lunedì 16 giugno 2014

LA BEATITUDINE DEL CORPO E IL DIO OLTRE I CONFINI




"yogo bhogāyate sākshāt duṣkṛtam sukritāyate 
mokṣāyate hi samsārah kauladharme kuleśvari" 
 (Kulārnava Tantra) 

Per il Tantrismo lo Yoga è godimento sensuale [yogo bhogāyate], e il piacere trasforma il mondo empirico, l'esistenza terrena, in un luogo di liberazione.
Suona strano peer chi è abituato a pensare allo Yoga  come distacco e controllo delle passioni, ma, secondo me,  se si leggessero con attenzione i primi canti dei Veda e le prime Upanishad si scoprirebbe che la realizzazione è la comprensione dell'identità di Essere e Divenire, di Nirvana e Samsara, diversi tra loro "come il mare e l'onda". Due facce della stessa moneta,insomma.
La natura dell'essere umano è ānanda, beatitudine suprema, uno stato che coincide con la libera comunicazione tra ambiente interno (CITTA AKASHA) e Universo (MAHA AKASHA), ma c'è un qualcosa, un blocco, una specie di peccato originale, forse,  che ci impedisce di vivere pienamente.
Al di là di tutte le teorie e le interpretazioni psicologiche e filosofiche, ciò che ci impedisce di "indossare" la vita terrena con la "dignità" che ci spetterebbe, è un errore di sintassi.





Sto parlando, dal mio punto di vista di yogin nato in occidente, sia di errori dovuti allo sviluppo, contemporaneo, e interdipendente, della società e dell'immaginario collettivo, sia di banali errori di interpretazione dei testi vedici.
Il linguaggio dello Yoga (e dell'Arte) è quello dei sogni e delle coincidenze significative;
si basa sull'intuizione e procede per analogie e balzi improvvisi senza tener conto delle categorie di spazio e tempo.
Il riferimento ultimo è l'universo e le lettere  dell'alfabeto universale sono le forze primarie della creazione: il Fuoco, l'Acqua, la Terra, il Vento e lo Spazio che tutto contiene.
Ognuna di queste forze o energie è a sua volta una rappresentazione "artistica" di vibrazioni o note musicali che vengono riconosciute come modificazioni della vibrazione primaria, ciò che chiamiamo .
Energia allo stato puro, incontaminata, libera, "A-MORALE" e "A-LOGICA".
Le leggi umane, gli schemi di interpretazione, le categorie che crediamo eterne e assolute, nascono dopo, con la civiltà, e danno a questa energia A-MORALE e A-LOGICA una connotazione ora positiva ora negativa. 
L'acqua che ci disseta e rinfresca nell'afa estiva è la stessa che devasta i nostri campi.
Il fuoco che rallegra e riscalda è lo stesso che riduce in cenere le nostre case e i corpi dei nostri cari.
La natura non segue le nostre leggi, non rispetta né l'individuo né le relazioni grazie alle quali l'individualità prospera e trova giustificazioni alla sua stessa esistenza e questo per l'essere umano civilizzato è destabilizzante.
Non si tratta di un processo recente: le continue lotte tra Asura e Deva di cui abbonda la letteratura vedica testimoniano che si tratta di dinamiche antiche ed irrisolte.


 A prescindere dalle eventuali corrispondenze storiche (per alcuni i Devasarebbero gli invasori Arii e gli Asura le popolazioni originarie dell'India) le epiche battaglie tra "Angeli e Demoni" narrate dai poeti indiani ci raccontano gli sforzi dell'uomo civilizzato di controllare e indirizzare le energie della natura, tentando di porsi, così, al di fuori della Natura stessa.
La parola āsura, o asura che nella nostra cultura figlia del dualismo platonico e cristiano, viene tradotta con demone, demoniaco, infernale, in principio significava "divino" e indicava, anche, il sole.
Gli Asura sono le forze della Natura, figli e manifestazioni della Dea senza nome.
Sono coloro che "esistono" (ASte), "sono", "rimangono", a prescindere dalle idee e dalle vicende umane.
Sono fuori di noi e, assieme dentro di noi.
Anzi rappresentano il nucleo fondamentale, il seme di ciò che chiamiamo vita.
Nel profondo del nostro animo, nelle acque limacciose dell'inconscio, dormono le forze primarie della natura: Terra, Acqua, Fuoco, Aria, Spazio.
Forze meravigliose e spaventose assieme.
Le costruzioni della mente umana, i legami familiari, sociali, culturali, sono le catene con cui cerchiamo di imprigionarle.
Qualche volta emergono in superficie e sbocciano come stelle luminose nell'animo degli artisti o degli innamorati, generando pura Bellezza.
Le melodie che innalzano lo spirito, i tratti di pennello che rapiscono il cuore, i baci che rinnovano il desiderio sono sempre il riflesso dell'infinita potenzialità creativa delle forze primarie dell'Universo.
Altre volte, quando tentiamo con troppa foga di tenerle a bada, le forze della natura esplodono in forma di  Odio e Rabbia, Invidia e Gelosia, Brama  di Possesso, Orgoglio e Presunzione, Ignoranza.
Sono queste le emozioni negative, i cinque veleni che l'India induista e buddista ci ha insegnato a riconoscere nelle cinque teste di Shiva o nei cinque Dhyani Buddha.
L'Odio  è l'elemento Acqua così come l'Invidia è l'elemento Aria, la Brama il Fuoco, l'Orgoglio, la Terra e l'Ignoranza lo Spazio.
E così come l'Amore è il padre di tutto ciò che è Bellezza e Armonia, i Cinque veleni vengono generati dalla PAURA.
La paura dell'Ego che si sente minacciato da tutto ciò che ha il sapore dell'Universale e dell'Eterno.
I maestri dei Veda lo sapevano, conoscevano i segreti dei moti psichici e la loro simmetria con i moti universali.
Hanno assistito al desiderio dell'essere umano di crearsi dei limiti, costruendo case, città, comunità legate da comuni tratti somatici o da leggende nate attorno ai focolari nelle notte d'inverno e, consci dei pericoli insiti nello mitizzazione della personalità individuale (che trae dalle forze primarie gli aspetti più nefasti), hanno messo gli Asura, le forze della natura, al di là dei confini, nelle foreste e nelle notti popolate da bestie, gnomi e spiritelli alati.
Gli Asura vengono cacciati dalle città, ma i nuovi dei, ingioiellati e ben vestiti, non erano sufficienti a garantire la felicità, la beatitudine suprema che di diritto spetta all'essere umano e così ad indicare la via della Liberazione viene messo, [sia nell'induismo che nel buddhismo sotto forma di MahakaalShiva, il distruttore, il danzatore sacro che anela a null'altro che ad unirsi con la Grande Dea.
Shiva, tra gli dei dell'olimpo vedico, è l'unico a non aver casa. va in giro nudo (coperto appena da un perizoma di pelle di tigre) si adorna di serpenti in guisa di gioielli, beve in un cranio svuotato, fuma marijuana: è un Asura e, insieme, il dio supremo (Shiva Hara) che insegna agli esseri umani lo Hatha Yoga.
Shiva è il DIO OLTRE I CONFINI.



