giovedì 2 gennaio 2020

SHAMBALA E IL RE DEL MONDO: QUANDO LE BUGIE HANNO LE GAMBE LUNGHE





Quella di Shambala e del “Re del Mondo” è una frottola, una fake new si direbbe adesso, sulla quale da un paio di secoli sono scritti libri, prodotti film e create filosofie che hanno prodotto effetti ora bizzarri ora devastanti sull'intera umanità.

La leggenda, che tutt’ora molti prendono per realtà storica, comincia con poche righe scritte nell’introduzione di un manuale di yoga portato in Tibet in epoca medioevale da un gruppo di yogin indiani in fuga dall'invasione islamica.

Il testo è noto ai nostri giorni come Kālacakratantra o “tantra della ruota del tempo” e, nonostante contenga una serie di istruzioni, a mio parere, utilissime per la comprensione dello yoga, è sconosciuto alla gran parte dei praticanti o, in alcuni casi, considerato troppo ermetico.

La sproporzione tra l’enorme popolarità della favola nata da un trafiletto di questo manuale e il silenzio che avvolge la descrizione delle tecniche operative che vi sono descritte mi ha incuriosito, ed ho deciso di fare una breve ricerca.

IL RE DEL MONDO


“L'opera postuma di Saint-Yves d'Alveydre intitolata La Mission de l'Inde, che fu pubblicata nel 1910, contiene la descrizione di un centro iniziatico misterioso designato sotto il nome di Agarttha; molti tra i lettori di quel libro debbono aver supposto d'altronde che non si trattava che d'un racconto puramente immaginario, d'una specie di finzione senza alcun fondamento di realtà. Di fatti, se si vuol prender tutto alla lettera, si trovano in cotesto libro delle inverosimiglianze che potrebbero giustificare un tale apprezzamento, almeno per chi se ne sta alle apparenze esteriori; e senza dubbio Saint-Yves aveva avuto delle buone ragioni per non dare egli stesso alla luce quest'opera, scritta da molto tempo, e che non era in verità completamente approntata. Fino ad allora, d'altra parte, non era stata fatta, in Europa, menzione dell'Agarttha e del suo capo, il Brahmâtmâ, che da uno scrittore di molto scarsa serietà, Louis Jacolliot [1], di cui è impossibile invocare l'autorità; per conto nostro, pensiamo che questi aveva realmente inteso parlare di queste cose durante il suo soggiorno nell'India, ma le ha rimaneggiate, come tutto il resto, alla sua maniera eminentemente fantasiosa. Ma, nel 1924, sopravvenne un fatto nuovo ed alquanto inatteso: il libro intitolato Bétes, Hommes et Dieux, in cui Ferdinando Ossendowski racconta le peripezie del viaggio movimentato che fece nel 1920 e 1921 attraverso l'Asia centrale, racchiude, specialmente nella sua ultima parte, dei racconti quasi identici a quelli di Saint-Yves; ed il rumore che è stato fatto intorno a questo libro offre, crediamo, un'occasione favorevole per rompere finalmente il silenzio sopra questa questione dell'Agarttha.”[2]

Con queste parole, nel 1927, René Guenon, presentò ai lettori occidentali il mito di Shambala – o Shangri La o Agarttha – il regno nascosto nel quale, da tempo immemorabile, il “Re del Mondo” custodirebbe il segreto della felicità suprema e dell’immortalità.


L'astronomo Edmund Halley ritratto nel 1736 con in mano un diagramma dei gusci concentrici della sua teoria della Terra cava. Fonte: Michael Dahl - http://www.ucl.ac.uk/sts/nk/hollow.htm originally uploaded on de.wikipedia by Siffler

