giovedì 10 novembre 2016

PIEDE DI POLPO E CODA DI LUCERTOLA


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Mi ricordo un'estate di quattordici, quindici anni fa.
Eravamo a Ansedonia, in Maremma, e  Angelica, mia figlia piccola, mi chiese di insegnarle a camminare sugli scogli.
 Io sono nato e cresciuto a Livorno, dove le onde ti pigliano a ceffoni e, se non stai, ti schiantano sui sassi scolpiti dal libeccio.
Camminare a piedi nudi sulle scogliere sin da bambini t'insegna a  riconoscere al volo gli scogli scivolosi,le conchiglie e i gusci di patella acuminati che possono ferire i piedi.
Per un livornese camminare sugli scogli è normale, ma Angelica era affascinata  dalla velocità con cui scendevo la scogliera che ci portava al mare.


-"Mi insegni a camminare sugli scogli?"-

Mica facile...Come si fa a trasmettere qualcosa che non sai come hai imparato?
 Mi inventai un linguaggio "scogliesco", roba che potevamo capire solo noi due.
 Le parlai  di sassi buoni e cattivi, di braccia usate come le ali del gabbiano , di piede come un polpo e di osso sacro come la coda di una lucertola.
Cercai le parole per raccontare un'esperienza assolutamente non verbale fatta di mille e mille cadute, graffi, salti goffi e tuffi .inaspettati.
Parole  indirizzate esclusivamente a mia figlia.
Solo lei era in grado di comprendere il vero significato di frasi come coda di lucertola e piede di polpo
Che piccola che era!!!
Domani compie venti anni. 
Non  credo si ricorderà di quel pomeriggio di quattordici, quindici anni fa, 
Ha vent'anni adesso, fa la danzatrice.
Io invece me lo ricordo bene.
Quel giorno, senza volerlo, mia figlia mi insegnò a non fidarmi delle parole scritte nei libri.




Chi come me, si occupa di Yoga e filosofia orientale  si sarà trovato ad usare, in lezioni, conferenze o discussioni tra amici, le parole dei maestri antichi, come  Buddha, Lao Tzu o Patanjali la cui  grandezza è tale  da farle risuonare l in tutti noi e tutti noi, a vari livelli, pensiamo di essere in grado di comprenderle.
Ma quei grandi probabilmente stavano comunicando a parole, le loro esperienze i ad un numero esiguo di discepoli,  o addirittura ad un solo discepolo.  Le cronache che parlano di folle oceaniche al seguito di Buddha o di Maestri moderni non devono trarre in inganno: Quelli sono i  devoti e gli allievi, non i discepoli.

Il devoto è il fedele,colui che riconosce (o crede di riconoscere) in un maestro il Principio divino, gode della sua presenza e si ciba delle sue parole a prescindere dal loro significato e dalla sua capacità di comprensione.

L'allievo è invece colui che che viene "allevato" da un istruttore, ed impara una serie di tecniche.

il Discepolo infine è colui che "discende" dal maestro, ovvero ne condivide l'essenza.

Per dare un'idea  Buddha  Shakyamuni aveva migliaia di devoti, una dozzina di allievi e un solo discepolo, Mahakashyapa. e solo lui, Mahakashyapa, era in grado di comprenderne gli insegnamenti.

Quando noi leggiamo una frase di Buddha abbiamo la presunzione di comprenderla perfettamente, e la ripetiamo, come fosse nostra,  ad altri mille convinti che tutti possano comprendere ciò che  era stato detto per uno su diecimila.
Solo l'Angelica di quattordici o quindici anni fa può sapere cosa significa davvero"piede di polpo" o "Coda di Lucertola". 
Solo Mahakashyapa può conoscere la vera essenza di Buddha Shakyamuni e noi non possiamo essere né Buddha né Mahakashyapa: possiamo essere solo noi stessi.




Tutti gli insegnamenti dello Yoga, la via per la felicità,  possono essere sintetizzati in tre parole:
Conoscere-Comprendere-Essere. 
Quel pomeriggio, ad Ansedonia, credo di aver capito   che non sono le Scritture  che dobbiamo conoscere e comprendere, né  le entità astratte che la mente crea per vincere la paura antica della Natura e della Morte, ma solo ed esclusivamente noi stessi.
La felicità dimora nel cuore dell'uomo, il dolore nella sua mente.








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