e di vortici energetici).

Gli esercizi usciti dalla fantasia dello sceneggiatore americano dopo 70 anni sono diventati veri, più veri del vero.

Se nella stessa scuola di yoga di Roma o Milano si proponessero, contemporaneamente uno stage di yoga tantrico con un monaco Kagyu, ed uno sui Cinque Tibetani condotto da un ex agente immobiliare di Miami, quale sarebbe il più frequentato, secondo voi?

E' una storia fantastica.
Che può insegnarci molto.
I cinque tibetani nascono per il cinema.
Il loro fine è il successo e  sono stati concepiti per essere facilmente comunicabili.

Le pratiche yogiche nascono invece in ambienti ristretti, devono essere comunicate da maestro a discepolo e spesso, per vari motivi, vengono "secretate", cio: NON devono essere facilmente comunicabili.




Continuando così, tra dieci o vent'anni il falso facilmente comunicabile sarà ancora più vero e il vero , spesso segretato, scomparirà anche dai ricordi perché le case editrici, le palestre, le grandi scuole, lavorano per il profitto, ed il profitto ovviamente aumenta con l'aumentare del numero dei lettori e dei praticanti.

Se io gestissi una palestra e dovessi scegliere tra un corso sui cinque tibetani frequentato da 100 persone ed uno di meditazione mantrayana frequentato da tre persone ovviamente sceglierei il primo.
E' normale che sia così.
E' il mercato: bisogna dare ai clienti ciò che i clienti richiedono, bisogna fare ciò che piace ai clienti, non ciò che è vero.

E' la maniera di porgere un messaggio che è essenziale non il messaggio in sé e questo è valido in tutti i campi, anche nello Yoga, mi dicono.

"The Eye of Revelation - The Five Tibetan Rites of Rejuvenation". E' un titolo meraviglioso, chiaro e comprensibile.

"Glossa di Shankara al commento di Vyasa sugli aforismi di Patanjali" (uno dei testi più importanti della Yoga, a mio parere) è un titolo pessimo, oscuro e noioso.

Sinceramente, se doveste  scegliere tra uno dei due libri in base al titolo,  quale acquistereste?



Verità e comunicazione









La genesi dei Cinque tibetani è affascinante.

Non sto ironizzando.

Un soggetto cinematografico rifiutato dagli Studios di Hollywood, diviene un romanzetto d'avventura di scarso successo. Dopo sessant'anni il frutto della fantasia di un'oscuro sceneggiatore cinematografico si fa realtà, l'elisir di lunga vita da lui immaginato, cinque "esercizietti" facili facili messi in serie senza nessuna logica, viene bevuto da milioni di persone, pronte a testimoniare la validità del metodo, i positivi effetti sulla salute e sulla psiche ( che ci sono! Senza ombra di dubbio), le esperienze trascendentali innescate dalla pratica assidua.









I segreti del successo dei Cinque Riti Tibetani sono la facilità e l'immediatezza.
Il titolo è uno slogan pubblicitario di sicuro effetto:
"The Five Tibetan Rites of Rejuvenation".

La lingua con cui è scritto è semplice e diretta, senza fronzoli e senza riferimenti a complicati concetti filosofici.

La sequenza di esercizi si impara in un quarto d'ora e non necessita di particolari doti di forza, scioltezza, resistenza, concentrazione.

Facilità è una delle parole chiave del mercato.


Per avere successo bisogna innanzitutto saper comunicare il messaggio che si vuole vendere.
Ma vendere non basta, bisogna "fidelizzare".

Bisogna cioè mantenere la clientela il più a lungo possibile, in modo da formare uno "zoccolo duro" che non solo rappresenta una sicurezza economica, ma, si dedicherà, spontaneamente e senza nemmeno pretendere un compenso, alla divulgazione del messaggio e alla promozione del prodotto.


Entrare in possesso, senza dannarsi troppo l'anima, di un "esoterica verità" tenuta segreta per millenni in un "segreto monastero himalayano", suscita sicuramente delle belle emozioni.

E una volta che si padroneggia l'antica tecnica segreta perché non rivelarla ad amici, parenti e conoscenti?


