sabato 8 febbraio 2020

MEDITAZIONE - IL CORRETTO ALLINEAMENTO DELLE CERVICALI NELLE POSIZIONI SEDUTE


 Ai nostri giorni nelle scuole di yoga occidentali si insegnano, in genere due tipi diversi di meditazione:

La prima, derivante dalle esperienze degli psicologi e dei terapeuti occidentali, soprattutto statunitensi, ha lo scopo di centrare l’individuo, tramite l’auto-analisi, per renderlo in grado di resistere allo stress.

La seconda, derivante dallo yoga classico e condivisa da alcune scuole taoiste e buddhiste, ha lo scopo di innestare un processo di “alchimia interiore” teso alla trasformazione di “Corpo, Parola e Mente”.

In entrambi i casi viene detto che il fine è la “realizzazione” ma questo termine – realizzazione – è inteso in maniera differente.

Nelle pratiche moderne, nate tra la fine degli anni ’50 e il primo decennio del XXI secolo, per realizzazione si intende il raggiungimento di uno stato non conflittuale tra l’individuo e la società moderna, ovvero di una condizione nella quale l’individuo, attraverso l’incremento dell’auto-stima e lo sviluppo della capacità di interagire positivamente con le reti sociali cui appartiene – famiglia, mondo del lavoro ecc. – interpreta con soddisfazione il ruolo che gli viene attribuito nella comunità di appartenenza, trovando soddisfazione nel lavoro, nella vita familiare, nel giro delle amicizie e sviluppa gli strumenti per elaborare gli stimoli negativi (ovvero le sconfitte, le aggressioni, le malattie, la morte dei propri cari, le eventuali limitazioni alla libertà individuale).

Nel caso dello yoga classico la meditazione è invece uno strumento per vivere delle esperienze extra-ordinarie in grado, se ripetute, di dar vita ad una “mente informale” ovvero di “purificare la memoria” fino a raggiungere il cosiddetto “stato naturale” o sahaja, sinonimo, per gli yogin, di realizzazione.

Ad un primo sguardo è difficile distinguere tra le due diverse linee di insegnamento, in quanto condividono gli stessi termini e vengono praticate, spesso, negli stessi luoghi, ma se si approfondisce lo studio di entrambe si vedrà che le moderne pratiche meditative, come la mindfulness portano all'accettazione di uno status quo, e alla creazione di un individuo “migliore” mentre le pratiche tradizionali sono, potenzialmente destabilizzanti perché si basano sull'inversione di processi – creduti – naturali e sull'abbandono di credenze su cui si fonda la società stessa.

Questo non significa che lo yogin sia un sovversivo, né che il praticante di mindfulness sia uno schiavo del sistema: entrambi cercano l’identificazione con un io superiore, che nel primo caso è Śiva inteso come unione di forma ed energia (non ce ne vogliano gli amici buddhisti e vaiśnava: stiamo parlando di Śiva come assoluto) e nel secondo caso è l’io sociale un’entità astratta che rappresenta l’essenza delle leggi e delle convenzioni create dalla mente umana.

Śiva è il “dio oltre i confini” e la meditazione yogica rappresenta la sua danza selvaggia, nella quale, il danzatore è la forma e la danza è l’energia creativa dell’universo.

In fin dei conti si tratta di due tecniche diverse, con fini diversi, per cui sarebbe assurdo definire l’una giusta e l’altra sbagliata, ma sarebbe doveroso, sia per i praticanti che per gli insegnanti, chiarire le differenze sostanziali che corrono tra le due discipline.

Una delle differenze più evidenti, a parer mio, è la corretta postura del meditante che nelle tecniche moderne ha un importanza relativa e, nella meditazione tradizionale è invece fondamentale.

Ciò dipende ovviamente dai diversi risultati che si propongono di raggiungere i praticanti delle due discipline.

Nel primo caso il tentare di assumere perfettamente, ad esempio, la posizione del loto, con i piedi appoggiati sulle cosce opposte e la testa delicatamente “sospesa” sulle cervicali non è assolutamente essenziale, anzi, può avere effetti negativi:
Il primo fine della mindfulness e delle tecniche affini è infatti quello di ridurre la condizione di stress, per cui è meglio evitare tensioni psicologiche o fisiche di ogni genere. Meglio stare appoggiati ad un muro seduti su una montagna di cuscini o sprofondare su un comodo divano.

Nel secondo caso invece il praticante si propone di usare il corpo come fosse il crogiolo di un alchimista, e la corretta posizione di ogni singola parte del corpo è indispensabile per l’attivazione dei processi energetici che condurranno, in teoria, all'esperienza meditativa.

Visto che ci occupiamo di haṭhayoga tratteremo questo secondo caso, cominciando dal corretto allineamento della zona cervicale.

Nelle pratiche meditative “alchemiche” è di estrema importanza riuscire a percepire il passaggio delle correnti energetici – stiamo parlando di sensazioni tattili, fisiche - dalla zona del cuore - ovvero la zona della 7a vertebra dorsale e del cinto scapolare – fino alla parte alta della testa;

E tale possibilità di percezione dipende dall'allineamento della zona cervicale e del cranio, ovvero dal rapporto spaziale tra Sincipite e Occipite.




L'Occipite, attraverso il quale passano il midollo spinale e i nervi spinali, è l'osso più basso del cranio.

Al suo centro c'è un foro, detto foro occipitale, che mette in contatto, attraverso la prima vertebra cervicale, la colonna con la testa.

Il corretto allineamento della zona cervicale-occipitale, formata da Occipite, Atlante (1a cervicale) ed Epistrofeo (2a vertebra cervicale) è essenziale per ottenere la giusta postura per la meditazione.