Ma torniamo agli errori di sintassi e  di comprensione.
La liberazione di cui si parla nello Yoga coincide con la libera comunicazione tra "ambiente interno e ambiente esterno".
La pratica yogica sarà quindi la via per rimuovere i blocchi psicofisici che impediscono la comunicazione.
Per rimuovere questi blocchi bisogna prima imparare il "linguaggio degli Dei".
Un linguaggio che è dentro di noi, sommerso nelle acque dell'inconscio.
I simboli con cui si esprime sono i riflessi delle energie primarie, basterebbe dare un'occhiata, in teoria, ma le sovrastrutture culturali si sono accumulate al nostro interno nascondendo sotto gli strati dell'immaginario collettivo i segni originari.
Nell'inconscio dell'uomo comune Totti o Belen Rodriguez sono simboli più vivi e attivi di Shiva e Parvati, ed il ripetere i nomi del Nataraja e della sua sposa, o mostrarne le effigi non sarà certo sufficiente a risvegliare le coscienze.




Se l'Illuminazione è la totale comunicazione e la conseguente identificazione con l'Universo e se la comunicazione avviene  in tre fasi, SINTASSI-COMPRENSIONE-PRAGMATICA, noi non avendo modo di riconoscere il linguaggio yogico, rischiamo di fermarci alla prima fase, sguazzando tra simboli senza vita e sepolcri imbiancati. 
A meno che, come dicono alcuni, non ci affidiamo alla Tradizione, ovvero agli insegnamenti di maestri e istruttori che si rifanno, o dicono di rifarsi, ai Veda. 
Paradossalmente spesso i problemi veri cominciano a questo punto. 
Visto che la cultura dominante (termine trito e ritrito, diciamo quello che piace alla maggior parte delle persone) è basata sull'apparire, i nuovi/vecchi maestri tradizionali vedono come negativo o non importante  tutto ciò che rientra nella sfera del sensibile.
L'esperienza del godimento sensoriale diventa un limite alla conoscenza e ciò che riguarda la passione e il desiderio viene (non sempre ma quasi) catalogato come inutile, dannoso, negativo.
Se bisogna guardare al nostro interno, dicono costoro, è meglio distaccarsi da tutto ciò che è "esterno".
A pelle questo dualismo tra spirito e materia, tra corpo e anima non mi è mai piaciuto.
Il rifiuto del corpo, considerato un inutile sacco pieno di sangue, urina e feci da molti dei miei conoscenti buddisti, neo advaita o neoplatonici mi è sempre suonato stonato come una campana di latta.
E quando hanno cercato di convincermi citando le parole dei maestri del passato, da Buddha a Shankara a Ramana Maharishi, ho sempre storto un po' il naso.
Visto che tutti coloro che, nello yoga, si pongono come Maestri illuminati o discepoli di maestri illuminati, si rifanno (o dicono di rifarsi) ai quattro libroni dei Veda mi sono rivolto a quelli.
Ho letto poco, per adesso, ma quel poco mi ha fatto sorgere una domanda: 
i maestri che parlano di corpo come tomba dell'anima e di yoga come distacco dal godimento sensuale hanno mai letto i veda?


Ciò che io ho trovato sconvolgente e straordinario probabilmente in chi non ha il mio stesso interesse per la filosofia vedantica non sortirà gli stessi effetti. provo comunque a spiegarmi nella maniera più chiara possibile.
 In quarant'anni di studio e pratica dello yoga ho preso confidenza con una serie di termini e concetti come Manas, Buddhi, Jnana ecc. considerati fondamentali per la comprensione dello yoga.
In particolare Manas, o meglio la sua sospensione o il suo annichilimento è la chiave di volta dell'architettura yogica.
Prendo il Glossario sanscrito  delle edizioni dell'Ashram Vidya:

Manas: [...] mente individuata ed empirica, dotata di capacità razionale analitica[...] coscienza empirica, il pensiero individuato di ordine formale.

Il manas sarebbe quindi un qualcosa che appartiene all'individuo e che è responsabile della visione soggettiva del mondo. Vediamo che ne dicono i Veda:

nāsadāsīyasūkta 4 (RV, X, 129)

"kāmas [...] manaso retaḥ prathamaṃ

ovvero "la prima cosa ad essere generata dal manas fu kāma".



Il nāsadāsīyasūkta è l'inno vedico della creazione.
Descrive l'Oceano nero di prima dell'inizio, senza giorno né notte, senza morte né immortalità. Una immensità A-LOGICA racchiusa nello "SPAZIO ESIGUO DEL CUORE UMANO"!
Ad un tratto senza un come e un perché in quell'oceano si riversa il desiderio, kāma, la prima cosa ad essere generata dal manas che non è come comunemente si crede, la mente, ma è il nucleo delle emozioni primarie.
L'universo dei veda nasce nel cuore dell'uomo dal turbinio della passione e del desiderio.
C'è una connotazione emotiva che accompagna tutte le fasi della creazione e che, quindi, non può non accompagnare la via a ritroso dello Yoga.
Una via costellata di stupore e meraviglia, scandita dai samadhi, gli stati estatici comuni agli yogin, agli artisti e agli amanti.
Per comunicare con l'universo bisogna essere capaci di liberare le emozioni e di riversare il desiderio dentro di noi e fuori di noi, nei nostri pensieri  e nelle nostre azioni.
Le lettere dell'alfabeto della creazione sono le emozioni che producono la spinta al godimento sensoriale e da questo vengono nutrite: senza Bogha (o godimento sensoriale) non c'è Yoga e senza Yoga non c'è Bogha.

giovedì 12 giugno 2014

LA LUNA, LA MADRE E GLI ANGELI

In questo periodo molto particolare, di atmosfere oniriche e coincidenze significative, di timori e meraviglia, mi sembra di vedere dei segni importanti, delle Fessure nella trama della realtà, in ogni evento. 
Sarà il caldo, sarà la suggestione. 
Gianni, mio amico e compagno di yoga e di esperienze al limite del paranormale, mi ha mandato il testo di un'intervista ad un Lama, Geshe Gedun Tharchin. La prima reazione, dopo aver letto è stata: -"E allora?"-
Il lama dice più o meno le solite cose che dicono i buddisti: l'imparmanenza, il pensiero della Morte, il bene e il male che sono inseparabili e via discorrendo.
Poi all'improvviso, il nome Gedun Tharchin mi ha dato una bella strigliata alle sinapsi, e sono tornato indietro di 14 anni, alla luna piena di Giugno del 2000.




Avevo incontrato il Geshe, (che più o meno significa "colui che fa chiarezza"), prima di una serie di manifestazioni di teatro, tra virgolette, "sacro", che stavo organizzando sul Lago di Bracciano. 
Mi regalò due manoscritti, mi dette dei consigli e mi mise in contatto con un monaco che aveva sposato un'italiana in attesa un bambino. 
Organizzammo una cerimonia del mandala, un mandala fatto di fiori, alla torre degli Anguillara. 


