martedì 14 marzo 2017

LO STRANO CASO DI DOTTOR YOGA E MISTER EGO






UNA DISCUSSIONE SURREALE

Qualche giorno fa ho scritto, per i miei allievi dei Corsi di formazione di  Padova e La Spezia un testo sulla Vyayama Vidya.
Come faccio spesso ho deciso di condividerne una parte sul Web, "Ashtanga Yoga non è Yoga" e, con mia grande sorpresa, il post ha innescato una serie di discussioni accesissime, valanghe di commenti, decine di messaggi in privato e qualche (un paio) telefonata stizzita.

Alcuni (pochi) praticanti di Ashtanga Yoga si sono offesi per il mio accostare le tecniche insegnate da Patthabi Jois alla Vyayama Vidya, la millenaria, e nobile, Arte della Ginnastica Indiana e l'evidenziare le differenze tra questa (la Vyayama Vidya) e lo Yoga, inteso come pratica del Samadhi finalizzata all'Illuminazione.


La diatriba mi è parsa subito surreale.


1) Perché non avevo  nessuna intenzione di denigrare i praticanti e gli insegnanti di Ashtanga Yoga. Per me che  sono ginnasta e danzatore, definire Patthabi Jois un "grandissimo Maestro" di Vyayama è cosa buona e giusta, un doveroso riconoscimento.



2) Perché la derivazione dello Ashtanga Yoga e di tutte le pratiche provenienti dal metodo di Shri Krishnamacharya (Maestro per il quale nutro un ammirazione infinita) dalla Vyayama Vidya non è certo un'opinione avventata né una nuova teoria (vedi a.e.: A. L. Dallapiccola.
The Yoga Tradition Of The Mysore Palace By N. E. Sjoman, Journal of the Royal Asiatic Society, Third Series, Vol. 8, No. 1 Apr., 1998).












3) Perché l'idea, emersa chiaramente da alcuni interventi che il fare yoga sia attività moralmente e/o spiritualmente più elevata del fare ginnastica mi pare bizzarra assai.
Per chi si interessa di yoga il praticare asana, mudra, kriya, nidhidhyanasana (il nome autentico della meditazione) non è né meglio né peggio del giocare a calcetto o del coltivare l'orto.


Si tratta di diversi percorsi che l'anima individuale intraprende prima di scoprire la sua vera natura e svelarsi Spazio nello Spazio, o dio in Dio.


La discussione, ripeto, mi è sembrata da subito surreale: per quale motivo alcuni praticanti di Ashtanga si sono sentiti in dovere di difendere il loro riferimento da chi lo definiva "grandissimo Maestro di Vyayama Vidya?


Hanno forse la coda di paglia? Sono forse in malafede?

Ci ho riflettuto a lungo.
E alla fine è emersa la mia naturale tendenza alla Pronoia: sono intimamente convinto che tutti gli esseri umani agiscano a fin di bene.
Certo si sbaglia, si prendono cantonate clamorose, ma in genere, e soprattutto nel mondo dello yoga, non credo proprio che esistano  praticanti in malafede.

Per cercare di comprendere i motivi di certe accuse e certe risposte stizzite sono riandato, con la memoria, a qualche anno fa.

Tra il 2006 e il 2012 sono stato istruito all'Advaita Vedanta secondo gli insegnamenti di Shankara Bhagavadpada.
Ero completamente assorbito nel mio ruolo di aspirante advaitin: mi portavo il Vivekacudamani e la Bhagavad gita anche al bagno.
Avevo quattro diverse traduzioni degli Yoga sutra e, non contento, ho cominciato a tradurmeli da solo.
Passavo le ore a meditare sul Ko'Ham/Na'Ham/So'Ham e sul Tat Tvam Asi.
Ero completamente preso.

Mi sono chiesto: cosa sarebbe accaduto all'epoca se qualcuno mi avesse detto che quello di Shankara non era Yoga?

