martedì 23 ottobre 2018

COINCIDENZE (NON) SIGNIFICATIVE: DHAMMAPALO E IL RACCONTO DELL'ESPERIENZA


Domenica scorsa è cominciato il nuovo biennio di formazione di Citra Yoga (www.madreterraitalia.it). Arrivato a casa ho trovato un messaggio del mio vecchio amico Bhante Upali, oggi Dhammapalo. Non lo sentivo da anni, pensavo che fosse in Sri Lanka, invece ho scoperto che molto probabilmente,tra breve. verrà in Veneto, a Padova o Venezia.
Bhante Upali è l'artefice di una delle esperienze più bizzarre (leggi straordinarie) della mia vita.
Era il 2012 (credo) e stavo andando a Rivoli per far visita ai miei genitori , entrambi malati.
Alla stazione arriva mia sorella, trafelata come suo solito che mi dice "dai ti porto a Collegno, ci sono i monaci tibetani e so che sono tuoi amici".
In realtà si trattava di una manifestazione inter-religiosa presentata da un monaco Theravada, Bhante Upali appunto.
Per un'ora fu una noia mortale, poi ci permisero di avvicinarci ad uno stand in cui erano esposte le "reliquie sacre", una serie di palline di sostanza organica di vari colori (bianche , gialle, rosse) che i tibetani chiamano Ringsel. Non si sa bene cosa siano, forse gangli linfatici, ma pare certo che emergano dai resti terreni degli illuminati dopo la cremazione.


C'erano i Ringsel di Tsong kapa e Milarepa, e quelli di di Padmasambhava e della sua consorte Yeshe Tsogyal, di cui si potevano anche vedere e sfiorae dei brandelli delle vesti di broccato ed una lettera scritta di suo pugno, con una calligrafia svolazzante e incredibilmente moderna.
Roba interessante non c'è che dire, ma mi puzzava un po' di supermercato della spiritualità.
Poi arrivò una monaca gelugpa dal passo incerto. aveva in mano, semicoperto da un panno rosso, una specie di grosso cavatappi d'oro (un chorten, uno stupa in maniatura) alla cui base era incastonata una specie di tazza di cristallo contenente delle palline bianche perfettamente sferiche: le reliquie di Buddha. 
Muovendosi con una cautela che a me pareva eccessiva, la monaca consegnò a Bhante Upali il cavatappi e lui, che pareva emozionato, chiese se tra il pubblico ci fosse qualcuno che voleva essere iniziato alle reliquie del Buddha che, secondo lui, avevano un potere terapeutico.
Mi misi in fila, e quando fu il mio turno Bhante mi poggiò sulla testa il chorten recitando prima il mantra di Shakyamuni e poi quello di Tara Verde.
Li recitai anch'io  mentre mi metteva al polso il cordoncino colorato delle iniziazioni buddhiste.
Lo salutai con le mani giunte e poi...poi più niente.
Per diversi giorni rimasi in uno stato che non so definire. Ricordo che una specie di colonna di vuoto che mi trapassava, dalla fontanella al perineo ed una sensazione,intensa, di felicità, una sensazione tattile.
Mi pareva che uscissero raggi dorati dalla pelle e avevo la folle idea che il mio corpo potesse espandersi all'infinito. Mia sorella, dopo, mi disse che sembravo un po' scemo, in quei giorni. Mi fissavo a guardare una foglia, una nuvola o una pietra con un sorrisino da ebete.


Qualche mese dopo provai un'esperienza di eguale intensità all'Ashram di Babaji al Cisternino.
Rupchand, un bramino che all'epoca si occupava dello Shop, durante la cerimonia del Guru Purnima mi fece meditare, in solitudine, sul bastone e sulle paduka ("ciabatte") appartenuti ad Haidhakhan Baba.
Nei giorni successivi successero cose che definirei paranormali (per fortuna c'erano dei testimoni che  ripresero con foto e video gli eventi, altrimenti avrei pensato ad uno stato di allucinazione).

I due episodi mi mandarono un po' in crisi, non solo perché davano uno schiaffo alle mie credenze, ma, soprattutto, perché non riuscivo a trovare un modo adeguato per esprimerle.

Tempo prima su suggerimento di quello che definivo, all'epoca "il mio riferimento tradizionale", avevo cominciato a condividere ciò che avevo sperimentato e studiato nella mia vita di yogin e di ricercatore.
 
