domenica 26 gennaio 2014

LO YOGA, LA DANZA E IL CANTO DELLE STELLE



Lo Yoga è un'Arte.
Come la Poesia, la Scultura, la Musica.
Lo Yoga è Danza ed è sempre rappresentazione, della Vita (la Dea) e dell'Essere.
La Danza si basa sulla comprensione di Tempo, Ritmo e Melodia.
Il Tempo stabilisce la durata della "rappresentazione": ogni Asana, ogni sequenza hanno un inizio, una fine e una storia da narrare.
Il Ritmo rappresenta il numero dei singoli eventi: i gesti sono come amanti che si rincorrono, si abbracciano, si lasciano e si ritrovano.
La Melodia, infine, sono le emozioni che nascono dai gesti e da cui i gesti insorgono.
Un asana che non suscita emozioni non è Yoga, perché è solo dalle emozione che può nascere 
तपस् Tapas, l'Ardore.
Nell'Universo tutto è vibrazione.
Anche Tempo, Ritmo, Melodia sono  vibrazioni e se noi ne percepiamo la diversità dipende dal pensiero, dai sensi e dalle emozioni. 
Il fluire del tempo si percepisce con la mente, è un calcolo matematico, l'azione volontaria di chi segna il confine tra un prima e un dopo.
Il ritmo va sentito con il tatto, con la pelle, con la pancia.
La melodia risuona nel cuore.
Quando si assume un asana si stabiliscono un inizio e una fine, ché l'asana è un rito.
Come il teatro: si apre il sipario, attore e spettatore entrano in una dimensione altra, in uno "spazio", appunto, rituale.
Quando il sipario si chiude c'è un attimo di silenzio, di vuoto, poi le emozioni si sciolgono in applausi, sorrisi e inchini.
I gesti, il respiro (che pure è un gesto!) l'alternarsi di tensione e rilassamento che riempiono il tempo di un asana, sono il ritmo, la successione di eventi (
क्रम krama) che scandisce il rito e lo racconta.
Le emozioni che nascono nel cuore sono la melodia. Emozioni che possono apparire diverse per ciascuno di noi ma alla fine, il rito dello yoga porta sempre nello stesso luogo: la Città della Luce (र Ra) e dello Stupore (ल La).
Per trasformare la pratica in Opera d'Arte lo Yogin deve amalgamare Tempo-Ritmo-Melodia o meglio Pensiero-Sensazione-Emozione, con l'abilità di un alchimista.
Senza Alchimia non c'è Arte. 
Il Tapas, l'Ardore, è il fuoco degli alchimisti, l'acqua che arde l'Ego e lo dissolve. 
Mi chiedo spesso se, chi pratica o dice di praticare yoga abbia coscienza di cosa significhi dissolvere l'Ego. 
Un conto è dirlo, leggerlo e raccontarcelo, cosa diversa è osservare l'implacabile annichilirsi dei ricordi e dell'immaginazione.
L'Ego si ciba di nostalgia, rancori e speranze: vuoi vivere nell'eterno presente? Cogliere l'attimo? 
Bene! Sappi che non avrai più passato né futuro. 
Assieme alla paura della morte svanirà il sapore del primo bacio e con le smorfie orrende di nemici immaginari spariranno sorrisi e sguardi fino a ieri eterni.
Ne vale la pena?
Se si pratica yoga "veramente" prima o poi si affronta l'abisso, il deserto silenzioso che svuota il cuore.
Il Tempo è il signore della morte: sconfiggi il Tempo e vivrai in eterno, il vuoto invece, non ha padroni.
Ma se ci si arriva, al vuoto, "accade".
"Accade" punto.
Il cuore svuotato dai ricordi e dai sogni, svela se stesso, ed emozioni più antiche dell'uomo si fanno brace e scintille.
 Il fuoco sacrificale che ha divorato il piccolo io rinasce come काम kāma, l'Antico dei Tempi.
La Città della Luce è la sua Radianza, कमा kamā, in sanscrito. 




-"Se le stelle apparissero una volta ogni cento anni l'uomo conserverebbe il ricordo della città di Dio"- 
Non ricordo chi l'abbia scritto, ma è proprio una bella frase. 
Se il sole ci mostra il mondo senza pudore, è con discrezione che i ricami oro e argento delle stelle ci portano fuori dalle tempeste, e addolciscono il vuoto angosciante della notte. 
Troppo caldo il sole per fartelo amico, neppure puoi guardarlo negli occhi. 
Con le stelle è diverso: godi della loro danza, sempre nuova, le saluti prima dell'alba, come un Romeo sorpreso dal canto dell'allodola, e dopo il tramonto le ritrovi lì, appese al cielo.
La Città della Luce, l'Isola delle Gemme, la Città di Dio degli Yogin, sono proprio loro, le stelle.


Ovvio diranno alcuni, ma per me è una scoperta recente e casuale.
Nello Yoga molte posizioni hanno nomi di uccelli, Cigno, Pavone, Corvo, Gru, Aquila, Colomba...
Le affinità degli asana con la forma, le qualità o la valenza simbolica degli animali, in certi casi evidenti, in altri assai meno, sono da sempre oggetto di studi e ricerche e se ne è scritto di tutto e di più, ma nessuno, a quanto so, ha mai collegato asana e animali alla volta celeste.
Qualche mese fa  ho cercato su Google "Cigno, Pavone, Corvo, Gru, Aquila, Colomba" (avevo bisogno di mmagini per un video didattico di Hatha Yoga) ed è venuta fuori la Via Lattea.
Mi si è aperto un mondo: le sequenze e i miti sembrano rappresentare particolari asterismi e ogni asana corrisponde ad una costellazione o, a volte, come nel caso della Rana, ad una stella con particolari caratteristiche.
In alcuni casi, come per la postura della Colomba, kapotāsana, ogni giuntura corrisponde perfettamente ad una stella.
Troppo per essere una coincidenza.
-"L'intero universo è racchiuso nel cuore dell'Uomo"- dicono i Veda, e se lo dicessero non in senso figurato?




Tempo-Ritmo-Melodia... 
Iniziamo a "danzare" un asana: si ascolta il respiro, si sciolgono le articolazioni, ad una ad una, e si distendono i muscoli. 
L'ascolto interiore rallenta il pensiero ordinario, e piano piano si entra in una dimensione "altra" più rarefatta. 
Quando la posizione è perfetta si entra in risonanza con gli astri e ogni organo, ogni arto canta insieme ad una porzione di Cielo, la stessa che vedevano e cantavano i poeti dei Veda.
Nel farci stella o pianeta godiamo di un istante di Eternità, prendiamo confidenza con l'Assoluto e i nostri 30, 50, 100 anni di vita segnata da una insanabile ansia di incompiutezza, ci appaiono per ciò che sono, battito di ciglia, o fremito d'ali di farfalla. 
Bello, anzi bellissimo.
Ma c'è  qualcosa d'altro.
Un qualcosa che  si trova nelle parole, nascoste o incomprese, di Gorakhanath, di Narada o dell'anonimo rishi della Chandogya Upanishad.
Il canto delle stelle non è una poetica suggestione, né un trucco ad ingannare la mente, è una realtà fisica, una energia che penetra nella carne e, coreografa sapiente, fa danzare le nostre cellule al ritmo dell'universo.
Parlano di rigenerazione cellulare i Nath, di suono che produce una luce ed un calore interiori in grado di modificare il corpo fisico.
Lo spazio che ci circonda sarebbe pieno di energia vibrante, basterebbe "farsi femmina innanzi all'Universo", come dicono tantrici e taoisti, per sentirla discendere in noi, fino al cuore segreto delle cellule, formato da cavità in grado di risuonare (microtubuli intracellulari, li chiamano i biologi). 
Lo Hatha Yoga è l'Arte che scioglie i vincoli (i blocchi psicofisici) e ci permette di far risuonare il nostro spazio interiore con l'Universo intero.
Ma questo spazio interiore non è la Nostra Anima, la nostra coscienza, ma la coscienza di ogni singola cellula: è lì che si cela il segreto della Vita, è lì che giace la Dea addormentata. 