Poi, nella chiesa medioevale di San Francesco, mettemmo in scena uno spettacolo assurdo che avevo scritto io, sui quattro vangeli. 
Strana Roba. 
C'erano Ninad, il percussionista, e Caterina, la danzatrice, che qualche anno prima, con i quali avevo condiviso l'esperienza dei formazione con i tibetani. 
C'erano Stefano, un gurdjeviano, Enzo, un teatrante che aveva a che fare con un gruppo esoterico balinese, una cantante lirica, la mia ex moglie e la mia figlia maggiore. 
E c'erano delle altre danzatrici. 


Strana roba davvero: io facevo l'angelo e c'era una serie di coreografie e di racconti presi dai vangeli. 
Il momento culminante era una improvvisazione di voce, gesto e percussioni sui 72 nomi degli angeli, recitati e cantati come mantra. 
Caterina, la mia ex moglie e la figlia maggiore interpretavano le tre donne, tre aspetti della divinità femminile. 
La Madre, l'Amante , la Figlia , forse. 
L'effetto dello spettacolo, nella piccola chiesa in tufo, fu lisergico. 

Divenne un rito. 
Faceva caldo, come adesso, e come adesso c'era la luna piena di giugno. 
Attori e pubblico entrarono in uno stato particolare, direi meditativo. 

 

Non so se le foto danno l'idea dell'energia che circolava. 
Sembrava di vivere contemporaneamente nello stato di sogno e nello stato di veglia. 
Il giorno dopo ci sentivamo strani, qualcuno aveva la febbre, tutti avvertivano uno stato particolare, tra cuore e testa, come se qualche strana forza ci impedisse di pensare nella maniera consueta. 
Suggestione, probabilmente, o magari un casuale (?) collegamento con un qualcosa di antico, qualcosa che aveva a che fare con i simboli della Madre. 
Roba strana, comunque.

lunedì 9 giugno 2014

IL SORRISO DELLA DEA E IL VELENO SUPREMO


"Non c'è più giorno per me, né notte.
Ho ridato il sonno a Colei cui apparteneva.
Ho mandato il sonno a dormire per sempre.
Amo la Tua oscura bellezza
il battito del Tuo cuore, i capelli arruffati,
Ti amo e ti venero"
                 (Ramprasad Sen)


Il sorriso della Dea è la GRAZIA, l'energia sottile che muta la percezione.
Ciò che vedi lo vedi con gli occhi della Dea.
Ascolti con le Sue orecchie.
Senti con la sua pelle.
Il tuo corpo cambia, e così lo spazio.
Ogni gesto si fa danza.
Pare più morbido il corpo, fluido.
Come acqua che scorre.
Ogni gesto, ogni Asana sono preghiere dedicate alla Dea.
La dimensione del Tantra è tattile.
Una carezza interiore, un fremito sotto-pelle.
Abhinavagupta parla di effervescenza, la sensazione che milioni di bollicine di champagne tentino di uscire dai pori della pelle.
Sensazione  tattile, ma dal tatto, dall'aria, Il sorriso della Dea si diffonde nel corpo e nella mente e si entra in una dimensione altra.
Nello stato di sogno.
Non si tratta di una metafora. Lo stato di sogno è il territorio delle energie sottili.
Tutto è vibrazione nell'universo.
Anche pensieri, parole, immagini oniriche.
Prima di accedere allo stato di sogno occorre essere ben centrati stabili, ché un suono improvviso può farsi lama che dilania la carne e la mente, e un'emozione fossile,  una gioia rifiutata o un'offesa involontaria, può mutare il sogno in incubo.



Nello stato di sogno esistono leggi diverse dallo stato di veglia.
Prima di cercare il sorriso della Dea occorre sapere il gioco delle cinque energie e quello del Sole e della Luna interiori.
La Luna, le nadi di sinistra, sono il Corpo di Sogno, l'aspetto emotivo.
Il Sole, le nadi di destra, sono la misura, il ritmo.
I petali dei Cakra sono le nadi principali, le più facilmente percettibili, ma quando si lavora nel sogno, improvvisi emergono i marici, i raggi della creazione, la voce delle stelle.


I raggi della creazione sono infinitamente potenti.
Possono donarci l'Amrita, e farci uno con l'Universo.
Ma non si deve dimenticare che l'Amrita, l'elisir dell'Immortalità, si accompagna all'Halahala, il veleno supremo.
Il Fuoco che dà luce è lo stesso che divora.





Che il praticante, alla ricerca del Sorriso della Dea, ricordi sempre il Mito dell'Oceano di latte.
Si racconta che quando Dei ed Asura si misero a zangolare l'Oceano di Latte alla ricerca dell'Elisir, improvvisi si levarono i fumi del Veleno della manifestazione.
Caddero a terra, gli uni e gli altri,  in preda al terrore della morte.
Brahma chiamò Shiva in soccorso, e il Nataraja, senza pensarci due volte, inghiottì l'halahala, veleno troppo potente anche per lui.
Sarebbe morto il Dio Shiva, ma la Dea, in forma di Parvati,  gli strinse la gola e poi, in forma di Tara, lo mutò in un neonato e lo allattò, salvando lui e il mondo manifesto.




Dal mondo di sogno il veleno si può fare  parola e immagine, e rendere surreale il mondo di veglia...
Attraverso i canali squilibrati, troppo aperti, può impossessarsi della mente.
Se accade, che ogni gesto, ogni pensiero si rivolga alla Madre.
Solo il  suo sorriso, il latte del suo seno ridanno vita:  è la Maternità ad indicare la via per l'immortalità.

sabato 31 maggio 2014

KUNDALISHAKTI - CRONACHE DEL CENOBIO





Ci sono corsi e scuole di Yoga.
Ci sono chiese e istituzioni in cui si parla di Dio, di Essere e di ricerca della verità.
Ci sono poi dei gruppi ristretti di praticanti, che si rifanno a questo o a quel maestro, in cui spesso vige la regola della riservatezza o addirittura della segretezza.
A volte non parlare all'esterno è una forma di snobismo, altre un tentativo di creare un alone di mistero, sempre utile alle dinamiche del potere.
Altre ancora la riservatezza è una necessità perché ciò che si insegna e si sperimenta all'interno di quei gruppi riguarda, anche, una serie di stati particolari, di alterazioni percettive, che pur facendo parte dello Yoga (anzi ne sono un aspetto fondamentale) sono viste da molti come  fumo negli occhi.
Quello che segue è il resoconto fedele di un dialogo avvenuto in uno di quei gruppi.
Nel pubblicarlo non violo nessun vincolo di segretezza, quello che chiamavo, all'epoca, il mio "Riferimento", mi esortò a trascrivere e a rendere pubblici questo ad altri dialoghi, diciamo così, di Istruzione.
Ovviamente, per il rispetto della Privacy, ho usato degli pseudonimi.
penso che la lettura possa essere interessante sia per coloro che fanno o hanno fatto parte di certi gruppi o cenobi, sia per coloro che ne hanno solo una vaga idea frutto di suggestioni letterarie o cinematografiche.