Tra blog, forum e dispense per gli allievi ho scritto più di diecimila articoli.
Ho pubblicato una ventina di libri. 
Il tema è sempre lo stesso, ma negli anni ho cambiato più volte la mia visione dello yoga, del tantra, dell'essere umano.  
Quell'anno l'incontro prima con Bhante Upali e le "sacre reliquie" del Buddha  e poi con Babaji di Haidakhan, produssero, in me e nella mia maniera di intendere la pratica, una rivoluzione copernicana. 
Col tempo operai una specie di scissione da un lato lo yoga che definisco exoterico, con la ricerca sui testi tradizionali, lo studio dei miti indiani, della storia dei vari stili, dei mantra, delle posizioni...E dall'altro lo yoga  che definisco esoterico: qualcosa di più intimo, riservato in genere solo a me, a Laura, la mia compagna, e ai fratelli del Gruppo Vedanta.

Domenica, la coincidenza (non) significativa dell'inizio dei nuovi corsi di formazione e del ritorno di Bhante Upali (oggi Dhammapalo), mi ha dato dapensare



Ho ripreso in mano vecchi scritti, testimonianze di quarant'anni di esperienza nello yoga e mi sono chiesto se i milioni di parole che ho scritto abbiano una qualche utilità. 

La testimonianza è sempre letteratura, e chi fruisce della testimonianza altrui si trasforma spesso in critico letterario.

Mi è capitato spesso, spinto da un qualche impulso interiore o chissà dalla voglia di stupire e di esibirmi, di raccontare in pubblico episodi anche intimi, che hanno indirizzato o stravolto la mia vita. 
Ho cercato di dare parole a ciò che ha suscitato, e ancora suscita in me stupore e meraviglia. 
Ma il "dare parole" ad un'esperienza" è sempre letteratura.
Col tempo il racconto (che rimanga fedele a se stesso o si arricchisca di nuovi particolari è lo stesso) diviene non resoconto dell'evento, ma testimonianza della testimonianza. 
Il punto focale diviene il raccontare e pur mantenendo, almeno in parte, la fragranza della verità, si smarrisce il succo dell'esperienza e quindi il suo potere evocativo 
Immagini suggestive come "La Dea nuda", "i Veli strappati", Il "deserto silenzioso" a son di ripeterle vengono snaturate. 
Se si parla di yoga (solo yoga ,senza distinzioni) si parla di qualcosa di pratico di qualcosa che ha "degli effetti oggettivi"reali. 
Come è scritto negli Śiva sutra "il proseguire del cammino è permeato di meraviglia", e dove vengono a mancare lo stupore e la meraviglia ci si trova in un luogo di stallo. 
La Dea è la Vita e si esprime attraverso una serie di poteri ai quali gli antichi davano i nomi di Numi, Asura, Deva o Kami.
Che questi dei e le loro gesta siano considerati processi psicologici o immagini fantastiche o frutto di alterazioni mentali poco importa. 
Ascoltare il linguaggio degli dei e riviverne le gesta è esperienza che suscita meraviglia. 
Se la Dea, la Vita , si esprime attraverso l'incarnazione dei suoi poteri, i veli che indossa impediscono la comprensione, diretta, di quei poteri. 
Ma talvolta si creano delle fenditure. 
La veste Le scivola dalle spalle mostrando il lampo di un seno nudo.
Oppure, senza malizia, la solleva mostrando cosce incredibilmente lunghe e snelle. 
Se si sta in campana, pronti a sfruttare tutte le opportunità , pur senza spogliare la dea, dagli sguardi rubati ci si può anche fare un'idea del suo corpo nudo. 
La visione della bellezza della Dea è devastante. 
Uno tsunami che spazza via idee, credenze e a volte, l'intera storia di una persona. 
Come le increspature del mare sembrano risucchiate dalla grande onda, la visione della Dea è la modificazione della mente (citta) che spazza via le altre modificazioni. 
Dopo la grande onda, il mare si placa. 
Sulla spiaggia cala il silenzio. 
L'insegnamento della Dea arriva, inatteso, nel silenzio ineffabile che segue la grande onda. 
Si può raccontare la grande onda, e le nostre parole desteranno interesse, magari ci applaudiranno. 
Qualcuno, suggestionato da esperienze non sue si scoprirà maestro o grande iniziato, ma se si perde il seme del silenzio la testimonianza rimarrà letteratura o si farà critica letteraria.
Il profumo della Dea è inconfondibile. 
Non si può fingere di sentirlo o raccontare, mentendo od illudendosi, di averlo sentito: è un profumo che trasfigura, magari per un attimo. 

Non ci si può neppure fidare dei ricordo, ché il ricordo è anch'esso letteratura,. 
Forse dovremmo usare un'altra parola, un altra lingua, perché il profumo della Dea è eterno per chi è senza tempo, ed evanescente per chi è nel tempo e nel rinnovare il racconto perde progressivamente l'aroma, sfumando fino a rimanere sterile nostalgia del ricordo di Sé.
La parola deve essere viva e la parola viva ha cuore, visceri ed organi genitali...
Ed è questo che si deve insegnare ai futuri insegnanti di yoga: la lingua della Dea.




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