domenica 25 maggio 2014

CANTO D'AMORE

Stamattina, appena sveglio, ho aperto a caso una raccolta di Upanishad.
Un giochino che facevo spesso, tempo fa.
Ho aperto il libro e poi, ad occhi chiusi, ho puntato l'indice.
Stamattina ho trovato il canto d'Amore della Chandogya Upanishad (Tredicesimo Khanda).
Ho tradotto io, canto d'Amore, in realtà si chiama Sāman Vāmadevya.


So che le disquisizioni sui termini sanscriti e sui loro vari significati annoiano parecchio e da un po' di tempo, scrivendo di yoga, tento di parlare come mangio (esercizio di purificazione dai mirabili effetti, che consiglio vivamente...), ma in questo caso una disgressione piccola piccola, priva di pretese, forse potrebbe avere una sua qualche utilità.
Sāman significa melodia, abbondanza, felicità, tranquillità.
Vāmadevya, se non sbaglio, vuol dire "riferito a Vamadeva" che dovrebbe essere una delle cinque facce di Shiva, quella dolce e poetica che i rishi associavano all'Acqua e gli yogin tibetani al vento e al Nord (ci sono delle implicazioni alchemiche in questo, ma lasciamo stare)

Il brano che ho "trovato" stamattina, secondo me è interessante assai.
Lo incollo qua sotto senza commentarlo.
Ah, credo che per comprenderlo pienamente siano necessarie delle spiegazioni.
Il Saman, la melodia canto sacro dei Veda, è diviso come tutti i riti, in cinque fasi, chiamate Hinkara, Prastava, Udgitha, Pratihara e Nidhana.

Hiṅkāra significa Tigre, ciò che emette il suono hiṅ (Hign)
Prastāva significa Offerta, Introduzione, Proposta.
Udgīta significa Canto, Canzone ed è una della maniere per indicare la sillaba AUM.
Pratihāra significa Cancello, Porta, Tocco.
Nidhana significa Fine, Conclusione, Annichilimento, Domicilio.

Chandogya Upanishad
Tredicesimo khanda: 


Hiṅkāra è quando Lui La invita. 
Prastāva è l'offerta d'Amore. 
Quando i due l'uno all'altra si concedono è l'Udgīta. 
In Pratihāra Lui giace su di Lei e 
Nidhana, infine è l'orgasmo. 
Coloro che sanno, 
sanno che nel Sāman Vāmadevya 
sono i fili con cui si intesse l'Amore. 
Realizzano l'Amore, coloro che sanno, 
E generano altre vite. 
Che con l'amore ne generano altre. 
Solo così la Vita è degna d'esser vissuta. 
Si vive a lungo e si è ricchi.
Di discendenza ed armenti. 
Ricchi di Gloria. 
Non rifiutare mai l'offerta d'amore: 
così dice la Legge


venerdì 23 maggio 2014

RAMAKRISHNA E IL MITO DEL VINCENTE

"L'Ego può essere utile, meglio farlo maturare che distruggerlo. Per stare nel mondo un po' di Ego
è indispensabile per proteggersi.
Basta però che tu non ti prenda troppo sul serio
e che tu sappia che è solo una maschera."
Sri Ramakrishna Paramahamsa


Estate 1886.
Mattina presto.
Gadadhar Chattopadhyay sta agonizzando.
Al piano di sotto Narendranath Dutta sta meditando con gli altri discepoli.
Improvvisamente spalanca gli occhi, Narendra, si prende la testa tra le mani e si mette a gridare 

-"Il mio corpo! Il mio corpo è scomparso!...Aiutatemi!"-.
Gli portano un bicchiere d'acqua.
Qualcuno ridacchia.
Barcollando Narendra sale le scale, entra in camera del Maestro 
" Ma è questo? Il samadhi è questo?"-
Gadadhar sorride, poi lo guarda fisso negli occhi 
-"Si.
Questa esperienza però non ti appartiene.
Appartiene a me. Tu adesso hai un altro lavoro da portare avanti
"- 

Questo racconto mi ha sempre incuriosito.
Narendranath, meglio conosciuto come Svami Vivekananda, è stato, forse, il primo Yogin indiano a portare in occidente la filosofia Vedanta.
Era ricco, colto, intelligente, sicuro di sé.
A leggere la sua biografia ci si sente dei pigmei, eccelleva in tutto: era grande atleta, un attore, un cantante, un poeta....
Le sue conferenze attiravano il meglio dell' intelligentzia dell'epoca, da Sara Bernhardt a Nikola Tesla.
Era un vincente Vivekananda, da ogni punto di vista.


-" Il mio corpo!
Il mio corpo è scomparso!...Aiutatemi!
"-
Che strano.
L'esperienza che suscitava terrore in Vivekananda è, dicono, assai comune nelle pratiche yoga.
Si tratta di uno stato chiamato, mi pare, Samadhi Savitarka, durante il quale il corpo viene percepito in maniera sottile, sempre più sottile.
Fin quasi a fondersi con l'ambiente.
La prima volta è inquietante: si sa di essere svegli ma pare di sognare.
L'aria si fa densa, ovattata e suoni e colori appaiono diversi dal solito.
Di una qualità diversa.
In Giappone è la condizione di base delle arti tradizionali, dalla Via della Spada al Teatro Noh, la chiamano "porsi al centro del Ponte di Prima dell'Inizio".
Svami Vivekananda era terrorizzato.
Strano.


Negli anni settanta, per i giovani, il "Libro" per antonomasia era Avere o Essere di Erich Fromm.
Ce lo portavamo dietro come fosse la bibbia o il Libretto Rosso di Mao.
Si citava nelle assemblee politiche e nelle serate di slogan e chitarra, con la bocca impastata di fumo e vino dolce.
L'uomo è infelice, diceva Fromm, perché ai bisogni fondamentali (le pulsioni istintive e le necessità psicologiche) se ne sono sostituiti altri, imposti dal mercato.
Per soddisfare il bisogno di relazione (la prima necessità psicologica secondo Fromm), l'uomo degli anni settanta doveva mostrare di possedere degli oggetti, delle cose.
A seconda dei gruppi o delle reti sociali a cui si voleva appartenere dovevamo esporre come stendardi un certo taglio di capelli, un paio di pantaloni, una lambretta, un'automobile, un LP....
A rileggerlo, oggi, il libro sembra un po' datato.
Si, è vero, c'è gente che fa follie per comprarsi un SUV o un Rolex, ma sono così tante le persone che si occupano di Discipline Olistiche, Tecniche di Integrazione Corpo-Mente, Ricerca del Sé che ormai, anche nella pubblicità delle mutande, si dice che Essere è la cosa più importante.
Ma cosa si intende per Essere?
Una definizione abbastanza comune, negli opuscoli informativi di discipline per la ricerca del Sé ecc..., è questa: "Portare alla luce e sviluppare pienamente le proprie potenzialità espressive, creative e produttive".
Chi non è d'accordo alzi la mano.
Negli anni settanta l'essere umano era frustrato, ansioso, insoddisfatto perché credeva, erroneamente, che possedere degli oggetti potesse condurlo alla Felicità.
Ai nostri giorni l'essere umano è frustrato, ansioso, insoddisfatto perché non è messo in grado di esprimere pienamente le proprie potenzialità.
Un bel passo in avanti.


"Nello scrigno del tuo cuore si nasconde un tesoro meraviglioso".
"Non cercare il tesoro in terre lontane, è sepolto nella cantina della tua casa".
"Conosci te stesso e conoscerai l'Universo". 

Bello.
Bellissimo.
Non pensare ad arricchirti, ad accumulare cose, scopri prima chi sei veramente, questo è il messaggio che si tenta di trasmettere in tutti, o quasi, i corsi, gli stage, le lezioni di Yoga e derivati.
Essere è più importante di avere, ormai lo sappiamo, e ci diamo tutti un gran daffare per scorgere, nel profondo del nostro animo, le tracce della Persona Divina sepolta dalle nostre meschinità, paure, incombenze quotidiane.
Siamo un popolo di Eroi, Maghi, Streghe Buone, Guaritrici, Maestri, Angeli Luminosi....
Basta cercare in fondo al cuore per trovare la Gioia e la Bellezza di Essere.
Essere.....Cosa?
Ovvio, Essere Eroi, Maghi, Streghe Buone, Guaritrici, Maestri, Angeli Luminosi....
Oh...oh...la solita mosca fastidiosa mi ricomincia a ronzare nelle orecchie.
E se Eroi, Maghi, Streghe Buone, Guaritrici, Maestri, Angeli Luminosi non fossero altro che il taglio di capelli, il paio di pantaloni, la lambretta, l'automobile, lo LP degli anni settanta sotto mentite spoglie?