Teatrante:

Devo parlarti, Autista.
E' venuto Kadosh a casa mia.
Mi racconta che ha avuto una strana esperienza notturna ...in parte l'ha raccontata nel Cenobio....e pensa che il responsabile sia io.
Si è svegliato scosso da forti corrente energetiche a mani, piedi, braccia e gambe.
Gli brucia la "corona".
Si è alzato ed ha notato che tutta la sua stanza e la sua casa erano blu.
Stava benissimo e aveva la sensazione che niente fosse impossibile.
il fenomeno, a quanto dice, è durato a lungo.
Dopo un paio di giorni si è svegliato nel mezzo della notte sentendo che la chiocciolina ...così percepisce il cakra... come me del resto... la fontanella che si apre.
Sente uno alla volta dall'alto in basso tutti i cakra e poi una corrente che dall'osso sacro sale fino alla nuca.
Non gli ho mai parlato veramente e con chiarezza della sensazione di Kundalishakti che sale, per evitare di suggestionarlo....ma la descrive come l'ho vissuta io anni fa..
esattamente come l'ho vissuta io.....



Autista:

Sono fenomenologie note;
sino a che rimangono sopportabili bene... sono anche interessanti.
Il senso di potenza va vissuto nel distacco.
Altra cosa:
molti aspiranti che vivono certi eventi si convincono poi che questi siano delle vere e proprie realizzazioni. 
Altri che vivono certe realizzazioni si convincono che queste determinino un cambiamento nella vita e che da quel momento la loro vita sarà diversa.
Certo, questo può accadere per un Ramana, ma lo stesso Ramakrishna continuò a fare il prete e così Plotino.
Il dharma prosegue così come il karma oramai attivato non recede: i doveri concernenti figli e moglie non svaniscono.
Spesso si vive in una consapevolezza mentre il corpo vive la contingenza.



Teatrante:

In un certo senso lo trovo doloroso quando parli di Ramana Ramakrishna e della loro purezza.
Le testimonianze di Ramana e Raphael o Samkara o... le immagini di Ramkrishna e di Sarada Devi ...devo dire che mi turbano...sembra che non vi sia spazio per la mente.
L'ascolto, lettura e la visione si accompagnono ad una specie di flusso ininterrotto ...devo dire che capita anche con B....
Leggendo di altri, pure grandissimi, comincia ad intervenire la mente.
Il flusso si interrompe.
La mente crea dubbi.




Autista:

Nei primi non c'è alcuna mente. 
In altri c'è la mente, talvolta elevatissima..


Teatrante:
Per tornare a Kadosh, mi ha chiesto di curargli un braccio che gli faceva male.
Ho respirato con le mani, il dolore è sparito.
Per me è normale.
Adesso lo è anche per lui.
Temo che di essermi esposto troppo.
Temo che abbia troppa fiducia in me...
Dopo un po' si è cominciato a a parlare di R. e del Dharma...
Il teatrante formulava domande, a raffica e Kadosh rispondeva.
Ho pensato di condurlo... anzi non è esatto ...ho sentito che era il momento per....
Gli ho fatto delle domande sull'Essere e sulla sua sensazione di esistere.
Ad un tratto mentre cercava di rispondere alle mie domande il suo sguardo è cambiato.
Ha acquisito una luce che ben conosco....
Gli ho detto che lo stato che esperiva in quel momento è ciò che Ueshiba definiva ponte di prima dell'inizio.
A metà tra lo stato di sogno e lo stato di veglia.
Ha risposto che si sentiva come nel sogno.
Ma era consapevole anche della veglia.
Era felice ed ha cominciato a valutare le piacevolezze di quello stato, che pure, in parte, lo spaventava.
Mi ha chiesto cosa gli avevo fatto e come.
Senza pensare gli ho risposto -"Che pensavi? che Platone fosse uno stolto?
la dialettica è una tecnica operativa
." -
Mi ha chiesto se era una cosa indotta o una specie di ipnosi,
Gli ho risposto che non dipendeva certo da me....
Come devo proseguire? 


Autista:

Né più nemmeno che come senti.
Mantenendolo però sempre qui e ora.
Sono tutti fenomeni o "sogni", pertanto non più reali di questi piani di esistenza;
ma se qui siamo incarnati è qui che "abbiamo da stare".



Teatrante:

Che gli devo dire? 



Autista:

Che sono alterazioni della coscienza abbastanza diffuse e di non perdercisi dietro più di tanto.
Ah! Anche di non usare la coscienza dei piani più elevati su questo piano.
Ciò che mostra il fallimento di una realizzazione incompleta è proprio il pontificare qui senza averne più la consapevolezza perché si è rimasti impigliati/incastrati altrove.
Il Divino non va solo raggiunto, va poi incarnato e portato giù.


Teatrante:

Lo devo indirizzare?




Autista:

Ciò che hai iniziato, va finito.



Teatrante:
Mah... credo che mi dovrei eclissare sparire per un po' evitare che pensi che io sia un maestro....



Autista:
Ma che dici?
Stolto.
Tu sei un Maestro. 
Tu hai dei discepoli cui stai insegnando. per loro sei un Maestro.
Tu sei il loro Maestro.
Tu sei un Maestro.
La teiera ti è stata mostrata affinché tu possa servire il thé agli assetati.
L'importante è che tu non lo pensi, ma per loro è importante pensarlo, anche perché è vero.


Teatrante:

Ma per favore !...
Non farmi ridere...
Tu ti rifiuti di essere chiamato maestro e lo gnomo teatrante dovrebbe pensare di esserlo.....
Ma siamo seri...sono solitamente di ottimo umore, ma questo detto da te ...Ma tu sei un Maestro! Mi fa sbellicare.
L'autista che afferma costantemente di non essere un maestro che dice che il teatrante è un maestro?
Ma dai!!!
Mi fa bene sapere che c'è qualcuno che mi prende in giro...
...Non so...



Autista:

Ogni tanto capita che non si sappia.




Teatrante:

Non...non sono un maestro!... Lo so...




Autista:
Non + non sono = sono
Una volta chiesero a XXX perché fosse venuto.
Rispose: "Per risvegliare i Maestri".


Teatrante:
No la verità è che sono un po' scosso da questa esperienza di Kadosh...
Faccio sogni che non mi appartengono...
Ieri sera ha sognato... era una visione in realtà.... Yogananda in piedi che rendeva omaggio a Ramana.
Poi ho sognato che, condotto da te, assumevo il crisma della guarigione direttamente da Cristo!
Evidentemente un sogno non mio ... cose di altri.
Non comprendo la via della Croce...
Non mi appartiene..



Autista:

Vedrai che molti ti useranno come emblema e simbolo onirico per il Sé.
Capiterà anche nel mondo di veglia.
E' oltre il tuo controllo.
Il Divino indossa le vesti che più ritiene adatte alle necessità del mondo.
Noi esistiamo solo per servire, impedendo alla mente di sentirsi artefice della sua opera. 



Teatrante:

Non starò diventando più pazzo di quanto sia già?




Autista:

Impazzire?
Sin quando si opera in armonia, servendo la vita, la pazzia non ferisce alcuno... lascia che la pazzia prosegua.
Il Cristo?
Dicono che sia sempre e solo un'unico Principio/Figlio Colui che discende.