Secondo alcuni – i fautori della “teoria della Terra Cava”[3] - si tratterebbe di un mondo sotterraneo, secondo altri di una valle segreta nascosta dalle vette himalayane, secondo altri ancora di un mondo parallelo raggiungibile solo attraverso pratiche meditative.
In origine Śambhala (in tibetano bde ’byung) è il nome di un villaggio di Brahmani nel quale alla fine della nostra Era – il kali-yuga – nascerà l'ultimo avatāra di Viṣṇu, Kalki, che, in sella ad un bianco destriero e armato di una spada fiammeggiante, combatterà contro la “civiltà del male” ristabilendo alla fine di una guerra sanguinosa la legge universale, il Dharma[4].
Il mito nasce probabilmente a cavallo dell’anno mille, quando le invasioni islamiche - prima con le scorrerie dell’esercito di Mahmud di Ghazna (979 – 1030 d.C.) e poi con l’invasione della valle dell’Indo da parte di Muhammad di Ghur e la conseguente creazione del Sultanato di Dheli, intorno al 1200 – costrinsero molti brahmini e yogin indiani a cercare rifugio in Tibet.
I racconti della resistenza contro gli invasori – con le imprese, romanzate, degli yogin guerrieri di Gorakhnath e del raja Gogaji – mescolati agli insegnamenti tantrici, furono la basa di una serie di leggende, miti e profezie secondo le quali i “mieccha” (in tibetano kla klo”), come venivano chiamati gli islamici[5], sarebbero stati completamente distrutti in una grandiosa battaglia finale che avrebbe avuto luogo nel XXV secolo.
Piano piano il “villaggio di brahmani”, si trasformò in un regno fantastico con meravigliosi palazzi di cristallo, oro e argento, i cui abitanti, esseri incredibilmente belli e longevi – o addirittura immortali – sarebbero dotati di poteri psichici che li renderebbero simili agli dei.
La storia di Śambhala come la conosciamo oggi proviene, in buona parte, dal Kālacakratantra, un testo del XI –XII secolo d.C. che fa parte del - “Canone buddista tibetano”[6] e probabilmente è stato introdotto in Tibet da un maestro kashmiro di nome Somanath, allievo del tantrico Nāropā, tra il 1027 e 1064 d.C.
Il Kālacakratantra racconta di Sucandra, primo re di Śambhala, che dopo aver appreso da Śākyamuni gli insegnamenti del buddhismo esoterico, avrebbe fatto ritorno al suo regno per insegnare la dottrina segreta ai suoi sudditi.
Nel testo originale Śambhala è descritta in poche righe:
“Sucandra è il sovrano della terra di Sambhala a nord del fiume Śītā, popolata da novantasei milioni di villaggi; i loti dei suoi piedi sono riveriti decine e decine di milioni di capi-villaggio ornati di diademi preziosi, nati dalle famiglie dei novantasei re, i cui corpi sono emanazioni di dei, di demoni e di dragoni.”[7]
Col tempo la fantasia dei commentatori aggiunse sempre nuovi dettagli arricchendo la leggenda di palazzi costruiti con gemme preziose, specchi magici e profezie.
Dopo Sucandra alla guida del regno misterioso, si sarebbero succeduti altri sei sovrani, ognuno dei quali avrebbe regnato per un secolo:
Candra, Devendra, Tejavsi, Candradatta, Deveśvara, Viśvarupa e Deveśa.
Dopo Devesa sarebbe salito al trono Mañjuśrīkīrti – ritenuto autore del testo che oggi chiamiamo Kālacakratantrache sarebbe stato insignito del titolo di “kulika” o “kalkin” (tibetano rigs ldan) che significa “colui che detiene il lignaggio”.
Anche i kulika si avvicenderanno al trono di Śambhala ogni cento anni.
Il secondo kulika sarebbe stato Puṇḍarīka - autore del commentario al Kālacakratantra chiamato Vimalaprabhā ("Luce immacolata"), mentre ai nostri giorni regnerebbe il XXI Kulika, Aniruddha, che nel 2027 lascerà il posto al kulika Narasiṃha[8].
Quando nel 2327 salirà al trono il XXV Kulika, Rudracakrī, il re dei miscredenti –ovvero dei non buddhisti - scoprirà l'esistenza di Śambhala e condurrà le sue truppe oltre il fiume Sītā.
Allora Rudracakrī, riunito un possente esercito con l'aiuto di dodici grandi divinità, lo annienterà, ristabilendo sulla Terra il Dharma del Kālacakratantra per altri diciotto secoli.
Questa ovviamente è la leggenda, che, presumibilmente si basa, come tutte le leggende, su fatti storici, poi trasformati e mitizzati, nel corso dei secoli, dalla fantasia di artisti e letterati.
È possibile che il fiume Sītā sia il fiume Talas[9], ai confini dell’attuale Kazakistan, sulle cui rive si svolse una sanguinosa battaglia nel 751 a.C. tra cinesi, alleati dell’impero buddhista Kushan, e gli islamici e che Śambhala sia in realtà il regno buddhista di Yanqi, in sanscrito Agnideśa, porta d’accesso alla via della Seta e al bacino del Tarim. Il regno era famoso all’epoca per la bellezza del territorio e l’enorme ricchezza dei suoi abitanti[10]
Dopo la sconfitta dei Cinesi, avvenuta a causa del tradimento di 20.000 mercenari turchi, gli islamici invasero il bacino del Tarim e gli abitanti di Agnideśa fuggirono alla volta del Tibet, dove è possibile che abbiano contribuito alla nascita della leggenda di Śambhala.
La prima descrizione dettagliata del regno di Sucandra bisogna è un testo del XVIII secolo, il “Dang po'i sangs rgyas dpal dus kyi 'khor lo'i lo rgyus dang ming gi rnam grangs”.
Secondo il suo autore, Lama Long Dol[11], Śambhala ha la forma di un gigantesco fiore di loto a otto petali, incorniciato dalle montagne innevate dell’Himalaya.
Al centro si trova Kalapa, la capitale del regno, una città circolare del diametro di una sessantina di chilometri (dodici leghe) con palazzi d’oro, d’argento e pietre preziose così splendenti da rendere giorno anche la notte.
Nelle stanze dei palazzi, circondati da alberi dal legno profumato, si trovano specchi magici, grazie ai quali gli abitanti possono sapere cosa accade in ogni parte del globo, e i soffitti sono di cristallo, per permettere l’osservazione delle stelle.
A nord di Kalapa sorgono statue gigantesche raffiguranti Buddha, i Bodhisattva e tutte le divinità tibetane, mentre a sud si stendono due laghi a forma di mezzaluna, del diametro, anch’essi, di una sessantina di chilometri, circondati da foreste di sandalo.


