sabato 29 giugno 2019

TAPAS, L'ARDORE



TAPAS, L’ARDORE



Se il sole ci mostra il mondo senza pudore, è con discrezione che i ricami oro e argento delle stelle ci portano fuori dalle tempeste, e addolciscono il vuoto angosciante della notte. Troppo caldo il sole per fartelo amico, neppure puoi guardarlo negli occhi. Con le stelle è diverso: godi della loro danza, sempre nuova, le saluti prima dell'alba, come un Romeo sorpreso dal canto dell'allodola, e dopo il tramonto le ritrovi lì, appese al cielo.
La meditazione non è altro che farsi spettatori di sé, guardarsi, come si guarda il campo scosso dal vento o l'onda che si spinge fino in cielo per abbracciar la Terra. Śiva, straziato dalla morte di Satī, immobile nel ghiaccio e nella pietra per centinaia, migliaia di anni non aveva fatto altro che “vedersi visto”, poi il suo cuore cominciò a nutrirsi della nostalgia delle stelle così come l'onda si nutre di quella della Terra. E il suo corpo si rammentò della danza della Vita, la “Sua” danza, così simile al girotondo, consolatorio, degli astri. Consolatorio, perché è vero che "Se le stelle apparissero una volta ogni cento anni l’uomo conserverebbe il ricordo della città di Dio", ma che angoscia sarebbe, notte dopo notte, annegare gli occhi nel vuoto! Il sorriso della luna piena parrebbe triste e il disciogliersi delle sue sorelle, puzzerebbe di morte, come il pesce vecchio.
Fu così che Śiva si arrese alle stelle. Fu così che il suo corpo si arrese alla gravità. L’immensa colonna cadde sulla terra, spezzandosi, nel fiume Narmadā e l’acqua, nel corso dei millenni, levigò i frammenti di roccia, arrotondò gli spigoli, e creò le pietre sacre conosciute come Śiva Lingam. Si racconta che proprio in quel giorno il Naṭarāja aprì il terzo occhio.
Può apparire strano, ma per gli indiani anche gli dei devono illuminarsi. Anche gli dei devono realizzare il proprio Sé. Śiva comprese la sua vera natura, che era danza, e bellezza. E capì che l’esistenza è un gioco cui non si può non partecipare.
Nello Yoga ogni canto, ogni gesto, ogni rito è rappresentazione, della Vita e dell'Essere. Si tratta di un’arte che, come la musica e la danza, si basa sulla comprensione di Tempo, Ritmo e Melodia. Il Tempo stabilisce la durata della "rappresentazione": ogni canto, gesto, rito hanno un inizio, una fine e una storia da narrare.
Il Ritmo rappresenta il numero dei singoli eventi: i gesti e le parole sono come amanti che si rincorrono, si abbracciano, si lasciano e si ritrovano.
La Melodia, infine, sono le emozioni che nascono dai gesti e dalle parole, e da cui gesti e parole insorgono. Senza emozioni non c’è Tantra, perché è solo dalle emozione che può nascere Tapas, l'Ardore.
Nell'Universo tutto è vibrazione. Anche Tempo, Ritmo, Melodia sono vibrazioni e se noi ne percepiamo la diversità dipende dal pensiero, dai sensi e dalle emozioni. Il fluire del tempo si percepisce con la mente, è un calcolo matematico, l'azione volontaria di chi segna il confine tra un prima e un dopo.
Il ritmo va sentito con il tatto, con la pelle, con la pancia. La melodia risuona nel cuore. Quando, nello Yoga, si assume una posizione o si recita un mantra si stabiliscono un inizio e una fine, per aprire e concludere il rito. È come per il teatro: si apre il sipario, attore e spettatore entrano in una dimensione altra, in uno "spazio", appunto, rituale. Quando il sipario si chiude c'è un attimo di silenzio, di vuoto, poi le emozioni si sciolgono in applausi, sorrisi e inchini.
I gesti, il respiro (che pure è un gesto!) l'alternarsi di tensione e rilassamento che riempiono il tempo del rito, sono il ritmo, la successione di eventi (krama in sanscrito) che scandisce il rito e lo racconta.
Le emozioni che nascono nel cuore sono la melodia. Emozioni che possono apparire diverse per ciascuno di noi, ma alla fine il rito tantrico porta sempre nello stesso luogo: la Città della Luce (Ra) e dello Stupore (La).