Dal punto di vista dell'abilità comunicativa e delle strategie di vendita, i possessori del brand "I CINQUE RITI TIBETANI" (è un marchio registrato, ovviamente, come COCA COLA e OMINO BIANCO) sono dei geni.

Hanno creato un impero sul nulla, senza far male a nessuno, senza rubare niente, senza nemmeno mentire sulle origini degli esercizi (è scritto dovunque, sul web, che il libro di Kelder è un romanzo).
 Tanto di cappello!

Spirale perversa

Però...però  questa bella storia, bella da molti punti di vista,  per noi che ci occupiamo di Yoga, può innescare una spirale perversa.

Se per esistere devo avere successo e se per avere successo devo comunicare messaggi facili, sempre più facili, se devo semplificare tecniche e nozioni per poter arrivare ad un pubblico sempre più vasto, non finirò per snaturare completamente la pratica?


Quando, negli anni '70 praticavamo insieme, 9 persone su dieci sedevano tranquillamente in padmasana (la posizione a gambe incrociate), anche per ore intere e la verticale sulla testa era considerata una posizione di routine.




In questi ultimi anni ho conosciuto, con stupore, non pochi insegnanti di yoga che, pur tenendo corsi regolari, non riescono a stare in padmasana con la schiena dritta e non sanno assumere correttamente shirshasana.


So che questo mi alienerà parecchie simpatie, ma purtroppo è un dato di fatto: la preparazione fisica dei praticanti e degli istruttori di yoga, a volte lascia assai a desiderare.


Per ciò che riguarda le basi teoretiche a son di proporre messaggi facili, di immediata comprensione, anche gli insegnanti rischiano di  perdere la capacità di sviscerare i testi dei maestri.


Si tirano spesso in ballo la devozione (l'ha detto Swami Tizio, l'ha detto Baba Sempronio...) o l'intuito (" Perchè studiare Patanjali o la Bhagavad Gita? Se una cosa mi risuona è vera), il che ha un senso, indubbiamente, ma, a mio parere, se ci si confronta con un testo "tecnico" come sono le upanishad la devozione e l'intuito lasciano il tempo che trovano.


Faccio un esempio pratico:

Negli anni '70 Babaji di Haidhakhan istruì in Nepal un gruppo di 8 discepoli allo yoga di Gorakanath.

Gli insegnamenti trascritti da Shri Shastri Vishnu Datt, erano impartiti in versi, nella lingua parlata sull'Himalaya ai tempi Gorakanath.

Leggo un brano a caso dalla traduzione di Gora Devi (i corsivi sono miei):

"[....]Tu hai conquistato il sonno, che per paura di te, fu nascosto nell'Oceano di Latte e dato a Vishnu.

Quando il demone Madhukaitabb attaccò Brahma, Brahma corse alla porta di Vishnu, pianse e pregò la Dea del Sonno

Allora lei svegliò Vishnù che lottò... contro Madhukaitabb.

Gorakanath ha ottenuto la vittoria sul Sonno.

Chiunque conquista il Sonno conquista Mahakala.

I cinquantasei Kahwa e le sessantaquattro Yogini esclamano: jai jai Guru Gorakanath tu sei il Mahanath dei nath....Vieni Kamalo, quando hai cominciato a cantare come il Rishi Narada, come hai cantato bene!"


Se si ha una certa conoscenza dei Purana, del Vedanta, del Tantra e delle dinamiche dei Chakra (56 e 64 sono i marici o radianze, di due dei Chakra maggiori....) il brano appare relativamente chiaro, ma se ci si affida ad intuito e devozione secondo me non ci si cava un ragno dal buco.

Bisogna aver letto Shankara, il Sat Chakra Nirupana, le storie del Rishi Narada.

Bisogna conoscere la figura e il significato di Mahakala (forma di Shiva frequente nel tantrismo tibetano) ecc. ecc...

 Diciamoci a verità quanti insegnanti e praticanti di Yoga saranno non dico in grado di comprendere, ma interessati a sviscerare questo brano?
Uno su dieci?