Dipinto tibetano del XVI secolo che rappresenta Śambhala, conservato presso il Rubin Museum of Art di New York. Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/%C5%9Aambhala

Trai due laghi - sulle cui acque esseri umani e nāga passano il tempo a nuotare, pescare e navigare su barche fatte di pietre preziose –si trova il maṇḍala dei cinque elementi, largo quasi duecento metri, costruito da Sucandra con oro, argento, turchese, corallo e perle.
Per ciò che riguarda gli otto petali, su ognuno di essi sorgono 120 milioni di villaggi, formati da un numero indefinite di case a due piani, per un totale di 960 milioni.
Per ogni 10 milioni di villaggi c’è un governatore, il cui compito è quello di insegnare al popolo la dottrina del Kālacakratantra.
Il popolo di Śambhala è formato da donne e uomini “dai corpi sottili” che indossano abiti di cotone bianchi, rossi o blu, e non conoscono né malattia né sofferenza. La loro principale occupazione è la “pratica religiosa” che li porta ad “ottenere l’illuminazione in questo corpo”.
Se la matematica non è un’opinione solo la capitale Kapala - che ha un diametro di circa 60 km – occuperebbe un’area di:
 302 x 3,14 = 2.826 km2
Ovvero, tanto per dare un’idea più del doppio di quella occupata della città di Roma
Se a questo ci aggiungessimo la superficie dei due laghi – anch’essi del diametro di circa 60 km - i boschi, e i 960 milioni di villaggi arriveremmo sicuramente alle dimensioni di un grande stato europeo.
Risulta difficile pensare che un simile regno, fosse anche circondate dalle più alte vette dell’Himalaya, possa essere sfuggito all’occhio acuto degli esploratori e dei missionari occidentali, ragion per cui, nel XX secolo il mito di Śambhala venne sovrapposto a quello della Terra Cava, e i suoi abitanti divennero i discendenti degli antichi Atlantidei, i semidei che governavano la Terra decine di migliaia di anni fa, o addirittura milioni di anni fa.



SHANGRI LA





Postcard promozionale di "Lost Horizont". Di James Montgomery Flagg - Herefrontback, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=30481157

Il 1937 è l'anno di uscita di “Lost Horizont” (“Orizzonte Perduto” in italiano) un film con la regia di Frank Capra, vincitore di due premi Oscar, che ebbe, all’epoca, un successo globale lanciando la piccola casa di produzione Columbia nel firmamento delle multinazionali dello Show Business. 

