domenica 27 ottobre 2019

YOGHIADI: ERESIA O RITORNO ALLA TRADIZIONE?




Il 13 ottobre scorso ero a Roma a fare il giudice per le ”Yoghiadi nazionali” , una gara di yoga la cui istituzione, all’inizio di quest’anno, ha suscitato un mare di polemiche.

Nei mesi precedenti c’erano stati scontri dialettici accesissimi, e per me incomprensibili: “Se uno prova soddisfazione a confrontarsi con altri yogin nella maniera di assumere una posizione, per avere coscienza dei propri limiti o anche per il gusto di gareggiare“– mi dicevo – “che male c’è?”. In fondo in India fanno gare di Yoga da secoli[1] senza che nessuno abbia niente da ridire, e poi, mi dicevo – “Perché arrabbiarsi tanto per l’istituzione di una disciplina chiamata “Ginnastica Yoga”? - Allora dovremmo irritarci tutte le volte che sentiamo la parola yoga associata a discipline non sicuramente non hanno a che vedere con la tradizione indiana…come lo “Yoga della Risata”, o lo “Yogilates” o “I Cinque Riti Tibetani” (una sequenza di esercizi praticata nelle palestre americane negli anni ’30 entrata a far parte di una sceneggiatura hollywoodiana)…Uno yogin dovrebbe tendere alla non dualità, ovvero evitare di polarizzarsi e di difendere le proprie opinioni usando le armi del sarcasmo e l’aggressione verbale, cosa che, in genere, nei mesi precedenti alla manifestazione di Roma non è accaduta. 

Perché? Qual è il motivo per cui l’istituzione di una disciplina sportiva chiamata “Yoga” e proveniente dall’India, un paese in cui la competizione è sacra, ha tanto esacerbato gli animi? 

La manifestazione è stata un successo: 140 yogin di tutta Italia hanno partecipato senza che affiorasse neppure per un istante quell’esacerbato spirito agonistico o quell’esaltazione dell’ego di cui parlavano molti miei colleghi nei mesi precedenti. 

Per ciò che mi riguarda mi sono divertito parecchio, è raro passare tre giorni con tanta gente sconosciuta senza mai un istante di tensione o il minimo dissapore. 

Per cui la domanda ha continuato ad essere senza risposta: 

Qual è il motivo per cui l’istituzione di una disciplina sportiva chiamata “Ginnastica Yoga” e proveniente dal paese in cui la competizione è sacra, ha tanto esacerbato gli animi? 

4 Due brahmini impegnati in un incontro di lotta. Dai simboli disegnati sulla fronte si intuisce che si tratta di un prete shivaita (a sinistra) e di un prete vaishnava (a destra). 

Da decenni esistono, ad esempio, le gare di danza. La danza, Arte con la A maiuscola, è considerata dal CONI uno sport ed io, che ho lavorato 30 anni come danzatore, non ho mai sentito una sola danzatrice classica o una sola coreografa, attaccare la danza sportiva. 

Anzi ricordo delle bellissime collaborazioni, alla Scala negli anni ’90, tra danzatori, ginnasti e atleti di varie discipline. Perché molti yogin italiani si infuriano se si parla di contaminazioni tra yoga e sport? 

Poi ho avuto una rivelazione: mi sono ricordato di una riunione tra insegnanti avvenuta nel settembre dell’anno scorso nella quale, per la mia propensione per il lavoro fisico, ero stato definito “corpista” in senso dispregiativo. 

Mi spiego: c’è una tendenza, soprattutto italiana, a discriminare tra pratiche devozionali, psicologiche e mentali da una parte e pratiche fisiche dall'altra, con le prime che sarebbero di un livello più elevato e le altre, definite “da corpista”, di un livello inferiore. 

Da una parte ci sarebbe quindi lo yoga “vero” e dall'altra “la ginnastica” vista come un qualcosa di basso rango. 

Sulla base di questa discriminazione – basata su un errata interpretazione di insegnamenti gnostici e paolini[2] - le gare di yoga rappresenterebbero quindi un pericolo perché molti praticanti, attratti dalla possibilità di mettersi in mostra e di lavorare perla bellezza esteriore, potrebbero – secondo questa concezione duale mente-spirito=buono e corpo=meno buono – abbandonare la via del ”vero yoga”. 

Sempre partendo dal principio che ognuno ha il diritto di esprimere le proprie opinioni e che tutte le opinioni vanno rispettate, vorrei dire che secondo me c’è un equivoco: lo yoga è una pratica medioevale assolutamente “corpista”. 

In tutti, o quasi i testi medioevali si parla delle posizioni di base (84 in genere), di mudrā, di bandha, delle tecniche di purificazione fisica e in alcuni, sono pure descritte le tecniche di allenamento per gli yogin e i brahmini che partecipavano a gare di lotta (Malla Yuddha), di yoga acrobatica (Malla Khamba) e di addirittura di “Yoga in Acqua”, una specie di nuoto sincronizzato di cui mi ha mandato notizie un collega del Tamil Nadu. 

Gli yogin almeno dal tempo di Agastya – autore insieme alla moglie Lopamudra di diversi inni del ṛgveda – sono i custodi degli sport da combattimento indiano e già questo sarebbe abbastanza per chiudere definitivamente la,secondo me, inutile diatriba “Gare di Yoga Si /Gare di Yoga No”: le Arti marziali per loro natura hanno assoluta necessità di confronto e senza la competizione e l’esibizione non avrebbero alcun senso. 

Come si fa a giudicare l’efficacia di una tecnica di bastone del Silamban senza mai metterla in pratica? 

Come si potrebbe migliorare nella pratica del kalarivadivukal (le sequenze basate sulle posture degli animali nel kalaripayatt) senza il confronto con altri marzialisti? 

La competizione nell'India antica era considerata sacra e chiunque venisse sfidato ad un duello filosofico, una gara di tiro con l’arco, una partita a scacchi o un incontro di lotta non poteva esimersi dal raccogliere la sfida, pena il disonore. 

E allora da dove nasce il rifiuto netto di molti yogin italiani all'istituzione di gare di yoga e alla creazione di una disciplina denominata “Ginnastica Yoga”? 

