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sabato 5 ottobre 2013

LA ZATTERA DI BUDDHA



"Gorakhanath ha sconfitto il sonno.
La dea del sonno per paura di Gorakhanath,
si è nascosta nell'Oceano di Latte"
(Babaji di Hairakhan - "Le parole segrete di Gorakh")





Qualche giorno fa ho avuto una lunga conversazione con una "collega". Conversazione interessante: oltre ad essere un'insegnante di Yoga è una scienziata (cioè ha una preparazione scientifica, a livello universitario, soprattutto per ciò che riguarda la biochimica). Si è parlato di rapporto tra asana e produzione di neuro-ormoni, di "pinealina" ecc. ecc.

Correggo: conversazione molto interessante.

Tornato a casa mi è venuta in mente la "zattera di Buddha che mi hanno raccontato i tibetani (o forse l'ho letta in un testo tibetano)".

Non so perché, e a dir la verità non me lo chiedo neppure.

E' da parecchio tempo che evito di cercare i legami tra azioni, parole dette, eventi esterni e le immagini o i suoni che insorgono nella mente.

Penso sia una occupazione assai utile per chi si occupa di psicologia o, in genere, per chi cerca un sistema onnicomprensivo di interpretazione di una serie di fenomeni o della realtà in generale.

Per ciò che mi riguarda credo sia una cosa da evitare: sono arrivato alla conclusione che è proprio la ricerca di legami e connessioni tra gli eventi esterni e l'insorgere di pensieri o emozioni a creare ciò che alcuni chiamano ego o personalità o ego+ superego ecc. ecc...

Con "ecc. ecc." per chiarezza intendo tutta una serie di definizioni e teorie suggestive che tentano di spiegare i legami tra eventi esterni e fenomeni interiori.

L'essere umano ha bisogno di sicurezze e, soprattutto, ha bisogno di alibi e giustificazioni.
Se ho uno scatto d'ira improvviso, nel giro di due minuti, o anche meno, la mia mente avrà già elaborato almeno tre, quattro teorie, più o meno plausibili, per giustificarlo:


1)"E' lui, lei che mi ha fatto arrabbiare".

2) "Marte è in cattivo aspetto con il mio sole".

3) " Ho mangiato dei filetti di baccalà fritti e il mio fegato fa le bizze".

4) "Ho una grande carica sessuale inespressa che ha dovuto trovare una via di sfogo"............................. ....




L' espressione dell'ira , soprattutto tra chi si occupa di Yoga, è vista in maniera negativa.
Va il sangue alla testa, mi si alza la pressione, i lineamenti si deformano e allora la mente, educata da una serie di teorie, alcune millenarie, altre non più vecchie di un paio di secoli, cerca un motivo, anzi un nemico cui attribuire la colpa dell'esplosione "funesta".
Chi ci suggerisce di cercare un "NEMICO" è uno dei "guardiani" della mente: "il principio di causalità".

"Se è accaduto questo o quest'altro un motivo ci sarà!". Quante volte ci siamo sentiti ripetere questa frase!

Sembra così logico: "se pianti un seme nasce una pianta, se non pianti un seme non nasce nessuna pianta.

E' ovvio.

E allora se mi nasce un pensiero in testa ci sarà pure un legame con ciò che è accaduto prima, giusto?

Il pensiero (l'emozione) è la pianta e l'evento è il seme.
Il principio di causa effetto si applica a tutti i campi di esperienza:
se mi capita qualcosa di fortunato dipende dagli astri, dalle vite precedenti, dall'amore di un defunto, dalla mia capacità di pensare positivo e così via.


Dai! Sono giochini che facciamo tutti! 
E più si è intelligenti e più ci si perde nella ricerca delle cause: 
(A)Se mi sono rotto una caviglia, 
(B)ho messo male un piede. 
Se (C) ho messo male il piede significa che ero disattento. 
Se (D) ero disattento significa che la mia mente voleva dirmi qualcosa. 
Se (E)la mia mente voleva dirmi qualcosa deve essere importante per la mia evoluzione spirituale: 
(F)dovevo rompermi la caviglia perché devo fermarmi. 
(G) Devo fermarmi perché sto andando in una direzione sbagliata.
(H) Il mio rapporto di lavoro (o di amore o di amicizia....) non funziona. 
Devo cambiare direzione. 
Alla fine tutto soddisfatto arriverò, magari, alla conclusione che mi sono rotto la caviglia perché un mese prima, sono stato scortese con il ragioniere che lavora nell'ufficio accanto....
Ma mi sto dilungando oltre misura, come al solito.
Torniamo a bomba.