Vivekananda era un vincente.
Aveva una sua idea di maestro, un uomo alla Gurudev, Rabindranath Tagore, bello, saggio, stimato, affascinante.
Quando incontrò Ramakrishna rimase sconvolto.
Ramakrishna era povero in canna (soffriva di una stravagante allergia al denaro: se prendeva una rupia in mano si ustionava), impulsivo, completamente fuori dalle regole.
Fuori di testa, direbbe qualcuno.
Era stato istruito ai tantra di Vishnu (le tecniche sessuali indo-tibetane) considerati disdicevoli nella società filo-inglese dell'epoca, e trattava la sua sposa, Sarada Devi come fosse la dea Kali (nel senso che la metteva sull'altare e pretendeva che gli altri le rendessero omaggio).
Una volta si mascherò da scimmia per sei mesi per "realizzare" Hanuman, un altra volta si convinse di essere Radha, la sposa di Krishna.
Vivekananda era infastidito dagli eccessi e dall'emotività senza controllo di Ramakrishna, dal suo non "sapersi portare" , direbbe mio padre.
Eppure ne era anche attratto.
Sentiva che c'era qualcosa, di vero, di Oltre, ma fino all'ultimo dubitò del suo maestro.


La cosa che più lo insospettiva era la tendenza all'estasi di Gadadhar: un volo di uccelli al tramonto, una turista americana dagli occhi color del Cielo e Ramakrishna entrava in samadhi, con gli occhi fissi e la faccia beata.
Vivekananda pensava che fingesse e dedicò parecchio tempo a cercare di dimostrare che gli altri discepoli, avvezzi a quelle esperienze, fossero tutti mistificatori o vittime della suggestione.
Da piccolo Narendranath Dutta aveva avuto la visione di un asceta alto, capelli scuri, naso camuso, avvolto nella luce.
Buddha Shakyamuni.
Pensava di avere in sé il "Vento di Buddha".
E forse era vero.
Ma il suo essere un vincente, il suo aver percepito la grandezza della propria anima, gli impedì, forse, di arrendersi totalmente alla vita, alla Dea.
Cercare se stessi, riconoscersi nell'immagine di luce che si staglia sulla parete oscura dell'inconscio, può essere pericoloso.
Quell'immagine, quella Persona con la P maiuscola, è il seme del nostro Ego.
l'Eroe, il Mago, la Strega Buona, la Guaritrice, il Maestro, l'Angelo Luminoso che si celano in noi, sono veri, reali, ma attaccarsi a loro senza aver fatto completamente i conti con le nostre pulsioni negative
(la rabbia, l'orgoglio, la sete di potere, la gelosia...) porta a vedere come nemici, sopraffattori e mistificatori tutti coloro che danno l'idea di non riconoscere la nostra natura luminosa.
Invece di Essere finiamo per tentare di dimostrare di Essere.
Poco prima della morte del suo maestro, il 16 agosto 1886, Vivekananda sperimentò il samadhi per la prima e ultima volta nella vita.
Si spaventò a morte.

-" Ma è questo? Il samadhi è questo?"-
Gadadhar sorride, poi lo guarda fisso negli occhi
-"Si. Questa esperienza però non ti appartiene.
Appartiene a me. Tu adesso hai un altro lavoro da portare avanti
"-

venerdì 16 maggio 2014

BUCHI E SCARABEI

"Nel cristianesimo si dice che il fondamento della società è la famiglia.
Nella società moderna si dice che è l'individuo.
Nella natura è la coppia.
L'unità per l'essere umano è la coppia.
La potenza dell'amore si esprime quando ci si annulla l'uno nell'altro."



Il balcone di mia nonna; è estate, una cinquantina di anni fa.
Uno scarabeo, si è posato sul vaso di "miseria", quella pianta con le foglie lunghe che cresce anche sui sassi.
Nel ricordo è d'oro, lo scarabeo, e sembra che mi guardi.
Mi perdo.
Dimenticarsi di sé rende invisibili, così almeno la pensavo a quei tempi.
In cucina mia mamma e mia nonna parlano di cose di donne.
Sono preoccupate per una coppia di parenti, sposati da anni: -"Lei è una calda"- dice mia nonna -"lui un pole mi'a continuà a chiacchierà..." -
Che strano.
La mia generazione è cresciuta con "Comizi d'amore" di Pasolini, con l'immagine di una donna da liberare, sfruttata da un maschio ottuso e da una società che la vuole o mamma o santa o puttana.
Al riparo da orecchie maschili, dimentiche di me, mia mamma e mia nonna parlavano tranquillamente e pure con un certo orgoglio, di sessualità femminile.
Dare della frigida ad una delle donne di casa era un'offesa da lavare col sangue.
Non sto scherzando: mia nonna, mia mamma e mia zia menavano come carrettieri.
Boh...forse erano strane loro.
Non erano molto cattoliche è vero.
Andavano a messa, e non tutti gli anni, solo per Natale e Pasqua.
Ma, a ripensarci c'è qualcosa che non mi torna.
Mi sembra che fossero donne orgogliose della propria femminilità e assai coscienti del loro corpo.
Forse ricordo male.
Famiglia di umili origini, la mia, come scriverebbe un appuntato dei carabinieri con ambizioni di scrittore.
Le donne lavoravano tutte.
Badavano anche ai figli, alla casa e cucinavano.
Nessuna di loro pensava di essere una schiava.
O almeno non l'ho mai sentito dire.
Oggi la donna ha l'ansia di liberarsi dal giogo della coppia, della famiglia e di auto-affermarsi.
E ne ha ben ragione.
Il femminicidio, la violenza psicologica o lo sfruttamento del lavoro femminile non sono certo invenzioni letterarie, ma pure mi ronza qualcosa nelle orecchie, una qualche nota stonata.
Cinquant'anni fa, nella Livorno della mia infanzia, se mio padre avesse preso a schiaffi mamma, le donne di casa lo avrebbero massacrato a calci e pugni.
Non andavano mica per il sottile.


Ho assistito negli ultimi tempi ad una marea di discussioni tra coppie di amici, tutte simili a quelle che avevo con la mia ex moglie.
Addirittura le stesse parole: "Ho bisogno di respirare, mi soffochi" , "Non ho spazio vitale", "Non sono un buco...."
Il problema principale è la sensazione di oppressione che avvolge la donna, all'interno della coppia, il suo doversi occupare di tutto e di più, il suo non aver spazio per se stessa, il suo non sentirsi realizzata.
La coppia è diventata la tomba dell'individualità, e se una donna, già stanca per il superlavoro si sente sottostimata, se non si sente rispettata come persona come può condividere amore, affetto e sesso con il suo uomo?
Soprattutto il sesso, di cui si parla sin troppo, è divenuto un problema:
come fa una "donna moderna" dopo aver accompagnato i figli a scuola, aver passato sei-otto ore in ufficio, essersi messa a cucinare diventare improvvisamente amante appassionata?
"Non sono un Buco!"
Da un lato l'uomo, dipinto spesso come una specie di bestiolina acefala che vuole solo mettere il pisello da qualche parte, dall'altro la donna che "come fa?"
Corri di qui corri di là e poi vuoi che diventi di colpo Messalina?
Ma dai.
Mia Nonna è morta da parecchi anni.
Credo che se avesse sentito una giovane moglie dire al marito -"Non sono mica un buco"- l'avrebbe guardata strana e poi avrebbe ribattuto, ridendo: 

-"Deh! grazie ar Cielo no! Ce n'hai due di bu'i, e pure du belle puppe!"
Sicuramente era una donna all'antica, di umili origini, direbbe ancora il carabiniere letterato, vissuta in un ambiente particolare.
Ma a volte mi viene il sospetto che ci sia qualcosa di innaturale, tra di noi, nella maniera di vivere il rapporto di coppia, la famiglia, il rapporto con i figli.


In natura , anche se pare un paradosso, l'unità fondamentale è la coppia.
La vita comincia dal due.
Due cellule si fondono e comincia un processo di sviluppo esponenziale: 2 alle seconda, alla terza, alla quarta..
Quando si è creato gruppo di 32 cellule si può cominciare a parlare di un essere vivente come lo pensiamo noi, un individuo in nuce.
La base della vita è la fusione tra due enti.
Una fusione che avviene per Amore e genera Amore.
per noi che ci occupiamo di yoga e che ce la meniamo continuamente con Shiva e Shakti, Yin e Yang e compagnia bella dovrebbe essere un dato di fatto.