Secondo me, anche se alcuni commenti sono stati eccessivamente duri e sarcastici, gli yogin che hanno espresso il loro disappunto per questa innovazione hanno le loro ragioni, che comprendo e in parte condivido, ma sbagliano, sempre secondo me ribadisco, a ergersi a paladini della “Vera Tradizione” o del “Vero Yoga”. 

Fino al 1896, quando Vivekānanda scrisse il libro “Raja Yoga” in cui identificava lo Yoga Darśana con i quattro “libri” di Patañjali, lo Yoga era decisamente e ineluttabilmente “ateistico” e “corpista”, e gli yogin si guadagnavano da vivere facendo gare ed esibizioni. 

Poi Vivekānanda, seguito dagli altri “Fighters of Freedom Bengalesi” cominciò insegnare un Vedānta “riformato”e lo chiamò Yoga. 

È quello che ancor oggi in molte scuole e centri spirituali viene definito Yoga, ed è per anche questo che, sempre secondo me, molti praticanti pensano che le pratiche fisiche siano in secondo piano rispetto alle pratiche devozionali e psicologiche. 

Ma tecnicamente parlando non è Yoga! Si tratta di un equivoco innescato, volontariamente o involontariamente, da Vivekananda con la sua divisione, ad uso degli occidentali, del Vedānta riformato in quattro branche chiamate: 

1. “Jnana Yoga- lo Yoga della conoscenza”; 

2. “Bhakti Yoga – lo Yoga dell’amore e della devozione”; 

3. “Karma Yoga- lo Yoga dell’azione”; 

4. “Raja Yoga – lo Yoga di Patañjali. 

Facciamo attenzione ché dire, ad esempio, “l’unico vero Yoga è Bhakti”, dal punto di vista filosofico è una contraddizione in termini perché lo Yoga Darśana è “ateistico”. Bhakti si riferisce quasi esclusivamente al Vedānta duale di Caitanya, tanto è vero che gli Hare Krishna, correttamente, definiscono l’insieme dei loro insegnamenti Bhaktivedānta. 

Che poi un Hare Krishna o uno Jñanin pratichino tecniche psicofisiche finalizzate, per esempio alla salute e le definiscano yoga è un altro discorso, ma tra Yoga e Vedānta, parlando in termini filosofici, c’è una grossa differenza. 

Dire che il Vedānta è Yoga (o viceversa) sarebbe come, per un filosofo occidentale, affermare che il Materialismo Storico è Neoplatonismo: sono Darśana diversi! 

Insomma, ognuno deve essere libero di esprimere le proprie opinioni e di difenderle, all’occorrenza (magari senza aggressività e sarcasmo…), ma forse dovremmo cominciare a considerare l’eventualità che i 140 ragazzi che hanno partecipato alle Yoghiadi nazionali sono “nel solco della tradizione indiana” almeno quanto i miei colleghi che affermano che l’unico yoga è Bhakti o che il vero e unico yoga è quello di Patañjali.

Mi piacerebbe discutere su questi temi, ma per favore senza toni eccessivi, sarcasmo o aggressività. Di seguito incollo un articolo del nostro libro “Storia Segreta dello Yoga” (https://www.amazon.it/dp/1697773559) in cui, cerchiamo di ricostruire le dinamiche che hanno portato alla sostituzione dello yoga tradizionale medioevale (“corpista” e ateistico), con il Vedānta riformato dei patrioti bengalesi. 



Vi prego di leggerlo con attenzione e, se volete di commentarlo. Lo yoga è un’arte meravigliosa ed è il più grande dono che Barathi Mata, la grande madre India, ha fatto al mondo intero e credo che cercare di far luce sulle sue origini sia un imperativo morale per tutti i praticanti.

“Satyameva Jayate” (Solo la verità trionfa)


[1] Vedi: “Storia Segreta dello Yoga”, https://www.amazon.it/dp/1697773559
[2] Vedi: “Storia Segreta dello Yoga, “La Ginnastica come Arte del Corpo”.https://www.amazon.it/dp/1697773559


I QUATTRO YOGA DI VIVEKANANDA





19 Swami Vivekananda nel 1896.Fonte: http://www.Yoga-thailand.com/respect.html

You will be nearer to heaven playing football than studying the Bhagavadgītā[1],
Questa frase, inequivocabile, pronunciata da Swami Vivekananda[2] nel 1897 - “Sarete più vicini al paradiso giocando a calcio che studiando la Bhagavadgītā” – è ancora oggi fonte di accesi dibattiti.
Ad alcuni sembra un battuta blasfema, e trovano bizzarro che a pronunciarla sia stato un maestro spirituale della grandezza di Vivekananda; altri invece pensano che la frase nasconda un appello a ribellarsi contro l’impero inglese e altri ancora individuano nelle parole di Vivekananda una chiave per arrivare alla reale comprensione dello Yoga.
Sicuramente - data l’importanza che la Bhagavadgītā e Vivekananda hanno nella storia e nella cultura dell’India, si tratta di un episodio che vale la pena di approfondire.
La Bhagavadgītā[3] considerata in occidente il più fulgido esempio della filosofia e della poesia indiane è un testo venerato dai vaiṣṇava (devoti di Viṣṇu), dagli Hare Kṛṣṇa - eredi dell'antico culto devozionale monoteistico detto “Bhagavatismo” - dagli śaiva (devoti di Śiva) e dagli śākta (devoti della Dea), in altre parole la Bhagavadgītā è considerata un libro sacro;
Vivekananda – il cui vero nome era Narendranath Dutta - simpatizzante del Brahmo Samaji[4], e fondatore del potente ordine religioso chiamato Ramakrishna Math, è considerato uno dei padri dell’India moderna.
A lui sono dedicati strade, monumenti, scuole di polizia[5], università[6], aeroporti[7] e, nel 2011 Pranab Mukherjee – allora ministro delle finanze e in seguito presidente dell’India fino al 2017 – ha finanziato con 14 milioni di dollari lo “Swami Vivekananda Values Education Project”, un progetto finalizzato alla diffusione dell’opera di Vivekananda tramite l’istituzione di circoli culturali, concorsi letterari, pubblicazione di saggi e la traduzione in varie lingue delle sue opere.
Dalla biografia di Narendranath[8], si apprende che la Bhagavadgītā era “la compagna della sua vita” – “Bhagavad Gita was Swami Vivekananda's lifelong companion” – tanto che nel suo periodo di “monaco errante”, dal 1888 al 1893, viaggiò per molti stati dell’India portandosi dietro solo il kamandalu, la brocca per l’acqua tipica dei sannyasin, e due libri: “Imitazione di Cristo[9]” e, appunto, la Bhagavadgītā.
Per quale motivo allora, nel 1897, a Calcutta, davanti ad una platea gremita di studenti ed intellettuali, si lasciò scappare quella che pare una battuta blasfema?
Perché Narendranath invitò i giovani a lasciar perdere lo studio della per andare a giocare a pallone?

