martedì 28 gennaio 2020

IL "VIGYANA" BHAIRAVA TANTRA E LE TRADUZIONI BALLERINE




Nella pratica dello yoga arriva un momento in cui insorgono delle domande sulla validità della ricerca personale e degli insegnamenti ricevuti.
Si tratta di una fase che attraversano – quasi – tutti ,anche coloro che, seguendo la via della devozione, sono abituati a prendere le parole del maestro – di carta o in carne ed ossa che sia -  come verità assoluta.
Credo che sia legittimo cercare di approfondire, anzi credo sia una necessità.

Fingiamo di essere un praticante medio:
Sento i miei insegnati o qualche praticante esperto, parlare del “Vijñana Bhairava Tantra.

Si tratta di testo del IX-X secolo d.C. che gode in occidente di una grande reputazione, almeno dagli anni ’80, quando Osho dichiarò di essersi illuminato grazie alla sua lettura.

Cosa faccio? Innanzitutto comincio a ricercare su internet le traduzioni dei maestri più famosi, giusto?
Anzi, per scrupolo, visto che sono pignolo, vado sui siti specializzati indiani e cerco la versione in sanscrito.

Ce ne sono molte, scaricabili gratuitamente, come questa, ad esempio: https://www.amazon.it/VIGYAN-BHAIRAV-RUDRYAMAL-TANTRA-REHASYA-ebook/dp/B07DXTRZMH.

Dopo di che, visto che non sono un sanscritista, ma un semplice praticante ( di solito il praticante medio ha una conoscenza abbastanza limitata delle regole grammaticali del sanscrito) cerco le traduzioni dei maestri più famosi, che, ovviamente, ritengo più affidabili (se sono famosi ci sarà un motivo, giusto?), e le confronto per avere un’idea del contenuto del testo e confrontarlo con quelle che sono le mie esperienze di praticante ovvero le mie esperienze “soggettive”.

Vediamo cosa succede.
Prendo un versetto a caso, il numero 27 (N.B. traslitterazione IAST effettuata con l’applicazione di http://spokensanskrit.org/ e confrontata con la traslitterazione del Dott. Marino Faliero University of Goettingen):

कुम्भिता रेचिता वापि पूरिता वा यदा भवेत् I
तदन्ते शान्तनामासौ शक्त्याशान्तः प्रकाशते II २७II

Kumbhitā recitā vāpi pūritā vā yadā bhavet |
tadante śāntanāmāsau śaktyā śāntaḥ prakāśate || 27 ||

Vado a cercare le traduzioni che ritengo più affidabili.

“27. When you have breathed in or out completely, when the breath movement stops on its own, in this universal lull, the thought of "me" disappears and the Shakti reveals herself.

“Vagabonda in giro fino ad essere esausta e poi, cadendo a terra, in questo cadere il tutto.”

“Vagabonda in giro fino ad essere esausta e poi, cadendo a terra, in questo cadere il tutto.”

4.     Mark Dyczowski, https://www.anuttaratrikakula.org/:
27. If (the power of vital breath) called “Tranquil” is retained, whether it has been ejected (in the course of exhalation) or filled (in the course of inhalation), in the end of that (practice) the Tranquil One manifests by mean of (that same) power.”

Ovviamente c’è da rimanere perplessi.

A occhio le traduzioni, identiche di Bertagni e del sito Aghori.it fanno riferimento ad un’altra versione, o addirittura ad un altro testo, e le traduzioni di Odier e Dyczowski sembrano diverse e sembrano far riferimento a concetti diversi.

Scrive Odier:
The thought of "me" disappears and the Shakti reveals herself” (“Il pensiero di" me "scompare e la Shakti si rivela”).

Scrive Mark Dyczowski;
The Tranquil One manifests by mean of (that same) power” ("Il Tranquillo Uno si manifesta attraverso - quello stesso - potere").

Decido di prendere in esame solo queste due traduzioni – è evidente che le altre, tra loro identiche, si riferiscono ad un altro testo – e cerco di riportarle a quanto è emerso dalla mia pratica degli anni ’70 sotto la guida di istruttori che a me davano fiducia. Devo dire che di ciò che scrivono Odier e Dyczowski non è che capisca molto, detto tra noi, nel senso che mi sembrano -opinione personale – delle indicazioni assai generiche, ispirate da una rivisitazione occidentalizzata (ovvero riferita alla filosofia occidentale) del tantra.

Probabilmente si tratta di una impressione sbagliata (Odier e Dyczowski sono considerati maestri assai autorevoli), ma, visto che non sono convinto, provo a cavarmela con il testo sanscrito, pur conoscendo i miei, evidenti limiti.

Vediamo:
“Kumbhitā recitā vāpi pūritā vā yadā bhavet |
tadante śāntanāmāsau śaktyā śāntaḥ prakāśate || 27 ||”

Secondo me Kumbhitā, recitā e pūritā hanno a che fare con
-         Pūraka inteso solitamente come inspirazione;
-         Recaka, inteso solitamente come espirazione;
-         Kumbhaka, inteso solitamente  come apnea;

Ma si tratta tecnicamente di tecniche di controllo dei “soffi vitali”, tese a sospenderne la circolazione nei due canali principali laterali (chiamiamoli Luna e Sole) in modo da attivare il flusso nel canale centrale (chiamiamolo Rāhu)[1].

Per ciò che riguarda śānta letteralmente significa “gentile, pacificato, calmo, tranquillo, appagato”, ma a me hanno insegnato che quando è legato alla parola śakti, come mi sembra sia in questo caso, assume, nello yoga praticato, un significo diverso, meramente tecnico.