L'altra sera, dopo una chiacchierata interessante assai, sui rapporti tra pratica degli asana e neurormoni mi è venuta in mente la storia della "Zattera di Buddha" . Più che una storia è un'immagine: uno yogin che arriva con una zattera (o una barchetta malmessa) sulla sponde di un fiume (o la riva di un mare) dopo un viaggio che si suppone lungo e faticoso.
Il fiume, per i tibetani è quello che separa il mondo ordinario dalla "TERRA DELL'OLTRE", la zattera sono le credenze, i sistemi di interpretazione, gli studi, la giusta e l'errata conoscenza, la memoria l'immaginazione, il sonno.

Che farà il viaggiatore, giunto sulla sponda, prima di addentrarsi nella terra dell'oltre?

Si caricherà forse la zattera sulle spalle?

La metterà al sicuro per poterla, eventualmente, usare nel viaggio a ritroso?

La trasformerà in legna da ardere?


Lo Yoga è un viaggio verso la TERRA DELL'OLTRE, non sappiamo cosa ci aspetta al di là, ma sicuramente non ci caricheremo la zattera sulle spalle.
Il mezzo che ci ha condotto alla TERRA DELL'OLTRE si trasformerebbe in un inutile fardello.
Il principio di causalità, la pretesa che ogni fenomeno abbia una causa logica che io posso investigare e comprendere, fa parte del fardello: va abbandonato.
E' difficile, e pure pericoloso se non "E' IL MOMENTO GIUSTO".
Soprattutto è doloroso.
Immagino un medico abituato a curare la sofferenza altrui.
Se ti fa male la pancia ci sarà pure un motivo, o no? Troviamo il motivo e troveremo il rimedio....
E' logico.
E' normale.
Soprattutto funziona.
QUASI sempre.

In realtà, se prendiamo ad esempio la natura, se io pianto un seme non so che pianta crescerà e non so nemmeno se crescerà una pianta.
Dipende, dalla terra, dal sole, dalla pioggia, dal vento, dagli insetti, dai passeri....Certo, con l'esperienza posso fare delle previsioni, ma avrò sempre e solo la possibilità che dal seme nasca una pianta, non lacertezza.
Se un nostro caro si ammala gravemente, cerchiamo innanzitutto, la causa della malattia. 
A seconda della mia cultura, delle mie credenze, cercherò una causa chimico-fisica, una tara ereditaria o un qualche nodo karmico. 
E se sono disperato chiederò la grazia al mio Dio, al mio Santo preferito, al mio Guru.
Chiederò, alla scienza, all'astrologia, alla religione, che sia fatta luce, che qualcuno mi sveli la causa, perché se conosco la causa troverò il rimedio...
Il principio di causalità più che una legge è uno scudo, una protezione che impedisce all'essere umano di impazzire.
Senza principio di causalità non si possono costruire dei sistemi di interpretazione.
Senza sistemi di interpretazione la mente non ha la possibilità di misurare, ovvero di conoscere con la mente , e il mondo ci appare come un oceano senza sponde, incommensurabile, inconoscibile.
Per non smarrirsi di fronte all'abisso l'uomo deve trovare una CAUSA.
Ed è una cosa buona e giusta.
Però lo Yoga, che pure, per certi versi è un SISTEMA, a un certo punto ci dice di toglierci l'armatura.
Si chiama proprio così il principio di causa effetto (e anche gli altri veli/principi da abbandonare: Tempo, Passione, Conoscenza, Spazio): armatura che in sanscrito si dice kañcuka.
La zattera di Buddha, che ci conduce nella terra dell'oltre e poi va abbandonata, rappresenta le costruzioni della mente raziocinante.
Che non sono brutte o malvagie o negative. Anzi: sono loro che ci hanno portato là, nella TERRA DELL'OLTRE. Ma adesso, per fortuna o purtroppo, vanno abbandonate, come inutile zavorra.
Nella terra dell'oltre bisogna camminare con le nostre gambe.
Portare sulle spalle, per paura o sentimentalismo, scienza e coscienza (ovvero: ERRATA CONOSCENZA, CORRETTA CONOSCENZA, IMMAGINAZIONE, MEMORIA e SONNO) renderebbe i nostri passi inutilmente pesanti.
Se si confrontano i cinque veli della Dea (kañcuka) con le cinque vṛtti di Patanjali forse il discorso ci apparirà più chiaro:

( a sinistra scrivo il nome dei Veli della Dea secondo il Tantrismo, al centro l'Elemento della materia, corrispondente e a destra la vṛtti )




CAUSA/EFFETTO - TERRA - ERRATA CONOSCENZA




TEMPO - ACQUA - MEMORIA




PASSIONE - FUOCO - IMMAGINAZIONE




CONOSCENZA - ARIA - CORRETTA CONOSCENZA




SPAZIO - ETERE - SONNO




Ciò che aiuta a vedere ci rende ciechi.