Teatrante:

Ho sentito F.
Anche lui sta avendo un periodo di alterazione... Ha percezioni particolari per ciò che riguarda tempo e spazio.
Suggestione o naturale sviluppo?



Autista:
Suggestione o naturale sviluppo, se non vi aderisci e non te ne impadronisci, sono entrambi fenomeni da lasciar cadere.
Alcuni vanno guidati davanti allo specchio, mostrandoglielo.
Non tutti lo riconoscono.
Penso che un domani dovresti, anche con Kadosh, trovare una maniera di rendere pubblici questi dialoghi.
Sono tracce, potrebbe essere utile darne accesso.
Trascrivi i dialoghi e conservali.



Teatrante:

Lo sto già facendo... Comunque....
Quando mi sono accorto che Kadosh stava per "andare sul ponte di prima dell'inizio", ho provato una gioia che è ben lontana dal distacco .
La soddisfazione del padre che vede il figlio che arriva primo alla gara di corsa del liceo ...oddio...è un paragone del cavolo perché dello sport non mi importa niente, ma forse dà l'idea.....
Poi, dopo...una specie di complicità ammiccante...
Non so se è bene o male, ma il passaggio, chiamiamolo così, l'ho condotto consapevolmente....
Anzi ovviamente l'ha condotto lui, diciamo che ero consapevole di dove in qualche modo voleva arrivare.
E l'ho condotto solo con il dialogo.
La conversazione è stata più o meno questa - ho espunto tutta la parte iniziale in cui si parlava di Ramakrishna, Sarada Devi e Vivekananda.... Ma la conversazione è stato più o meno questa:

Kadosh: non sono qualificato.


Teatrante.: come fai a dirlo?


Kadosh: solo il samnyasin è qualificato perché rinuncia a tutto per l'aspirazione all'assoluto....


Teatrante: quindi tu sei stato un samnyasin e sai che solo il samnyasin aspira all'assoluto?


Kadosh: no...cioè forse sì ma ovviamente non lo ricordo.


Teatrante: chi non ricorda?


Kadosh: ma dai.... io.. Kadosh...


Teatrante: ma se sei stato un samnyasin in una vita precedente evidentemente non eri Kadosh...
Kadosh sei qui ed ora. o sbaglio?


Kadosh: si io sono Kadosh qui ed ora...


Teatrante: quindi sai di esistere, qui ed ora?


Kadosh: certo io sono Kadosh e so di essere Kadosh


Teatrante: quindi tu sai di esistere...bene.


Kadosh: ma certo che so di esistere.
io sono kadosh se mi chiedi se tu esisti che mi rispondi?


Teatrante: che "tu" esisti?


Kadosh: Kadosh esiste qui ed ora esattamente come questo tavolo. (sbatte il palmo sul tavolo)


Teatrante: vuoi dire che questo tavolo ha la coscienza di esistere come kadosh ha la coscienza di esistere?


Kadosh: no..però esiste.


Teatrante: ma esiste per te come per la mia amica P. che sta in Liguria e non ha mai visto questo tavolo?


Kadosh: certo esiste a prescindere.


Teatrante: ma se P. non sa che esiste questo tavolo , come può avere la coscienza dell'esistenza di questo tavolo?


Kadosh: non lo sa ma esiste.
c'è, guardalo..


Teatrante: ma la tua coscienza di questo tavolo è identica alla coscienza che il Teatrante ha di questo tavolo?


Kadosh: si...cioè non lo so...presumo di si.


Teatrante: ma tu e il tavolo fate parte del mondo di cui è cosciente Kadosh.
Giusto?

Kadosh: Certo .


Teatrante:ma tu quando sogni sei cosciente di essere Kadosh che sogna?


Kadosh: certo che lo sono.


Teatrante: ma se io entro nella stanza in cui dormi riesco ad essere cosciente del tuo sogno?


Kadosh: no.


Teatrante: perchè?


Kadosh: perchè il sogno è dentro di me.


Teatrante: allora Kadosh percepisce dentro di sè uomini donne, cose e li vive ed ha esperienze, fa l'amore mangia. ma il teatrante , anche se è lì accanto a lui non può vederle.


Kadosh: ma è chiaro!


Teatrante: dicevi di non avere l'aspirazione dell'assoluto.....come fai a dirlo?

Kadosh: perché...perché un rinunciatario vive solo per Dio... e allora vuol dire che ha l'aspirazione per Dio...
se avessi l'aspirazione per l'assoluto non penserei a sposarmi ad avere figli...

Teatrante: ma ognuno deve seguire il proprio dharma... non puoi mica seguire quello degli altri.


Kadosh: ma come si fa a discriminare il proprio dharma...


Teatrante:...tu sai discriminare benissimo!


Kadosh: io non so discriminare:


Teatrante: chi lo dice?


Kadosh: e dai non fare il Socrate... io non so discriminare.


Teatrante: perché sei qui a parlare con me e pensi che dietro B. e R. e Ramana ci sia qualcosa , la Tradizione, e non sei a parlare con M.[M. è un maestro di Ashtanga Yoga ... uno che dicono sia famoso]


Kadosh: ma dai... basta guardare lui e guardare te.


Teatrante: chi l'ha detto che basta? 
Basta per te.
Non pensi che sia discriminazione?


Kadosh: ma no...è evidente.


Teatrante: evidente per te.
Ma cosa è l'aspirazione all'assoluto?


Kadosh: è il desiderio di tornare da dove sono venuto?


Teatrante: tu Kadosh sei venuto da qualche parte... come dire un altro pianeta.


Kadosh: in un certo senso si.


Teatrante: vieni dall'essere cioè diciamo vieni da isvara?


Kadosh: si:


Teatrante: ahaah....


Kadosh: che vuoi dire..."Ahaah"?


Teatrante: quindi qui e Isvara sono due luoghi diversi?


Kadosh: si ...cioè no..


Teatrante: cioè?


Kadosh:va beh diciamo che l'essere è una sfera bianca ok?


Teatrante: sembra di ricordare l'abbia già detto Parmenide.....


Kadosh si si... va beh.. l'essere è una sfera bianca ed io sono un pallino nero sulla superficie e voglio tornare ad essere sfera...


Teatrante: ma se sei sfera perché vuoi tornare ad essere sfera?


Kadosh: perché ...perché ci sono altri pallini neri che mi ...che mi rompono le palle e ...


Teatrante: quindi i pallini neri sono diversi da te?


Kadosh: no.


Teatrante: e perchè ti vorrebbero rompere le palle se sono Te?



Kadosh: ma no!.... Era una metafora.
Volevo dire che sono un pallino nero sulla superficie di una sfera bianca e la manifestazione sono gli altri pallini neri.


Teatrante: non ho capito una cosa... se ci sono dei pallini neri sulla superficie della sfera bianca, chi è che vede i pallini neri e la sfera?
Ci deve essere qualcuno che vede? O no?


Kadosh: non parliamo del quarto..parliamo della sfera...


Teatrante: quarto?
Dicevo solo che ci deve essere qualcuno che vede sia la sfera bianca che i pallini neri.
Ma come hanno fatto i pallini a diventare neri e ad avere la coscienza di essere pallini neri?


Kadosh: e che ne so...


