martedì 11 aprile 2017

NIRVANA, SAMSARA E LO YOGA DI NONNA OLGA





Nello Yoga la maggior parte delle concezioni spesso astruse o di difficile comprensione, che ci vengono propinate come sapere tradizionale, sono interpretazioni moderne o comunque posteriori all'elaborazione dei Veda e delle prime Upanishad.  

Karma yoga, ad esempio, termine usato spesso nel senso di -"Sta zitto e pedala!"- a dir la verità sarebbe la via dei riti e delle formule magiche, e Maya, con cui si indica l'illusorietà della vita dell'Uomo,  un particolare potere del Dio degli Oceani, e re dei Naga, Varuna.

La Vita per lo Yoga non è illusione, anzi.


La vera "Liberazione", "Illuminazione", "Realizzazione" o come cavolo vogliamo chiamarla, secondo i testi consiste nel vivere pienamente la propria esistenza comprendendo l'identità tra saṃsāra
nirvāṇa.

 Saṃsāra che viene tradotto con "PASSAGGIO DA UNO STATO ALL'ALTRO" o "CATENA DELLE RINASCITE", significa letteralmente
INSIEME/CON [ saṃ ] l'ESSENZA [sāra

Nirvāṇa che viene tradotto invece con LIBERAZIONE, significa 
SENZA [ nir] MUSICA/VITA [vāṇa].

Quando sono vivo sono in unione con l'Essenza, ovvero con  la Dea.
Quando muoio no, e non si sente più il suono (musica) del respiro.


La vita umana è un percorso che dalla nascita, attraverso una serie di passaggi di stato ( infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia) conduce alla morte.


I passaggi di stato sono saṃsāra e la morte è nirvāṇa.


Ma la morte non è il contrario della vita, anzi fa parte della Vita con la V maiuscola perché la Vita è l'unica vera Dea e prescinde dall'esistenza individuale. 


saṃsāra = esistenza terrena e nirvāṇa = morte, i Veda non ci dicono nulla di più e nulla di meno.


Chi si lega al fantasma dell'ego, e crede che la sua individualità sia un tesoro da custodire e proteggere, soffre della dipartita dei suoi cari (si sente abbandonato e quindi tradito) e dell'approssimarsi della sua. 


Chi invece si arrende alla Vita, unica Realtà, muore sereno.
Per chi ha fame di filosofie complicate, di misteri da svelare, di formule magiche che ti rendono ricco e famoso a studiare i Veda c'è da rimanere delusi 
-"Ma come? Sembrano le cose che mi diceva Nonna Olga!"- 

Chi invece tenta di spazzar via i luoghi comuni e le credenze, sente pian pianino insorgere quella meraviglia (vismaya) di cui parlano gli insegnamenti tantrici.


Nei Veda Scienza e Poesia si rincorrono l'un l'altra, si avvinghiano, si lasciano e si riabbracciano come amanti vogliosi.
Non c'è differenza tra cuore, mente e corpo, c'è solo l'Essere Umano.


Nel Leggere il Rig Veda e le prime Upanishad, sono rimasto  colpito dal continuo alternarsi di pianti e sorrisi, dall
a leggerezza con cui vengono trattati i moti dell'animo, le gesta eroiche, le profonde riflessioni sulle origini del cosmo. 

Sono così noiose, al confronto, le nostre attuali erudite disquisizioni filosofiche!
Nel Rig Veda, per fare un esempio, Indra torna a casa dopo un epico combattimento con non ricordo quale Asura e trova la moglie Indrani, inferocita, che si lamenta così per le sue scarse prestazioni sessuali:


 -"Guarda caro mio, come ciondola tra le coscie, inutile, il pene dell'impotente! Quello del potente invece si rizza subito e la mia vagina pelosa lavora per lui!"-



Nella Chandogya, dopo aver descritto il complicato simbolismo del sole per la Madhu Vidya (Conoscenza del Miele) l'autore strizza l'occhio ai lettori: 

-"Oh fai attenzione che parlo di sole dell'alba, del mezzogiorno e del tramonto, ma il sole è uno soltanto e se ne sta lì, fermo, in mezzo al cielo..."-

Le parole degli autori dei Veda, leggere e potenti insieme, graffianti e cariche di umori, fanno trasparire un amore infinito per la Dea e per l'Essere Umano.