L’invito a dedicarsi allo sport anziché alla lettura delle scritture appare ancora più paradossale se si considera che Vivekananda, a sentire le testimonianze dei suoi allievi occidentali, era tutt’altro che un fautore dello sport e delle attività fisiche: gli āsana e le sequenze di haṭhaYoga, per esempio, a suo dire erano “roba per fakiri e mendicanti che si esibiscono in posture complicate per denaro” e l’autentico yogin, sempre secondo i suoi insegnamenti, deve mantenere costantemente la mente sulla divinità (il Brahman, inteso come Assoluto) e dedicarsi “al prāṇāyāma, alla meditazione e al pensiero positivo[10], senza “perdere tempo con la ginnastica”.

Riflettere su questa frase - “You will be nearer to heaven playing football than studying the Bhagavadgītā” – e sui motivi che hanno spinto Vivekananda a pronunciarla, secondo noi ci mostrerà un lato poco conosciuto dello Yoga e ci aiuterà a vedere le differenze, sostanziali, esistenti tra l’attuale Yoga occidentale e quello, tradizionale, indiano.


20 Vivekananda (quarto da destra) con la delegazione indiana al Parlamento Mondiale delle Religioni di Chicago (11 settembre 1893). Fonte: https://en.wikipedia.org/wiki/Swami_Vivekananda#/media/File:Swami_Vivekananda_at_Parliament_of_Religions.jpg.

Vivekananda appartiene alla più alta nobiltà bengalese, quella dei Bengali Kayasthas[11], tra il 1883 e il 1884 aderisce alla Massoneria e al Brahmo Samaji. Secondo Elizabeth de Michelis fu in questo periodo che si interessò all’esoterismo occidentale mettendo a punto “un sistema di esercizi di pratica spirituale che poi avrebbe diffuso in occidente come Yoga [12].

Nel 1885 diventa discepolo di Ramakrishna, che muore nell’agosto del 1886. Nel dicembre di quell’anno decide di abbandonare il suo nome, Narendranath Dutta e si battezza swami Vivekananda.

Nel 1892 ottiene da Bhaskara Sethupathy, raja di Madurai, i finanziamenti per viaggiare in Occidente.
L’anno successivo si presenta, non invitato, al Parlamento Mondiale delle Religioni - "as a monk of the oldest order of sannyāsis... founded by Sankara” – e grazie alla sua faccia tosta e alla complicità del delegato indiano Chandra Majumdar, riesce a farsi inserire nella lista dei relatori.
L’11 settembre del 1893 sul palco del Parlamento Mondiale delle Religioni a Chicago, Vivekananda introduce per la prima volta in Occidente il Brahmoismo e gli esercizi spirituali di Keshub Chandra Sen[13] con un intervento che cambierà la storia dello Yoga e, probabilmente, la storia dell’India.

Il Brahmoismo, definito dagli storici “Bourgeois Hinduism” - induismo borghese – è una religione creata nella prima metà del XIX secolo da Ram Mohan Roy’s e Debenedrath Tagore sulla base di una rilettura – e talvolta una riscrittura – degli insegnamenti induisti in chiave cristiana e monoteista. Nel 1860 il Brahmoismo si era staccato ufficialmente dall’induismo e nel 1861 era nato il Brahmo Samaji, il “braccio politico” del Brahmoismo, che avrà un ruolo fondamentale nella nascita della nuova India.

L’11 settembre 1893, davanti ai delegati del Parlamento delle Religioni, Vivekananda parlò di fratellanza universale e di tolleranza[14] con riferimenti sia alla tradizione indiana sia al “Pensiero Positivo”.

Il suo discorso riscosse un successo clamoroso: le settemila persone presenti gli tributarono una “standing ovation” di due minuti e Narendranath Datta divenne improvvisamente uno dei personaggi più celebri del suo tempo, conteso da università, dai circoli esoterici e dai salotti più esclusivi degli Stati Uniti[15].

Ciò che accadde quel giorno e gli eventi che ne seguirono portarono alla creazione di uno Yoga moderno, che ammiccava ai movimenti esoterici dell’epoca, come la Società Teosofica[16] o la “Chiesa Scientista”. 
Uno Yoga che potremmo definire brahmoista”, sensibilmente diverso dallo Yoga tradizionale dei Gymnosophisti e dei sannyasin;

Uno Yoga, si faccia attenzione, né migliore né peggiore dell’altro, ma semplicemente “diverso”.




Il “Parlamento Mondiale delle Religioni” - in cui per la prima volta fu presentato l’induismo riformato di Debenedranath Tagore e Ram Mohan Roy – era nato da un’idea di un potente giudice americano, Charles C. Bonney.

Bonney, membro di spicco dell’élite culturale, politica ed economica dell’epoca, era un attivista della “New Jerusalem Church”, un’organizzazione religiosa che univa gli insegnamenti cristiani all’esoterismo occidentale[17].

Come molti pensatori dell’epoca credeva che fosse giunto il momento – si era alle porte del XX secolo – di creare una religione universale, basata sulla pace, l’amore e la tolleranza, ragion per cui, a fianco dell’Esposizione Universale della Scienza e della Tecnica di Chicago – di cui era presidente – decise di organizzare un “Parlamento Mondiale delle Religioni, cui avrebbero partecipato i rappresentanti delle maggiori religioni del mondo”.

Al convegno, a dir la verità, non erano presenti né cattolici, né ebrei e, in rappresentanza dell’Induismo non furono invitati né brahmini, né sannyasin, né sadhu, ma un esponente del Brahmo Samaji - Pratap Chandra Majumdar– e due membri della “Società Teosofica”, William Quan Judge e Annie Besant, cui fu aggiunto all’ultimo momento, con false credenziali, Vivekananda.[18].