Parliamo di realizzazione.
Nel Sanathana Dharma (la filosofia eterna che sta alla base dello yoga) se ne distinguono cinque tipi o livelli che rappresentano cinque diversi gradi di amore tra due esseri:


sālokya mukti ad esempio significa, condividere lo stesso piano di esistenza , lo stesso mondo, con la divinità, ed è la realizzazione dell'Amore tra gli amici, per dare un'idea Krishna ed Arjuna.


sāmīpya significa vicinanza con Dio ed è la realizzazione dell'Amore del Servitore per il Signore, Hanuman e Rama.

sārūpya o meglio īśvara-sārūpya, significa invece avere "le stesse caratteristiche fisiche del Dio, compresi i lineamenti, il numero di braccia, il vestito, ed è la realizzazione dell'Amore tra genitore e Figlio.

sārsti avere le stesse ricchezze, poteri, potenza del Signore è invece la realizzazione dell'Amore tra coniugi.


sāyujya o ekatva, la fusione con il divino, è infine la realizzazione dell'Amore tra gli amanti, l'Amore senza vincoli, al di là di ogni limite. L'Amore di Radha e Krishna.

Ogni livello di realizzazione implica la fusione e l'abbandono in un altro essere.
Mi pare evidente.
Per scoprirsi Uno con l'Universo occorre prima imparare a fondersi con altri esseri umani.
E qui casca l'asino.
Negli ultimi cinquanta, cento anni le nostre idee sulla coppia, la famiglia, il lavoro, il rapporto genitori figli, si sono completamente trasformate.
La banalizzazione del lavoro di Freud ha creato dei mostri.
L'individuo ha diritto alla felicità, ovvio, e questa felicità coinciderebbe con lo sviluppo dell'autostima ed il pieno sviluppo delle proprie possibilità creative.
Bello e sacrosanto.
Ma perché la maggior parte delle persone lamenta insicurezza, incapacità di gestire le relazioni, insoddisfazione?
Secondo le nuove teorie (dall'ontopsicologia, alle costellazioni familiari ecc. ecc.) la colpa è dei genitori.
La colpa è sempre dei genitori, soprattutto della madre.
Se a cinquant'anni uno si reputa un fallito la colpa non è sua o della sfiga, ma dei suoi vecchi, e deve elaborare un metodo per liberarsi della, sempre devastante, educazione che ha ricevuto.
Non so se vi rendete conto: i genitori, coloro che ci hanno dato la vita, sono stati trasformati nei nemici primi della nostra realizzazione individuale.
Sarà anche vero, ma a me pare un pochino innaturale. 




La chiave per la realizzazione individuale di solito è il lavoro.
Soprattutto per la donna, che dopo millenni di sfruttamento e di scarsa considerazione, ha il pieno diritto di realizzarsi nel lavoro.
Cosa sacrosanta, ribadisco.
Ma aspetta un attimo....
Se non sbaglio, un tempo il lavoro era uno strumento.
Cioè si lavorava per garantire a se stessi, al proprio compagno/compagna ai propri figli (e alla propria comunità) la sopravvivenza in un ambiente sicuro e gradevole.
Si lavorava per assicurarsi una casa e il cibo in maniera da potersi fondere con chi si amava.
Adesso il lavoro, quando lo si ha...., è la misura della propria capacità di affermarsi, di distinguersi dagli altri e QUINDI (?) di essere felici.
.



Lo so che quanto dico apparirà reazionario, cinque anni fa non avrei mai fatto un discorso simile.
Ma visto che lo sto pensando lo scrivo.
Facciamo un esempio: una donna si innamora, il suo corpo vuole un figlio dal corpo dell'uomo di cui si è innamorata.
L'universo intero complotta per farli unire, ma lei rifiuta perché è un ostacolo alla sua carriera (l'esempio vale anche al contrario).
Vi rendete conto che ci appare normale?
Nel nostro tempo appare normale che una donna rinunci ad essere madre o un uomo rinunci ad essere padre, per rincorrere il successo professionale.
Si parla, in questi casi, di scelte sofferte od obbligate (e spesso è vero, la mia ex moglie, danzatrice, dopo la prima figlia restò disoccupata per un anno)
Ai tempi di mia nonna, nell'ambiente proletario in cui mia nonna viveva, l'amore anche fisico, tra coniugi, e l'amore tra genitori e figli, erano la cosa più importante e lo scopo del lavoro era quello di proteggere questo amore.
Al giorno d'oggi, a parte i casi in cui è in gioco la sopravvivenza, la realizzazione personale nel lavoro e il prestigio sociale sembrano invece più importanti di tutto, anche dell'amore.
L'individuo viene prima della coppia.
E se fosse questo il motivo principe dell'infelicità?

mercoledì 14 maggio 2014

IL VESAK E LA LEGGE DELL'AMORE

"Amami per ciò che vedi ad occhi chiusi.
Amami per ciò che senti quando sono in silenzio.
Io farò lo stesso camminandoti accanto.
Stai con me:
io ti insegnerò a volare, tu mi insegnerai a restare."
Anonimo indiano


Luna piena in Toro, stanotte.
Si festeggia il Vesak.
Proprio con questa luna, nel 483 a.C., Buddha Shakyamuni passò a miglior vita.
Si incamminò verso la Terra Pura, così vuole la leggenda, dove Dei e Semidei, le Gerarchie Celesti della New Age, gli avevano preparato una gran festa.
Un attimo di prima di varcare per sempre la soglia dell'Oltremondo, Shakyamuni si volta.
Prova nostalgia.
Per la Terra, per le donne e gli uomini.
per la Vita.
A pensarci è strano per uno che insegnava il non attaccamento.....
La nostalgia si muta in dolore: come si fa ad abbandonare nell'ignoranza e nella sofferenza coloro che amiamo?
Di nuovo Gautama, infrange la Legge.
Si, è vero, è alla sua ultima vita... Si, è vero Lui è il Buddha e la sua parola rimarrà per sempre nei cuori degli esseri umani, ma decide comunque di tornare, ogni anno, nella notte di Luna piena di Maggio, per insegnare a donne e uomini "L'ASSONANZA DELLE MENTI".
"Assonanza delle menti", la chiamava così Jinpa, il mio istruttore tibetano.
Credo che potremmo semplicemente chiamarla Amore, ma forse assonanza delle menti rende di più l'idea.
Senza andare troppo a disturbare i neuroscienziati e le loro teorie sul "Campo Morfico" e la "Ragnatela Cosmica", l'Assonanza tra Menti è un fenomeno noto.
Basta essersi innamorati una volta per sapere di che si parla.
Il vero mistero, per me, è la dissonanza.


Nel ripulire la casella di posta elettronica ho trovato un vecchio video, uno dei primi incontri del Gruppo Vedanta, a Borgotaro.
Me l'aveva mandato GB.
Io sono in giardino, gioco a fare il samurai con la spada di Yogasan.
GB mi sta riprendendo e commenta con la solita eleganza da scaricatore di porto livornese.
Alle mie spalle Moon e Silvia se la ridono: mi stanno pigliando in giro per l'aria truce.
Da dentro si sentono le voci di Malcolm, Andrea, credo, e altre che non riconosco.
Sicuramente non la voce di Onofrio....nelle pause si metteva sempre a lavare i piatti.
Forse sono i miei occhiali da sentimentalone, ma mi pare che amore e leggerezza trasudino anche dai muri del casale.
Assonanza di menti.
In qualche modo quelle che all'epoca chiamavo "corde coscienziali" si erano accordate.
Si era creato un gruppo di venti-venticinque persone che dava l'idea di pensare con una testa sola.
In quegli stage succedeva qualcosa, si ritornava ad "essere ciò che si dovrebbe essere".
Poi alcune corde si sono scordate e 'Assonanza è divenuta, non per tutti, dissonanza.
il mio amico/maestro Yogasan dice che è normale.
Che è nell'ordine delle cose.
Secondo me no.
Secondo me c'è qualcosa che rema contro e che appena un attimo dopo aver vissuto eventi rivelatori, ci spinge all'oblio.
Credo che le leggi della Natura, siano poche e semplici.
La stessa magia che fa sposare tra loro le gocce d'acqua per renderle cristalli, fa unire i cuori degli esseri umani e crea degli organismi complessi, i gruppi, che vivono di vita propria.
La potenza di un gruppo (di quel gruppo...) è immensa, venti persone che vivono e condividono solo per amore possono muovere le montagne.
Per me, ma sono pazzo si sa, quel gruppo aveva un compito preciso, da svolgere.
Cerco di farla breve.
Quando i tibetani parlano di reincarnazione lontani da orecchie indiscrete, dicono cose assai diverse da quelle che leggiamo nei libri.
Parlano di un fiume senza fine, Alaya, in cui scorre tutto ciò che è stato, è e sarà.
Per accedere ad Alaya occorre "alzare la frequenza delle vibrazioni", e se si è mossi da AMORE, ci si sintonizza con Ananda, la beatitudine assoluta, natura ultima dell'essere vivente.
In quel gruppo, creato per amore, tutti avevano un loro ruolo.
Un paio, i più fragili forse, e meno attrezzati per la vita quotidiana, sostenuti e protetti dall'energia degli altri funzionavano da antenne riceventi.
Ovvio che ciò che dico, lo ribadisco, è roba da pazzi, ma ho un po' di febbre, e spero mi scuserete.
Quando si sono cominciati a vedere degli effetti, quando questi effetti hanno cominciato ad invadere la sfera del quotidiano, il gruppo si è sfaldato.
La natura dell'essere umano è Ananda e per svelarla ci vuole amore, amore che nulla pretende.
Si era innescato un processo energetico particolare in quel gruppo, e qualcosa si è mosso per arrestarlo.
Non parlo di sette strane, della confraternita Interhimalayana degli adepti o altre faccende da Film Fantasy (beh insomma....c'è gente che ci crede a dir la verità, ma a me non interessa più di tanto....) parlo dell'Ego.
Qualcuno ha pensato che le energie del gruppo fossero utilizzabili dal punto di vista commerciale, altri che nel gruppo ci fosse un Maestro con la M maiuscola da rivendere come Guru o come rappresentate di qualche scuola universale o roba del genere, altri ancora hanno semplicemente avuto paura di svanire.
L'amore genera amore.
Dovevamo alimentare quella fiammella che la Natura ci aveva regalato e invece, tutti, io per primo, abbiamo fatto a gara per spegnerla.
La paura di scomparire, di annullare la propria personalità nel gruppo ha preso il sopravvento.
In qualche modo la cultura ha sconfitto la natura.
La legge naturale è assai semplice, si basa su due serie matematiche accessibili anche ai bambini: la serie del Matra Meru (da noi Fibonacci, 1,1,2,3,5,8 ecc...) e quella del Manduka Mandala e della scacchiera (la Morula, 2,4,8,16,32...)