video: L'ASANA DELLA COLOMBA

venerdì 17 gennaio 2014

LO YOGA DA DIVANO E IL LETTO DEI MORTI




Cosa è lo Yoga? Boh.
 "Yoga è Danzare la Vita", come dico spesso, è una definizione bella e poetica ed ha il pregio di poter essere intesa in mille modi diversi, così tutti son contenti.
Certo se si ha intenzione di approfondire risulta un po' vaga.
La verità, secondo me, è che ci sono almeno due Yoga, uno edulcorato, fatto di espedienti letterari, yogini lycrate e piacevoli discussioni tra illuminati della porta accanto ( è fantastico: ci sono più maestri realizzati oggi in italia che nell'India dei Veda!) ed uno "altro", "tosto", riservato a coloro che cercano senza neppure chiedersi il perché.
C'è chi danza per esibirsi, chi per guadagnarsi il pane e chi, invece non può fare altrimenti: la danza è la sua natura. 
Se devo essere sincero lo Yoga tarocco, addolcito per i palati delicati del consumatore occidentale, a me non dispiace affatto.
Adoro immergermi in accese quanto inutili discussioni sui massimi sistemi, trovo spassose le conferenze, costosissime, e i libri dei nostrani Jivanmukta ("realizzati") e non disprezzo affatto le contorsioni sexy delle dee (goddess o devi, così si definiscono) di "Undressed Yoga". Anzi, credo davvero che siano un "inno alla vita", oltre che un piacere per gli occhi.



Però quando mi arriva una botta di yoga "tosto", quello di cui non si parla sui forum internettiani e sulle riviste patinate, ne riconosco immediatamente il sapore aspro e antico e mi succede una cosa strana, le chiacchiere sui massimi sistemi e le copertine patinate svaniscono.
Come i baci recenti, che la nostalgia del primo amore sfuma in rena di sogno.
Qualche giorno fa mi ha scritto Swayambu.
Un mio amico che invece di perder tempo con  dispute filosofiche e balli in maschera, insieme alla sua splendida compagna, se ne va a zonzo in India per templi e sacre montagne.
Swayambhu è uno yogin, ed è un Aghori, ma se glielo chiedete negherà finché non gli si bloccano le cervicali.
Dire che è un mio amico è riduttivo. 
Ci vediamo poco, è vero, ma se credessi alla reincarnazione direi che ci conosciamo da millenni.
Mi ha raccontato dello Shmashana di Tarapith, e mi ha ricordato la disperazione di Shiva per la morte di Sati, la prima moglie, il suo correre piangendo per l'Universo abbracciato al cadavere dell'amata, il corpo bellissimo della Dea poi fatto a pezzi e gettato sulla terra.
Gli antichi yogin costruirono un tempio per ogni brandello della dea, gli Shakti Pitha.
Ne esistono 51, o forse 54 o 108, non ricordo, ma quello di Tarapith si dice che sia il più sacro di tutti.
Raccontano che la Dea in forma di Tara vi sia apparsa in carne ed ossa almeno due volte: la prima, migliaia di anni fa, allo yogin Vashista, la seconda, nel XX secolo a Bhamakhepa (SIDDHA SADHAK SHRI BAM DEV), un maestro tantrico soprannominato il "Santo folle" o il "folle Amante della Dea.



Śmaśāna, letto dei morti, è il luogo dove gli Hindu cremano i cadaveri.
ma è anche un luogo di meditazione e i tantrika ci celebrano riti e cerimonie.
Sono strani gli indiani.


Swayambhu - "TARAPITH"




"A Tarapith siamo andati nello smashan a notte calata. 
Non era tardi, penso fossero le nove di sera. 
La moglie del mio amico indiano che era insieme a noi gli aveva affidato un messaggio per me. Non avrei dovuto pensare troppo perché non ero pronto (questo l'ho saputo il giorno dopo ) per lo smashan. 
Io ho camminato tranquillo e abbastanza rilassato nonostante lo spettacolo non fosse tra quelli più usuali. 
Tieni conto che questo smashan è molto importante. 
Ci sono sepolti molti importanti Yogin e tra questi Bom Dev, non ricordo bene il nome, l'unico dicono insieme a Ramakrisna ad avere visto la Dea.
Un posto quindi particolare. 
Comunque tutto bene. 
Solo che quando esco dallo smashan comincio ad avvertire una sensazione forte sulla fronte. 
Una sorta di pressione e la sensazione di come quando sei leggermente sballato.
Mi sono cagato sotto lì per lì. 
Poi sono andato a letto gestendo abbastanza bene la cosa. 
Pensavo la mattina che mi fosse passato tutto ma manco per il cazzo.
Siamo tornati nello smashan di giorno e tutto si è dissolto.
Non sono uno che si lascia suggestionare facilmente, e quindi posso dire che quella pressione non era un gioco della mente.
Ed allora cosa era?
La moglie del mio amico mi ha consigliato di pensare a Tarapith come ad una cosa del passato. 
Ovvio che è così.
Non ho dato di matto e nemmeno sono diventato un fakiro, ma di certo ho preso una bella e salutare sberla ed è per questo che ho dedicato una poesia a Tarapith.
Jai Tara Maa."



Tarapith 
( Smashan) 

La luce frenetica espulsa dai corpi sudati 
asseragliati nell'energia primitiva 
immobilizza lo spirito sul precipizio 
che gli atomi in subbuglio annusano 

Due passi e la bolla nera ti risucchia 

Dismesse le mille maschere del mosaico 
il corpo privo di peli 
la mente incatenata al palo di Ulisse 
inizia l'attimo predestinato 

Non pensare non pensare non pensare 
sussurra il mormorio lontano 
perso ma presente 
al cospetto di forme che scavano 
urla che ti accolgono 
cadaveri morti oliati per la festa dei folli 

Questo buio totale denso 
nel quale le membra lasciano impronte 
si nutre del potere che esala dalla terra 
dei miei fantasmi 
delle mie secolari paure 
in un via vai di mani aggrappate 
al flusso della vita 
alla speranza della morte 

Occhi neri parlano la lingua che non sapevi di conoscere 
fissando appuntamenti che non onorerai e
che le tempie devastate da una pressione sconosciuta 
ti consigliano di dimenticare 

Dimenticare? chi e che cosa? 
forse le fioche luci, la condanna senza parole, 
il sentiero disseminato di ossa e la loro energia, 
o forse qualcosa di più intimo 
quel barlume di te stesso 
riposto come un diamante nello scrigno serrato 

Uscito dalla bolla la luce abbaglia l'anima 
orfana di Tarapith ma ora essa stessa Tarapith 
ricongiunta con un ricordo 
esploso dall'intimità del tempo.