Beh! sicuramente non mi sarei offeso, né avrei accusato altri di essere in malafede.
Avrei fatto di peggio: sarei entrato a gamba tesa (mi chiamavano Ryu no Kokyu il "bastonatore" all'epoca) e, come facevo spesso a quei tempi, mi sarei gettato nell'agone con il peso della mia vera o presunta erudizione  e dell'addestramento agli "onorevoli duelli filosofici" (i Tarka in cui si divertono tanto anche i lobsang tibetani) per dimostrare con perifrasi ad effetto e citazioni di questa o quella scrittura che quello di Shankara era il vero Yoga.

A ripensarci adesso mi vien da ridere: per quale motivo difendevo l'onore di Shankara?

Si tratta di uno dei più grandi yogin e poeti di tutti i tempi, una incarnazione di Shiva.
Veramente pensavo che avesse bisogno della "mia spada"?
Ovviamente si, lo pensavo, ero in buona fede, ma credo proprio che il mio scopo recondito non fosse difendere l'onore del maestro del maestro del mio maestro, ma qualcosa d'altro che ha a che vedere con il concetto di Autostima: più esaltavo il fondatore del "MIO" lignaggio, più ingrassavo il mio ego.




AUTOSTIMA Nei forum di yoga, nelle conferenze, nei libri si fa un gran parlare di dissoluzione o di sublimazione dell'Ego, di non attaccamento alle proprie opinioni e credenze, di distacco, ma inaspettatamente, prima o poi, escono fuori l'orgoglio di sé e la volontà di difendere la propria immagine e il proprio ruolo nell'universo mondo.


Non credo che sia colpa nostra, è che da quando siamo nati ci riempiono la testa con il mito dell'individualità.

Quante volte discutendo con altri praticanti di Yoga, vyayama o meditazione  vi siete trovati a parlare di distruzione dell'ego, conflitto tra io, es e super-io, lotta con l'egotismo... ?
In alcuni ambienti non si parla d'altro, ve lo assicuro.

Per alcuni l'ego diventa il male assoluto, altri, al contrario, hanno paura che le pratiche orientali possano minare la loro coscienza individuale, base, a loro dire , della persona.

Presi dalla foga del dibattito ci dimentichiamo che il concetto di individualità inalienabile non è mica tanto vecchio.
Anzi è piuttosto recente.



Non ce ne rendiamo conto perché siamo così attaccati alla "nostra esistenza individuale" da reputare l'attenzione morbosa che dedichiamo al "nostro spazio vitale", alla "nostra realizzazione nel lavoro", alla" nostra salute", alla "nostra persona", una condizione naturale dell'essere umano. 


Si è addirittura inventato il concetto di autostima, che per me è una cosa delirante: in pratica ci sarebbe un rapporto matematico  tra un "io ideale" e un "io percepito", più l'io percepito si avvicina all'io ideale e più sono felice. 

Se si allontana sono infelice.

Si organizzano addirittura dei corsi "per aumentare la propria autostima". 

Ma "siamo fuori"?
Sembra che l'essere umano passi il tempo a costruirsi dei modelli da imitare, dei modelli di comportamento, delle persone ideali cui assomigliare.
E il concetto di autostima è entrato così profondamente nella nostra testa da farci dimenticare che è una roba che non esisteva fino al secolo scorso:lo consideriamo  una verità ontologica, ma è una teoria moderna!



Il suo inventore fu lo psicologo americano Williams James, presidente della Society for Psychical Research dal 1894 al 1895:


Prima di James gli esseri umani, salvo eccezioni, pensavano a vivere e a far vivere la propria famiglia e la propria comunità, non a crearsi modelli di comportamento.


Leonardo da Vinci disegna bene sin da bambino. I genitori lo mandano a bottega perché sviluppi il suo talento e ne faccia una professione:

non è che si è messo a pensare a Giotto come ad un'io ideale ed ha passato la vita a cercare di assomigliargli!