Teatrante: ci sarà magari dell'inchiostro.


Kadosh: ecco si...inchiostro...


Teatrante: inchiostro nero al centro della sfera bianca?
Quindi ...vediamo...hai una sfera bianca che contiene dellì'inchiostro nero con cui vengono disegnati dei pallini, dei fiori degli insetti sulla superficie della sfera bianca:..giusto?



Kadosh: giusto.


Teatrante: ma chi è che fa i disegni?
E' lo stesso che li guarda? ... Tu sei cosciente di essere pallino nero e vuoi tornare ad essere sfera bianca ma se sei già sfera perchè dovresti desiderare di tornare ad esserlo?

Kadosh: perchè l'ho dimenticato...


Teatrante: ma se hai dimenticato di essere sfera come fai ad aspirare ad essere sfera?
Tra l'altro se sei Kadosh e Kadosh è la sfera lo sarà anche il Teatrante...
anche il Teatrante sarà la sfera.
Giusto?


Kadosh: certo. in un certo senso...
Ma se prima di coscienti di essere pallini si è stati coscienti di essere inchiostro, e lo si è stati sicuramente se non non saremmo pallini, vuol dire che siamo pallini ma che siamo anche inchiostro e che siamo sfera... e la sfera contiene l'inchiostro e contiene anche i pallini.
Giusto?
E se quando sogni è tutto dentro di te...diciamo nel cuore, non pensi che tutto anche la sfera, l'inchiostro i pallini potrebbero essere dentro di te.....



A rileggerlo a voce alta sembra un dialogo tra idioti... Lo so, ma la cosa interessante è che, a prescindere da ciò che si diceva, quando si è cominciato a parlare dell'inchiostro Kadosh si è inginocchiato, si è messo istintivamente in seiza ed ha cambiato sguardo.
E' lì che ho pensato... o meglio ho avuto l'impressione di pensare: adesso si accende l'interruttore!
E' strano
Quindi un dialogo in apparenza idiota che porta ad una esperienza secondo me Reale.
L'idea è che le parole non portino solo il significato apparente - si ....lo so...a questo punto dirai:-" ma dai! - ma siano come dei tubi.. attraverso i quali passa quella roba lì"-... 
Va beh..
Scusa se non sono stato chiaro.



Autista:

A me pare chiarissimo.
A quanto pare non è chiaro per te.

L'autista nega di essere un Maestro.
Mai negato di essere un Autista.


venerdì 30 maggio 2014

VIANDANTI DELLE STELLE



Quindi le varie vite sarebbero come classi di una scuola?
Anni accademici alla fine dei quali o sei promosso o ripeti?
Chissà.
Possibile.
Mi viene in mente la leggenda del Vesak.
Buddha Shakyamuni che viene accolto da dei e semidei, dopo la morte fisica, e prima di entrare nel paradiso dell'Eterna Beatitudine si volta un attimo a guardare la terra.
E si commuove pensando alla sofferenza e all'ignoranza degli esseri umani.
Decide di tornare, Buddha, tutti gli anni.
hanno calcolato anche il tempo di permanenza annuale (so strani gli indiani!): 8 minuti, durante la notte di luna piena del mese del Toro. 
Torna sulla Terra Buddha.
Chissà perché....
Non so..... Ho idea che ci siano due realtà diverse.
Non Realtà con la maiuscola e realtà, minuscola, come si diceva un tempo.
La Realtà è unica e i miei sogni, i miei pensieri i miei gesti sono reali esattamente come i tuoi o come quelli di Buddha.
Penso che ci sia (potrebbe essere) qualcosa di legato al Tempo e qualcosa di oltre il tempo perché è il Tempo l'origine della sofferenza. 
L'impermanenza, la natura effimera delle cose e degli uomini, ha senso solo se la leghiamo al concetto del Tempo, al breve passaggio   delle animein questa "valle di lacrime".
In fondo è quello che dicono tutte le religioni.
Ma, mi chiedo, e se i ruoli di Tempo ed Eternità fossero invertiti? 



Di solito pensiamo, e diciamo, che ci sono (sarebbero) una Realtà immutabile (il Brahman Nirguna, il Tao che non si può definire ecc. ecc), Eterna, senza fiammate né aliti di vento, e, dall'altra parte, una realtà effimera in cui l'individuo è sbattuto di qua e di là dai marosi del destino.
E se così non fosse?
Se questa vita fosse invece la sosta, il riposo, il rifugio di energie in perenne movimento?
Si fa per parlare, ovviamente.
Ma pensaci un attimo, così per gioco.
Immagina che l'eternità sia un fluire ininterrotto di energie vitali, senza forma.
E che questo fluire abbia un suo scopo, un suo fine, che noi non possiamo neppure immaginare.
Ogni tanto i "VIAGGIATORI DELLE STELLE" si riposano. 
L'energia per cinquanta o cento anni si cristallizza in un corpo fisico.
Immagina che la terra sia, dovrebbe essere, come l'Oasi del Deserto.
Le carovane si muovono da sempre e per sempre, poi per qualche ora o qualche giorno, uomini ed animali si riposano vicino a sorgenti eterne e inaspettate insieme.
La notte, stretti attorno al fuoco, i nomadi si raccontano storie.
Storie di amori impossibili, gesta eroiche e furbi mercanti.
Sempre le stesse storie.
Come loro i viaggiatori delle stelle, nel riposo, raccontano storie, e piangono, e ridono, per un attimo o per cento anni. per poi riprendere il loro cammino eterno.
Lì, nella narrazione è il riposo del viandante.
Per mille e mille anni le energie danzano e cantano nell'universo.
Poi si quietano, per un attimo, e nell'oasi cercano gli stessi occhi di mille e mille anni prima. Gli stessi gesti, gli stessi sorrisi.
Non si sa come e quando (sto inventando, ovviamente), alcuni viandanti dimenticarono.
Non si sa come avvenne.
Cominciarono a credere che l'Oasi fosse loro.
Costruirono armi e fortezze, con mura alte fino al cielo, per difendersi dal deserto.
Inventarono medicine e magie per rimanere nell'Oasi il più a lungo possibile, con la speranza del sempre.
Cercavano il paradiso e crearono l'inferno.
La danza maestosa dell'universo, però, non si arresta mai.
E i viaggiatori delle stelle continuano a giungere all'oasi.
Le energie cercano il riposo, ma la magia, inventata dall'uomo per l'uomo, li convince di non essere ciò che sono, e li condanna alla malattia, la sofferenza, la morte.
A volte uno sguardo, un sorriso, una voce squillante si fanno strada nella corazza magica, arrivano fino al cuore.
Piano piano rinasce un barlume di verità.
Quello sguardo, quel sorriso, quella voce sono gli stessi che hai conosciuto mille e mille anni prima.
Sempre gli stessi.
Ecco! 