Oggi, la pellicola viene ricordata solo dagli storici del cinema, ma i suoi effetti sulla cultura di massa si avvertono tutt’ora. Shambala, nel film Shangrilà, e le pacifiche armate del “Re del Mondo” (High Lama nel film) con il film di Capra entrarono nell’immaginario collettivo Trasformando definitivamente la leggenda del Regno segreto di Sucakra in un mito globale. La trama del film, tratto dal romanzo omonimo di James Hilton, pubblicato nel 1933, è assai intrigante:


“Cina, metà anni trenta. A causa dei crescenti disordini, i cittadini occidentali vengono rimpatriati. Sull'ultimo aereo salgono l'uomo che ha organizzato l'evacuazione, il diplomatico, militare e letterato britannico Robert Conway, con il fratello George, lo studioso di paleontologia Alexander Lovett, l'affarista in bancarotta Henry Barnard e una donna gravemente malata, Gloria Stone. Il loro aereo viene inspiegabilmente dirottato da un pilota e finisce per schiantarsi in una zona sperduta delle montagne dell'Himalaya. Vengono soccorsi dal misterioso Chang e portati in un'isolata vallata nella quale sorge l'idillica comunità chiamata Shangri-La, un'oasi di pace fondata oltre due secoli prima da un missionario belga per preservare i migliori risultati dell'umanità dai continui conflitti del mondo esterno. Dopo l'iniziale, comprensibile desiderio di ritornare al più presto alla civiltà, i nuovi arrivati cominciano ad apprezzare quel luogo, che offre loro un ambiente di grande bellezza, uno stile di vita di incomparabile tranquillità e promesse di incredibile longevità. In particolare, Robert scopre di essere stato deliberatamente portato a Shangri-La dal capo della comunità, il Grande Saggio (High Lama in originale), che si rivela essere il fondatore stesso, vissuto fino a duecento anni, ma ormai prossimo alla morte ed in cerca di qualcuno in grado di portare avanti la sua Utopia realizzata, che ha scelto proprio lui come suo successore, perché la sua vita e i suoi scritti sembrano rispecchiare i valori custoditi a Shangri-La. L'unico a non accettare la situazione e ad essere convinto che Shangri-La sia solo una pericolosa illusione è George, influenzato in questo senso da Maria, una giovane e splendida donna che non desidera altro che fuggire da quella che considera una prigione. I due decidono di lasciare Shangri-La e Robert, pur conquistato dagli ideali del Grande Saggio e trovato anche l'amore con Sondra, una giovane donna cresciuta lì e che non sa immaginare una vita diversa da quella, per senso di responsabilità verso il fratello decide di andare con loro. Dopo giorni di viaggio in condizioni proibitive, la lontananza da Shangri-La rivela tragicamente l'età avanzata di Maria, che muore per la fatica. George, scioccato dalla vista del volto decrepito dell'amata, si getta nel vuoto. Robert riesce a sopravvivere e a tornare alla civiltà, dopo un intero anno dalla sua scomparsa agli occhi del resto del mondo. La terribile esperienza gli ha fatto perdere ogni ricordo dei giorni trascorsi a Shangri-La ma, durante il viaggio di ritorno in patria, ritrova improvvisamente la memoria e non può far altro che tornare in Himalaya. Sfidando ogni avversità e utilizzando ogni mezzo possibile, esplora per mesi i luoghi più impervi, finché non riesce a ritrovare la via per Shangri-La, dove Sondra attende il suo ritorno.”[12]