lunedì 13 gennaio 2014

EROS, IL DIO DELL'INIZIO

Non so se succede solo a me, forse lo fanno tutti, chissà, ma ho notato che quando mi metto a studiare qualcosa, dalla Storia dell' Arte, alla Chimica, alla Danza comincio dalla fine.
Vengo attratto dalle novità, gli studi più moderni, le ultime performance(s) poi, pian pianino, mi metto a frugare nel baule dei ricordi.
Viaggio a ritroso, insomma.
Non so perché lo faccio, forse ci vorrebbe qualche buon psicologo per capirlo, ma non è che mi interessi più di tanto e con la psicanalisi, annessi e connessi ho un pessimo rapporto, non mi fido.
Sarà perché la maggior parte dei "dottori dell'anima" che conosco sono più fuori di testa di me.
Comunque sia quando studio e ricerco vado a ritroso: comincio dalla fine e cerco di arrivare all'inizio.
Grazie a questa modalità, non so quanto inusuale, ho scoperto che andando avanti, progredendo, le tecniche e le basi teoriche si complicano.
Alcuni direbbero "si arricchiscono", ma a me pare che si facciano sempre più cervellotiche, astruse, fini a se stesse.
Ho l'impressione che all'inizio comandino il cuore, la passione, l'intuizione che arriva improvvisa come il fulmine d'estate, poi man mano che si va avanti la mente prende il sopravvento e al temporale d'agosto che sorprende e ristora si sostituisce la pioggerella uggiosa dell'autunno metropolitano.
"I veri moderni sono gli antichi" mi ripete spesso Andrea  citando Gino de Dominicis, e penso abbia ragione.
Lo yoga segue le stesse dinamiche della Pittura, della Chimica o della Danza.
Dai testi antichi trasudano una freschezza e una spontaneità, sconosciute agli autori moderni. 
Al cuore si sostituisce la mente, quasi che lo scopo non sia più quello di Essere, ma di costruire fantasmagoriche architetture di idee in una continua quanto assurda competizione con il creatore.
Negli ultimi anni mi sono fatto le chiappe quadrate a studiare centinaia di libri, articoli, opuscoli teoricamente ispirati ai quattro "Veda" della Tradizione indiana.
Ho cominciato a parlare in codice: buddhi, kosha, jnana, asparsa, brahman saguna, brahman nirguna... chi mi stava accanto non capiva una mazza e si preoccupava per la mia salute mentale, ma io, imperterrito continuavo nella speranza di trovare la chiave per aprire quella complicatissima serratura a codice numerico che mi avrebbe spalancato la porta della Verità.

Un giorno, mentre soddisfatto di me annaspavo tra libri, fotocopie, cenere d'incenso e bollette da pagare ho trovato un riferimento ad un verso del Rig Veda, il primo dei quattro libroni indiani: Libro X, capitolo 86, verso 16.
Andiamo a vedere.
Il più famoso e incensato traduttore dei Veda si chiama Griffith, Ralph T.H. Griffith.

Su internet si trovano tutte le sue traduzioni.
Trovo il libro (Mandala) X, il capitolo 86....ma il verso 16 non c'è, e manca anche il verso 17: dal verso 15 si passa direttamente al 18 (provare per credere - "SACRED TEXT").
Strano.
Un errore?
Un testo giunto incompleto?
Ovvio che mi incuriosisco! 
Comincio a cercare su internet, chiedo lumi a Claudio, un mio amico linguista con la fissa del sanscrito e finalmente svelo l'arcano: il testo non è giunto affatto incompleto, né si tratta di un errore, è che, per pudore, Griffith ed altri traduttori, hanno eliminato un paio di versi.
Nei sutra scomparsi Indrani, la moglie del re degli dei, si lamenta delle prestazioni sessuali del coniuge:

 -"Il cazzo dell'impotente ciondola, inutile tra le cosce, quello del potente si rizza e la mia fica pelosa lavora per lui"-

Indrani è una donna schietta.
In un altro brano ci spiega perché è la regina degli dei:

-"Nessuna donna ha un culo più bello del mio! Nessuna donna scopa bene come me! Nessuna donna alza le cosce come me!"-



Immagino che Griffith, figlio di un sacerdote, si sia trovato un po' a disagio e abbia deciso di glissare, e così l'altro traduttore storico dei testi sacri indiani, Friedrich Max Müller, amico della Regina Vittoria.
I due  pensarono fosse cose buona e giusta forzare un pochino le traduzioni strizzando l'occhio da un lato al moralismo vittoriano e dall'altro alla filosofia tedesca.
Niente di male, in fondo, solo che quasi tutti gli studiosi del XX secolo, non solo occidentali, hanno fatto riferimento alle loro opere e, anche nell'affrontare testi diversi dai Veda, hanno usato lo stesso metro: 
glissare sulle parti più imbarazzanti e andare incontro ai gusti e alle mode culturali della loro epoca.
Sicuramente ne sono venute fuori cose interessanti e stimolanti, ma, a son di nascondere, ricucire e interpretare  si è rischiato di smarrire il senso profondo degli insegnamenti vedici.
Per quanto mi riguarda mi sono sentito un po' preso per i fondelli, ma alla fine nel mio animo di complottista, l'idea, entusiasmante, che ci fossero ancora tante cose da scoprire e svelare nella filosofia indiana ha preso il sopravvento...



Prendo un testo che sto leggendo e rileggendo in questi giorni, R.V X-129, il "Canto della Creazione". 
Come riferimento ho preso la traduzione che ne dà una sanscritista tedesca, Maryla Falk ("IL MITO PSICOLOGICO NELL'INDIA ANTICA" - Adelphi Ed.)
L'ho confrontato con varie traduzioni, poi con l'aiuto dei dizionari on line ho provato a ritradurre l'inno per conto mio, parola per parola. 
Vediamolo: 

1) Non c'era l'Essere allora, né c'era il Non Essere.
Non c'era l'atmosfera né c'era la volta celeste al di là di essa: che cosa nascondeva? 
E dove? 
E nel rifugio [intimo] di che? 
Era forse un oceano il profondo abisso?

2) Non c'era morte allora né immortalità e dalla notte non era distinto il giorno. Respirava senza fiato quel qualcosa e al di fuori di esso non c'era nulla.

3) C'era solo l'oscurità. E tutto Questo era un inconsapevole ondeggiare nascosto dall'oscurità.
Quell'immenso che era racchiuso nell'esiguo [spazio del cuore] per la potenza del Tapas nacque.

4) Al di fuori si riversò all'inizio Kama, il desiderio.
La prima cosa a venir fuori dal Manas.
Fu scrutando nel cuore che saggi scoprirono l'identità [il legame] tra Essere e Non Essere.

5) La corda di questi [mondi] è posta di traverso. 
Cosa ci fu al di sopra e cosa ci fu al di sotto? 
Portatori di semi ci furono, e potenze. 
E al di sotto ciò che basta a se stesso, al di sopra la manifestazione.

6) Chi sa? 
Chi potrebbe dire da dove è sorta questa emanazione? 
Gli dei stessi sono venuti dopo la sua emissione, chi lo sa, dunque, da dove essa ebbe origine?

7) Colui che vigila sul creato, anche se avesse disposto lui la manifestazione, forse saprebbe o forse non saprebbe dire da dove ebbe origine la manifestazione.


Mi pare che il testo sia abbastanza chiaro.
All'inizio c'è l'immensità nell'esiguo spazio del cuore. 

La manifestazione ha effettivamente inizio quando dal Manas (parola che di solito viene tradotta con mente, ma qui, come nelle prime upanishad pare indicare soprattutto le emozioni) emerge Kama, il desiderio, Eros per i greci.
Da questa prima emissione si creano i mondi che sono una corda tesa tra un principio statico (colui che basta a se stesso) e un principio dinamico.
Gli Dei e Colui che vigila sul creato (il sole, forse?) vengono dopo, ma neppure loro sanno con certezza da dove provenga la manifestazione. 


L'inno della creazione del Rig Veda  ci dice che tutto nasce dal desiderio, Kama, la prima divinità, la più antica di tutte.
Il Dio creatore dei Purana che dorme sull'Oceano di prima dell'inizio, proviene da questi versi. 
Le tecniche tantriche basate sulle Potenze (le forme della Dea) e suile vibrazioni (i portatori di seme) provengono da questi versi (o viceversa...)

Il concetto buddista di vuoto creativo, da cui insorgono sia gli dei che la manifestazione, proviene da questi versi.
Non c'è nessuna volontà creatrice, nessun demiurgo e se anche ci fosse al poeta del Rig Veda non sembra importare più di tanto. 