22 Foto di gruppo della delegazione orientale al Parlamento delle religioni (Vivekananda è al centro). Fonte: https://en.wikipedia.org/wiki/Swami_Vivekananda#/media/File:Swami_Vivekananda_1893_with_The_East_Indian_Group.jpg

Per ciò che riguarda quel “Pensiero Positivo” che ricorre spesso nei discorsi di Vivekananda e negli scritti dei suoi discepoli, occorre specificare che non si tratta di un generico ottimismo, ma di una precisa filosofia.

Il Pensiero Positivo nasce nel XIX secolo negli Stati Uniti e si sviluppa attorno a due movimenti esoterici - il “New Thought Movement” e la “Chiesa Scientista” – il cui credo si può riassumere in quattro principi fondamentali che risuonano, ancora oggi, negli ambienti New Age:

1.     Dio, o infinita intelligenza, è unico, onnipervadente, universale ed eterno;
2.     La divinità dimora in ogni persona, poiché tutte le persone sono esseri spirituali;
3.     Il più alto principio spirituale è amarsi reciprocamente incondizionatamente, gli esseri spirituali insegnano l’uno all'altro e si guariscono a vicenda";
4.  "I nostri stati mentali” si esprimono nella manifestazione e diventano la nostra esperienza nella vita quotidiana.

Gli insegnamenti del “New Thought Movement” ponevano l’accento sulla mente, intesa come tramite tra Dio e la materia, e sulle sue capacità di modificare la manifestazione; in altre parole secondo la filosofia del “Nuovo Pensiero” il corpo umano e gli eventi quotidiani non sarebbero altro che una rappresentazione degli stati mentali, per esempio:

-         Se mi ammalo o non trovo lavoro o sono sfortunato in amore, significa che i miei stati mentali sono negativi;

-         Se sono in salute, ho un lavoro soddisfacente e sono felicemente sposato, al contrario, sto “pensando positivo”.

Grazie al movimento New Age e alla “Legge dell’Attrazione” questi concetti ci sono assai familiari, ma nonostante ciò che oggi credono in molti, non sono completamente condivisi né dall’insegnamento dello Yoga originario - quello dei Gymnosophisti per intenderci – né da quelli del buddhismo, che si basavano entrambi sulla ricerca della percezione oggettiva degli eventi e non sulle possibilità di modificarli.

Comprendere la differenza esistente tra l’insegnamento tradizionale indiano e quello dell’Occidente moderno non è semplicissimo. Ma forse un esempio può esserci di aiuto: Ecco cosa scrive Patañjali, riecheggiando Buddha negli Yoga Sūtra (I.33):

“La purificazione della mente si realizza coltivando la cordialità, la compassione, la gioia e l’indifferenza nei confronti delle esperienze che provocano piacere o dolore, successo o fallimento.”[19]

Lo yogin che coltiva “l’indifferenza nei confronti delle esperienze che provocano piacere o dolore, successo o fallimento” resta uguale a se stesso a prescindere dagli eventi esterni.

L’adepto del pensiero positivo crede invece che la sua mente abbia il potere di trasformare gli eventi esterni.

Tenteremo di essere ancora più chiari:

-         Lo yogin guerriero che perde una battaglia contro gli invasori islamici o gli inglesi, non muta il suo stato interiore perché sa che la vittoria o la sconfitta dipendono da una legge e da un ritmo universali che prescindono i suoi desideri e le sue capacità; lo yogin guerriero combatte, perché questo è il suo “dharma”, ma sa che vittoria e sconfitta dipendono dal “karma” immodificabile che proviene dalle sue vite precedenti.

-    Per l’adepto del “Pensiero Positivo” gli esiti di un confronto, di una malattia o di un colloquio di lavoro dipendono dalla sua maniera di usare la mente, in altre parole è convinto che la mente possa modificare il karma accumulato nelle vite precedenti.

Nello Yoga originario ciò che può mutare è la percezione della realtà, non la realtà fenomenica.

La filosofia del “Pensiero Positivo” invece afferma che la sfera delle energie e la sfera materiale sono subordinate alla mente, la quale ha le capacità di modificare i fenomeni e quindi il corpo fisico che viene considerato una mera rappresentazione degli stati mentali.


23 Phineas Parkhurst Quimby, mago, guaritore, fondatore del New Thought Movement e maestro di Mary Baker Eddy, fondatrice della Chiesa Scientista Americana. Fonte:https://en.wikipedia.org/wiki/Phineas_Parkhurst_Quimby#/media/File: Phineas_Parkhurst_Quimby_(courtesy_of_George_A._Quimby).jpg


Dopo il successo ottenuto al Parlamento Mondiale delle Religioni”, Vivekananda fu invitato a tenere lezioni, conferenze e seminari a Boston, Chicago e New York dove nel 1894 fondò la “Vedānta Society” - a Vedānta Temple for Universal Worship - ancora oggi uno dei più ricchi e potenti centri religiosi indiani in occidente[20].

Nel 1897 torna in India dove fonda il Ramakrishna Order (Ramakrishna Math).

Nel 1899 si mette di nuovo in viaggio verso gli Usa dove fonda la Vedānta Society di San Francisco ed un Ashram in California.

Lo scopo principale delle “Società Vedānta” - che di lì a poco saranno aperte in tutto il mondo - è quello di diffondere lo “Yoga di Vivekananda” che appare, oggi, come un sapiente intreccio di elementi tradizionali con l’Induismo riformato del Brahmo Samaji, i principi fondamentali del New Thought Movement e la Teosofia.


24 Sala conferenze della Vedānta Society of japan fondata nel 1958 a Zushi (Tokyo). Fonte: https://www.Vedāntajp-en.com/

Qui è necessaria una puntualizzazione, perché le definizioni “Yoga di Vivekananda” o “Yoga Vedānta” nascondono un equivoco, o meglio un gioco di parole.

Ai nostri giorni, vuoi per i molti significati insiti nella parola Yoga –in sanscrito significa anche “equipaggiare un esercito[21] - vuoi per l’abitudine a definire Yoga qualsiasi cosa che si occupi del benessere psicofisico, parlare di Yoga Vedānta è normale, ma per un filosofo preparato e acuto come Vivekananda “Yoga” e “Vedānta”, a prescindere dai loro significati letterali, sono, anche e soprattutto, due delle sei diverse scuole filosofiche dell’induismo chiamate Darśana[22]. Le due scuole (o “punti di vista filosofici”) - Yoga Darśana e Vedānta Darśana - differiscono sia negli strumenti sia nell’impianto teorico:

1.     Lo Yoga usa le pratiche fisiche per giungere alla realizzazione ed è “ateistico”, ovvero non contempla l’esistenza di una divinità creatrice[23];
2.     Il Vedānta usa principalmente lo studio dei testi, il “dialogo di istruzione” - simile alle tecniche di insegnamento di Socrate - la pratica della riflessione e della meditazione, ed è “teistico”.

