Visualizzazione post con etichetta paolo proietti yoga master. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta paolo proietti yoga master. Mostra tutti i post

giovedì 7 aprile 2016

IL CANTO DI AMORE

Tratto da "TANTRA LA VIA DEL SESSO", Edizioni Aldenia, parte III, cap. I.



Dipinto di Laura Nalin



“Il fuoco è il Cielo. 
Il sole è la legna che arde e i suoi raggi sono fumo.  
La fiamma è il giorno, le braci sono la luna e le scintille stelle.  
E’ in questo fuoco che gli dei sacrificano la fede.[.......]  
Il fuoco è la Donna. Il pene è la legna che arde e il desiderio che stordisce è fumo.  
La fiamma è la Sua vagina, l’unione è la brace e l’orgasmo la scintilla che ravviva.  
E’ in questo fuoco che gli dei sacrificano lo sperma. 
E’ da questa offerta che sorge la vita.”  
(Chāndogya Upaniṣad V, 4 - 8)


Le varie fasi del Rito sono descritte in un testo vedico, il “Canto d’Amore” della Chāndogya Upaniṣad (XIII Khanda  che sta più o meno per “ XIII CAPITOLO”).
 A dir la verità l’ho chiamato io, Canto d’Amore, in sanscrito è Sāman Vāmadevya.

Sāman significa “ melodia”, “abbondanza”, “felicità”, “tranquillità”.
Vāmadevya, vuol dire  “riferito a Vāmadeva ”, o “opera di Vāmadeva”  che è l’autore del brano, un poeta, credo, del 1.500 a.C. ) [NB. Vāmadeva è anche uno dei nomi di Śiva con la parola Vāma che si riferisce alla bellezza della sua sposa che di solito viene rappresentata alla sinistra del Dio].

Il Rito Sessuale è  considerato un Saman, una melodia sacra, e, come tutti i riti vedici,  è diviso in cinque fasi, chiamate  Hiṅkāra, Prastāva, Udgīta, Pratihāra e Nidhana, collegate con i cinque elementi  (SPAZIO, ARIA, FUOCO, ACQUA e TERRA).

Hiṅkāra significa TIGRE, ciò che emette il suono HIṄ (Hign).

Prastāva significa OFFERTA, INTRODUZIONE, PROPOSTA.

Udgīta significa CANTO, CANZONE, ed è una della maniere per indicare la sillaba OṀ.

Pratihāra significa CANCELLO, PORTA, GESTO DEL TOCCARE.

Nidhana significa FINE, CONCLUSIONE, ANNICHILIMENTO, DOMICILIO.

Ma leggiamo il testo (la traduzione è mia):

Hiṅkāra è quando Lui la invita. 
Prastāva è l’offerta d’Amore. 
Quando i due si concedono l’uno all’altra è l’Udgīta. 
In Pratihāra Lui giace su di Lei e Nidhana, infine è l’orgasmo. 
Coloro che sanno, sanno che i fili con cui Amore intesse l’Universo sono nel Sāman Vāmadevya. Coloro che sanno realizzano Amore […].  
Solo così la Vita è degna d’esser vissuta. […] Non rifiutare mai l’offerta d’Amore: così dice la Legge. 
(Chāndogya Upaniṣad -XIII khanda)


La Donna e l’Uomo della Chāndogya Upaniṣad rendono ogni azione un Canto.
Un Canto d’Amore, perché tutto l’Universo è intessuto d’Amore.
Se vogliamo intraprendere la via del tantrismo sessuale dobbiamo prima imparare a cantare, e infatti, leggendo più avanti (XXI Khanda) troviamo delle indicazioni pratiche sull’Arte del Canto:

“Che le vocali siano pronunciate in modo sonoro e forte […]” “Le Sibilanti (SAṂ, ŚAṂ, ṢAṂ) e le Aspirate ( BHA, CHA, DHA...) bisogna pronunciarle apertamente, senza mangiarle né gettarle via […]  Si deve far attenzione a non sovrapporre le altre consonanti, neppure per poco[…]”.

Il rito sessuale è un Canto, ed una Danza, che racconta il Processo della Creazione.
Gli attori sono sempre gli stessi, Śiva e Śakti, ma indossano costumi, nomi e movenze diverse.
Se vogliamo svelare il loro gioco (è questo il fine dello yoga) dobbiamo prima imparare la “Grammatica della Manifestazione” ovvero il significato e l’origine delle sillabe sacre.