AHAMKARA

Credo che occuparsi di Yoga /o di Zen, o di Taoismo) senza abbandonare i nostri pregiudizi culturali sia solo uno sterile esercizio della mente, un giochino per tenerci impegnati.
Affrontare i testi di Shankara e Lao Tse o i discorsi di Shakyamuni con gli occhiali della psicologia moderna o della filosofia tedesca del XIX° secolo può essere divertente e gratificante, ma forse è inutile, o addirittura assurdo.
Come andare in montagna con le pinne e la muta da sub.

Non si possono, tradurre i termini sanscriti e cinesi riferiti, che so..., all'energia vitale con le parole di Freud o di Henry James, perché l'universo degli yogin e dei taoisti era "fisico", non mentale...


Ahamkara, ad esempio, il termine sanscrito che viene tradotto con "egotismo" o "individualità", per gli yogin è una realtà fisica, un organo, o parte di un organo, che ha la funzione di permettere la conoscenza della realtà: tutta la realtà racchiusa tra le vibrazioni A ed Ham, ovvero la prima e l'ultima sillaba dell'alfabeto, rese visibili dal fuoco/luce (Ra) e ricondotte al cuore (Ka, primo petalo del cakra del cuore e prima consonante dell'alfabeto). 


L'universo dello Yoga e del Tao è vibrazione, le energie mentali, le emozioni, i sentimenti si muovono esattamente come le onde del mare, i raggi del sole o il vento d'estate.

Molti di noi si occupano di psicologia  e credono di occuparsi di Yoga. 
Il che non è assolutamente un male, ci mancherebbe, i problemi nascono quando si confondono le due discipline.
Come se non bastasse di questi tempi si tende a chiamare "psicologia" un mucchio di roba pseudoscientifica, che sta Freud e Jung come la gassosa allo champagne.
Roba pericolosa, da affrontare con le scarpe rinforzate e i mutandoni della nonna....



Ma torniamo al "mito dell'individualità inalienabile".
Il concetto di individuo come persona umana è concetto moderno appartenente alla teologia, alla filosofia e alla giurisprudenza occidentali.
Nella nostra costituzione si parla chiaramente di sviluppo delle possibilità creative e produttive della persona umana.

L'uso dell'aggettivo qualitativo "umana" sta ad indicare la differenza che i legislatori riconoscevano tra Persona Umana e Persona Divina.

La Persona Umana è l'individuo, Paolo, Andrea, Roberta.
La Persona Divina è il Cristo.
Con il mutamento dell'organizzazione sociale, nel XVIII° secolo, la comunità è diventata "Società di Individui".

E' John Locke il primo a parlare compiutamente di Personal Identity e siamo nel 1694.



Prima di allora il concetto di individuo non esisteva.

Il Re non era un individuo, il Papa non era un individuo, e le famiglie erano organizzate in maniera diversa da oggi.

Possiamo intuirlo grazie alla sopravvivenza di alcune consuetudini:

io mi chiamo Paolo perché mio nonno si chiamava Paolo e suo nonno si chiamava Paolo.

Il sapere familiare si trasmetteva da nonno a nipote permettendo l'alternarsi di cicli di "conoscenza" rappresentati dalle generazioni.

Non c'era nessuna differenza tra i vari Paolo della famiglia.
Si trattava dello stesso "ente".


Il nome rappresentava qualcosa di più dell'individuo, e durava ben oltre i 40-50 anni di vita media di allora.

Con il pensiero filosofico e teologico legato al passaggio dal regime feudale alla società borghese si è applicato al singolo elemento della comunità lo stesso principio che si applicava prima al Cristo o, nella Grecia presocratica, ad Orfeo.




Il Cristianesimo in occidente si basa sulla "Trinitarietà":

Gesù è Persona Umana.
Cristo è Persona Divina.
Dio è l'Assoluto.
Allo stesso modo per gli orfici:

Orfeo era Persona Umana.
Dioniso era Persona Divina.
Zeus era l'Assoluto
.



ASMITA

Per individuo o persona umana si intende oggi un essere razionale dotato di coscienza di sé e in possesso di una propria identità.
Una definizione non soddisfacente.
E se uno sviene e perde conoscenza (ovvero non è più cosciente) non è più una persona?
E se uno è scemo e non agisce razionalmente non è una persona?