Swami Vivekananda, e i suoi successori del Ramakrishna Order, non insegnano Yoga, ma Vedānta, anzi il Vedānta riformato di Debenedrath Tagore e Mohan Roy.

I loro insegnamenti riguardano soprattutto la riflessione sui testi, le pratiche meditative e gli aspetti devozionali tipici del Vedānta, mentre non sono contemplati, o vengono citati appena, il severo lavoro fisico, gli aspetti legati all’energia sessuale e i legami con le altre discipline tradizionali indiane tipici dello Yoga.

Difficilmente troverete nei libri di Vivekananda riferimenti allo Āyurveda (medicina), al Jyotiṣa (astrologia), al Vyāyāma (ginnastica tradizionale) o alle Arti marziali, perché uno dei sui scopi è quello di creare uno “Yoga of the West”, basato quasi esclusivamente sui principi del Vedānta. Uno Yoga per gli occidentali, diverso da quello praticato dagli indiani. Lo afferma lui stesso nel corso di un’intervista alla Brooklyn Ethical Society:
"I have a message to the West as Buddha had a message to the East.”[24]


25 Vivekanand ad una colazione sull'erba con organizzata dalle dame dell'alta società californiana (Pasadena 1900. Fonte: https://www.nytimes.com/2011/10/02/opinion/sunday/how-Yoga-won-the-west.html

Quattro sono i libri sullo Yoga attribuiti al “nuovo Buddha” dell’Occidente:

1.     Jnana Yoga- lo Yoga della conoscenza[25];
2.     Bhakti Yoga – lo Yoga dell’amore e della devozione”[26];
3.     Karma Yoga- lo Yoga dell’azione[27];
4.     Raja Yoga – lo Yoga di Patañjali[28].

Quattro libri che pongono le basi per una divisione dello Yoga in “quattro branche” - Jñāna, Bhakti, Karma e Rāja – presentata oggi come “tradizionale” nella maggior parte delle scuole di Yoga nonostante – a quanto ci risulta- non ci[PP1]  siano prove della sua esistenza prima del XIX secolo.



26 Edizione del 1920 del "Raja Yoga" di Vivekananda. Fonte: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/1/14/Raja_Yoga_Vivekananda_title_page.jpg.

Se si leggono i quattro libri di Vivekananda[29]alla luce di quanto sappiamo oggi sulla storia dello Yoga e della filosofia indiana, noteremo alcune singolari coincidenze[30], delle apparenti dimenticanze[31] e, degli errori, o forse sarebbe meglio dire “dei giochi di parole”, che finiscono per generare molta confusione.

Non è facile spiegare, a chi non ha una conoscenza approfondita delle scritture dello Yoga, i “giochi di parole” realizzati, con ogni probabilità, da Vivekananda, ma pensiamo valga la pena provarci:

Dello Yoga di Patañjali, definito Aṣṭāṅga Yoga, o Yoga in otto parti, si sa che a partire dalle lezioni americane di Vivekananda viene identificato con il Raja Yoga, o Yoga reale[32], ritenuto da molti, ancora oggi, lo Yoga autentico, lo Yoga “vero”, considerato ad un “gradino superiore” rispetto allo Yoga che all’inizio abbiamo chiamato “fisico”.
Ma secondo molti commentatori attuali, tra cui David Gordon White[33] in India, fino al XIX secolo (e almeno dal XII secolo), lo Aṣṭāṅga Yoga di Patañjali era praticamente sconosciuto e sarebbe stato portato a conoscenza del grande pubblico, sia occidentale che orientale, proprio da Vivekananda e dalla Società Teosofica.
Prima di allora i testi di riferimento per gli yogin erano altri, decisamente più “fisici” dello Yoga di Patañjali:

1.   Lo Ṣaḍaṅga Yoga, ovvero lo Yoga in sei parti decritto in un testo di Gorakhnath, il Gorakṣaśataka (Gorakshashatakam) [34];

2.     Il Saptāṅga Yoga, ovvero lo Yoga in sette parti descritto nella Gheraṇḍa Saṃhitā, testo attribuito ad un maestro chiamato Gheraṇḍa[35].

3.     Il Caturaṅga Yoga, ovvero lo Yoga in quattro parti descritto in un testo di Svātmārāma - un allievo di Gorakhnath – lo Haṭhayogapradīpikā.

Il terzo di questi manuali – lo Haṭhayogapradīpikā – che tra i tre è il più studiato e citato ancora oggi, inizia con un verso sibillino che in italiano suona più o meno così (Haṭhayogapradīpikā I.1):

“Sia lode al primo maestro che rivelò la conoscenza dello Haṭhayoga, una scala che conduce alla vetta suprema del Rāja Yoga.”

Il senso è chiaro, lo capirebbe anche un bambino: se si identifica lo Aṣṭāṅga Yoga di Patañjali con il Rāja Yoga, il versetto significa che lo Haṭhayoga, fatto di intense e rigorose pratiche fisiche, non è una via alla realizzazione, ma conduce, al massimo a poter praticare lo Yoga di Patañjali.

Quasi tutti i commentatori, da Vivekananda in poi interpretano il versetto in questo modo, ignorando però – o fingendo di ignorare- che in un brano successivo l’autore dello Haṭhayogapradīpikā spiega cosa è, secondo lui, il “Rāja Yoga” (Haṭhayogapradīpikā IV, 3-4):

"Rāja Yoga, samādhi, estinguere il Manas, andare oltre il Manas, Realtà, śūnyā...Stato del Jīvanmukta, Sahaja, Turiya... Significano tutti la stessa cosa.”[36]

Rāja Yoga quindi è sinonimo di realizzazione, per cui Svātmārāma - l’autore dello Haṭhayogapradīpikā – voleva semplicemente dire che grazie alle pratiche psicofisiche dello Yoga si giunge alla realizzazione, ma il gioco di parole di Vivekananda e le successive traduzioni del primo versetto dello Haṭhayogapradīpikā, ha fatto passare il messaggio che lo “Yoga fisico” può essere inteso al massimo come una preparazione allo Yoga meditativo di Patañjali.