L'amore si trasmette con la legge della Morula.
L'uno non può niente, due è l'inizio della vita.
Due non è il doppio, è il contrario di uno!
La paura di sciogliersi l'uno nell'altro porta a creare conflitti, ad identificare l'oggetto amato come un nemico.
Nel cristianesimo si dice che il fondamento della società è la famiglia.
Nella società moderna si dice che è l'individuo.
Nella natura è la coppia.
L'unità per l'essere umano è la coppia.
La potenza dell'amore si esprime quando ci si annulla l'uno nell'altro.
Quando si riesce ad annichilire l'ego in un gruppo, poi, la potenza diviene inimmaginabile.
Il raggiungimento dello Stato naturale, la liberazione non è roba difficile, in realtà.
Basta darsi agli altri, con l'amore che nulla pretende, ma come si fa in una società dove ci educano alla realizzazione individuale?
Per non sentirsi schiacciati si schiacciano gli altri.
Per non sentirsi annullati si tenta di annullare gli altri.
Il contrario dell'Amore non è l'odio, ma la Paura.
La paura di donarsi, la paura di perdere quello che perderemo comunque prima o poi.
Chiedete ad un ragazzino se preferirebbe essere Buddha o Steve Jobs.... 

mercoledì 30 aprile 2014

TE LO LEGGO NEGLI OCCHI

"Finirà, me l'hai detto tu,ma non sei sincera,
te lo leggo negli occhi, hai bisogno di me.
Forse vuoi dirmi ancora no, ma tu hai paura,
te lo leggo negli occhi, stai soffrendo per me.
E nei tuoi occhi che piangono,mille ricordi non muoiono.
Perdonami se puoi e resta insieme a me.
Tra di noi forse nascerà un amore vero"


"Te lo Leggo negli Occhi", è il testo oscenamente sdolcinato, di una canzone degli anni '60.
La cantava Dino, un tizio dall'occhio ceruleo di cui si sono perse le tracce da decenni.
-"Però le parole arrivano"- mi ha detto A. un amico musicista.
Il messaggio è chiaro e semplice.
Chiunque ascolta la canzone la interpreta nello stesso modo.
In altre parole il pensiero e l'emozione che voleva esprimere l'autore della canzone, che credo sia Sergio Endrigo, attraverso l'interprete "arrivano", inalterati, all'ascoltatore.
Si, qualcuno sbadiglierà, altri si commuoveranno pensando ad amori lontani, altri ancora sorrideranno di amori nuovi, ma nessuno metterà in dubbio il senso ultimo del brano: "Te lo Leggo negli Occhi".


Internet, la meravigliosa biblioteca di Babele che ci permette di attingere al sapere universale come fosse il pozzo di casa, ci ha trasformato.
Cambiando la nostra maniera di comunicare abbiamo cambiato anche il nostro pensiero.
Per non scomparire nel fiume infinito di parole che esonda, ad ogni ora del giorno, da pc e telefonini, abbiamo cominciato a cercare modalità espressive non ordinarie, sintetiche, interessanti.
Ci siamo trasformati tutti in esperti di marketing, alla ricerca delle migliori strategie per vendere noi stessi.
E vai con l'aforisma, con la frase ad effetto, con l'originalità grafica o linguistica.
Si litiga, ci si lascia, ci si denuncia per un sms o un email.
Le lettere maiuscole, che un tempo ci informavano dell'inizio di un nuovo paragrafo o del nome proprio, adesso sostituiscono gli sguardi e le inflessioni della voce:
"x favore" è una preghiera , "X Favore!" è una minaccia.
E la cosa più interessante è che chi legge muta il proprio stato d'animo a seconda della grandezza delle lettere, cosi che alla fine, per un errore di battitura si rischia di perdere il lavoro o rompere un'amicizia.
Ci si guardasse negli occhi sarebbe un altra cosa, ma ormai sembra impossibile comunicare in maniera diversa.


Un altra cosa che mi ha fatto notare A. il musicista, è quella del controllo.
Nella biblioteca di Babele dove, in teoria, vige la piena libertà di espressione, siamo tutti potenzialmente controllati e controllori.
Lo sappiamo, e quindi utilizziamo un linguaggio obliquo.
Spesso è una necessità: ogni cosa che scriviamo sul pc potrebbe essere usata contro di noi.
Ricordo un episodio buffo nella mia causa di separazione.
Avevo scritto per un forum letterario un testo intitolato "Le Mutande di Federica".
Parlavano continuamente, in quel Forum, di Proust e della "madeleine", che fa piombare nel passato il protagonista di "Alla Ricerca del Tempo perduto" e così per provocare avevo sostituito alla fragranza del dolcetto il profumo di sapone di Marsiglia delle mutande di una inesistente amante del passato.
"Fedigrafo!"
"Ma dai si capisce che è uno scherzo!"
Niente da fare, la realtà virtuale, con le sue mille possibilità di interpretazione, è più vera della vita.
Questa paura più o meno conscia, del controllo porta a modificare ulteriormente le nostre modalità espressive.
Così non solo cerchiamo le parole giuste, che facciano colpo e riescano a venderci meglio, ma cerchiamo pure di mascherare le nostre vere intenzioni, di non essere troppo espliciti.
Più aumentano le possibilità di comunicare e meno sappiamo parlare al cuore degli altri.