Ciò che impedisce di vedere ci mostra la via.




OM ADESH!

"YOGA&ALTRESTRANEZZE"
 paoloproietti.rnk@libero.it

venerdì 4 ottobre 2013

YOGAS CHITTA VRITTI NIRODAH

Sono sempre più convinto del fatto che (nello yoga come per altre arti) riflettere sui significati letterali dei termini "tecnici" sia una delle chiavi della conoscenza.
Il sanscrito, si sa, è lingua complessa.
L'alfabeto è formato da una cinquantina di lettere (meglio sarebbe dire suoni) e le parole cambiano significato a secondo della posizione che assumono in una frase o dei termini cui sono collegate.
Se si parla dello specifico dello yoga, poi, la situazione si fa ancora più complicata, perché non esiste, nell'occidente moderno, nessuna arte paragonabile alla "danza di Shiva".

Ogni arte ha un proprio gergo, un linguaggio tecnico nato dall'esperienza pratica, perfettamente comprensibile solo agli addetti ai lavori.

In virtù della comune esperienza pratica, il gergo di un pittore di Varazze, ad esempio, avrà delle similitudini con quello di un pittore di Katmandu e alla fin fine si comprenderanno.
Per lo yoga, invece, ci si è invece dovuti inventare un codice di sana pianta, in pratica una nuova lingua.

 

Ovviamente quelli che giocano meglio con le parole sono gli scrittori e i poeti, così è avvenuto che certe "perifrasi ad effetto" ideate dai letterati si siano sovrapposte ai significati originali rendendo talvolta impossibile la piena comprensione degli insegnamenti tradizionali.

Uno dei più fortunati creatori di slogan e brillanti giri di parole è stato Mircea Eliade, che secondo me è stato uno dei più grandi romanzieri del '900, ma per sua stessa ammissione, non conosceva perfettamente né il sanscrito né il tibetano.
E' a lui che si deve lo slogan "LO YOGA E' UNIONE" che nonostante non appaia in nessun testo precedente al '900 è divenuto la definizione principe dello Yoga.

Un'altra delle sue brillanti invenzioni (oggi caduta in disgrazia) è la traduzione di Samadhi con il neologismo ENSTASI, ed un'altra ancora, se non sbaglio, è la traduzione del secondo sutra di Patanjali (yogasutra) yogaś citta vṛtti nirodhaḥcon: LO YOGA E' LA SOSPENSIONE DELLE MODIFICAZIONI DELLA MENTE.
Questa traduzione è divenuta così popolare da essere identificata con Patanjali stesso e con il Raja Yoga, ed è pure plausibile....ma approfondendo lo studio viene il sospetto che ci sia qualcosa d'altro.
चित्त citta ad esempio che nel sutra si traduce con mente, significa qualcosa di più e di diverso. E' lo spazio interno dell'individuo, e, assieme, la rappresentazione del mondo che egli fa in base alle sue conoscenze, emozioni, tendenze innate.

E' insieme la rappresentazione dell'individuo e la rappresentazione soggettiva del mondo.

निरोध nirodha che viene tradotto con SOPPRESSIONE ha più il senso di confinare, controllare, ma nello yoga dei siddha e dei kaula è il nome di un flusso energetico e di una particolare nadi, Nirodhika.

वृत्ति vṛtti infine che viene tradotto conmodificazioni vortici, ha più il senso di RUOLO, SPECIALIZZAZIONE.

Per un attore specializzato nell'interpretare il ruolo di Arlecchino, ad esempio, Arlecchino è una vṛtti.

 

Cogliere questa sfumatura nella pratica dello yoga, è fondamentale.

Dire che LO YOGA E' LA SOPPRESSIONE DELLE MODIFICAZIONI DELLA MENTE può condurre nel campo della speculazione intellettuale, della riflessione sulla natura della mente e del pensiero, tipici della filosofia e della psicologia occidentali che magari confinano con lo yoga, MA NON SONO YOGA!
La cosa in sé non è negativa, ma se studiando i testi di yoga, scopriamo che le vṛtti risiedono nei petali dei cakra e che questi sono considerati una realtà fisica, tangibile, dovremo ammettere la possibilità che il secondo , celebre sutra di Patanjali abbia, anche, significati e valenze operative che neppure immaginiamo.

Se leggiamo gli Yoga Sutra vedremo che Patanjali, dopo aver parlato di vṛtti al secondo sutra, ne riconosce cinque gruppi: sonno, immaginazione, memoria, retta conoscenza, errata conoscenza.