Un messaggio che non corrisponde affatto al pensiero degli autori dello Haṭhayogapradīpikā, della Gheraṇḍa Saṃhitā e del Gorakṣaśataka, ma è frutto delle interpretazioni di Vivekananda, che, come abbiamo visto, non aveva, in apparenza, molta considerazione per le attività ginniche.

Ma se Narendranath Dutta disprezzava il lavoro sul corpo” - ci chiediamo – “perché nel 1897 a Calcutta invitò gli studenti indiani a lasciar perdere le scritture per andare a giocare a calcio?”

Vivekananda, come molti dei maestri spirituali indiani del XIX e XX secolo, aveva a cuore la causa dell’indipendenza dell’India dai dominatori inglesi. Il suo discorso, da cui abbiamo tratto la frase sul football, era indirizzato ai giovani indiani, alla generazione che avrebbe assistito alla nascita della nuova India, libera, democratica e in grado di competere economicamente e culturalmente con le grandi potenze occidentali. Una generazione che lui avrebbe voluto guerriera, portata all’azione e al cambiamento (“rajasica”, commenta Swami Samarpanananda, docente di Filosofia alla Ramakrishṇa Mission Vivekananda University[37]). Se leggiamo il discorso integrale di Vivekananda, tratto da “The Complete Works of Swami Vivekananda/Volume 3 /Lectures from Colombo to Almora/Vedānta in its Application to Indian Life”, le intenzioni dello Swami appariranno un po’più chiare:

“First of all, our young men must be strong. Religion will come afterwards. Be strong, my young friends; that is my advice to you. You will be nearer to Heaven through football than through the study of the Gita. These are bold words; but I have to say them, for I love you. I know where the shoe pinches. I have gained a little experience. You will understand the Gita better with your biceps, your muscles, a little stronger. You will understand the mighty genius and the mighty strength of Kṛṣṇa better with a little of strong blood in you. You will understand the Upanishads better and the glory of the Atman when your body stands firm upon your feet, and you feel yourselves as men. Thus we have to apply these to our needs.”


27 Karna, sul carro, l'eroe celebrato in tutto l’oriente per aver sconfitto in una gara di tiro con l'arco Arjuna, protagonista della Bhagavadgītā. Denpasar airport, BaliIndonesia.. Author: Ms Sarah Welch. Fonte:https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Karna_Ghatotkacha_fight_sculpture,_Kota_Rajasthan_India.jpg

Vivekananda, considerato uno dei più grandi maestri di Yoga di tutti i tempi, parla di muscoli, bicipiti e sangue che scorre forte, come strumenti per acquisire la conoscenza (“You will understand the Gita better with your biceps, your muscles”).

Ad un certo punto si scusa per le sue parole (“These are bold words”), ma non può esimersi da dire la verità (“but I have to say them, for I love you”):

Le gesta degli eroi dell’India antica non vanno studiate, vanno comprese e integrate con il corpo, con i muscoli, con il sangue che scorre forte nelle vene, con il sudore che bagna la fronte: questo vuol dire Vivekananda.

Le sue parole e i suoi comportamenti non potranno essere compresi se non si tiene conto del fatto che è un convinto nazionalista, un patriota che sta lottando, con le armi che ha a disposizione, per l’indipendenza dell’India: la Madre Divina, di cui lui e il suo maestro Ramakrishna parlano spesso, non è, come crediamo in occidente, Maria madre di Cristo o una generica dea madre, ma Bharati Mata, la Madre India invocata nel Vande Mātaram.

Forse è per questo che Vivekananda insegna con due voci diverse: mentre negli Stati Uniti e nel Regno Unito invita alla tolleranza, alla creazione di una religione universale e strizza l’occhio al ”Pensiero Positivo” parlando della necessità di mondare la mente dallo spirito competitivo e dai pregiudizi, a Calcutta incita i giovani a fortificare corpo e spirito con lo sport agonistico che, da sempre è considerato, in India, un mezzo per rivivere le gesta degli antichi eroi e, al contempo, uno strumento per comprendere, giocando, il grande segreto della manifestazione: līlā, il gioco degli dei.


[1] The Complete Works of Swami Vivekananda/Volume 3 /Lectures from Colombo to Almora/Vedanta in its Application to Indian Life
[2] Narendranath Dutta, (Calcutta, 12 gennaio 1863 – Cossipore, 4 luglio 1902) conosciuto come Swami Vivekananda (Sanscrito: स्वामी विवेकानन्द Svāmi Vivekānanda), è stato un mistico indiano. Maestro di Yoga universalmente riconosciuto, considerato un santo in India, è stato il principale discepolo del guru Ramakrishna, e secondo le sue istruzioni, fondò nel 1897 a Calcutta la Ramakrishna Mission, allo scopo di "promuovere il miglioramento delle condizioni spirituali e materiali dell'umanità intera, senza alcuna distinzione di casta, credo, razza, nazionalità, genere e religione", e di promuovere la fratellanza fra gli adepti delle diverse religioni, nella consapevolezza che si tratta di forme differenti di un’unica Religione eterna ed universale. Di tradizione e cultura induista, fu un grande ammiratore e conoscitore di differenti religioni, in modo particolare del Cristianesimo.
Poeta, filosofo e grande pensatore fu autore di molti testi spirituali, ma non solo; scrisse vari pensieri con la finalità di integrare la cultura occidentale con quella orientale, un filone ripreso poi da vari asceti indiani. Vivekananda inoltre si prodigò molto in campo sociale, tanto che ancora oggi è ricordato per le sue innumerevoli attività rivolte al prossimo. Massone, venne iniziato nel 1884 nella Loggia "Anchor and Hope" N. 1 di Calcutta, della Gran Loggia dell'India. Fonti:
-          Vivekananda. Sito ufficiale della Grand Lodge of British Columbia and Yukon.
-          Missione Ramakrishna, su ramakrishna-math.org.
-          Biografia, su ramakrishna-math.org.
-          The Complete Works of Swami Vivekananda online, su ramakrishnavivekananda.info.
-          The Life and Teachings of Swami Vivekananda, su belurmath.org.
-          Vivekananda's biography, su vivekananda.org. URL consultato il 16 settembre 2008
-          A Chronological Record of Swami Vivekananda in the West, su vedanta.org.
[3] La Bhagavadgītā ("Canto del Divino" o "Canto dell'Adorabile" o, meno comunemente, Śrīmadbhagavadgītā; il "Meraviglioso canto del Divino") è quella parte dall'importante contenuto religioso, di circa 700 versi (śloka, quartine di ottonari) divisi in 18 canti (adhyāya, "letture"), nella versione detta vulgata, collocata nel VI parvan del grande poema epico Mahābhārata.
La Bhagavadgītā ha valore di testo sacro, ed è divenuto nella storia tra i testi più prestigiosi, diffusi e amati tra gli induisti.
[4] Fonte:
-          Mahendranath Gupta, “Il Vangelo di Sri Ramakrishna”. Vol. 1 e 2, traduzione e in Inglese di Swami Nikhilananda a cura di Bodhananda. Edizioni I Pitagorici. (2011). ISBN 978-88-88036-08-3.
[5] Swami Vivekananda State Police Academy.
[6] Chhattisgarh Swami Vivekanand Technical University.
[8] Virajananda, Swami, The Life of the swami Vivekananda by his eastern and western disciples... in two volumes (Sixth ed.), Kolkata: Advaita Ashrama, (2006 - Prima edizione 1910) ISBN 81-7505-044-6