Per trasformare la pratica in Opera d'Arte lo yogin deve amalgamare Tempo-Ritmo-Melodia o meglio Pensiero-Sensazione-Emozione, con l'abilità di un alchimista. Senza Alchimia non c'è Arte. Il Tapas, l'Ardore, è il fuoco degli alchimisti, che arde l'Ego e lo dissolve.
Mi chiedo spesso se, chi pratica o dice di praticare lo Yoga abbia coscienza di cosa significhi dissolvere l'Ego. Un conto è dirlo, leggerlo e raccontarcelo, cosa diversa è osservare l'implacabile annichilirsi dei ricordi e dell'immaginazione. L'Ego si ciba di nostalgia, rancori e speranze: vuoi vivere nell'eterno presente? Vuoi cogliere l'attimo?
Bene! Sappi che non avrai più passato né futuro.
Assieme alla paura della morte svanirà il sapore del primo bacio e con le smorfie orrende di nemici immaginari spariranno sorrisi e sguardi fino a ieri eterni. Ne vale la pena? Se si pratica Yoga "veramente" prima o poi si affronta l'abisso, il deserto silenzioso che svuota il cuore. Il Tempo è il signore della morte: sconfiggi il Tempo e vivrai in eterno, il vuoto invece, non ha padroni. Ma se ci si arriva, al vuoto, "accade".
"Accade" punto.
Il cuore svuotato dai ricordi e dai sogni, svela se stesso, ed emozioni più antiche dell'uomo si fanno brace e scintille. Il fuoco sacrificale che ha divorato il piccolo io rinasce come Kāma, l'Antico dei Tempi. Śiva si arrende alle stelle e comprende che la sua natura è la Danza. Ma per il Tantra non si può danzare da soli.
- “Senza la sua Śakti anche il dio più grande è privo di potenza creativa” -
Lavorando in due il gioco dell'abbandono si fa più facile, ascolti te stesso e ascolti l'altro, il tuo respiro si fonde col suo e la pelle si fa sottile per meglio sentire il gioco dei muscoli. Ci si arrende all'amato come alla gravità e la bellezza, la grazia, sbocciano. Inconsapevolmente. Involontariamente, giacché non c'è volontà nel Gioco della Creazione. Volontà forse, con la maiuscola, ad intendere una Legge che non può essere scritta né detta, ma nel Tantra non c'è spazio per l'io voglio: l'Onda della Bellezza è anarchica e bizzosa. Tu non puoi decidere quando inarcherà la schiena, come un drago antico, per slanciarsi verso il Cielo, verso le stelle, né puoi costringerla a rimanere al tuo fianco, quando il richiamo della sua casa di cristallo si farà risacca. Puoi solo aspettare.
La Bellezza è eterna, proprio perché effimera. Su di Lei il Tempo non ha potere alcuno. Quando arriva la riconosci subito. Il gesto, anche il più banale, si muta in poesia, si fa rotondo, morbido, dolce e sembra che dia luce. Questo è proprio strano. Però accade, nel Tantra. Sarà suggestione, ma quando ti "arrendi" il corpo pare più luminoso e il movimento, anche solo di una mano, disegna l'aria come fosse sabbia. Forse al richiamo della Bellezza, le stelle nascoste in noi, nell'oscura memoria delle cellule, fanno capolino. O magari è il corpo degli amanti a rendere l'aria specchio, e la luce che si vede non è altro che il riflesso della Vita che sgorga dalla pelle, la carne, i muscoli. Quando in una coppia insorge la Danza degli Dei, lo spazio si fa denso e il corpo irradia luce.  Normale per chi prende sul serio i versi antichi dei Veda e dei Purāṇa, straordinario per chi non sa che la Poesia è rivelazione e l'Arte scienza.  Gli dei dormono in noi e come i sogni, si destano al primo sonno. Non il sonno del corpo, intendo, ma l'affievolirsi della presunzione, del credere che la volontà possa dominare la Natura. Basta arrendersi alla saggezza del corpo e gli dei aprono gli occhi (i tuoi occhi!) per mostrarti ciò che è. Non la realtà fantastica e barocca della mente, ma proprio quello che è. La mente umana è golosa di sistemi, calcoli e progetti. Il corpo, invece, vuole solo danzare.


Nessun commento:

Posta un commento