Grazie al successo del libro di Guenon (1927), del romanzo di Hilton (1933) e del film di Capra(1937) il mito di Śambhala si diffuse in tutti gli strati della popolazione, contribuendo ad alimentare un generale sentimento antimoderno e antiscientifico che, già dalla metà del XIX secolo si era diffuso nel mondo occidentale.
Nell’immaginario collettivo divenne una specie di Eden, un oasi in cui esseri con poteri sovrumani, belli, sani e longevi, vivevano immersi nella luce della conoscenza spirituale.
Quello che libri e film non chiarivano erano le cause di quei poteri, bellezza, salute e longevità:
Una fontana della giovinezza?
Una serie di non meglio definite pratiche meditative?
Una serie di esercizi ginnici come quelli che l’ineffabile colonnello Bradford, inventato dallo sceneggiatore Peter Kelder nel 1939, chiama “Cinque Riti Tibetani”?[13]
La discendenza degli abitanti da antichi semidei, come credevano i nazisti?
Al di là delle leggende nate in epoca moderna, il Kālacakratantra – ripetiamo - è stato introdotto in Tibet da un maestro kashmiro di nome Somanath, allievo del tantrico Nāropā, tra il 1027 e 1064 d.C.
La descrizione di Śambhala – che come si è visto, va probabilmente identificata con Agnideśa, la ricca città buddhista occupata dagli islamici nell’VIII secolo – oltre ad essere chiaramente simbolica, non è certo la parte più importante del testo, che, nel suo insieme, appare come un dettagliatissimo manuale di yoga. La traduzione più attendibile pare sia quella fatta da Raniero Gnoli e Giacomella Orofino, pubblicata nel 1994 da Adelphi con il titolo “Nāropā, INIZIAZIONE, KĀLACAKRA”.
Si tratta di una lettura assai interessante.
Ecco cosa si trova, per esempio, a pag. 111 (“Il Riassunto dell’Iniziazione”, 18-22):

18. Toccando il seno della saggezza si ha un diletto [consistente in] una caduta di bodhicitta. Colui che è consacrato attraverso il sene, [perché il diletto deriva appunto dal seno], è il bambino.
19. Conficcando [il vajra] nelle parti segrete [della saggezza], a lungo si ha un diletto [consistente in [una caduta di bodhicitta. Colui che è consacrato attraverso le parti segrete, perché tale diletto deriva appunto dalle parti segrete, è l’adulto.
20. Conficcando [il vajra] nelle parti segrete [della saggezza] a lungo, si ha sulla cima del vajra, un diletto fatto di vibrazione. Colui che è consacrato attraverso la conoscenza mediante la saggezza, perché appunto entrato in [uno stato di] vibrazione [cioè di tremito] è l’anziano.
21. Si ha poi un gran diletto privo di vibrazione che nasce per la concupiscenza verso la grande mudrā. Colui che è iniziato per mezzo della grande saggezza perché [appunto] immerso in uno stato privo di vibrazione
22. è chiamato col nome di progenitore, genitore di tutti i protettori […].

Se qualcuno avesse dei dubbi sui riferimenti sessuali del sesso basta continuare la lettura per constatare che il vajra indica il pene, la cima del vajra – detta anche “gemma del vajra” – è il glande, bodhicitta lo sperma (chiamato talvolta luna), il “diletto” di cui parla il traduttore è il godimento sessuale, la “saggezza” di cui si devono penetrare le parti segrete – detta anche karmamudrā - è la yoginī, ecc.

Leggiamo a pag. 250, (“La conclusione dello Yoga”):

“[…] Se […] non si verifica il piacere, allora bisogna, nel loto, determinare piano piano il suono adamantino (vajradhvani). Nel caso che non ci sia a disposizione una donna, bisognerà agitare [il vajra) col loto della propria mano, per aumentare il piacere, non allo scopo di emettere (pāta). La non emissione del seme (bījātyāga) [comporta] un piacere che discaccia la paura della morte”.

A pag. 303 (P317a) la necessità di “agitare il vajra” viene ribadita:

“[…] lo yogin dovrà meditare, trattenendo il respiro, il fonema AṂ, simile a una linea bianca diretta verso l’alto. Quindi mantenga eretto di continuo il vajra giovandosi del loto della sua mano in modo [tuttavia] che la luna non esca. […]
79. […] Questo metodo […] si accompagna per gli yogin con [varie specie di] diletti.”

A pag. 313, verso 79, si parla dell’unione con “karmamudrā” come uno dei mezzi per raggiungere la realizzazione finale e si specifica che karmamudrā - parola solitamente tradotta con “mudrā dell’azione” -  è una donna, i cui seni e capelli sono causa del piacere concernente il mondo del desiderio (kāmadhātu):

“[…] l’azione è costituita da varie attività come baci, abbracci, contatti con le parti segrete, penetrazione del vajra, ecc. La mudrā caratterizzata da queste azioni è fonte di un’esperienza (pratyakāriṇī) costituita da un piacere mosso (kṣara). La parola mudrā deriva da questo, che dà (rāti) gioia (mudam), cioè uno speciale piacere.”