L'immediatezza di testi come "I CINQUE TIBETANI" e il successo che ottengono, porta spesso gli istruttori a semplificare la loro prosa, ad evitare i riferimenti che appaiono, all'orecchio del praticante medio, difficili o "troppo connotati".

Da un certo punto di vista la semplificazione è una cosa positiva: se si evita di pretendere la schiene dritte nelle lezioni di Hatha Yoga, ed eliminiamo dal nostro vocabolario termini "astrusi", che non "risuonano" alle orecchie del praticante medio, sicuramente si allarga il numero delle persone che si avvicinano allo yoga, ma credo che si debba fare attenzione, perché modificando il linguaggio corporeo e vocale si finisce per modificare anche la nostra mente e soprattutto, le moalità e gli scopi dell'insegnamento originario.


Per molti istruttori l'essenziale è "creare una bella atmosfera", "sviluppare l'armonia di gruppo", "trasmettere un messaggio di pace e amore", "comunicare la propria idea del mondo e della vita".... tutte cose belle e positive, ma lo yoga i Shankara e Gorakhnath dov'è?


Il fatto che praticando I Cinque Tibetani ci si senta meglio non significa che si stia praticando Yoga.

Ci si sente meglio anche a praticare le danze afro-cubane, a fare sesso e a passare una giornata in piscina, ma nessun danzatore, amante o bagnante credo avrebbe l'ardire di paragonare la su pratica allo hathayoga.


A meno che non si definisca  Yoga tutto ciò che ci "fa star meglio".


Devo dire, che io non storgo il naso davanti alle necessità e alle leggi del mercato.
Oggi le paole Yoga, Tibet e  Rito, vanno per la maggiore e non vedo niente di male nell'utilizzarle per sbarcare il lunario.

Qualche hanno fa andava di moda lo Zen e sulla piazza c'erano migliaia di libri, corsi, conferenza dedicate allo zen:" Lo Zen e l'arte della motocicletta", "Lo Zen del sesso", "Lo Zen dell'unicnetto" ecc. ecc.
Oggi è la volta dello yoga: lo Yoga della risata, l'acro Yoga, Yoga dance, lo Yoga della sedia a sdraio ecc. ecc.

Il fenomeno di per sé non è negativo, anzi, molte di queste discipline hanno effetti positivi sulla salute e sulla psiche la mia, si badi bene,  e mi guardo bene dal muovere critiche agli istruttori di Yoga della risata o  dei Cinque tibetani: ben vengano persone che, con entusiasmo, si dedicano al benessere altrui!




Però mi piacerebbe che gli in e i pregnanti e i praticanti "anziani" di yoga facessero un piccolo test.

Rileggete il brano di Babaji:

"Tu hai conquistato il Sonno che per paura di te, fu nascosto nell'Oceano di Latte e dato a Vishnu.
Quando il demone Madhukaitab attaccò Brahma, Brahma corse alla porta di Vishnu, pianse e pregò la Dea del Sonno.
Allora lei svegliò Vishnù che che lottò contro Madhukaitabb.
Gorakanath ha ottenuto la vittoria sul Sonno.
Chiunque conquista il Sonno conquista Mahakala.
I cinquantasei Kahwa e le sessantaquattro Yogini esclamano: jai jai Guru Gorakanath tu sei il Mahanath dei nath....Vieni Kamalo, quando hai cominciato a cantare come il Rishi Narada, come hai cantato bene!"




E ora leggetevi la prima parte del libro di Peter Kelder.


Sinceramente, tra le due storie, ambientate entrambe sull'Himalaya, vi "risuona di più" quella di Kamalo che canta come il Rishi Narada o quella del vecchio militare che scopre il segreto dell'eterna giovinezza?




Se il libro dello sceneggiatore californiano (di genitori olandesi) vi emoziona e vi intriga di più degli insegnamenti di Babaji Goraksha, considerato incarnazione di Samba Sada Shiva dagli yogin indiani, tibetani e nepalesi secondo me dovreste chiedervi:

"E' yoga quello che pratico e insegno?"









Il Manzo non Esiste

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