Si tratta di ruoli, specializzazioni, della cittatermine che, come abbia visto non significa propriamente mente, ma indica lo spazio interiore dell'essere umano, chiamato talvolta citta-akasha, per distinguerlo dallo spazio esterno (sia lo spazio propriamente detto che la visione generale del mondo) detto maha-akasha e dall'assoluto inteso come infinito spazio cosciente o cit-akasha.

Questo spazio, interiore è l'ATTORE che, per Patanjali, può interpretare le cinque tipologie di ruoli (vṛtti) sonno, immaginazione, memoria ecc.
5 come cinque sono i gruppi di consonanti dell'alfabeto sanscrito che, iscritte nei petali, indicano le particolari vibrazioni dei vari cakra.
 

Le vṛtti sono dei ruoli e al tempo stesso sono delle frequenze vibratorie.
E' come dire che ascoltando LA VIBRAZIONE DELL'ERRATA CONOSCENZA interpreto il ruolo del CATTIVO CONOSCITORE o ascoltando LA VIBRAZIONE DEL SONNO interpreto il ruolo di COLUI CHE DORME.....

 

L'immagine, tradizionale, di Milarepa che ascolta i "suoni sottili" con l'orecchio destro rappresenta il processo, misterioso, dell'intonazione.

E' una cosa che sto studiando con Ivana Cecoli, cantante e Sahaja Yogini (https://www.facebook.com/events/13 89773501250708/)

In pratica se, ascoltando una nota o una melodia si svuota la mente e si lascia fluire il suono dall'orecchio destro, la lingua, la gola, il palato si organizzano per riprodurre esattamente quella nota o quella melodia.

Con le vṛtti dei cakra, che sono vibrazioni al pari delle note (non importa se interne o esterne) accade la stessa cosa.

Il corpo, inteso come corpo parola e mente, si organizza per risuonare con quella data vibrazione.
Il segreto per comprendere il processo dell'intonazione e della risonanza sta nei cinque vayu secondari (9 secondo alcuni)

Sappiamo infatti che ciò che chiamiamo Prana è in realtà una serie di soffi vitali che, pur avendo sede in diversi cakra, si uniscono e in un certo senso nascono dal centro dell'ombelico

 

i dieci petali di nabhi cakra sono le dieci nadi in cui scorrono i cinque venti principali (PRANA, APANA, UDHANA, VYANA e SAMYANA) e i cinque venti secondari come DEVADATTA che, se non sbaglio, ha il compito di aprire e chiudere gli occhi e, secondo alcuni testi, permane dopo la morte fisica creando quei fenomeni che chiamiamo fantasmi, fuochi fatui, ecc.

Il sonno, la fame, l'eccitazione della mente ( e magari la morte....considerata una modificazione del sonno) sono determinati dall'azione di determinati vayu, ovvero alla predominanza, nell'interrotto fluire dei soffi vitali, di questa o quella particolare vibrazione.

La citta, intesa come spazio interno, si organizza per riprodurre quella determinata vibrazione, mettendoci nell condizioni di interpretare il ruolo dell'affamato, ad esempio, o del dormiente, o del sognatore e così via.

So che può sembrare una bizzarria, ma pensate al misterioso potere di uno sbadiglio, una risata o un impulso violento: sono più contagiosi del virus dell'influenza!
Se in una cena uno comincia a sbadigliare nel giro di pochi istanti buona parte dei commensali lo imiterà.
Una risata sincera farà sembrare divertenti anche le battute più idiote e un tranquillo padre di famiglia coinvolto in una discussione da stadio si trasformerà facilmente in un pericoloso teppista.

Cosa significa quindi yogaś-citta-vṛtti-nirodhaḥ dal punto di vista dello yoga tantrico (ovvero di tutto ciò che si occupa di cakra, nadi, kundalini....)?

Visto che il corpo può organizzarsi per riprodurre le vibrazioni che fanno risuonare la corda coscienziale (la via mediana e i canali sottili che la circondano) se lo yogin riesce ad intonarsi con il suono fondamentale, la tonalità di base dell'universo, le altre vibrazioni (e quindi i venti che circolano nelle nadi/petali dei cakra) perdono progressivamente il loro potere di fascinazione e la Mente può riposare in se stessa, ovvero interpretare il ruolo dell'Universo e del demiurgo.
E' questa la vera via della devozione: ASCOLTARE LA PAROLA, FARLA RISUONARE DENTRO DI SE' e, infine, DIVENIRE LA PAROLA.

"YOGA E ALTRESTRANEZZE"
 paoloproietti.rnk@libero.it

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