Frasi come “[lo yogin] mantenga eretto di continuo il vajra giovandosi del loto della sua mano” rendono inutile ogni tentativo di far apparire le pratiche sessuali di Śambhala come metafore di determinati stati di coscienza o simboli di generiche energie cosmiche: Il Kālacakratantra descrive, senza ombra di dubbio, una serie di tecniche che riguardano l’aspetto sessuale e l’utilizzazione del piacere ai fini dell’illuminazione.

Tecniche alle quali né Ossendowski, autore di “Bétes, Hommes et Dieux”, né Guenon – autore de “Il Re del mondo”, né James Hilton – autore di “Orizzonti Perduti” – né Peter Kelder – autore di "The Eye of Revelation” -  né nessuno di coloro che si sono ispirati al Kālacakratantra ha mai fatto allusione, ma che sembravano essere conosciute, come vedremo in un prossimo articolo, dagli esoteristi di fine ‘800.



[1] Les Fils de Dieu, pp. 236, 263-267, 272; Le Spiritisme dans le Monde, pp. 27-28.
[2] Tratto da: René Guenon, Il Re del Mondo, traduzione di Arturo Reghini, Edizioni Alberto Fidi. Milano 1927.
[3] La teoria della “Terra cava” risale allo scienziato inglese Edmund Halley (1656- 1742) che, nell’opera “Philosofical Transactions of Royal Society of London”, del 1692 propose l’idea che la Terra fosse formata da un guscio esterno, spesso 800 km, con due altri gusci interni concentrici che circondano il nocciolo base, ovvero il cuore della Terra. I gusci avrebbero le dimensioni di Venere, Marte e Mercurio e sarebbero separati da Atmosfera. Tutti i gusci avrebbero propri poli magnetici e ruoterebbero a velocità differenti. (Fonte
[4] Vedi John Newman, Itineraries to Sambhala, in Tibetan Literature: Studies in Genre (a cura di José Ignacio Cabezón e Roger R. Jackson:
“The toponym "Sambhala" first appears in the Hindu prophetic myth of Kalki in the Mahābhārata and the Puränas. In Hindu texts Sambhala is a Brahman village, of undetermined location, that will be the birth- place of Kalki, the future messianic incarnation of Visnu. At the end of the current degenerate Kali age, it is said, Visnu will incar- nate as the pious Brahman warrior Kalki, who will rid the earth of barbarians and unruly members of the lower castes. Kalki's apoca- lyptic war will purify the world, re-establish Brahman dominance of the social order, and thus institute a new age of righteousness”
[5] Vedi Princeton Dictionary of Buddhism, a cura di Robert E. Buswell Jr. & Donald S. Lopez Jr., Princeton University Press, 2013: “The Kālacakratantra also predicts an apocalyptic war. In the year 2425 CE, the barbarians (generally identified as Muslims) and demons who have destroyed Buddhism in India will set out to invade Śambhala”
[6] “Con l'espressione Canone buddhista tibetano, o Canone tibetano, si indica, negli studi buddhisti, l'insieme di due raccolte di testi propri della letteratura buddhista canonica in lingua tibetana e che corrispondono a:
1.       Il bKa’-’gyur (nella grafia tibetana: བཀའ་འགྱུར; reso anche come Kangyur o Kanjur; lett. "[La raccolta delle] parole tradotte [del Buddha]");
2.       Il bsTan-’gyur (nella grafia tibetana: བསྟན་འགྱུར; reso anche come Tangyur o Tanjur; lett. "[La raccolta dei] commentari tradotti").
Il Canone tibetano è quindi l'opera che raccoglie i sūtra (མདོmdo), i tantra (རྒྱུདrgyud), i śāstra (བསྟན་བཆོསbstan bcos), il vinaya (འདུལ་བ།, 'dul ba) e in generale le scritture buddhiste, tradotte in lingua tibetana e ritenute importanti per la tradizione del Buddhismo Vajrayāna in Tibet.
Il Canone tibetano si è sostanzialmente formato dall'VIII al XIII secolo, assumendo una sua prima edizione definitiva grazie al dotto poligrafo e bla-ma (བླ་མ) del XIV secolo Buston rinchen grub (བུ་སྟོན་རིན་ཆེན་གྲུབ་, anche Butön Rinchen Drup, 1290-1364).
Complessivamente esso si compone di oltre trecento volumi comprendenti circa quattromila opere tradotte dal sanscrito, dal pracrito, dallo apabhraṃśa, dal cinese e da lingue centroasiatiche, ma ne fanno parte anche commentari redatti direttamente in lingua tibetana. (Fonte: Ramon N. Prats, Le religioni del Tibet, in Buddhismo (a cura di Giovanni Filoramo). Bari, Laterza, 2007).