Come l'onda di piena porta la vita sulle rive del fiume, Kama, il desiderio, riversandosi al di là dell'oscurità che tutto avvolge crea il mondo e lo sostiene.
Eros è il dio dell'inizio e dietro al suo agire non ci sono disegni complicati, ma solo un'infinita gioia creativa, alogica, amorale  e incomprensibile come la follia d'amore.




sabato 11 gennaio 2014

DANZARE LA VITA


La maggior parte delle concezioni spesso astruse o di difficile comprensione, che ci vengono propinate come sapere tradizionale, sono interpretazioni moderne o comunque posteriori all'elaborazione dei Veda e delle prime Upanishad.
 
Karma yoga, p.e, termine usato spesso nel senso di -"Sta zitto e pedala!"- a dir la verità sarebbe la via dei riti e delle formule magiche, e Maya, con cui si indica l'illusorietà della vita dell'Uomo,  un particolare potere del Dio degli Oceani, e re dei Naga, Varuna.
La Vita per lo Yoga non è illusione, anzi.
La vera "Liberazione", "Illuminazione", "Realizzazione" o come cavolo vogliamo chiamarla, secondo i testi consiste nel vivere pienamente la propria esistenza comprendendo l'identità tra saṃsāra, che viene tradotto con "PASSAGGIO DA UNO STATO ALL'ALTRO", ma significa 

INSIEME/CON [ saṃ ] l'ESSENZA [sāra
e nirvāṇa che viene tradotto con LIBERAZIONE, significa 
SENZA [ nir] MUSICA/VITA [vāṇa].
Quando sono vivo sono con l'Essenza, ovvero con la Vita, la Dea.
Quando muoio non c'è più vita e non si sente più il suono (musica) del respiro.
La vita umana è un percorso che dalla nascita, attraverso una serie di passaggi di stato ( infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia) conduce alla morte.
I passaggi di stato sono saṃsāra e la morte è nirvāṇa.
Ma la morte non è il contrario della vita, anzi fa parte della Vita con la V maiuscola perché la Vita è l'unica vera Dea e prescinde dall'esistenza individuale. 

saṃsāra = esistenza terrena e nirvāṇa = morte, i Veda non ci dicono nulla di più e nulla di meno.

Chi si lega al fantasma dell'ego, e crede che la sua individualità sia un tesoro da custodire e proteggere, soffre della dipartita dei suoi cari (si sente abbandonato e quindi tradito) e dell'approssimarsi della sua. 

Chi invece si arrende alla Vita, unica Realtà, muore sereno.
Per chi ha fame di filosofie complicate, di misteri da svelare, di formule magiche che ti rendono ricco e famoso a studiare i Veda c'è da rimanere delusi: 


-"Ma come? Sembrano le cose che mi diceva Nonna Olga!"- 


Chi invece tenta di spazzar via i luoghi comuni e le credenze, sente pian pianino insorgere quella meraviglia (vismaya) di cui parlano gli insegnamenti tantrici.
Nei Veda Scienza e Poesia si rincorrono l'un l'altra, si avvinghiano, si lasciano e si riabbracciano come amanti vogliosi.
Non c'è differenza tra cuore, mente e corpo, c'è solo l'Essere Umano.
Nel Leggere il Rig Veda e le prime Upanishad, sono rimasto  colpito dal continuo alternarsi di pianti e sorrisi, dall
a leggerezza con cui vengono trattati i moti dell'animo, le gesta eroiche, le profonde riflessioni sulle origini del cosmo. 
Sono così noiose, al confronto, le nostre attuali erudite disquisizioni filosofiche!
Nel Rig Veda, per fare un esempio, Indra torna a casa dopo un epico combattimento con qualche Asura e trova la moglie Indrani, che si lamenta per le sue scarse prestazioni sessuali:


 -"Guarda caro mio, come ciondola tra le coscie, inutile, il pene dell'impotente! Quello del potente invece si rizza subito e la mia vagina pelosa lavora per lui!"-



Nella Chandogya, dopo aver descritto il complicato simbolismo del sole nella Madhu Vidya (Conoscenza del Miele) l'autore strizza l'occhio ai lettori: 

-"Oh fai attenzione che parlo di sole dell'alba, del mezzogiorno e del tramonto, ma il sole è uno soltanto e se ne sta lì, fermo, in mezzo al cielo..."-

Le parole degli autori dei Veda, leggere e potenti insieme, graffianti e cariche di umori, fanno trasparire un amore infinito per la Dea e per l'Essere Umano.
Erano saggi gli autori dei Veda, e il vero saggio danza la vita.
Chissà perché invece coloro che affermano di rifarsi alla Tradizione con la T maiuscola, al Sanathana Dharma, ai Veda, appunto, sono spesso così pesanti e, almeno in apparenza, lontani dalla Gioia e dall'Amore per la Vita. 
Il concetto di base dei Veda, come ho detto, è abbastanza semplice:

 "Se vuoi vincere la paura della morte e arrivare sereno alla fine dei tuoi giorni, devi comprendere che la Vita è qualcosa di più dell'esistenza individuale".

Per arrivare alla meta, una morte serena, i rishi ci danno una serie di consigli pratici, chiamiamole "tecniche operative", che ruotano intorno a tre parole che paiono personaggi dei fumetti: 


भक्ति bhakti, भुक्ति bhukti e मुक्ति mukti

[Piccola parentesi rima di affrontare il significato letterale delle tre parole : anche uno scemo si accorge che le tre parole sono bisillabiche e hanno in comune la parola kti, come śakti, rakti ecc.
La sillabakti indica nello yoga una particolare azione da compiere nella pratica e le sillabe che la precedono sono invece le vibrazioni che provengono, da particolare settori della sfera celeste detti in astronomia Nakshatra. I nakshatra sono 27 e le sillabe/vibrazioni sono quattro per ogni Nakshatra. In totale quindi abbiamo 27x4= 108 vibrazioni che rappresentano i 108 elementi della fisica vedica.
Chi vuole approfondire può cercare di mettere in collegamento le sillabe dei nakshatra con le costellazioni e gli asana dello hatha yoga: il risultato è stupefacente]


Bhakti letteralmente significa "ciò che appartiene a qualcosa d'altro", ma è anche "una linea che divide" o "una porzione di qualcosa". 

Bhukti è il "godimento", "l'utilizzazione di qualcosa", ma indica anche "il movimento che un pianeta compie in un giorno solare". 

Mukti, che generalmente viene tradotto con "liberazione", significa "abbandono", "gettato via", "spedito". 

Abbiamo visto che il fine dello yoga vedico è quello di liberarsi della paura della morte (mukti) e di assicurarsi una serena dipartita.




La via più semplice è quella di comportarsi bene, cercando di non far soffrire nessuno, condurre una vita onesta insomma, in modo da non aver nemici che ti rompono le balle quando stai per morire, né sensi di colpa che ti torturano mentre il Signore del Tempo bussa alla tua porta.
Ma non è che sia una via sempre affidabile.
Spesso ci si fanno dei nemici senza saperlo e altrettanto spesso i rimpianti per i "baci che non si è osato dare", ovvero la soddisfazione dei desideri che ci siamo negati per fare le persone brave, buone e oneste, torturano come e più dei sensi di colpa.
E allora entra in gioco Bhakti, l'appartenenza:

-"Non aver paura, non sei solo, abbi fede in Tizio, Caio o Sempronio e la luce che Egli/Ella/Loro faranno sbocciare nel tuo cuore ti condurrà alla gioia eterna, al paradiso o a una rinascita fortunata"-






Bhakti non è male, perché a chi non riesce proprio di abbandonarsi al flusso della Dea, cioè  buttar via la propria identità individuale, far parte di una congrega di eletti o di una comunità di simili appare un compromesso accettabile: nel feticcio che si costruisce, assieme, si ficcano tutte le qualità positive che l'essere umano può immaginare e si viene a creare un flusso virtuale che, comunque sia, alla fin fine andrà a sciogliersi nel fiume dell'Esistenza, nella Vita.
I problemi nascono quando si comincia a voler affermare la superiorità del proprio feticcio rispetto a quello altrui.
L'Ego si annulla sì (parzialmente) nella comunità dei fedeli o degli affiliati, ma a volte si proietta nella comunità stessa, sovrapponendosi al feticcio da adorare.
E allora vai con la lotte di religione, le discriminazioni, le sette segrete.
A volte i risultati della Bhakti sono paradossali,
Buddha Shakyamuni, che, ad esempio, nel Kamala Sutta (vedi "NON CREDETE") dà una visione corretta e ispirata dei primi insegnamenti vedici, viene trattato spesso da anti-tradizionale (contro i Veda) e finisce con il diventare oggetto di quella devozione contro la quale metteva in guardia i suoi discepoli.
Altre volte gli effetti  sono drammatici.
I massacri fatti in nome dell'Amore, le dispute teologiche risolte a colpi di spada o illuminate dal fosforo bianco sono i crimini più stupidi e orrendi che un essere umano possa compiere.
Le guerre per il cibo o per il petrolio sono assai più comprensibili delle guerre di religione.