 Kṛṣṇa e Radha 
Le gesta d’amore di Kṛṣṇa e Radha ripercorrono tutte le fasi del Rito Sessuale. Il Dio è quasi sempre rappresentato nell’atto di suonare il flauto mentre òla sua Amante è impegnata in passi di danzain maniera da rendere esplicito il legame con la Dottrina della Vibrazione. Radha simboleggia il più alto livello di Realizzazione. Nel Sanathana Dharma (la FILOSOFIA ETERNA che sta alla base dello yoga) se ne distinguono cinque tipi o livelli che rappresentano cinque diversi gradi di Amore tra due esseri: 1) Sālokya mukti  significa, condividere lo stesso piano di esistenza , lo stesso mondo, con la divinità, ed è la realizzazione dell›Amore tra gli amici, per dare un›idea Kṛṣṇa ed Arjuna. 2)Sāmīpya significa vicinanza con Dio ed è la realizzazione dell›Amore del Servitore per il Signore, Hanuman e Rama. 3)Sārūpya o meglio īśvara-sārūpya, significa invece avere «le stesse caratteristiche fisiche del Dio, compresi i lineamenti, il numero di braccia, il vestito, ed è la realizzazione dell›Amore tra genitore e Figlio. 4)Sārsti avere le stesse ricchezze, poteri, potenza del Signore è invece la realizzazione dell’Amore tra coniugi. 5)Sāyujya o ekatva, la fusione con il divino, è infine la realizzazione dell’Amore tra gli amanti, l’Amore senza vincoli, al di là di ogni limite. L’Amore di Radha e Kṛṣṇa

giovedì 17 marzo 2016

TANTRA: LE PAROLE PERDUTE DI INDRANI




Tratto da "TANTRA LA VIA DEL SESSO" - Ed. Aldenia, Firenze 2015 - Parte I Cap. I.


Tra le sessantaquattro posizioni del Kāmasūtra così come ci sono proposte dalle riviste femminili o dai siti soft porno, ce n’è una chiamata ’āsana di Indrāṇī”. La donna, sdraiata sulla schiena, porta le gambe al petto, poggia i piedi sul torace dell’amante e gli afferra i glutei  così da gestire, a suo piacimento, il ritmo e la profondità della penetrazione. È lei, la donna, a condurre la danza: l’uomo, inginocchiato come un devoto di fronte ad un’immagine sacra, non può far altro che assecondarla. L’Indrāṇī che dà nome alla posizione non è una donna qualsiasi, è una dea, anzi, è la Regina degli Dei. Le sue abilità amatorie sono proverbiali, così come il temperamento focoso e il linguaggio non proprio da educanda:
-“Il cazzo dell’impotente ciondola tra le cosce”- ricorda al marito, Indra, colpevole di trascurare il talamo nuziale per andare in giro a salvare il mondo. –“Il cazzo del potente [invece] si gonfia [ e allora] la mia fica pelosa si apre e si mette a lavorare per lui[...]”Una tipetta interessante Indrāṇī, ma ancora più interessante è il fatto che le sue parole siano state tramandate da uno dei libri più sacri della tradizione indiana: il Ṛgveda o “Libro degli Inni”. Per millenni brahmini ispirati e maestri barbuti hanno recitato questi versi-“[…]la mia fica pelosa si apre e lavora per lui”- davanti a folle di devoti ispirati, senza che nessuno lo trovasse strano, blasfemo o irriverente. I casi sono due: o non capivano il sanscrito o avevano un’idea del sesso, della religione e della donna completamente diversa dalla nostra. Quelli in cui Indrāṇī ricorda al suo sposo l’inutilità di un pene non eretto, sono  i versi 16 e 17 di Ṛgveda X, 86. Un anno fa li ho trovati citati nella nota a piè di pagina di un articolo che parlava di Indrāṇī (una roba tipo “cfr. Ṛgveda X, 86, 16-17”). Per curiosità ho fatto una ricerca su Google e non sono riuscito a trovare uno straccio di traduzione, né in italiano, né in inglese. La cosa, per chi s’intende un pochino di filosofia, non solo orientale, suona  parecchio strana: nelle scuole, nelle conferenze, nei forum di yoga si parla continuamente di “inni vedici”, “poeti  vedici”, “radici vediche della conoscenza”…, e si racconta che i quattro libroni indiani sono arrivati a noi inalterati, inizialmente  attraverso la tradizione orale e poi con le prime copie scritte su stoffa e foglie di banano. Che fine hanno fatto le parole della regina degli Dei?(1) Finalmente, dopo due settimane di ricerche, grazie ad un amico docente universitario, ho recuperato una traduzione attendibile dei due versi in una pubblicazione della Oxford University Press: “VATSYAYANA: KĀMA SŪTRA - a new translation, by Wendy Doniger and Sudhir Kakar”. Non so se è chiaro, in due settimane ho trovato una sola traduzione attendibile. Una!In  molti casi i versi sono stati semplicemente eliminati (cfr. ad esempio la versione pubblicata sul sito internet  “INTRATEX DIGITAL LIBRARY”(2) in cui si passa direttamente da X, 86, 15  a X, 86, 18), In altri si utilizzano giri di parole così cervellotici da rendere il brano incomprensibile. Anche se pare incredibile, hanno eliminato da internet, e in molte pubblicazioni in cartaceo, il turpiloquio di Indrāṇī. Ma chi è stato? Possibile che qualcuno, nel XXI secolo, abbia interesse a far tacere una donna di cinquemila anni fa che parla di peni e di vagine? La verità è che spesso, per pigrizia, furbizia, o per il fascino intellettuale esercitato da precedenti ricercatori, molti divulgatori moderni di yoga e filosofia indiana, quando lavorano su un testo antico, non si affidano alle fonti originali, in sanscrito, ma preferiscono prendere una traduzione pre-esistente, di solito  in inglese, e farla loro. Cercano dei sinonimi, cambiano l’ordine di qualche parola, aggiungono qualche perifrasi a effetto e  presentano una loro “nuova versione a cura di…”. Nel caso dei Veda si continua, ancora oggi, a far riferimento alle prime storiche traduzioni di  Friedrich Max Müller(3), uno dei massimi esponenti del pensiero vittoriano, e Ralph Thomas Hotchkin Griffith(4), un professore di sanscrito figlio di un pastore anglicano. I due, di fronte alle affermazioni troppo esplicite della sposa di Indra e di altri personaggi dei Veda, per non offendere  il comune senso del pudore dell’epoca e non entrare in conflitto con le autorità politiche ed ecclesiastiche, decisero di tagliare i versi giudicati  troppo piccanti(5) e di modificarne altri. C’è da capirli, nell’Inghilterra di quegli anni erano in vigore gli “Obscene Publications Acts” del Barone Coleridge, una serie di leggi che proibivano la pubblicazione di testi e immagini erotiche. Se Max Müller e Griffith avessero tradotto fedelmente le parole di Indrāṇī, sarebbero finiti in galera e le loro opere non sarebbero mai arrivate fino a noi. Il risultato è che i Veda che leggiamo oggi non sono quelli degli antichi yogin, ma sono opera di due brillanti studiosi dell’ottocento che, per ragioni di convenienza hanno  trasformato, tagliato e ricucito i versi originali  rendendone  difficile, se non impossibile, la piena comprensione.