Quando le energie vitali stanche del loro viaggio eterno trovano ristoro nell'Oasi, rivivono sempre e comunque le stesse storie.
La Vita è narrazione, sempre uguale a se stessa.
La donna che ami, davvero, è sempre la stessa, dall'inizio dei tempi.
Il progresso, lo sviluppo,  l'evoluzione, fanno parte della realtà dell'oasi creduta fortezza.
Nello spazio infinito non c'è altro che energia, ed energia è Amore.
Sempre le stesse vite, sempre lo stesso destino.
E sarebbe un destino d'amore e quiete.
Ma i viandanti, si credono creatori e anziché stendersi sull'erba per un attimo o cento anni, e bere dalla sorgente della vita, si danno da fare come formichine impazzite anziché arrendersi all'amore.
La sofferenza nasce dal non arrendersi.
Dal non accettare la Gioia.
Dal non ascoltare il canto antico dei nomadi del deserto, i Viaggiatori delle Stelle.

martedì 27 maggio 2014

MANIDVIPA - L'ISOLA DELLE GEMME






                                     L'ISOLA DELLE GEMME
Nello spazio infinito, bagnata dalle acque dell'Oceano di prima dell'inizio, c'è un'isola fatta di diamanti, perle e rubini.
È la dimora del Dio senza nome e della sua Sposa.
Dorme, il Dio senza nome, un sonno senza sogni.
La Dea, con gli occhi socchiusi e le gote arrossate dal desiderio, canta piano piano.
E' un canto antico, più antico dell'Uomo:

- “Ha Sa Ka La Hrim.......

Ha Sa Ka Ha La Hrim......

Sa ka la Hrim....” -

La Sposa si mette a danzare.
Una danza antica, più antica dell'Uomo
Tutto iniziò così.
Con un canto e una danza.
Finalmente il Dio senza nome si sveglia,
tende la mano destra alla sua Sposa.
Lei, la Bella dei Tre mondi, sorride.
China la testa di lato e sorride.
Danzando si scioglie la veste di seta e broccato.
É bella la Dea.
Il corpo del Dio si riempie di Vita
Il corpo della Dea si riempie di Lui.
- “Sa'ham” - Io sono Lei.
- ”So'ham” - Io sono Lui.







L'Isola delle Gemme (maṇidvīpa) è un piccolo paradiso pieno di fiori e alberi da frutto sui cui rami coppie di uccelli dai mille colori cantano e fanno l'amore senza posa. 
Le sue spiagge, bagnate dall'Oceano di Latte (o Oceano di Nettare) sono formate da milioni e milioni di pietre preziose. 
Al centro dell'isola , su un letto altare, la Dea Tripurasundari (la Bella delle Tre Città) danza sul corpo privo di vita di Shiva.
Shiva si scuote dal suo sonno senza tempo, sorride. nessuno può resistere alla danza della Dea: i suoi capelli sono neri come l'ala del corvo, gli occhi blu come il fiore di utpala.

 E' il Vento, la Dea, e Fuoco, e Mare e la terra vibra al ritmo del Suo cuore.
Shiva e Uma fanno l'amore e i gemiti della dea sono il suono che si fa Spazio e riempie di vita l'Universo. una volta, una volta ancora.
In basso quattro piccole divinità sembrano spiare, complici: sono i quattro Veda, I libri sacri dell'Induismo, il Corpo dell'Universo.







L'Isola delle Gemme è l'illustrazione del primo verso di un libro di Shankara Bhagavadpada, il Saundaryalahari:

"Senza la Dea è senza potere è il Signore Shiva."

[N.B.la traduzione letterale del verso credo sia : Se Shiva è unito a Shakti, è in grado di esercitare i suoi poteri come il Signore;
in caso contrario, il dio non è in grado di suscitare niente....]






Nello Yoga ( e non solo) i simboli sacri sono, insieme, suoni e immagini e forme.
L'isola delle Gemme è l'equivalente pittorico dello Sri Yantra o Sri Chakra.




E lo Sri Yantra , a sua volta, è "il corpo" del mantra delle sedici sillabe,
il Mantra della Dea :

Ka E I la Hrim Ha Sa Ka Ha La Hrim Sa Ka La Hrim.


(Sakala è lo Shiva che si sta svegliando attratto dalla danza erotica della Dea, ma ogni sillaba ha diversi significati, KA ad esempio è SHIVA, detto anche KALA o MAHA KALA, E in questo caso rappresenta Parvati, la SPOSA di Shiva, I è il desiderio, KAMA che li unisce forma di MAHA MAYA, LA o LAM è il "suono seme" della TERRA, che accoglie i fluidi genitali degli amanti e li trasforma in FRUTTI, HRIM è il nome segreto della DEA)

Nell'isola delle Gemme, nello Sri yantra, nell mantra delle sedici lettere si cela il nucleo dell'insegnamento Tantrico



"MEDITA SULLA DONNA COME FUOCO", si legge nei tantra.

E, ancora:

"SOLO SHIVA CONOSCE IL CUORE DELLA YOGHINI".




La Donna (la Dea è Fuoco) è l'energia della creazione e, insieme, la creazione stessa e solo Shiva può conoscere il suo cuore perchè lui stesso è la Dea.
Prima dell'inzio della manifestazione Shiva e Shakti, il principio e la sua potenza, sono UNA COSA SOLA
Sono l'Unico (Ekam), due in uno.








Non esiste ancora il mondo, non esistono ancora i cinque elementi (Spazio, Aria,Fuoco, Acqua, Terra), l'Universo è uno spazio infinito colmo di piacere.
Esiste, gode ed è nel piacere che trova la ragione del suo esistere.

Lo stato naturale (Sahaja) degli esseri viventi è ANANDA, la beatitudine infinita, perchè la vita nasce dall'unione dei DUE AMANTI che godono uno dell'altra.






Questo Spazio INDISTINTO di prima dell'inizio viene detto चिद् Cid - आकाश ākāśa ovvero lo spazio di Cit che vuol dire intelligenza o intelligibilità o sensibilità.
Immaginare Shiva e Shakti come spazio infinito ed indistinto è cosa che sfugge alle possibilità di comprensione dell'uomo.
Nell'ISOLA DELLE GEMME lo SPAZIO ILLIMITATO è il CIELO che avvolge i due amanti così come l'Oceano senza Sponde che bagna le spiagge di rubini e diamanti è il TEMPO ILLIMITATO.
La danza sensuale della Dea che risveglia il desiderio di Shiva ( come Usha , la Dea dell'Aurora, risveglia il desiderio di Brahma nel Kalika Purana) è l'energia della manifestazione, il PRANA.






Il Dio (mahakala) che si "risveglia" è Shiva nell'atto di riconoscere la Dea come manifestazione. Il Dio ricorda di essere uno con la Bella dei Tre Mondi : IO SONO QUESTO (So'Ham) o IO SONO LEI (Sā'Ham)
Spazio e Tempo illimitati avvolgono l'isola delle gemme.
I due Dei (due in uno) fanno l'amore .
La loro unione è Ananda, beatitudine suprema.
L'uno si si scinde, apparentemente, per unirsi di nuovo.
Anche questa non è cosa logica.
Anche questa è cosa che sfugge alle possibilità di comprensione dell'essere umano.
Nell'Isola delle Gemme tutto è Sat Cit Ananda - Esistenza/Coscienza/Piacere Supremo. Questo è Brahman: Spazio senza fine, Tempo senza fine, Piacere senza fine.