A coloro infine che sembrano più disposti, per caso o per temperamento, ad abbandonarsi al flusso della Vita, i Veda propongono una serie di tecniche per rimuovere i "contenuti psichici", quelle sovrastrutture culturali che impediscono  di godere pienamente (bhukti) della propria esistenza.
Sul godere dobbiamo intenderci.
Non si tratta di dedicare la vita alla ricerca del piacere sensoriale.
Godere significa vivere intensamente ogni attimo, ogni evento, ogni incontro.
Anche la sofferenza per un piede rotto è bhukti.
Anche la tristezza per la scomparsa di un parente è bhukti.
Il segreto è non "stare sul pezzo".
Se muore il mio pappagallino ammaestrato piango.
Un istante dopo passa una ragazza bella da impazzire e io rido.
Questo è il distacco dalle emozioni!
Le emozioni e le percezioni per lo yoga sono strettamente connesse.
Senza emozione non c'è percezione, senza percezione non c'è vita.
Eliminare le emozioni non significa essere illuminati, ma essere diventati dei sassi o dei pezzi di ferro.
Significa aver gelato la vita che è in noi.
La vita, la Dea, è Kundalini di Fuoco, energia e calore.
Tentare di congelarla conduce nel deserto silenzioso di cui parlano certi mistici, un inferno di solitudine.
La tecnica più raffinata che ci hanno tramandato i poeti-scienziati dei Veda è lo Hatha Yoga.
Lo Hatha Yoga, alchimia interiore, porta alla trasformazione delle energie sottili e quindi del corpo fisico, oltre che della mente.
Alcuni storcono il naso quando leggono che lo Hatha yoga allontana le malattie e allunga la vita.
Bisogna dire che la longevità e la salute non sono il fine dello  yoga, ma vivere, in salute, 84, 103 o 130 anni (non sono numeri che mi invento, sono tratti dai testi) o addirittura ottenere l'immortalità del corpo, aumenta le possibilità di giungere alla realizzazione, la "vera" realizzazione non duale.
-"Conoscenza"- dice Tsong Ka pa - "è entrare nella Terra pura con il corpo fisico"-
La Terra Pura è la terra in cui non esiste l'angoscia, il paese della Gioia, la condizione naturale dell'uomo prima della "caduta".
La Caduta invece è la glorificazione dell'ego, la nascita della stolta credenza che l'individuo sia più importante della Vita.

L'Angelo caduto, il Dio annichilito è l'uomo che abbandona la Dea, fingendo di di non riconoscere 
-"I suoi occhi blu come il fiore di utpala, 
i suoi capelli neri come l'ala del corvo, 
le sue labbra rosse come il sole dell'alba"-.

mercoledì 8 gennaio 2014

LA RESURREZIONE DEL CAVALIERE OSCURO


Da bambino non sapevo correre.
Non voglio dire che correvo male o che non correvo veloce: non sapevo proprio correre.
Vedevo gli altri che lo facevano e allora ci provavo anch'io, ma non avendo assolutamente idea dell'azione del correre, provavo a muovere una parte del corpo alla volta, la mano si mette così, il polso cosà, poi la testa. 
Alla fine facevo la fine del millepiedi delle Upanishad, quello che cerca di mettere la coscienza in un paio di zampe alla volta  finendo per incespicare.
Correre per me non era naturale.
Però mi annodavo le gambe e mi mettevo in verticale a testa in giù come fossero le cose più facili del mondo.
Credevo pure di parlare con gli animali, soprattutto con le lucertole.
Non sto scherzando, nelle vacanze di Natale ne ho parlato a lungo con mia madre e mia sorella ed ho scoperto che erano tanto preoccupate per la mia salute psichica da chiamarmi, in segreto, l'alieno.
Quello che era normale per gli altri per me era fantascienza e viceversa.
Non è che ero scemo, quando ho cominciato ad andare a scuola pigliavo dei bei voti, però facevo fatica a capire e a fare cose che ai miei coetanei o a quelli della mia famiglia apparivano naturali, semplici, comprensibili.
Ogni volta che mi portavamo a messa, per esempio, per me era come andare su Marte. Non sapevo mai quando ci si dovesse alzare, sedere e inginocchiare e soprattutto non capivo una parola.
Ogni tanto chiedevo a mia sorella che è cinque anni più grande. Era un mito per me, mia sorella, bionda bionda, carina, stava simpatica a tutti, ma neppure lei mi sapeva rispondere. 
La visione delle vecchiette nero vestite che baciavano il crocifisso mi spaventava a morte, ma secondo me non ero io ad essere strano: come fa un bambino a credere che l'Amore sia rappresentato da quell'uomo straziato con i chiodi ficcati nella carne e il sangue che gli cola sul viso barbuto? 
Secondo me chi insegna catechismo dovrebbe tenerne conto.





Il mistero dell'alternarsi delle genuflessioni e delle sedute, comunque, non era nulla rispetto a quello dell'alternarsi delle emozioni.
Quando stavo con gli adulti non capivo mai quando si dovesse ridere o piangere e siccome mia mamma si dispiaceva aspettavo che qualcuno desse il la e cercavo di imitarlo.
A volte andava bene, altre beccavo un sacco di botte: pensavano li prendessi in giro.
Crescendo e poi invecchiando non è che le cose siano andate meglio, e lo yoga, secondo mia figlia maggiore, ha peggiorato la situazione.
Temo che ci sia qualche sinapsi che non si è attivata, nel mio cervello.
O forse sono semplicemente scemo, chissà.
Ricordo che la mia ex moglie si infastidiva quando le regalavo delle rose.
Quando ho smesso di farlo si è arrabbiata.
A quasi 54 anni, la metà della mia vita (ho sempre pensato che vivrò 108 anni, non chiedetemi perché) ho deciso di lasciar perdere per un po' i Veda, le Upanishad e i Tantra Shastra, per cercare di capire perché non capisco la gente.
O meglio perché la maggior parte delle persone reagisce in maniera, per me, incomprensibile, a certe parole o certi eventi.
Per prima cosa ho iniziato a leggere i best seller e a vedere i block buster in streaming (è la prima volta che uso questi tre termini nella stessa frase e ne sono molto orgoglioso)