[7] Nāropā, “INIZIAZIONE, KĀLACAKRATANTRA”, a cura di Raniero Gnoli e Giacomella Orofino. Adelphi 1994. Pag. 132.
[8] Vedi:  Princeton Dictionary of Buddhism, a cura di Robert E. Buswell Jr. & Donald S. Lopez Jr., Princeton University Press, 2013.
[9] Esiste un fiume Sītā nello stato del Karnataka, nei pressi dei luoghi di una famosa battaglia del XVI secolo, la battaglia di Talikota, tra islamici e indianii, che si risolse con la distruzione dell’imperoVijayanagara.
[10] Fonte: John E. Hill, “Annotated Traslation of the Chapter on the Western Regions according to the Hou Hanshure”.Depts Washington Education/Silk Road Text.
[11] La descrizione di Shamabala appare in The Collected Works of Longdol Lama (a cura di Lokesh Chandra). New Delhi, International Academy of Indian Culture, 1973: 232—282.La descrizione viene poi riportata da: John R. Newmanin in "The Wheel of Time" a cura di Geshe Lhundub Sopa, Roger Jackson, John R. Newman. Boston, Shambhala, 1996,
[13] “I Cinque Tibetani” nascono da una sceneggiatura del giovane scrittore Peter Kelder sul tema della Fonte dell’Eterna Giovinezza. Lo script fu rifiutato dai produttori perché pur essendo sfacciatamente ispirato a “Orizzonte perduto”, era privo degli ingredienti indispensabili per piacere al pubblico americano: non c’erano né storie d’amore contrastate né morti misteriose. La storia, a dir la verità era piuttosto banale:
“Il colonnello Bradford, un ufficiale dell'esercito britannico in età da pensione, curvo e malato, si ritrova in un misterioso monastero tibetano, dove alcuni misteriosi monaci gli svelano il misterioso segreto dell'eterna giovinezza. Il colonnello torna in occidente, ma non lo riconosce nessuno, dimostra 30 anni di meno, è dritto come un fuso e gli sono pure ricresciuti i capelli. 
Nel 1939 Kelder trasformò la sceneggiatura in un libro "The Eye of Revelation". Pure questo, pubblicato da the New Era Press of Burbank, California 1939, fu un flop, ma il nostro eroe non si dà per vinto, Nel 1946, aggiunge dei capitoli, mette in evidenza l'aspetto salutistico e aggiunge un sottotitolo seducente: "Ancient anti-aging secrets of the five tibetan rites". Il libro, pubblicato stavolta da Mid-Day Press, Los Angeles 1946, non è quel che si dice un capolavoro cade nel dimenticatoio fino agli anni ‘80. Siamo nell’ epoca delle "Profezie di Celestino" e dello Yoga Non Yoga di Esalen. L’antiquario, Jerry Watt, ritrova per caso l'unica copia rimasta dell'edizione del 1946, la legge e ha un’illuminazione: “The Five Tibetan Rites of Rejuvenation", nuovo titolo del libricino, diventa un best seller, e i “Cinque Riti Tibetani”, in realtà, probabilmente, esercizi tratti dalla routine di fitness degli attori hollywoodiani degli anni ’30, con l’autorevolezza che deriva dall’etichetta di “antico sapere tibetano” spopolano nelle palestre e nelle scuole di Yoga, senza che nessuno si chieda niente della loro origine e dei motivi della loro decantata influenza sul sistema endocrino.

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