In particolare occorre sviluppare la sensibilità necessaria a spostare delicatamente il cranio per compensare eventuali spostamenti dell’asse della colonna vertebrale.

Tutte le possibili di rotazione del cranio dipendono dalla speciale articolazione che collega l'Epistrofeo all'Atlante.

Per Sincipite si intende invece il "bregma" ovvero il punto di incontro delle suture del cranio all'apice della testa, detto comunemente "fontanella" (N.B. nel cranio ci sono sei “fontanelle”: una anteriore, una posteriore e quattro laterali. Qui stiamo parlando della fontanella posteriore).
I cinesi lo chiamano Niwan, “Pallina di Fango" e gli indiani "porta di Brahma"o “ciuffo di Buddha”


L'articolazione epistrofeo (c2) - atlante (c1) - occipite (c0), è una delle più importanti del corpo.

Studiare la sua forma con attenzione e imparare a visualizzarla, dà la possibilità di acquisire la sensibili necessaria per percepire una serie di muscoli sottili e di terminazioni nervose determinanti nella pratica della meditazione.


Atlante (c1) è l'unica vertebra "senza corpo".
Si tratta di un "anello" che nella parte inferiore ha due "linguette" o "faccette" che permettono "l'aggancio" con una protuberanza, detta "dente", della vertebra c2.



Faccia inferiore di Atlante (c1)



Mentre nella parte superiore ha due "linguette" o "faccette" di forma diversa che si "agganciano" al foro occipitale.


Faccia superiore di Atlante (c1)


L'Epistrofeo a sua volta av una protuberanza detta dente con funzioni di Perno, che si inserisce nell'anello di Atlante, e due "faccette articolari" che si agganciano alle "faccette inferiori di ATLANTE.


Faccia superiore di Epistrofeo (c2)

Dalla percezione del foro occipitale e delle prime due cervicali dipende l'assetto posturale di tutto il corpo.

Questo perché Atlante è l'unica vertebra in grado di compiere (e far compiere al cranio tramite l'articolazione occipitale) una rotazione parallela al suolo. Se ne prendiamo coscienza riusciremo, con movimenti sempre più piccoli e sottili, a trovare la corretta postura di testa e collo e di conseguenza, del corpo intero.

Nello yoga, come nelle pratiche psicofisiche taoiste o buddhiste la consapevolezza di Atlante, Epistrofeo e Occipite è considerata così importante che un tempo, si dice, i maestri tantrici e taoisti decidevano se accettare o meno un allievo dall’allineamento delle prime due vertebre cervicali.

Il praticante dovrebbe memorizzare la forma dell'articolazione, magari disegnandola più volte, in maniera da poterla visualizzare perfettamente e, col tempo, percepirla con chiarezza sia durante la pratica seduta che nella pratica in movimento




La formula "sospendere il Sincipite", che si ritrova spesso nei testi taoisti, si riferisce esattamente alla percezione dell’asse centrale del corpo.

Una volta presa confidenza con la struttura delle articolazione Epistrofeo (c2) - Atlante (c1) - Occipite (c0), occorre sensibilizzare la zona della fontanella.
In questo caso possiamo utilizzare la manipolazione e la pressione delle dita.
Le suture craniali, nonostante ciò che si crede, mantengono anche dopo l’infanzia, un certo grado di elasticità.

Il Sincipite (Bregma) è una delle sei “fontanelle del cranio (per fontanella si intendono i punti di contatto delle varie ossa del cranio).
Si trova all'intersezione tra la Sutura Coronale e la Sutura Sagittale.

Premendo delicatamente con un dito sul cranio è possibile individuare il punto esatto dell’intersezione e, con lievi movimenti circolari, "allargarlo.

Un altro metodo consiste nel portare in equilibrio sul Sincipite, un oggetto non pesante appuntito, per esempio un bastone, e nel cercare di camminare e muoversi lentamente senza farlo cadere.

 

In tutti e due i casi il risultato è la percezione fisica del Sincipite, cosa che durante la ricerca della giusta postura e la pratica in movimento ci aiuta a individuare l'asse tra il Sincipite e il Foro occipitale.

La consapevolezza della giusta postura della zona cervicale condurrà dalla progressiva sensibilizzazione del corpo fisico ed infine a quella "autenticità" o consapevolezza spontanea del corpo (inteso come Corpo Parola Mente) che coincide con il Sahaja, o stato naturale.

La pratica dello yoga classico presuppone lo sviluppo di una sensibili febbrile e della consapevolezza sempre maggiore dei muscoli sottili.

L'immobili del meditante diviene così un incessante movimento sottile, sempre più sottile, fino a trasformare la consapevolezza in una vibrazione unica, invisibile dell'esterno, in armonia con la vibrazione universale.

L'abili fisica e il miglioramento delle condizioni di salute che accompagnano la pratica dello yoga sono, in un certo modo, effetti collaterali della meditazione.

Il fine della meditazione è la realizzazione di una “mente informale”, e la mente informale si realizza sviluppando la “consapevolezza spontanea”.

Un qualcosa che non ha niente a che vedere con il controllo dei pensieri o con l’auto-indagine affidata alla mente razionale.

Un qualcosa di difficile comprensione per un occidentale abituato a identificarsi nell’attività della mente (“cogito ergo sum”).

Spiegare la corretta postura della meditazione non è affatto difficile, ma spiegare, per scritto, in cosa consiste la meditazione yogica è assai arduo. O forse no….

Un mio insegnante mi diceva che in fondo la meditazione consiste nel raggiungere la giusta postura, il giusto ritmo respiratorio e il giusto stato mentale.
A quel punto, aggiungeva, non devi far altro che:

1)    Osservarti;
2)     Godere dell’oblio della mente;
3)     Arrenderti al mistero.

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