[9]De Imitatione Christi” – Imitazione di Cristo -  è un testo medioevale, anonimo, che descrive la via per raggiungere la perfezione ascetica seguendo le orme di Gesù. Pare che, dopo la Bibbia, sia il libro cristiano più letto al mondo. Voltaire lo definiva un “capolavoro letterario” e alle sue pagine si ispirarono Santa Teresa di Avila, San Giovanni della Croce e papa Giovanni XXIII.
[10] Vedi. Mark Singleton, The Ancient & Modern Roots of Yoga
One scholar's quest to trace his practice back to its source ultimately gives him a glimpse of Yoga's greater truth. (2011):
The first wave of "export yogis," headed by Swami Vivekananda, largely ignored asana and tended to focus instead on pranayama, meditation, and positive thinking. The English-educated Vivekananda arrived on American shores in 1893 and was an instant success with the high society of the East Coast. While he may have taught some postures, Vivekananda publicly rejected hatha Yoga in general and asana in particular. Those who came from India to the United States in his wake were inclined to echo Vivekananda's judgments on asana. This was due partly to long-standing prejudices held by high-caste Indians like Vivekananda against yogins, "fakirs," and low-caste mendicants who performed severe and rigorous postures for money, and partly to the centuries of hostility and ridicule directed toward these groups by Western colonialists, journalists, and scholars. It was not until the 1920s that a cleaned up version of asana began to gain prominence as a key feature of the modern English language-based Yogas emerging from India.”
Fonte:
[11] I Bengali Kayastas sono un gruppo di famiglie migrate dal Nord nell’XI secolo che dicono di discernere direttamente dal dio della giustizia Citragupta.
[13] Keshub Chandra Seb (1838-1884) è un filosofo indiano che aderì al Brahmoismo di Tagore nel 1856. All’incirca nel 1880 dopo essere entrato in contatto con il mistico Ramakrishna ideò una pratica, poi chiamata da Vivekananda “Yoga” in cui esercizi spirituali appartenenti al cristianesimo venivano mescolati con tradizione devozionale indiana (Bhakti) e con tecniche meditative dell’Advaita Vedanta.
[14] Fonte:
-          John R. McRae, Oriental Verities on the American Frontier: The 1893 World's Parliament of Religions and the Thought of Masao Abe, Buddhist-Christian Studies, University of Hawai'i Press,(1991).
[16] La Società Teosofica è un movimento esoterico fondato da Helena Blavatsky, che definisce la teosofia, nel testo "La dottrina segreta", come:
«la saggezza accumulata nel corso delle ère [...] provata e verificata da generazioni di profeti».
I tre principi e scopi su cui si basa la Società Teosofica sono:
1) formare un nucleo di fratellanza universale dell'umanità senza distinzioni di razza, sesso, credo, casta o colore;
2) incoraggiare lo studio comparato delle religioni, filosofie e scienze;
3) investigare le leggi inesplicate della Natura e le capacità latenti dell'uomo.
Il testo sacro dei teosofi è il "Libro di Dzyan". La loro cosmogonia prevede uno sviluppo del mondo tramite vari stadi intermedi tra la materia e lo spirito; l'uomo, composto di corpo, anima e spirito, cresce anch'esso attraverso vari stadi definiti: materia, corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale, ragione, anima e infine spirito. L'anima umana non ha né inizio né fine: essa è destinata ad un ciclo di reincarnazioni finché raggiunge la sostanza assoluta del cosmo.
La fondatrice del movimento, Helena Blavatsky, sostenne sempre di aver compiuto un viaggio nell'allora sconosciuto Tibet dove avrebbe incontrato i Maestri della "Fratellanza Bianca", la cui esistenza sarebbe attestata in tutte le tradizioni iniziatiche sia orientali sia occidentali: questi Maestri sarebbero da identificare con gli esseri soprannaturali noti in sanscrito come Mahatma. Fonte:
-          Paola Giovetti, Helena Petrovna Blavatsky e la Società Teosofica, Mediterranee, 1991.
[17] La “new Church segue gli insegnamenti del mistico visionario svedese Swedenborgh
[18] Fonte:
-          Elizabeth De Michelis, A History of Modern Yoga: Patanjali and Western Esotericism. Continuum. ISBN 978-0-8264-8772-8.
[19] Originale:
 मैत्री करुणा मुदितोपेक्षाणांसुखदुःख पुण्यापुण्यविषयाणां भावनातः चित्तप्रसादनम् ॥३३॥
maitrī karuṇā mudito-pekṣāṇāṁ-sukha-duḥkha puṇya-apuṇya viṣayāṇāṁ bhāvanātaḥ citta-prasādanam 33
Maitrī = “amicizia, convivialità, cordialità”.
Karuṇā = “compassione”.
Mudita = “gioia”.
Upekṣā = “indifferenza”.
Sukha = “piacere, piacevole, confortevole”.
Dukha = “pena, dolore”.
Punya = “successo”.
Apunia = “fallimento”.
Viṣayā = “esperienza, oggetto dei sensi”
Cittaprasādana = “purificare la mente, calmare la mente, rallegrare la mente”.