Note:

1  In realtà la versione originale e in sanscrito traslitterato,  la si può trovare su diversi siti internet di cultura indiana: न सेशे यस्य रम्बते.अन्तरा सक्थ्या कपृत् सेदीशेयस्य रोमशं निषेदुषो विजृम्भते विश्वस्मादिन्द्रौत्तरः na seśe yasya rambate antarā sakthyā kapṛt sedīśeyasya romaśaṃ niṣeduṣo vijṛmbhate viśvasmādindrauttaraḥ न सेशे यस्य रोमशं निषेदुषो विजृम्भते सेदीशेयस्य रम्बते.अन्तरा सक्थ्या कपृद् विश्वस्मादिन्द्रौत्तरः na seśe yasya romaśaṃ niṣeduṣo vijṛmbhate sedīśeyasya rambate antarā sakthyā kapṛd viśvasmādindrauttaraḥ 

2  http://www.intratext.com/ixt/ENG0039/_PPN.HTM

3  Friedrich Max Müller, ( 1823 – 1900), filosofo, filologo,storico delle religioni, linguista e orientalista tedesco. è  il fondatore della disciplina della religione comparata. Professore di filologia comparata all’Università di Oxford. La sua opera più famosa è Sacred Books of the East, una raccolta  in 50 volumi di traduzioni in inglese di testi sacri orientali.  

4  Ralph Thomas Hotchkin Griffith (1826–1906), docente di sanscrito al Queen’s College, tradusse inglese il Ramāyāna, il Kumara Sambhava di Kalidasa e i Veda. La sua traduzione del Ṛgveda, con i versi censurati, è tratta integralmente dal sesto volume dell’opera di Max Müller Sacred Books of the East. 

5  Cfr. www.intranet dove dal verso X, 86, 15 del Ṛgveda, si passa direttamente al verso X, 86, 18

Lettori fissi

privacy