"Ma ti rendi conto che Provenzano comunicava con i Pizzini!" mi dice A.
Già.
Il capo della mafia spostava fiumi di denaro, ordinava omicidi, faceva e disfaceva giunte e consigli di amministrazione con i "pizzini", foglietti di carta scritti a mano.
Bene, si dirà, e con lo yoga cosa c'entra?
Beh....diciamo che, almeno a leggere i testi più antichi, lo scopo dello Yoga è quello di portare alla luce, alla coscienza, un nucleo puro, luminoso, eterno che sonnecchia dentro di noi.
Un Angelo Caduto? Un Dio Annichilito? Il Brahman?
Io credo si tratti semplicemente dell'Essere Umano.
Lo yoga ci fornisce spazzole, stracci e detersivi per ripulire il corpo e la mente e mostrarci la nostra vera natura.
Ci dà accesso alla stanza segreta del cuore: è lì che si nasconde il nucleo luminoso dell'esistenza.
Un qualcosa che si esprime con luce e suono.
Niente di vago o indefinito ma un universo intero, con tanto di stelle e pianeti, che vibra in noi.
Non basta saperlo o dirlo.
Va visto e ascoltato.
Ma come si fa nell'Era della Biblioteca di Babele, a vedere ed ascoltare davvero?
Tutti noi parliamo e scriviamo continuamente di Ascolto Interiore e di Vedere con la maiuscola, ma, appunto, ne scriviamo e ne parliamo scegliendo, anche nelle relazioni non virtuali, le parole più adatte a vendere il nostro pensiero e la nostra persona.
Il motto del nostro tempo è se non appari non esisti, e anche i più accesi nemici del Mercato Globale si adeguano perché, giustamente, vogliono esistere.
Solo se esistiamo possiamo vendere i nostri prodotti che magari sono, o pensiamo siano, il bene comune, la felicità, la Conoscenza.
Oppure vendiamo la nostra carenza d'amore in cerca di sicurezze affettive e di conferme.
Il capo della Mafia voleva essere invisibile e, insieme, voleva che il proprio pensiero arrivasse ai suoi uomini chiaro, semplice, inalterato.
Niente giri di parole, niente linguaggi obliqui o codici da spie.
Un foglietto di carta scritto a mano e uno sguardo, occhi negli occhi.
C'è molta ironia nella storia dei "pizzini".
Noi, più o meno consciamente, studiamo sempre nuove strategie di comunicazione per entrare nel Mercato, chi invece il Mercato lo gestisce, si affida a modalità arcaiche.
I mafiosi conoscono l'animo umano meglio di tanti insegnanti di Yoga.
So che il mio ragionamento apparirà sciocco, ma pensiamoci un momento.
Parliamo sempre di sincerità, di verità, di dialogo da cuore a cuore e poi invece di aspettare che le parole vengano spinte in superficie dalla marea delle emozioni cerchiamo la maniera migliore per "catturare l'attenzione".
Sarà mai possibile vedere e ascoltare l'Universo in noi se monitoriamo incessantemente le reazioni altrui ai nostri gesti e parole?
Ogni volta che scegliamo una parola, un'immagine o un abito non per esprimere il nostro pensiero e le nostre emozioni, ma per piacere agli altri, nascondiamo un pochino di più la nostra vera natura.
ogni volta che , con le migliori intenzioni, ci adeguiamo alle leggi del mercato, svendiamo un pezzetto della nostra umanità.
Alla fine non sapremo più riconoscere neppure la nostra faccia e qualcuno, per noi invisibile, deciderà della nostra vita con uno sguardo e un appunto scritto a mano su un foglietto di carta stropicciato.




sabato 26 aprile 2014

TRADIMENTI








Sono con Ivana.
La mia amica di sempre.
La ascolto.
Racconta ad altri di quando mi ha incontrato, 35 anni fa.
Un deficiente boccoluto che se ne andava in giro con un flauto di canna, seguito da un codazzo di ragazze.
35 anni sono tanti.
Un deficiente.
Pensavo di essere Krishna all'epoca.
Ridiamo.
Ivana è brava a raccontare.
Me lo vedo davanti il deficiente con la faccia da surfista.
Che buffo.
Poi viene la malinconia.
No, non è la nostalgia della giovinezza, è qualcosa di diverso.
L'umore si fa nero.
Torniamo a casa e accendo il pc.
Oh! Il forum di Yoga!
Leggo gli ultimi interventi, verbosi, colti.
Discussioni sugli scopi della vita, dello yoga, sui rapporti tra pensiero occidentale e pensiero indiano.
Fino a poco tempo fa mi sarei fregato le mani e mi sarei buttato come un falco sulle colte citazioni, le perifrasi ad effetto e gli involontari strafalcioni degli altri falchi.
Adesso gli onorevoli duelli filosofici alla ricerca della verità ontologica mi paiono insensati.
La magia di Ivana ha funzionato.
Il deficiente con la faccia da surfista se ne sta lì davanti a me.
Non fa mica niente! Non mi giudica, non mi critica (è incapace di farlo!).
Mi guarda e basta, col sorriso di allora.
E io mi sento una merda.
Mi viene in mente il "bacio della morte"...
No niente di drammatico, per carità: quando ero ragazzino e ci facevamo le canne, chiamavamo bacio della morte un gioco stupido.
La mia fidanzatina tirava un gran boccata di canna, poi mi baciava e mi soffiava il fumo nei polmoni.
Io lo tenevo dentro fin quando potevo e poi lasciavo che uscisse da solo, di colpo, dal naso e dalla bocca.
Dopo 35 anni il deficiente con la faccia da surfista se ne è uscito, di botto, come il fumo del bacio della morte. Ha aperto il cassetto polveroso dove lo avevo chiuso e ora se ne sta lì, in silenzio.
E mi guarda.
La parola che mi risuona nella testa è TRADIMENTO.
In questi anni sono andato alla ricerca della verità.
La Verità è la cosa più importante.
La Verità è rivoluzionaria.
La Ricerca della Verità è lo scopo ultimo dell'Essere umano.
Al deficiente con la faccia da Surfista della verità non fregava un accidente.
Pensava di essere Krishna.
Cercava Radha, l'Amore che nulla pretende.


La filosofia è una strana roba.
Ci si comincia a creare un sacco di problemi sull'esistenza di Dio, sul rapporto tra Individuo e Assoluto, sulla necessità di annichilire l'ego.
Quanti anni ho passato a studiare le tecniche per annichilire l'Ego!
Che senso ha?
La Ricerca assidua della Verità, la Credenza di voler distruggere le Credenze finisce spesso, o sempre, per andar contro alle ragioni del cuore.
Ma se esiste un Assoluto, dove altro potrebbe essere se non nel cuore?
Nel nucleo vivo e palpitante delle emozioni che dà vita e forma al nostro corpo, alla nostra vita?
La natura dell'essere umano è Ananda, beatitudine infinita.
Felicità senza limiti.
L'ho scritto un mucchio di volte.
Ma forse non l'avevo mai veramente capito prima di adesso.
"Natura" significa ciò che si è veramente.
Krishna cercava Radha, l'Amore che nulla pretende.
E Radha non è una Dea, è una donna in carne ed ossa.
C'è esiste.
Basterebbe essere fedeli a se stessi, alla propria Natura, per vivere sempre e comunque al suo fianco.
Ma l'Amore, di cui si parla sempre, all'uomo non basta.
Lo mettiamo in un cassetto in attesa di tempi migliori, c'è sempre qualcosa da fare: ottenere la sicurezza economica, il rispetto degli altri, il successo.
Siamo sempre pieni di così nobili ideali da perseguire, di obblighi sociali o familiari da onorare, che finiamo per lasciarlo lì, l'amore, nel cassetto sempre più polveroso del cuore.
Verrà il momento di aprirlo, prima o poi, ci diciamo.
E intanto via ad inseguire il successo, a piangere per le ferite dell'Ego, a cercare la verità ontologica.
Il massimo è quando anziché donarsi all'amore, perdiamo tempo a convincere gli altri dell'insensatezza di vivere senza amore.
Il deficiente con la faccia da surfista mi sorride.
Lui lo sa di chi sto parlando....

giovedì 24 aprile 2014

UDDIYANA BANDHA - IN VOLO VERSO LE STELLE


" Come l'uccello vola nel cielo, così l'uomo, come un leone su un elefante, mostra la sua vittoria sulla morte, grazie alla vitalità acquisita con Uddiyana Bandha "
Yogacudamani Upanishad 



In questo video mostro una parte della mia pratica di Uddiyana bandha e Nauli Kriya. 
Non ho aggiunto spiegazioni, perché penso che i bandha, per come li intendo io, siano una questione delicata, e che possano essere appresi solo direttamente. 
Ma volevo condividere le mie riflessioni e gli effetti che la pratica ha su di me.







La prima riflessione l'ho fatta sul nome.
uḍḍīyana.
A dir la verità a volte si trova scritto anche in maniera diversa, uḍḍiyāna, ma credo che quest'ultima parola indichi una particolare Mudra, un gesto.
Dunque uḍḍīyana significa: alzarsi in volo/elevarsi/librarsi/ergersi/sali re alle stelle.
Ovviamente il pensiero va subito al diaframma toracico, che viene spinto verso l'alto.


Ma se invece quell'alzarsi in volo o salire alle stelle si riferisse a qualcosa d'altro?
Supposizioni, ovviamente, però praticando ho notato degli effetti particolari, dei riflessi in zone del corpo, soprattutto del cranio, che mi fanno pensare che Uddiyana Bhanda sia qualcosa di più di un massaggio della parete addominale e delle viscere.
Cominciamo con il descriverlo, con le parole che si trovano sui testi moderni:


"Dopo una profonda espirazione, i muscoli intercostali eseguono il movimento inspiratorio di espansione del torace, mentre la glottide rimane chiusa. La pressione negativa intratoracica così creata , tira su il diaframma rilassato, e di conseguenza, la parete addominale [...] Praticando Nauli si isolano e si contraggono i muscoli addominali in modo da aumentare ulteriormente la pressione negativa intra-addominale" (Karl Nespor - Yoga Magazine)

Nauli (l'isolamento e la rotazione dei muscoli addominali) e Uḍḍīyana Bandha, sono stati oggetto di esperimenti scientifici già all'inizio di questo secolo, con Svami Kuvalyananda.
Recentemente Karl Nespor ha dimostrato che la pratica genera, in un danzatore professionista, una pressione negativa pari a -44 mm di mercurio (1 mm di mercurio equivale a 1 Torricelli e 1, 33 millibar).
Per renderci conto di cosa significa bisogna considerare che la pressione atmosferica (1 atmosfera) è pari a 760 mm di mercurio!
La depressione (pressione negativa) causata nel torace da Uḍḍīyana Bandha, poi è ancora maggiore, tanto che il sangue delle vene addominali viene risucchiato nel cuore.