Erano saggi gli autori dei Veda, e il vero saggio danza la vita.
Chissà perché invece coloro che affermano di rifarsi alla Tradizione con la T maiuscola, al Sanathana Dharma, ai Veda, appunto, sono spesso così pesanti e, almeno in apparenza, lontani dalla Gioia e dall'Amore per la Vita. 

Il concetto di base dei Veda è abbastanza semplice:

 "Se vuoi vincere la paura della morte e arrivare sereno alla fine dei tuoi giorni, devi comprendere che la Vita è qualcosa di più dell'esistenza individuale".

Per arrivare alla meta, una morte serena, i rishi ci danno una serie di consigli pratici, chiamiamole "tecniche operative", che ruotano intorno a tre parole che paiono personaggi dei fumetti: 


भक्ति bhaktiभुक्ति bhukti e मुक्ति mukti

[Piccola parentesi prima di affrontare il significato letterale delle tre parole : anche uno scemo si accorge che le tre parole sono bisillabiche e hanno in comune la parola kti, come śakti, rakti ecc.
La sillaba kti indica nello yoga una particolare azione da compiere nella pratica e le sillabe che la precedono sono invece le vibrazioni che provengono, da particolare settori della sfera celeste detti in astronomia Nakshatra.

 I nakshatra sono 27 e le sillabe/vibrazioni sono quattro per ogni Nakshatra. In totale quindi abbiamo 27x4= 108 vibrazioni che rappresentano i 108 elementi della fisica vedica.
Chi vuole approfondire può cercare di mettere in collegamento le sillabe dei nakshatra con le costellazioni e gli asana dello hatha yoga: il risultato è stupefacente]


Bhakti letteralmente significa "ciò che appartiene a qualcosa d'altro", ma è anche "una linea che divide" o "una porzione di qualcosa". 

Bhukti è il "godimento", "l'utilizzazione di qualcosa", ma indica anche "il movimento che un pianeta compie in un giorno solare". 

Mukti, che generalmente viene tradotto con "liberazione", significa "abbandono", "gettato via", "spedito". 

Abbiamo visto che il fine dello yoga vedico è quello di liberarsi della paura della morte (mukti) e di assicurarsi una serena dipartita.




La via più semplice è quella di comportarsi bene, cercando di non far soffrire nessuno, condurre una vita onesta insomma, in modo da non aver nemici che ti rompono le balle quando stai per morire, né sensi di colpa che ti torturano mentre il Signore del Tempo bussa alla tua porta.


Ma non è che sia una via sempre affidabile.
Spesso ci si fanno dei nemici senza saperlo e altrettanto spesso i rimpianti per i "baci che non si è osato dare", ovvero la soddisfazione dei desideri che ci siamo negati per fare le persone brave, buone e oneste, torturano come e più dei sensi di colpa.


E allora entra in gioco Bhakti, l'appartenenza:

-"Non aver paura, non sei solo, abbi fede in Tizio, Caio o Sempronio e la luce che Egli/Ella/Loro faranno sbocciare nel tuo cuore ti condurrà alla gioia eterna, al paradiso o a una rinascita fortunata"-






Bhakti non è male, perché a chi non riesce proprio di abbandonarsi al flusso della Dea, cioè  buttar via la propria identità individuale, far parte di una congrega di eletti o di una comunità di simili appare un compromesso accettabile: 
nel feticcio che si costruisce, assieme, si ficcano tutte le qualità positive che l'essere umano può immaginare e si viene a creare un flusso virtuale che, comunque sia, alla fin fine andrà a sciogliersi nel fiume dell'Esistenza, nella Vita.