Si è arrivati a definire l'individuo tramite un qualcosa di spirituale che lo anima e caratterizza al di là della dimostrazione di razionalità e coscienza di Sé.
Nella Filosofia Orientale  non c'è niente del genere, o meglio c'è, ma è collegato ad una "alterazione percettiva" dovuta all'ignoranza. 


Per questo che non riusciamo a capire come mai per Patanjali (yoga sutra) अस्मिता asmitā (egotismo, individualità, egoismo) sia contemporaneamente indicata come  causa di sofferenza (क्लेश kleśa) e come il più alto stato coscienziale raggiungibile con la pratica yogica, il samadhi sasmitā.


L'individualità, l'ego, nello yoga non esistono. Anzi non dovrebbero esistere

Le catene di insegnamento, i "lignaggi" sono la negazione dell'individualità:
 Shankara è GovindaGaudapadaPatanjali.... Shiva.
KrishnaVyasa e Rama "sono"Vishnu.


L'identità individuale, per lo yoga, il taoismo o lo zen, è solo un costume di scena, una maschera di cartapesta che cela il volto della Persona.

Se non prendiamo coscienza della differenza tra ciò che "è" e ciò che è causato, in noi, dalle sovrapposizioni culturali difficilmente potremmo comprendere la portata degli insegnamenti, per esempio, di Shankara, Buddha o Lao Tse.


Ciò che ci sembra connaturato alla nostra stessa esistenza, come il concetto di identità individuale inalienabile, è spesso frutto di teorie psicologiche e di  discussioni tra intellettuali.

Discussioni fatte tra menti acutissime, per carità, e teorie che hanno prodotto cambiamenti radicali nella società moderna, ma non si deve credere che questi concetti esposti da menti così raffinate, siano parte della nostra natura.

Il concetto di identità individuale, che ha condotto a notevoli progressi dal punto di vista sociale, ha finito per alimentare l'egotismo e la ricerca di piaceri e beni materiali.


La piccola volpe che si fa rincorrere e sbranare dai segugi per salvare la vita ai propri cuccioli non ha il senso dell'identità.
Segue la legge naturale.

Quanti sarebbero pronti a sacrificare la propria vita , oggi, per la propria famiglia o i propri figli? 
Chi lo fa viene chiamato o eroe o pazzo.
Un tempo era cosa naturale.

Il cercare di armonizzare una filosofia non duale come quella che sta alla base dello Yoga con il concetto di identità individuale è impresa improba.

Di solito confondiamo la realizzazione con con l'auto-soddisfazione.
Cerchiamo la realizzazione dell'ego e parliamo di realizzazione dell'Assoluto, finendo per confondere la soddisfazione dei nostri desideri, il nostro "sentirsi bene o a nostro agio", l'accrescersi della nostra "autostima" con il progresso (?) spirituale.



RICONOSCIMENTO

Tornando ai (pochi) praticanti di Ashtanga Yoga che si sono offesi per il mio articolo sulle differenze tra Vyayama e Yoga, mi viene da dire: difendevate, da umili discepoli, l'onore dei vostri maestri o cercavate di alimentare l'immagine che state cercando di dare al mondo di voi stessi e della vostra pratica?

Già l'umiltà...

L'uso frequente della parola umiltà che si fa nelle sale conferenze, nei forum filosofici, nelle classi di yoga (pure io ne faccio un uso abbastanza frequente) è la riprova delle tensioni egotiche che ci animano.

Affermare -"Io sono un umile praticante"- o -"Tu devi essere più umile"-  dal punto di vista dello yoga è una contraddizione in termini.


L'umiltà è una colorazione dell'ego.
Se Kashyapa si inginocchia di fronte alle parole di Buddha  non lo fa per umiltà, lo fa perché si tratta di un naturale riconoscimento.


Sensei Akira Matsui, uno dei miei insegnanti, grande attore di teatro Noh, diceva spesso che sapersi inginocchiare in seiza posando per tre volte la fronte a terra è cosa assai difficile per i praticanti non esperti.









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