Ho visto "Il Cavaliere Oscuro - il Ritorno", due volte, la prima in italiano e la seconda in inglese con i sottotitoli.
 Non  è che mi sia piaciuto, anzi, però volevo cercare di capire i motivi del suo successo globale.
La storia è abbastanza scema: un cattivo grosso e pelato cui sceneggiatori ispirati hanno dato, chissà perché,  il nome "distruzione" (Bane), vive nelle fogne insieme ad un gruppo di orfani che non si sa cosa facciano per tutto il film e a dei tizi, chiamati mercenari che Bane si diverte a cazzottare ogni tanto senza motivo. 
Quando Bane parla non si capisce nulla perché ha sempre la bocca tappata da una maschera tipo Annibal the Cannibal che gli impedisce anche di mangiare, ma non di essere, comunque sovrappeso. 
Batman invece vive in una specie di castello insieme al maggiordomo Michael Caine, che piange di commozione, ed è messo maluccio: ha appeso la mascherina al chiodo, è zoppo ha la barba lunga ed è decisamente depresso, ma quando il maggiordomo lo punge sull'orgoglio (-"Bane è più forte di te"-) si mette una protesi al ginocchio indossa la tutina di latex e facendo la voce rauca e profonda per darsi coraggio scende nelle fogne per sfidare il cattivo.
Bane lo massacra, gli spezza la schiena con un pugno e lo porta, credo, in Afganistan, in una prigione sotterranea chiamata il pozzo, dove non ci sono guardie e i detenuti per tutto il tempo mangiano bevono, e fanno progetti di fuga.
Michael Caine piange di commozione.
Viene trattato bene Batman: ha una cella privata con un maxi schermo a cristalli liquidi e viene affidato alle cure di un osteopata che lo rimette in sesto con una manata sulla colonna vertebrale e gli insegna come scappare dalla prigione.
Intanto "Distruzione", dopo aver intrappolato 3.000 poliziotti nelle fogne, svela il suo piano geniale: trasformare un reattore nucleare in una bomba e morire insieme a tutti gli abitanti di New York (che nel film chiamano Gotham City). Per la rabbia Batman si mette a fare le flessioni, poi scappa dal pozzo tra gli applausi dei detenuti, se ne va a piedi nel deserto e arriva in un giorno o due a New York, libera i poliziotti e spacca dalle botte Bane. A questo punto interviene Miranda Tate, una tizia che Batman si era scopato una decina di scene prima, accoltella l'Uomo Pipistrello, e dice: -"Io non sono Miranda, mi chiamo Talia e sono la figlia di Ra's al Ghul "- [E chi è Ra's al Ghul ?]
Miranda/Talia lascia Batman moribondo nelle mani di Bane e va ad innescare la Bomba che distruggerà tutti e tutto, ma interviene una che fa la ladra e la prostituta, la "Gatta", un bel personaggio: è vestita di Latex, ha i tacchi a spillo e si muove come la protagonista di un film sadomaso tedesco.




La Gatta uccide il cattivo con un cannone, Batman guarisce improvvisamente dalla coltellata e si lancia all'inseguimento di Miranda Talia che muore felice perché ha innescato la Bomba. Ma l'uomo pipistrello ha mille risorse, acciuffa l'ordigno e va a farsi esplodere in mezzo all'Oceano Atlantico salvando la città e i suoi abitanti.
Il finale è lieto:  gli orfani escono dalle fogne e vanno a vivere in casa di Batman. Batman risorge e, visibilmente ringiovanito, si fa vedere sul Ponte Vecchio a Firenze, in compagna della porno-ladra mentre Michael Caine piange di commozione.



Il Ritorno del Cavaliere Oscuro ha incassato più di un miliardo di dollari, alcuni lo hanno definito un capolavoro. 
Quando l'ho visto al cinema la gente applaudiva e qualche spettatore si è commosso.
Per me è un film stupido, pieno di incongruenze, ma evidentemente c'è qualcosa che smuove le emozioni della stragrande maggioranza delle persone e mi piacerebbe, in questo momento, riuscire a capire cosa è.
Il titolo originale è "The Dark Knight Rises", il Cavaliere Oscuro Risorge.
Batman è vecchio, con le ginocchia a pezzi, si scontra con Bane che è giovane e muscolato e ne esce con la schiena rotta.
Finisce all'inferno e risorge.
Alla gente non gliene importa niente di come ha fatto a tornare a casa a piedi dall'Afganistan, né di come mai improvvisamente diventa più forte dell'avversario, né di come riesce a salvarsi da una bomba al neutrone ( o al neutrino.... non ho capito bene) che gli esplode sotto le chiappe.
L'importante è che sia caduto e risorto.
Si dirà che quello dell'eroe che ottiene la vittoria dopo essere sceso agli inferi è un archetipo, un simbolo che vive, da sempre, nell'immaginario dell'essere umano: il nostro inconscio lo riconosce e lo fa "agire" stimolando le emozioni e favorendo l'immedesimazione in Batman.
Ma sarà davvero così?
Vedendo il film per la seconda volta mi sono accorto che l'Eroe vero è il cattivo, Bane.



Bane non ha secondi fine, non ha nessun interesse personale. Lotta contro l'ingiustizia ed è disposto ad immolarsi per un ideale.
Gli sceneggiatori hanno pure inserito una scena in cui Bane dimostra la sua bontà e il suo amore innocente, puro per Miranda/Talia, ma nessuno, mai parteggerà per lui.
Perché questo film ha così successo? Perché mostra la caduta e la risurrezione di un Eroe?
Non sarà invece che sottobanco smercia altri valori?
Batman, che possiede una fabbrica di armi, è bizzoso, orgoglioso, arrogante, ricco da far paura e si tromba pure le donne più belle del film che, vestite dichiaratamente come donne oggetto, si concedono per soldi e per interesse.
Ma soprattutto, pare che scenda in campo al solo scopo di dimostrare di essere lui il più forte.
Il dio della nostra epoca non è il denaro, è l'Ego.



Io ho sicuramente dei problemi di comprensione della realtà grossolana.
Ma, visto che pratico, studio e insegno Yoga, mi viene da chiedere: gli altri capiscono veramente di cosa si parla quando si discute di stato naturale, spontaneità, annichilimento dell'ego, comprensione delle emozioni negative?


lunedì 6 gennaio 2014

LO YOGA FA MALE



Non praticate yoga! Lo yoga fa male.
No, non sto dicendo di non praticare asana, o di non fare esercizi respiratori, per carità: gli asana rinvigoriscono il corpo, e le tecniche respiratorie allontanano le malattie di gola e polmoni.
Cercate però di non cadere nella tentazione di praticare per davvero quello yoga di cui parlano le Upanishad e gli inni vedici, quello che in teoria dovrebbe condurre all'illuminazione.
Fuggitelo come la peste!
Distrugge i rapporti interpersonali, scatena invidie e gelosie, ed è potenzialmente pericoloso per la struttura stessa della società.
Il primo pericolo sta nelle basi teoretiche, lo yoga non va d'accordo con le religioni, non si pone neppure il problema dell'esistenza di Dio e le religioni sono la struttura portante della nostra civiltà:

....c'era un ondeggiare, prima dell'inizio, era forse un Oceano? “- recita più o meno il canto della creazione del Rig Veda (X, 129, mi pare) - “... che ci sia stato o no un creatore forse qualche saggio può dirlo e forse no....”

È l'uomo, nei Veda a creare le divinità, perché tutto l'universo è racchiuso nel cuore dell'Essere umano!
Non è bello, a pensarci bene.
Si rimane orfani, nudi di fronte alle forze A-morali, e quindi impietose, della natura.
Non c'è nessun dio da ringraziare se le cose vanno bene, né un demone da maledire se la fortuna ci mostra, sbeffeggiandoci, il fondo-schiena.
C'è solo l'Uomo e, dinanzi a lui, l'Universo, il piccolo e l'infinitamente grande che devono sciogliersi l'un nell'altro.
Ed è terribile.
Le religioni (compresi il comunismo, il capitalismo, l'ecologismo... ) ci cibano di sogni e speranze, decidono per noi cosa è giusto o sbagliato, ci confortano, ci fanno sentire parte di un esercito che lotta per il bene e la luce e sono pronte a perdonarci se per caso parteggiavamo per la parte sbagliata.
Senza religione siamo soli.
Questo non significa che non si possa parlare di ciò che è scritto nei Veda.
Anzi, se durante qualche riunione conviviale citate, senza esagerare, qualche passo delle Upanishad, passerete per eruditi o sapienti e riscuoterete il plauso di amici e conoscenti.
L'importante è che non crediate a ciò che dite e, soprattutto, che non vi venga in mente di mettere in pratica ciò che dicono le Upanishad.
Se proprio non ce la fate, se avvertite l'impulso irresistibile di comprendere veramente gli insegnamenti dei Rishi e dei Guru del passato, sappiate che state imboccando una via senza ritorno.