Interessante, vero?
Ma secondo me, c'è qualcosa di più, qualcosa di diverso.
Riprendiamo (come fa il dott. Nespor) la citazione della Yogachudamani Upanishad:

"Come l'uccello vola nel cielo , così l'uomo , come un Leone su un Elefante, mostra la sua vittoria sulla morte, grazie alla vitalità acquisita con Uddiyana Bandha"

L'Elefante, veicolo di Indra, rappresenta, di solito, il cakra del perineo e l'elemento Terra.
Il Leone, veicolo di Durga, è invece il simbolo del Fuoco e del Cakra dell'Ombelico.
L'uccello che vola nel cielo, a cui è dedicato il nome del Bandha (Uḍḍīyana) mi pare si possa dire che rappresenta l'elemento Aria.
E l'Acqua?
Lo so che sono un po' chiacchiere da alchimisti della domenica, ma così per gioco, ho pensato che se le Upanishad sono testi pratici, operativi, dietro alle parole ci deve essere una qualche chiave, l'indicazione di un modus operandi.
L'uccello che vola nel cielo potrebbe suggerirci una qualche relazione tra ARIA ed ETERE, il Leone sull'Elefante tra FUOCO e TERRA...e l'Acqua dove è?
Nella descrizione della pratica di Uḍḍīyana si parla sempre dei movimenti dei muscoli intercostali.
In alcuni testi ho trovato la definizione "falsa inspirazione", in altri, come nell'articolo di Nespor, "movimento inspiratorio di espansione del torace".
E se ci si riferisse non alla respirazione ordinaria, ma ad un altro tipo di respirazione?
La respirazione primaria per esempio? E se la chiave non fossero i muscoli, ma le ossa, il tessuto connettivo e il liquido linfatico?
Ci sto dietro da un sacco di tempo.
Ultimamente sto "applicando" ad ogni asana e Bandha ciò che so sul movimento delle ossa indotto dalle maree del liquido cerebro spinale.
Le cosiddette ossa pari (le ossa gemelle, come quelle delle braccia e delle gambe, come le costole) durante la "inspirazione" si allargano verso l'esterno (spostamento sul piano laterale) e durante la "espirazione" si chiudono.
Le ossa impari (come il sacro, il mento, le vertebre), invece, inspirando si spostano all'esterno rispetto all'asse centrale (spostamento sull'asse sagittale) ed espirando tornano in asse e si allungano.
I due movimenti combinati danno vita ad una specie di "Danza delle Ossa" assecondando la quale ogni gesto sembra più morbido, elegante, naturale.
Facile rendersi conto di questa danza.
Ci si siede e si ascolta la respirazione.
Poi si porta l'attenzione sul mento e sul sacro.
Inspirando si sposta il mento delicatamente in avanti e in alto e il sacro indietro e in alto.
Espirando si torna in asse.
Cosa succede se si accentuano i movimenti naturali in
Uḍḍīyana Bandha?
A me, se sposto il mento in avanti e il sacro indietro durante la "falsa" espirazione aumenta molto l'energia nella zona frontale.
Se porto gli occhi indietro poi la sensazione aumenta e mi sembra di vedere una specie di cielo stellatissimo (un effetto ottico credo normale).
Espirando, rilassando dolcemente e riportando in asse mento e sacro sento invece un afflusso di liquidi nella zona della nuca.
Liquidi che sembrano salire su fino alla fontanella, lasciando alla fine una specie di piacevole cerchio alla testa, quasi ci fosse una corona formata da bollicine di Champagne.
Ipotesi:
Visto che la pressione negativa creata da Uḍḍīyana Bandha è tanta da risucchiare nel cuore il sangue delle vene addominali e da permettere agli yogin di aspirare acqua nel colon, non sarà possibile che si invertano le maree del liquido cerebro spinale (ricco di neuro-ormoni)?
Provate a prendere due tubi di gomma, di quelli per innaffiare il prato, e sparate il getto d'acqua di uno contro il getto d'acqua dell'altro.
Che succede?
Non sarà per caso questo effetto il "Volo verso le stelle" ? 






sabato 19 aprile 2014

PIEDE DI TIGRE E LA DANZA DELL'UNIVERSO


Un giorno, nella Foresta di Thillay, Vyaghrapada (व्याघ्र vyāghra=Tigre, पाद pāda=Piede) trovò uno Shiva lingam.
Si dirà che oggi di Shiva Lingam, la pietra a forma di uovo venerata come pene di Shiva, se ne trovano a bizzeffe, di ogni materiale, foggia e dimensioni, ma all'inizio quel nome era riservato ai frammenti di  una stella caduta nel fiume Narmada migliaia e migliaia di anni fa.
Pietre rare, insomma.
Vyaghrapada lo prese come un segno divino
Per celebrare l'evento miracoloso ci voleva dell'acqua e guarda caso proprio lì vicino c'era una fonte.
Ci volevano anche dei fiori e la foresta ne era piena, ma quando cercò di raccoglierli migliaia e migliaia di api si gettarono su di lui.
Le api indiane sono assai selvagge, e grosse come dita. Spaventato dai ronzii "Piede di Tigre" optò per una fuga onorevole.
Ma non si diede per vinto: era uno Yogin.
Si mise seduto, calmò il respiro e la mente e cominciò a recitare il mantra di Shiva: "OM NAMAH SHIVAYA OMA NAMAH SHIVAYA OM NAMAH SHIVAYA....".
Si sa che Shiva, che vuol dire "il Benigno", accoglie ogni richiesta dei devoti, anche la più assurda.
Vyaghrapada, per poter resistere alle punture delle api assassine, chiese zampe, mani e occhi di tigre e il Nataraja lo accontentò, donandogli, giacché c'era, anche una bella coda lunga fino a terra.
La cerimonia ebbe inizio, il nostro Yogin cadde in Samadhi ed il Dio della Danza apparve tra gli alberi, mostrando per la prima volta ad un essere umano, i passi della Tandava.




La storiella è intrigante.
Nel luogo dell'apparizione, dove oggi sorge il Tempio di Chidambaram, si riunirono i prima Siddha (Patanjali, Tirumular, Nandikesvara...), i creatori dello Hatha Yoga, la Danza degli Dei, e questo, a me, da un po' da pensare sul reale significato delle api, dei fiori, degli occhi di tigre...
Nella Chandogya Upanishad, la più antica Upanishad dei Veda, credo, si parla della Madhu Vidya, o conoscenza del miele.
Un insieme di pratiche legate al suono e alla vibrazione.
Le api, per la Chandogya Upanishad, sono le lettere dei Veda, e i fiori sono il risultato da acquisire, la realizzazione, o l'identità con Brahma.
Analizzare tutti i simboli con le nostre menti di occidentali acculturali è pericoloso.
Si è vero che i Siddha erano esseri umani come noi e che le strutture mentali nostre e dei nostri avi sono assai simili, ma la mente moderna è complicata, tende a cibarsi della suggestione dell'immagine per adornarla di parole lette sui libri.
Loro invece, i Siddha, lavoravano sul corpo e intendevano il corpo come carne, pensiero e spirito insieme.
Ad occhio, se le api sono le parole dei Veda, la storia di Vyaghrapada ci confonde un po' le idee.
Vediamo: se i Veda sono la conoscenza e, insieme, la maniera per realizzarla, la conoscenza, perché le  lettere con cui sono scritti (le api) ci impediscono di "raccogliere i fiori"?
Ho provato a pensare nella maniera più semplice possibile, tralasciando le citazione sanscrite, le analisi linguistiche e le teorie junghiane.
Se le api sono lettere significa che comunicano, giusto?
E come comunicano le api? Con il ronzio (la vibrazione, la voce) e con la danza (avvertono le compagne della presenza di fiori creando figure nell'aria).
Ci sono allora due (almeno) modalità di informazione, una legata al suono ed una al gesto.
E se la comprensione letterale, intellettuale stavo per dire, fosse, ad un certo punto della pratica yoga, un ostacolo?
Che fa Vyaghrapada per poter cogliere i fiori? 
Si mette a praticare il mantra di Shiva e poi chiede di avere mani, piedi e occhi di tigre.
Non sarà per caso  un insegnamento pratico?
Per ottenere la conoscenza bisogna forse mutare la percezione visiva e la qualità del movimento  riappropriandoci, coscientemente, della nostra natura animale?