E' la " coscienza del piacere" che conduce alla manifestazione.
E' questo il SEGRETO DEI SEGRETI del TANTRA.
Una volta che la Dea ha acceso il desiderio dell Dio Niente potrà più fermare il Processo della Creazione. Shiva esercita il potere della MANIFESTAZIONE, la A dell'AUM
Una volta cominciato l'amplesso SHIVA esercita il potere della CONSERVAZIONE., la U dell'AUM
Con l'orgasmo della DEA che provoca l'orgasmo di Shiva, questi esercita il potere della dissoluzione, la M dell'AUM
E nella DISSOLUZIONE che i due tornano Uno (ma in realtà non hanno mai smesso di esserlo)ma solo fino al risveglio del desiderio.
Il desiderio è la VITA.





L'infinito piacere, l'infinito Tempo e l'infinito Spazio dell'isola delle gemme rappresentano l'intera manifestazione in potenza, sottile (Nama) e grossolana (Rupa),
I'Isola delle Gemme è il Brahmabindu, l'infinitamente piccolo, fonte di tutta la manifestazione, SAT CHIT ANANDA NAMA RUPA


lunedì 26 maggio 2014

LA PAURA DELLA GIOIA


"Hiṅkāra è quando Lui la invita.
Prastāva è l'offerta d'Amore.
Quando i due l'uno all'altra si concedono è l'Udgīta.
In Pratihāra Lui giace su di Lei e
Nidhana, infine è l'orgasmo.
Coloro che sanno, sanno che nel Sāman Vāmadevya sono i fili con cui si intesse l'Amore.
Realizzano l'Amore, coloro che sanno, e generano altre vite che con l'amore ne generano altre.
Solo così la Vita è degna d'esser vissuta.
Si vive a lungo e si è ricchi di discendenza ed armenti.
Ricchi di Gloria.
Non rifiutare mai l'offerta d'amore: così dice la Legge"


(Chandogya Upanishad II,13X,1-2)




Trovo bellissimo questo testo.
E ci trovo anche una risposta a quello che mi chiedevo tempo fa, a proposito del Vesak, la notte in cui Buddha Shakyamuni torna sulla terra ad insegnare a donne e uomini "l'Assonanza delle Menti".
Perché, mi dicevo, esiste la Dissonanza?
Per quale motivo le corde coscienziali degli esseri umani, nati per intonare, assieme, il Canto della Creazione, si scordano, e danno vita a rumori stridenti che feriscono l'udito e gelano i cuori?
La Donna e l'Uomo della Chandogya Upanishad rendono canto ogni azione.
Un canto d'Amore, perché tutto l'Universo è intessuto d'Amore.
L'Universo è Amore.
Il problema è che non sappiamo più cantare.
Leggendo più avanti (ventunesimo Khanda) troviamo delle indicazioni pratiche sull'Arte del Canto: 

"Che le vocali siano pronunciate in modo sonoro e forte..."
"Le Sibilanti (Vam, Sham, Sam, per esempio) e le Aspirate ( Bha, Cha, Dha....) bisogna pronunciarle apertamente, senza mangiarle né gettarle via....."
" Si deve far attenzione a non sovrapporre le altre consonanti, neppure per poco...."

Interessante vero?
La Chandogya ci insegna la Giusta Misura.
Ci dice che occorre muoversi con circospezione nella "Spaventevole Simmetria dell'Universo".
Un tono troppo alto, due sillabe sovrapposte e l'Armonia va a farsi friggere.


Secondo la Chandogya ci sono sette diversi modi di intonare il Canto:
Quello "Mugghiante", simile ai suoni degli animali è caro ad Agni il Dio del fuoco.
Poi c'è quello "Indistinto" dedicato a Prajapati, il Signore delle Creature.
Il Canto "Distinto" è di Soma, Divinità della Luna e dell'ebrezza, il "Canto Dolce e Delicato" di Vayu, Dio del Vento, il "Canto Delicato, ma Forte" di Indra, Dio delle tempeste.
Simile al "Grido dell'Airone" è il Canto di Brihaspati, Dio della Pietà e della Devozione.
Il settimo canto, da evitare con cura, è, infine, il Canto Stridente" di Varuna.
Il mistero della Dissonanza, per me, si infittisce.
Certo, non è che ciò che è scritto nei Veda (la Chandogya Upanishad fa parte del Samaveda, il Libro delle Melodie) debba essere accettato da tutti come Verità con la V maiuscola, ma, per chi pratica Yoga, può comunque stimolare delle riflessioni niente male.
Banalizzando un po' l'Universo è Amore, e se l'essere umano considerasse ogni sua azione come un Canto Sacro la sua vita sarebbe piena, felice, degna di essere vissuta.
Delle sette modalità di canto proposte dalla Chandogya solo una, quella "Stridente" crea conflitti (una possibilità su sette. ci sono più possibilità di azzeccare un numero gettando il dado).
E com'è che scegliamo, spesso o sempre, proprio quella?
Perché anziché godere della Grazia e della Bellezza che ci spettano (spetterebbero) per Natura, preferiamo una vita di sofferenza (Asaman direbbero i rishi vedici, non melodiosa)?


Il Canto dei Veda è Magia.
Può evocare Dei e portare qui ed ora il Regno dei Cieli.
Cosa è che ci fa scegliere l'inferno?
Quello che sto scrivendo, e pensando, è abbastanza terribile.
Sicuramente non consolatorio: l'Essere Umano andrebbe quindi incontro alla malattia, la sofferenza, la morte per sua scelta?
Ogni incontro, ogni dialogo, ogni sguardo è una possibilità di accordarsi all'Armonia dell'Universo.
Ogni gesto potrebbe essere un atto d'amore, sacro di per sé.
Cosa è che ci spinge, invece, a scegliere il "Canto Stridente"?
A creare conflitti anziché arrendersi alla Gioia?
Rinunciare alla Gioia è il più grande crimine che l'essere umano possa compiere.
L'universo intero si cela nel nostro cuore.
E l'universo dei Veda è Gioia, ed Amore.
Ogni volta che geliamo il cuore interrompiamo il flusso della vita e creiamo disarmonia.
Di qualunque natura sia il motivo che ci spinge a non dare ascolto alle ragioni del cuore, ogni volta che non ci arrendiamo alla gioia commettiamo un crimine.
Amare gli altri, fare il bene degli esseri senzienti sono slogan ipocriti se non abbiamo il coraggio di arrendersi alla nostra natura divina, alla Beatitudine Suprema.
Coraggio.
Forse è questa la chiave.
L'essere umano ha Paura della Gioia.
Pensa di non essere in grado di gestirla, o, intossicato dall'idea di un futuro, ha paura della sofferenza che proverebbe se quella Gioia finisse.
Che deficienti siamo: creiamo l'inferno per paura della Gioia!
Già, meglio soffrire che gioire, ché la sofferenza la conosciamo bene, mentre l'idea della Gioia Infinita, la sentiamo lontana, diversa da noi.
Percorrere sempre le stesse vie rassicura, ci fa sentire a casa, anche se camminiamo su marciapiedi ingombri di rifiuti e per piazze illuminate dai falò delle speranze.

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