Lo yoga, quello vero, si basa sulla “Purificazione della Memoria”.
Traduco con Memoria  la parola Citta, anche se non è propriamente esatto.
Citta è l'insieme di sovrastrutture che per motivi abbastanza misteriosi, si coagulano attorno al nucleo, puro ed "essenziato" di desiderio, delle energie della creazione.
Citta, è la Memoria dell'Uomo civilizzato.
L'identità individuale, la famiglia, la società, l'idea stessa del mondo che la nostra mente ricrea ad ogni istante, sono sovrastrutture.
Provate ad eliminarle per davvero e i vostri cari vi considereranno un estraneo, gli amici vi piglieranno per un pazzo e la comunità civile cercherà di espellere voi e le vostre parole come se foste una spina che ha fatto pus.
Non esponetevi e se non potete farne a meno, moderatevi.
Parlare di non possessività, di non aggressività, di distacco e comprensione delle emozioni negative di questi tempi fa simpatia.
Se poi infilate qua e là una citazione del Dalai Lama, di Ramana Maharishi, di Tagore o Gibran il successo sarà assicurato.
Ma mi raccomando: fatelo perché volete riscuotere il plauso altrui!
Se non volete essere trattati come folli o criminali, abbandonati dalla famiglia o ricoverati, “per il vostro bene”, in qualche clinica dal nome esotico, dovete sempre fingere di avere dei secondi fini.


Intendiamoci: non dovete dichiarare apertamente di aspirare al successo, al denaro o a farvi il maggior numero possibile di donne o uomini, ma cercate, con astuzia, di insinuare in chi vi è vicino il sospetto che stiate agendo per ingrossare il vostro ego o il vostro conto in banca.
Gli esseri umani civilizzati adorano i difetti altrui.
La stragrande maggioranza delle donne e degli uomini del nostro tempo, convive con le proprie meschinità, passa il tempo a nasconderle, a osservarle o a “lavorarci su”.
Se voi parlate di “Giusta Azione” o di “Non Identificazione nell'Ego” i vostri simili cominceranno immediatamente a cercare delle contraddizioni tra il vostro dire e il vostro fare e, paradossalmente, quando le troveranno saranno felici e soddisfatti: vi riconosceranno come simili a loro, vi capiranno.
Nella malaugurata ipotesi che le vostre parole e azioni siano l'effetto della pratica e di una qualche effettiva realizzazione, se volete salvare la pelle mostratevi fragili.
Confidate a chi vi sta vicino le vostre incertezze. 
Sottovoce e guardando per terra (o verso sinistra: i manuali di psicologia spicciola dicono che chi guarda a destra inventa...) confessate di non sapere se credete davvero a ciò che dite, di aver paura o di aver desiderato soldi, successo e sesso ecc. ecc...
Mostrate le vostre debolezze, non importa se vere o inventate, e date segni di sofferenza.
Alcuni, si allontaneranno, ma i più vi adoreranno, soprattutto se la natura vi ha donato un bell'aspetto e un minimo di carisma.
L'essere umano odia la perfezione in chi ama.
La parola d'ordine è mentire, soprattutto se si parla di verità.
Se volete praticare veramente yoga e non siete abbastanza ricchi da permettervi un ritiro dorato ai Caraibi o sulle montagne innevate del Tibet, dovete imparare l'arte della menzogna, altrimenti sarete isolati, umiliati e trattati, nel migliore dei casi, come mostri insensibili ed egotici,
Lo so che sembra assurdo, ma dovete considerate che i miti, gli eroi della nostra società, non sono i realizzati, ma gli sconfitti che risorgono per affermare la loro individualità o muoiono nel tentativo di affermarla.
Ricordatevi che all'acrobata perfetto che vola come un angelo il pubblico preferisce quello che cade e soffrendo le pene dell'inferno, risale sul trapezio. Non importa che sia più goffo dell'altro, l'importante è che sia caduto, che abbia mostrato le sue debolezze, che sia “simile a noi”.



Nella pratica dello yoga “il cammino è pervaso di stupore e meraviglia” e questo stupore e questa meraviglia sono legati ad esperienze sconosciute alla maggior parte degli esseri umani. 
È possibile secondo voi condividere un'esperienza con chi non l'ha vissuta?
Se poi, come accade più spesso di ciò che si crede, l'esperienza si accompagna allo sviluppo di certi talenti o poteri, son dolori.
Lo scioglimento del nodo del cuore, ad esempio conduce all'identificazione con l'io di sogno.
Tra la realtà di veglia e quella onirica sembra non vi sia più differenza, e si percepisce un mondo diverso , più luminoso, più colorato, più “sottile”.
I lacci che ci legano alla vita quotidiana ed impediscono, nello stato ordinario, la completa espressione della nostra Persona, si allentano.
L'Io di sogno parla la lingua dell'Arte, dei miti, delle favole: dategli un paio di scarpette rosse e danzerà come il Nataraja, un pennello di cinghiale e dipingerà universi nel palmo della mano, una zanna di elefante nano e scriverà la Baghavat Gita.
Bello, ma se non fate attenzione sarà l'inizio dell'inferno.
Immaginate di trovarvi davanti ad un pianoforte.
Poggiate le mani, sui tasti, li accarezzate ed ecco che, senza preavviso, vi fate strumento delle forze della creazione: le note si rincorrono l'un l'altra senza logica apparente, per creare infine architetture meravigliose, melodie inascoltate e familiari insieme, come tutto ciò che è bello in sé.
Se siete da soli o in compagnia di sconosciuti, poco male, ma se il vostro compagno/a musicista ( o vostro figlio/a o il miglior amico/a) assiste al prodigio finirà per odiarvi.
Magari sono trent'anni che cerca di comporre un brano decente, e studia, si allena, suda sangue per cinque sei ore al giorno su quella maledetta tastiera e voi, belli belli, senza neppure rendervi conto di ciò che fate, gli sbattete in faccia la sua mediocrità!
Non vuole invidiarvi perché vi ama, e più vi ama più si sentirà in colpa per i suoi pensieri. 
Alla fine l'amore si tramuterà in odio, gelido, profondo, incontenibile.
E la colpa sarà solo vostra.
La situazione peggiore si crea quando, per mestiere o investitura divina, vi trovate a insegnare Yoga.
Se vi chiedono di partecipare ad un incontro pubblico o di tenere una conferenza e avete già vissuto l'esperienza dell'annichilimento o dell'assopimento dell'ego, rifiutate l'invito.
Inventatevi una zia malata, un voto del silenzio o qualche essere luminoso che vi è venuto in sogno per ordinarvi di non insegnare.
E se proprio non potete farne a meno, mentite agli allievi e agli ascoltatori.
La maggior parte dei praticanti di yoga non ha nessuna intenzione di avvicinarsi al vero Yoga, quello dei Veda e delle Upanishad.
Vuole conferme e rassicurazioni, per cui, con accortezza, dovrete trovare la maniera di dire ciò che si aspettano da voi, non ciò che è.
Se affrontate l'argomento dell'Eterno Presente, p. e., non dovrete mai e poi mai dar l'idea di vivere davvero nell'istante: sappiate che l'essere umano civilizzato vive esclusivamente di ricordi e di speranze.
Parlate pure dell'infinito flusso del Divenire e dell'Identità tra Principio statico e Principio dinamico, ma poneteli come lontanissimi, se non irraggiungibili, traguardi.
Parlate di Karma Yoga, di lavoro quotidiano, di accettazione della realtà.
Se in allievi e ascoltatori sorgesse il sospetto che voi siate davvero dei realizzati vi sbranerebbero.
Mostratevi simpaticamente ansiosi, timidi, insicuri.
Gli altri si sentiranno come voi o superiori a voi, e questo vi assicurerà il successo (anche se non vi interessa), ma, soprattutto non trasformerà la vostra vita in un inferno.