Ho fatto un esperimento, senza troppe pretese.
Da una serie di riproduzioni di statue ho preso alcune posizioni della Danza di Shiva e le ho "montate" in una specie di coreografia.
Una cosa senza pretese, senza riferimenti puntuali alla danza indiana.




  

Mi sono seduto ed ho recitato per 108 volte il mantra OM NAMAH SHIVAYA. Dopo di ché ho cominciato a visualizzare la sequenza.
Quando i movimenti immaginati hanno cominciato a dare dei riflessi motori ai muscoli, mi sono alzato ed ho eseguito più volte la coreografia, recitando mentalmente il mantra.
Il risultato dal punto di vista delle sensazioni fisiche è stato impressionante. 
Il corpo alla fine era completamente rilassato, ma soprattutto ero pieno di dolcezza, una dolcezza infinita, quasi da lacrime, con un velo di nostalgia. Come quando ti riciccia un grande e mai dimenticato amore del passato.
Miele? Non so, ma credo che la "Danza di Vyaghrapada", come l'ho chiamata, sia una pratica da ripetere e da studiare con molta attenzione.....










domenica 13 aprile 2014

LOGICA CORPOREA - LA SPACCATA FRONTALE







Molti praticanti, e alcuni insegnanti che conosco, hanno difficoltà ad assumere le posizioni come Upavishta Konasana, con le gambe in apertura,


Si arriva a dire che non sono essenziali per la pratica dello Hatha Yoga o che l'apertura è roba da ballerini e che dipende da una predisposizione naturale.
In realtà l'apertura è essenziale per uno Hatha Yogin, se non si padroneggiano le "spaccate, sarà difficile assumere correttamente Padmasana o Siddhasana.
E per ciò che riguarda la predisposizione naturale, a parte i casi di patologie più o meno gravi, basta osservare i bambini nei primi anni di vita: per loro Mandukasana o Upavishta Konasana sono posizioni normali.
Alcuni ci si addormentano, suscitando i gridolini di incredulità di adulti con il bacino contratto e le lombari accartocciate.


Per poter assumere le posizioni fondamentali dello Hatha Yoga, per prima cosa occorre prendere coscienza dei fantastici giochi di specchi costruiti dalla mente.
Nella nostra società le posture naturali dell'Essere Umano sono considerate innaturali e le abitudini errate, nate da sovrastrutture culturali, da mode, spesso, sembrano, di contro normali.


Vediamo: nessuno di noi si stupisce nel vedere una bella donna con le gambe accavallate e le scarpe a punta, tacco dodici.
Anzi ci sono studi sul linguaggio del corpo, sui messaggi della seduzione e via discorrendo.
Consideriamo normale stare seduti di sbieco, con una gamba sopra l'altra e le dita dei piedi strizzate quasi fino alla necrosi.
Pensiamoci un attimo.
Se in un salotto televisivo mi metto seduto per terra a gambe incrociate lo strano sono io, e questo, dal punto di vista della, come chiamarla... Logica del Corpo(?) è ASSURDO.
Nel momento in cui diventiamo consapevoli di questo ribaltamento della Logica Corporea, la maniera di assumere le posture dello Hatha Yoga muta radicalmente: non è l'Asana ad essere Innaturale, sono le sovrastrutture culturali a farcelo apparire tale.

Se comprendiamo il processo di ribaltamento della "Logica Corporea" verrà a galla la reale motivazione dei nostri gesti quotidiani e, piano piano, ci libereremo del concetto di Prestazione, uno dei peggiori nemici del praticante.
La nostra maniera di muoversi, di parlare, di vestirsi, non dipende quasi mai dalle esigenze del corpo, ma dalla necessità di piacere agli altri.
"Il Tema è La Relazione" dice spesso la mia  Donna.
Già.
Il problema è che per relazionarsi con gli altri, con la società o le micro-reti sociali (famiglia, amici, colleghi) indossiamo abiti di scena e interpretiamo dei ruoli, infischiandosene delle esigenze del corpo e delle emozioni da cui queste esigenze insorgono.
A forza di cercare di comunicare con l'esterno, di studiare le leggi delle relazioni, rischiamo di perdere contatto con la sapienza antica del corpo, unica via per riscoprire lo Stato Naturale.
Per uno Hathayogin il tema non è la Relazione, il Tema è ESSERE.
E come si fa ad Essere se si assumono le posizioni e i comportamenti che devono farci accettare dalla società?



Il viaggio a ritroso verso lo stato naturale ci svela, pian piano, tutti i nostri bluff.
Smascherare se stessi è doloroso, e in molti casi, è meglio lasciar perdere.
Ma se ci si addentra nella via dello Yoga guardarsi in faccia diventa, invece, una necessità.
Quanti sono gli istruttori di yoga che evitano accuratamente di mostrare agli allievi le posizioni che non gli riescono?
Quanti sono quelli che nascondono le loro lacune dietro le comode ipocrisie del "Questo non mi risuona" o "Il mio maestro ha detto che non si fa così"?
Lo yoga pretende che ci si mostri nudi: è una via che toglie.
Fa piazza pulita di certezze e pregiudizi.
Ti fa vedere la tua faccia così com'è, senza belletti.
Arrendersi al corpo.
Questa è l'unica cosa possibilità.
E il corpo non è una macchina di muscoli, legamenti ed ossa, ma lo specchio delle emozioni.


Se ci si arrende svanisce il concetto di Prestazione.
L'Ascolto Interiore non si accorda con la volontà di piacere o di stupire gli altri.
Studiare una postura che ci crea difficoltà, come, per molti, la Spaccata Frontale, significa innanzitutto comprendere cosa mi impedisce di assumere una posizione NATURALE.
Attaccare le gambe a corde e carrucole, farsi torturare da pesi e partner con tendenze sadomaso, nello Yoga non serve assolutamente a niente!


L'unica cosa che conta è la consapevolezza, lo scoprire, pian piano, cosa impedisce al mio corpo di esprimere le proprie, naturali, potenzialità.
Ma ritorniamo alle posizioni in apertura, naturali per l'essere umano, in assenza di patologie particolari.
Se un praticante di Hatha Yoga non riesce ad assumerle significa:
1) che non ha piena consapevolezza della geometria del corpo, ovvero che non sa come allineare le articolazioni e come muovere correttamente il corpo nello spazio.

2) che non ha piena consapevolezza del pavimento pelvico.

Per colmare queste lacune bisogna cominciare a diventare coscienti del movimento naturale del sistema osseo.


Il sistema osseo è dinamico, si muove continuamente seguendo l'andamento delle maree del liquido cerebro spinale.
Le ossa pari o gemelle (le costole per esempio) in inspirazione si allargono ed in espirazione si chiudono.
Le ossa impari (il sacro, per esempio) in inspirazione si flettono verso l'esterno ed in espirazione si allungano.

Facciamo un esercizio semplice semplice:


1)Apro le gambe quanto posso (anche 90° va bene) e, mani a terra, scendo, sempre quanto posso, con la schiena in avanti.
La posizione deve essere il più comoda possibile.

2)Porto l'attenzione sul mento e sul sacro.
In Inspirazione devo percepire un leggero movimento del sacro indietro e in alto e del mento in avanti e in alto.
In espirazione sia il sacro che il mento torneranno in asse e percepirò una spinta verso l'alto e verso il basso della colonna vertebrale.
Una volta percepito il movimento naturale cerco di assecondarlo spostando volontariamente il mento e il sacro.

3)Porto l'attenzione sulle costole e sulle ossa delle gambe.
In inspirazione ne devo percepire l'allargamento verso l'esterno ed in espirazione la chiusura.
Il movimento delle ossa delle gambe si tradurrà in una rotazione nella zona dell'articolazione coxo-femorale.

.

4)Adesso inspirando muovo consapevolmente il mento e il sacro in avanti e faccio ruotare le gambe leggermente all'esterno.
Espirando rilasso il più possibile il bacino e allungo la colonna, sempre con dolcezza.

5) Dopo aver per ripetuto per 9-18...108 cicli respiratori, mi fermo e ascolto il fluire delle energie. Dovrò percepire una specie di formicolio o una carezza sottopelle che, con la pratica, si trasformerà in una vibrazione.

6) Porto l'attenzione sul Pavimento pelvico visualizzandolo come un rombo i cui vertici sono: osso pubico, ischi, coccige.


Inspirando "allargo" il rombo: osso pubico e coccige si allargano sull'asse sagittale e gli ischi lateralmente.
Espirando cerco di rilassare e di allungare la colonna.
Continuo fin quando non percepisco una vibrazione e/o un formicolio nella zona del perineo.