I problemi nascono quando si comincia a voler affermare la superiorità del proprio feticcio rispetto a quello altrui.


L'Ego si annulla sì (parzialmente) nella comunità dei fedeli o degli affiliati, ma a volte si proietta nella comunità stessa, sovrapponendosi al feticcio da adorare.
E allora vai con la lotte di religione, le discriminazioni, le sette segrete.


A volte i risultati della Bhakti sono paradossali,
Buddha Shakyamuni, che, ad esempio, nel Kamala Sutta (vedi "NON CREDETE") dà una visione corretta e ispirata dei primi insegnamenti vedici, viene trattato spesso da anti-tradizionale (contro i Veda) e altrettanto spesso finisce con il diventare oggetto di quella devozione contro la quale metteva in guardia i suoi discepoli.


Altre volte gli effetti  sono drammatici.
I massacri fatti in nome dell'Amore, le dispute teologiche risolte a colpi di spada o illuminate dal fosforo bianco sono i crimini più stupidi e orrendi che un essere umano possa compiere.
Le guerre per il cibo o per il petrolio sono assai più comprensibili delle guerre di religione.


A coloro infine che sembrano più disposti, per caso o per temperamento, ad abbandonarsi al flusso della Vita, i Veda propongono una serie di tecniche per rimuovere i "contenuti psichici", quelle sovrastrutture culturali che impediscono  di godere pienamente (bhukti) della propria esistenza.


Sul godere dobbiamo intenderci.
Non si tratta di dedicare la vita alla ricerca del piacere sensoriale.
Godere significa vivere intensamente ogni attimo, ogni evento, ogni incontro.


Anche la sofferenza per un piede rotto è bhukti.


Anche la tristezza per la scomparsa di un parente è bhukti.


Il segreto è non "stare sul pezzo".
Se muore il mio pappagallino ammaestrato piango.
Un istante dopo passa una ragazza bella da impazzire e io rido.
Questo è il distacco dalle emozioni!


Le emozioni e le percezioni per lo yoga sono strettamente connesse.
Senza emozione non c'è percezione, senza percezione non c'è vita.
Eliminare le emozioni non significa essere illuminati, ma essere diventati dei sassi o dei pezzi di ferro.


Significa aver gelato la vita che è in noi.
La vita, la Dea, è Kundalini di Fuoco, energia e calore.
Tentare di congelarla conduce nel deserto silenzioso di cui parlano certi mistici, un inferno di solitudine.


La tecnica più raffinata che ci hanno tramandato gli antichi poeti-scienziati indiani è lo Hatha Yoga.
Lo Hatha Yoga, alchimia interiore, porta alla trasformazione delle energie sottili e quindi del corpo fisico, oltre che della mente.


Alcuni storcono il naso quando leggono che lo Hatha yoga allontana le malattie e allunga la vita.


Bisogna dire che la longevità e la salute non sono il fine dello  yoga, ma vivere, in salute, 84, 103 o 130 anni (non sono numeri che mi invento, sono tratti dai testi) o addirittura ottenere l'immortalità del corpo, aumenta le possibilità di giungere alla realizzazione, la "vera" realizzazione non duale.


-"Conoscenza"- dice Tsong Ka pa - "è entrare nella Terra pura con il corpo fisico"-
La Terra Pura è la terra in cui non esiste l'angoscia, il paese della Gioia, la condizione naturale dell'uomo prima della "caduta".
La Caduta invece è la glorificazione dell'ego, la nascita della stolta credenza che l'individuo sia più importante della Vita.

L'Angelo caduto, il Dio annichilito è l'uomo che abbandona la Dea, fingendo di di non riconoscere 

-"I suoi occhi blu come il fiore di utpala, 
i suoi capelli neri come l'ala del corvo, 
le sue labbra rosse come il sole dell'alba"-.

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