Ricapitolando:
cercate di non praticare yoga, quello vero, delle Upanishad.
Se proprio non ce la fate a trattenervi, almeno evitate di affrontare, in pubblico. gli argomenti più spinosi.
Mai parlare della guerra, ad esempio, se non in termini negativi: per uno Yogin la guerra è un flusso di emozioni negative, inevitabile, che ha la stessa valenza di un ciclone o un terremoto.
Mai parlare di sesso, se non facendo i vaghi: i Veda sono sboccatissimi, trattano il piacere e gli organi sessuali con una naturalezza che mal si adatta ai nostri costumi.
Mai parlare di droghe: la maggior parte dei rishi e degli yogin del passato oggi sarebbe in stato d'arresto per consumo e spaccio di stupefacenti.
Mai parlare di reincarnazione, se non strizzando l'occhio alla New Age e all'Ipnosi regressiva.
Mai parlare di alimentazione per non turbare i sonni di vegani e vegetariani.
Se poi avete avuto la disavventura di vivere quelle esperienze di identità con l'Universo di cui parlano le scritture, negate, negate, negate.
Distruggete le prove e nascondete le eventuali realizzazioni.
Anche se la situazione è grave potete ancora farcela.
Vivete uno stato di beatitudine e di distacco dalle emozioni negative? 
Fingete dei drammi esistenziali, allenatevi a litigare con il tassista o a fingere un attrazione insana per i glutei di Rosy, la sciampista, o del benzinaio dell'Agip.
Fatevi sorprendere, mentre parlate dell'Amore che nulla pretende, a guardare con occhio lubrico la Rosy, inventatevi una dipendenza da salsicce e organizzate dei gruppi di ascolto per La Prova del Cuoco.
Mostratevi, con moderazione, fragili, deboli, insicuri, nevrotici.
Farete simpatia, vi considereranno un buon comunicatore e magari, se siete poveri, avrete quel successo economico che vi permetterà di finire i vostri giorni in qualche luogo protetto dove, finalmente, potrete smetterla di far finta di essere normali.

sabato 4 gennaio 2014

HATHA YOGA - LA DANZA DEGLI DEI


Lo Hatha Yoga è una danza
I movimenti dello Yogin devono sempre essere morbidi ed eleganti, come quelli di un serpente che, lentamente, svolge le sue spire. L'āsana (la postura) deve essere assunto senza sforzo, con la naturale eleganza del gatto di casa che, risvegliato dall'odore del cibo, balza giù dal divano e si stiracchia la schiena. 
Il gesto dello Yogin DEVE essere bello. E questo non per rincorrere un qualche astratto ideale estetico, ma per una necessità pratica: la tensione muscolare rende difficile, se non impossibile, la percezione della circolazione delle energie sottili ("sottili come il filo del ragno", si legge nei testi tantrici) e senza percezione e utilizzazione delle correnti energetiche, le kriyā, non si può parlare di yoga. 

Piccola parentesi: la parola क्रिया kriyā, che significa "tecnica operativa", "azione","performance", nello yoga sta ad indicare il "lavoro" che si deve effettuare durante la pratica di un āsana o di una sequenza, per renderle efficaci, ed è femminile: la kriyā
In Italia, nelle scuole di Yoga, nei libri, sui siti internet specializzati, si volge quasi sempre al maschile, "il kriya" o " i kriya". 
Potrebbe sembrare un'errore di poco conto, una sciocchezza, ma, non lo è. 
Per il sanātana dharma (la "Filosofia perenne" che sta alla base dello Yoga) tutto ciò che è relativo all'azione, o è causa "efficiente" di un'azione, è femminile. Come femminile è l'energia che muove l'universo (la dea o śakti). Senza la dea śiva, che rappresenta la "manifestazione", è un "uomo morto" , il mahāpreta, o "grande defunto". 

 

La kriyā è, sul piano della pratica fisica l'equivalente della dea ("è" la dea), mentre l'āsana ( termine neutro, che, secondo me, sarebbe corretto volgere al maschile: "lo āsana" e "gli āsana") è l'equivalente di śiva mahāpreta, un forma vuota, che solo la dea può riempire di forza vitale. rendendolo una "forma danzante" 

 

Lo Hatha Yoga è una danza e gli āsana vanno praticati con morbidezza e fluidità, senza inutili tensioni muscolari. Per comprenderne il motivo basta immaginare i canali in cui circola l'energia sottile (le nāḍī, rappresentate, simbolicamente dai petali dei cakra) come dei tubi morbidi e sottili: la massa muscolare e le tensioni comprimono i tubi, impedendo il libero fluire delle energie (i vāyu, la cui frequenza vibratoria è invece rappresentata dalle sillabe sanscrite inscritte nei petali dei cakra), mentre una condizione di piacevole rilassamento (sukha in sanscrito) ne favorisce la circolazione. 

 
Il raggiungimento del rilassamento muscolare e della scioltezza delle articolazioni sono il primo passo della pratica dello Hatha Yoga, l'ABC: senza rilassamento e scioltezza non è possibile ottenere quell'eleganza e quella fluidità dei movimenti che, secondo me, devono sempre caratterizzare la pratica degli āsana e delle sequenze. 
Questo non significa che lo scopo della pratica debba essere la ricerca della bellezza o della perfezione del gesto, ma se si pratica davvero (ovvero se si assumono gli āsana con le giuste kriyā dopo aver messo sotto controllo respiro, postura e condizione mentale) la naturale eleganza dello Hatha Yoga "insorge come un fiore che sboccia" 

 

Spesso, negli anni, alcuni allievi e colleghi insegnanti mi hanno fatto notare che la mia "fissazione" per la morbidezza, l'eleganza e la fluidità, più che dalla pratica dello HathaYoga poteva derivare dalla mia esperienza di danzatore e coreografo. 
Un fondo di verità potrebbe esserci visto che mi sono guadagnato da vivere per qualche decennio lavorando nelle compagnie teatrali e nei teatri lirici, ma studiando e praticando con maestri e istruttori orientali mi sono convinto che lo Yoga è veramente una danza, anzi Yoga e Danza agli inizi erano una cosa sola, il NATYA YOGA di Nandikesvara, Patanjali e Tirumular. 

 

Qualche giorno fa un amico francese che si occupa di documentari mi ha fatto avere due filmati su Krishnamacharya [su You tube potete trovare " Krishnamacharya - Yoga Film (1938)"]. Per chi non lo conoscesse Krishnamacharya è il padre dello Yoga moderno: è stato lui a insegnare per la prima volta il "Saluto al Sole" come lo conosciamo adesso e da lui, tramite i figli e il genero, provengono l'Ashtanga Yoga e lo Yoga Ijengar. 
Mi sono divertito a "montare" (con Windows Movie Maker) alcune sequenze di posizioni di Krishnamacharya assieme a delle riprese che mi ha fatto mia figlia Francesca la scorsa primavera, durante una lezione di Yoga alla New Energy di Roma. 
Secondo me il video parla da solo...... 
Nei titoli di coda ho aggiunto una chicca: la moglie di Krishnamacharya che pratica degli asana "in apertura" con le stesse modalità e la stessa fluidità con cui si riscaldano i danzatori contemporanei... 
C'è poco da fare........."Lo Yoga è danza

"LA DANZA DEGLI DEI" 




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