7) A questo punto immagino che all'interno delle gambe ci sia un canale (uno per gamba) che dal piede porta all'ombelico passando per il pavimento pelvico.
Inspirando immagino che l'aria dai piedi arrivi all'ombelico facendo allargare il "ROMBO" del pavimento pelvico.
Espirando "faccio uscire l'aria dai piedi" allungando e allargando dolcemente le gambe.
Dopo 9-18...108 cicli respiratori mi fermo e cerco di percepire vibrazioni e/o formicolii nelle gambe, nel pavimento pelvico, nella zona del sacro.
Tiro su la schiena mi allungo e ripeto allargando un poco le gambe.......
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sabato 12 aprile 2014

IL MISTERO DELLE LETTERE SCOMPARSE




"The Purloined Letter", la Lettera Rubata, è un racconto di Edgar Allan Poe. 
La trama è banale: l'investigatore August Dupin si mette alla ricerca di una lettera "compromettente", rubata a fini ricattatori, da un ministro francese.
Il documento sembra svanito nel nulla, fin quando l'astuto Dupin non ha una specie di illuminazione: "niente è meno visibile di ciò che è esposto agli occhi di tutti".
La lettera non è mai stata nascosta: è nello studio del Ministro, sullo scrittoio.
Questa storiella apparentemente idiota, ha ispirato e continua ad ispirare, filosofi, psicologi e romanzieri, da Freud a Lacan, da Derrida a Baudelaire, da Sciascia a Proust.
L'incapacità di vedere ciò che è evidente è uno dei problemi principali dell'uomo moderno.
Siamo sempre alla ricerca di misteri, di nascondigli, di "Codici da Vinci" e non vediamo quello che abbiamo sotto il naso.
Il pensiero obliquo, la necessità di trovare delle segrete motivazioni psicologiche alle azioni, nostre e altrui, si è impossessato della nostra mente ed è stato assunto come generale sistema di interpretazione della realtà.
Un puro di cuore, osservandoci, penserebbe che siamo tutti dei deficienti.
Nello yoga il pensiero obliquo porta a risultati esilaranti.
Pure a me, che certo non son puro di cuore, alcune descrizioni e discussioni mi sembrano stupide da non crederci.
L'esempio più eclatante sono i Chakra (cakra sarebbe più giusto, la c è sempre morbida in sanscrito, come in ciao).
Nelle Upanishad, che sono la parte pratica, operativa dei Veda, e nei testi degli Hathayogin come Gorakhanath, sono descritti accuratamente.
Si dice che i petali sono i canali del corpo (vasi linfatici ecc.), che la maggior parte dei cakra sono attorno ai tre canali interni della colonna vertebrale (Citrini nadi, Vajra nadi e Sushumna nadi) e sono in relazione con i "Bulbi" corrispondenti, nell'anatomia moderna, ai diaframmi corporei (Pelvico, Urogenitale, Toracico, Gola, Palato Molle).
Che fa il moderno yogin occidentale?
Prende per vero o plausibile ciò che è scritto e cerca di sperimentare?
Ci mancherebbe altro!
I Chakra diventano di tutto e di più, ci si ficcano dentro Jung, la Metafisica e le sedute spiritiche.
Si colorano come l'arcobaleno (porca miseria sono quasi tutti rossi e bianchi, come la carne e il sistema connettivo!) e li si usa come talismani.
Il più grande mistero per me resta quello delle sillabe inscritte nei petali.


Da migliaia dei anni gli yogin disegnano i Chakra come fiori di loto e su ogni petalo scrivono una sillaba sanscrita.
Quattro sillabe al primo Chakra, sei al secondo, dieci al terzo, dodici al quarto, sedici al quinto e due al sesto.
Il cakra dai mille petali è invece formato da venti corolle concentriche formate da cinquanta petali, ovvero le cinquanta sillabe dell'alfabeto moltiplicate per venti.
Domanda non retorica: trai praticanti di Yoga che stanno leggendo, quanti sono coloro cui è venuto in mente non dico di impararsi a memoria le cinquanta sillabe, ma anche solo di sapere che diamine c'è scritto sui petali?
Prima ho scritto che io non son certo un puro di cuore.
Forse ne è dimostrazione il fatto che quando leggo la pubblicità di corsi, a caro prezzo, per aprire i Chakra con la descrizione delle tecniche più fantasiose (dalla Canoa Sciamanica, alle Costellazioni immaginali, dall'ipnosi regressiva alla titillazione tantrica delle unghie dei piedi) rido come un pazzo.
Si tratta comunque di un passo in avanti, prima mi incazzavo.
"Ma scusate" - mi viene da dire- "Perché spendete dei soldi per aprire i Chakra? Sono Aperti! se non lo fossero sareste morti!"
"Ah! volete attivarli i Chakra? Porca miseria sono seimila anni che ci fanno i disegnini con le didascalie per dirci come si fa!"
Le sillabe dei Chakra sono come la lettera scomparsa di Poe.
Tra gli yogin è tutto un cercare di svelare le tecniche segrete per attivare i Chakra, per far salire Kundalini.
E le tecniche, tutt'altro che segrete, sono lì, nelle upanishad, nei disegni, nelle statue. 




Dov'era la lettera rubata di Poe? 
Sullo scrittorio, nel suo ambiente naturale.
Dove saranno mai le tecniche per attivare i Chakra (e quindi fare Yoga, che senza Kundalini non c'è Yoga)?
Nei manuali scritti dagli Yogin.
Negli schemi disegnati dagli Yogin.
Nelle statue scolpite dagli Yogin.
Sono lì dove dovrebbero essere.
Nessuno le ha mai nascoste.
Nessuno le ha mai rubate.
Il problema è che per la nostra mente, menomata dal virus del pensiero obliquo, è troppo facile.
Il percorso dello Hatha yoga, concettualmente, è assai logico.

PUNTO PRIMO: il corpo umano è un sistema idraulico ed elettrico al tempo stesso.
Con gli Asana si sciolgono i blocchi che impediscono la circolazione dei fluidi.
Con le Mudra si impara ad accelerare questa circolazione.
Con la meditazione con seme si impara a percepire la circolazione mediante il sistema elettrico (recettori).

PUNTO SECONDO:
il corpo in ultima analisi è formato da particelle di piccolissime dimensioni dotate di coscienza (Anu Purusha è l'Atomo). Queste particelle comunicano mediante la Luce.
La luce viene attivata dalle vibrazioni.
La meditazione senza seme consiste nel far vibrare tutte le particelle del corpo all'unisono e diventare testimoni degli eventi luminosi che tale vibrazione provoca.

Per far vibrare tutte le particelle alla medesima frequenza bisogna prima far vibrare alla giusta frequenza i vari canali del corpo.
Queste vibrazioni sono indicate dalle sillabe scritte sui petali dei cakra.

Il giochino dell'attivazione dei Chakra, una volta che il corpo è ben allineato,è assai semplice.
La vibrazione universale è l'OM.
Ogni Chakra ha poi un suono base, una nota, indicata dai Bija mantra LAM-RAM ecc. che rappresentano la nota fondamentale di quella "particolare scala musicale" che è l'insieme delle lettere del singolo Chakra.
Quindi, ad esempio per il Chakra a quattro petali dell'Ombelico, si reciterà OM, quattro volte il Bija Mantra LAM di nuovo OM e le singole sillabe dei petali, in senso orario, spazializzandone, ovvero facendo partire la vibrazione dal luogo fisico corrispondente a quel petalo.
Ovviamente si concluderà con l'OM.
Un esercizio facile facile: basta leggere cosa c'è scritto sulle raffigurazioni dei Chakra.
Eppure i praticanti, in genere, non lo fanno, lo considerano una perdita di tempo, forse, e preferiscono lasciarsi intrigare da disquisizioni sul sesso degli angeli o sulle motivazioni psicologiche e simboliche delle slogature alle caviglie.
So che è inutile... ma di seguito incollo, per l'ennesima volta, lo schema dei chakra con le lettere sanscrite.


Dal punto tra le sopracciglia (ājñā che tra parentesi è parola femminile e significa "ORDINATRICE") al perineo (mūlādhāra) abbiamo, in senso orario dall'alto al basso:

haṃ - kṣaṃ 


aṃ - āṃ - iṃ - īṃ - uṃ - ūṃ - ṛṃ - ṝṃ - ḷṃ - ḹṃ - eṃ - aiṃ - oṃ - auṃ - aṁ -aḥ 


kaṃ - khaṃ - gaṃ - ghaṃ - ṅaṃ - ca - cha -ja -jha -ña -ṭaṃ - ṭhaṃ 

ḍaṃ - ḍhaṃ - ṇaṃ - taṃ - thaṃ - daṃ - dhaṃ - naṃ - paṃ - phaṃ 


baṃ - bhaṃ - maṃ - yaṃ - raṃ - laṃ 





vaṃ - śaṃ - ṣaṃ - saṃ 



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