[21] Fonte:
-          Sir M. Monier Williams, A Sanskrit-English Dictionary. Bharatiya G.N. (Educa Book) Publisher. 2005. ISBN-10-8189211005.
[22] I Darśana vanno considerati sei diverse scuole filosofiche che interpretano i Veda partendo da presupposti diversi, e propongono una serie di riflessioni, meditazioni e tecniche per giungere allo scopo ultimo dell’esistenza umana, la cosiddetta Liberazione. I sei Darśana sono:
1.       Nyāya, che significa “regola”, “metodo”;
2.       Vaiśeṣika, una “Filosofia naturale”, affine al Buddhismo,
3.       Sāṃkhya, “enumerazione”, viene definito “Ateismo razionalista”
4.       Yoga, unico Darśana basato su pratiche psico-fiche simili o identiche a quelle della ginnastica indiana, dal XII al XIX secolo identificato con lo Haṭhayoga.
5.       Mīmāṃsā. Studio dei rituali vedici, e analisi critica sia in senso teistico che ateistico.
6.       Vedānta. Nell'accezione sia di “filosofia duale” che “non-duale”, basata quasi esclusivamente sullo studio e la riflessione sulle Upaniṣad maggiori.
Tra i sei Darśana ortodossi solo lo Yoga integra nel percorso realizzativo gli esercizi fisici della ginnastica tradizionale indiana (posture, sequenze, gesti, esercizi di respirazione), esercizi comuni alle arti marziali, alla danza, agli sport e alla ginnastica medica. Le diverse discipline sono così strettamente connesse in India, da poter parlare tranquillamente di Kalari Yoga (lo Yoga dei guerrieri del Sud), Nāṭya Yoga (lo Yoga dei danzatori) o Vyāyāma Yoga (la Ginnastica Yoga). Fonti:
-           "Darshan". Encyclopædia Britannica. Retrieved 12 February 2013.
-          Andrew Nicholson, Unifying Hinduism: Philosophy and Identity in Indian Intellectual History, Columbia University Press, (2013). ISBN 978-0231149877
-          Sanzaro, Francis, "Darshan as mode and critique of perception: Hinduism's liberatory model of visuality", (PDF). Axis Mundi: 1–24.(2007)
[23] N.B. Ateistico è diverso a Ateo: il fatto che lo Yoga, come il buddhismo, sia “ateistico” non significa che gli yogin siano atei, ma che la loro ricerca prescinde dalle credenze religiose.
[29] In realtà si tratta della trascrizione delle “lectures” di Vivekananda, fatta dai suoi allievi.
[30] I “quattro Yoga” di Vivekananda, ad esempio, corrispondono con i quattro principi fondamentali del New Thought Movement:
1.            Jnana Yoga – conoscenza dell’Assoluto – “Dio, o infinita intelligenza, è Dio è "supremo, universale ed eterno";
2.            Bhakti Yoga – devozione per la divinità che è in ogni essere umano – “La divinità dimora in ogni persona, poiché tutte le persone sono esseri spirituali”;
3.            Karma Yoga – comprensione del proprio karma e della interconnessione tra tutti gli esseri viventi – “Il più alto principio spirituale è amarsi reciprocamente incondizionatamente, [gli esseri spirituali] insegnano l’uno all’altro e si guariscono a vicenda";
4.            Raja Yoga – conoscenza, controllo e sospensione degli stati mentali (cittavṛtti) – “I nostri stati mentali” si esprimono nella manifestazione e diventano la nostra esperienza nella vita quotidiana”.
[31] Vivekananda ad esempio non parla né delle pratiche fisiche né delle attitudini marziali degli yogin guerrieri, neppure accenna alle tecniche sessuali - parte integrante anche se non fondamentale dello Yoga (vedi: Haṭhayogapradīpikā III, 87-9).- nonostante il suo maestro fosse lo yogin illuminato Ramakrishisna Paramhamsa, sposato con la bellissima Sarada Devi, fosse un sacerdote di Kālī  iniziato  ai riti sessuali denominati “Tantra di Viṣṇu (vedi: Mahendranath Gupta, “Il Vangelo di Sri Ramakrishna”. Opera citata).
[32] In sanscrito a dir la verità Raja Yoga significa “Yoga della polvere” o “Yoga del polline”. La grafia corretta dovrebbe essere Rāja Yoga.
[33] David Gordon White (Pittsfield, 3 settembre 1953), storico delle religioni statunitense è uno dei più conosciuti esperti di letteratura Yoga viventi
Laureato in hindi presso la Hindu University di Benares, si è laureato alla École Pratique des Hautes Études, a Parigi, negli anni 1977-1980 e 1985-1986. Nel 1988 si laurea in Storia delle Religioni presso la University of Chicago. Attualmente è docente di studi religiosi alla California University di Santa Barbara.
[34] Fonte:
-          David Gordon White, YOGA IN PRACTICE. Princeton University Press (2012). ISBN 978-0-691-14085-8.
-          Mikel Burley, Haṭha-Yoga: its context, theory, and practice, Motilal Banarsidass Publications., 2000. ISBN 978-81-208-1706-7.
[35] Fonte:
-          Op. Cit. Mikel Burley, Haṭha-Yoga: its context, theory, and practice, Motilal Banarsidass Publications. 2000. ISBN 978-81-208-1706-7.

[36] Questo il testo in sanscrito:
राज-योगः समाधिश्छ उन्मनी मनोन्मनी |
अमरत्वं लयस्तत्त्वं शून्याशून्यं परं पदम || ||
अमनस्कं तथाद्वैतं निरालम्बं निरञ्जनम |
जीवन्मुक्तिश्छ सहजा तुर्या छेत्येक-वाछकाः || ||

rāja-yoghaḥ samādhiścha unmanī cha manonmanī |
amaratvaṃ layastattvaṃ śūnyāśūnyaṃ paraṃ padam || 3 ||
amanaskaṃ tathādvaitaṃ nirālambaṃ nirañjanam |
jīvanmuktiścha sahajā turyā chetyeka-vāchakāḥ || 4 |



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