Śanta śakti, dovrebbe essere infatti la “quarta energiache viene prodotta/percepita/utilizzata nelle pratiche operative tantriche:

La prima, iccha śakti, o energia del desiderio, viene prodotta dalla discesa del bindu (durante le pratiche di meditazione) dal cakra sulla sommità della testa a quello della fronte e viene localizzata, in genere, nel cakra della gola;

La seconda, jñana śakti, o energia della conoscenza, viene prodotta dalla discesa del bindu nel cuore, e viene localizzata in genere nel cakra del cuore,

La terza, kriya śakti, o energia dell’azione, viene prodotta dalla discesa del bindu nei genitali, e viene localizzata, in genere, nel cakra dei genitali.

L’unione delle tre energie viene paragonata all’unione dei tre grandi fiumi (Saraswati, Yamuna e Ganga) che avviene durante il kumbha mela, e produce uno stato (un orgasmo) caratterizzato dall’emissione spontanea del suono sauḥ, chiamato “seme dell’immortalità”, e da una particolare vibrazione che, partendo dal basso ventre, si diffonde in tutto il corpo, generando la quarta energia (fisica) chiamata appunto Śanta.

Si tratta di una tecnica operativa di cui si parla – e che viene praticata – nelle scuole tantriche.

Ecco secondo me,per la mia esperienza, il versetto 27:

“Kumbhitā recitā vāpi pūritā vā yadā bhavet |
tadante śāntanāmāsau śaktyā śāntaḥ prakāśate || 27 ||”

Andrebbe interpretato in questa maniera:

“Quando kumbhaka ha luogo [naturalmente) dopo puraka e recaka (e quindi si interrompe il flusso nei canali laterali) insorge (l’energia chiamata) śanta śakti (e la condizione definita) śanta (che coincide con la realizzazione di bhairava) viene rivelata”.

Ovviamente si tratta di una interpretazione da ignorante (non conosco il sanscrito) suffragata solo dalla mia esperienza personale, e chiedo perciò consiglio ai miei amici più eruditi di me, ma ho il dubbio (che spero possa essere fugato) che spesso si facciano delle traduzioni per sentito dire, prendendo per riferimento altre traduzioni di persone che vengono ritenute affidabili senza verificare (come nel caso di Bertagni e di Aghori.it).

Oppure, nel caso di maestri rinominati come Odier e Dyczowski, ho l’impressione che si traduca sovrapponendo ai testi originali le personali opinioni e il back ground filosofico (occidentale).

Ripeto sono solo riflessioni di un praticante abbastanza ignorante, per cui mi piacerebbe avere il parere di chi ne sa più di me.
Un sorriso,P.



[1] पूरक Pūraka  letteralmente indica l’atto di “riempire”, “completare”, “soddisfare” - e quindi come “inspirazione” ci potrebbe anche stare - ma se cerchiamo il  significato ,per così dire, in “gergo yogico”, ovvero l’uso che se fa nei testi filosofici e nei manuali pratici, vedremo che significa:

Flusso;
Palla di cibo offerta alla fine di particolari cerimonie;

Raramente, secondo Monier-Williams (a quanto mi è dato di capire) pūraka può anche indicare una:
Pratica yogica che consiste nel chiudere la narice destra con un dito e quindi aspirare aria attraverso la sinistra, poi nel chiudere la narice sinistra e aspirare attraverso la destra.

रेचक Recaka, che letteralmente significa “purga”, “svuotamento”, “spurgo”, “catartico” ( quindi ci può anche stare come “espirazione”) si trova nei testi classici con i significati di:
Siringa (uno strumento simile al “flauto di Pan”);
(Come sinonimo di bhramaṇa) “girare in tondo”, “rivoluzione”, “orbita (di un pianeta)”;
Un particolare passo di danza o un particolare movimento del piede;

Mentre nell’अमृतबिन्दु उपनिषद् amṛtabindu upaniṣad indica:
Uno dei tre prāṇāyāma eseguiti durante saṃdhyā che consiste nell’emettere il respiro da una sola narice”.

कुम्भक Kumbhaka infine significa:
Pentola;
Base della colonna;
Parte prominente del cranio dell’elefante:

Ma in alcuni testi “tecnici”, come il वेदान्तसार vedāntasāra, kumbhaka è usato nel senso di:
Fermare il respiro chiudendo la bocca e chiudendo le narici con le dita della mano destra”.

In definitiva non è sbagliato a priori chiamare la inspirazione pūraka, la espirazione recaka e l’apnea kumbhaka, ma indagando sui vari significati delle tre parole e sull’uso del termine prāṇāyāma come “rito da celebrare durante i saṃdhyā, potremmo accedere, probabilmente ad un livello diverso, più “sottile” della pratica.


1 commento:

  1. Dear Paolo,

    Here is a similar explanation :)
    https://www.youtube.com/watch?v=NfbV-o1UZCw

    O Bhairavī! By not turning back [too soon] from the pair of spaces, inner and outer, where the breath pauses, the form of Bhairava is manifested thus through Bhairavī ( = the still space of awareness underlying the movement of prāṇa is revealed). || 25

    When the Center opens up, the power (śakti) inherent in the prāṇa does not go forth or enter in. As thought-forms melt away by means of that [power], the Bhairava-state [manifests]. || 26

    When that [breath-power] called ‘quiescent’ is retained after inhale or even after exhale, at the end of that [moment of stillness], the Tranquil One [Śiva] manifests through that power. || 27

    All the best, Namaskar, Om Shanti x 3 :D

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