venerdì 18 novembre 2016

RICONOSCIMENTI


"Senza paura, senza scopo, senza sforzo
lascia sgorgare dallo spazio vuoto
gesti divini e danze sconosciute
."
(Tantra della Ruota dei Tempi)


Sono sicuro che mia mamma mi darebbe uno "storcione" (uno schiaffo tra capo e collo) e mi direbbe -"Deh! un t'ho mi'a fatto gobbo!"-
Era la sua maniera per farmi i complimenti, per dirmi che era orgogliosa di me.
Se ne è andata l'anno scorso, a marzo, il giorno del suo compleanno.

Il mio secondo libro, "La lingua perduta dei Veggenti" sta andando alla grande e qualche giorno fa YOGA ALLIANCE® ITALIA - INTERNATIONAL mi ha inserito nella "Top Eleven" dei più illustri  maestri di yoga  contemporanei (http://www.yogaalliance.it/illustri-maestri-yoga.html ) assieme a personaggi del calibro di  Dharmachari Swami Maitreyananda, Shica Rea, Bikram Choudhury, Barone Baptiste...

 -"Deh! un t'ho mi'a fatto gobbo!"- direbbe mia mamma, e devo dire che, alla faccia dello yogico distacco e delle pratiche di annichilimento dell'ego, mi è difficile nascondere la soddisfazione.
Sono  riconoscimenti che fanno piacere, inutile negarlo.


Ma nello yoga esiste anche un altro genere di riconoscimenti...
Anni fa insieme ad un gruppo di yogin, marzialisti e psicologi, si dette vita al Gruppo Vedanta, 

Ci trovavamo in una cascina sugli appennini, a Borgotaro una volta ogni due o tre mesi, e stavamo insieme un week end lungo, dal venerdì alla domenica, per praticare, giocare e gozzovigliare insieme.

Con stupore, già dal primo incontro, assistemmo all'insorgere spontaneo, fenomeni che definimmo, al tempo, tradizionali.
Ci eravamo "riconosciuti".

Tutto  ciò che avevo letto e ascoltato nel passato, trovava espressione nelle dinamiche interne del gruppo.

L'incontro, il libero lasciarsi andare alla risonanza, il far vibrare le nostre "corde coscienziali", la parte più intima e nobile dell'essere umano, sembrava modificare tempo e spazio, rendendo consueti certi eventi che altrove avremmo definito paranormali.






Si parla molto di yoga come un insieme di tecniche, di teorie, di mantra.
Io stesso ne parlo e ne insegno, ma quando si lavora in un gruppo ciò a cui si assiste, se si riesce anche solo per un istante a non dare ascolto al continuo chiacchiericcio della nostra mente (al dialogo interiore) è una danza delle energie.

Un gruppo "tradizionale", un gruppo in cui ci si "riconosce" è un insieme che prescinde dalle individualità che ne fanno parte.

Ci si "riconosce" e se decidiamo di arrendersi  all'armonia dell'incontro, le individualità vengono trasformate, trasfigurate dall'esperienza.
Se non c'è trasformazione, anzi trasmutazione, non c'è Yoga.



Un gruppo tradizionale è un gruppo che si crea spontaneamente i cui componenti seguendo leggi misteriose, si riconoscono in ruoli precisi.

Quasi fossero tessere di un mosaico, separate dall'incuria e dal tempo, che un vento bizzarro riunisce improvvisamente.

Il vento che unisce un gruppo tradizionale può essere solo l'Amore, l'amore che nulla pretende, e nulla ha da dimostrare se non se stesso.



Per praticare, insieme, per cercare di modificare lo Spazio, è necessario mettersi in uno stato particolare, di recettività attiva.
Uno stato di Ascolto senza scelta.

Non è uno stato che si possa raggiungere con la volontà.
O meglio, di volontà si tratta, ma è quella della rosa che sboccia o dell'onda che, improvvisa, si alza sulle acque quiete.

Questo stato è un ricordarsi chi siamo, un riconoscimento, appunto.



 



Lo yoga procede per riconoscimenti, o iniziazioni, parole diverse per indicare la trasformazione della mente.

E' come se dovessimo imparare a far vibrare più velocemente i neuroni e le cellule di tutto il corpo per porsi nello stato di vuoto creativo tipico dell'Artista o dell'Amante.


Dal 1996 più o meno al 2000  ho fatto esperienze periodiche e molto intense con dei monaci tibetani della setta Gelugpa, quelli di Tsongkhapa.
Ci sono stati reciproci riconoscimenti, se così si può dire.

Il lavoro dei monaci tibetani (di quelli con i quali ho lavorato) è basato , secondo ciò che credo di aver appreso, quasi esclusivamente sulla percezione, trasformazione ed utilizzazione delle energie interiori.

Le manifestazioni di poteri psichici sono considerate parte integrante dell'istruzione e sono rimaste parte essenziale del mio lavoro.
Senza la percezione e l'utilizzazione delle energie sottili, secondo me, non c'è Yoga.

Le esperienze con i monaci furono assai intense.
Ad un certo punto, ebbi l'impressione di aver stabilizzato alcuni stati di coscienza che periodicamente comparivano sin da quando ero piccolo ed in alcuni casi erano stati fonte di sofferenza o , per lo meno , di squilibrio.

Il concetto che all'epoca più mi creava instabilità era quello del vuoto.
Penso che molti dei problemi e delle sensazioni di inadeguatezza dell'uomo siano dovuti al desiderio di fuggire quel vuoto interiore, adesso ho imparato che quella goccia di vuoto che compariva durante la meditazione e l'introspezione non debba essere fuggita o riempita , ma alimentata.
Il vuoto  deve prendere il posto della mente solo così si ha possibilità di cogliere l'essenziale, quell'energia che circola da uno all'altro e muta lo spazio circostante.

Quell'energia che chiamiamo Shakti, o semplicemente, la Dea.

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