sabato 22 novembre 2014

E SE GLI DEI FOSSERO UOMINI?

Si dice spesso che l'Uomo è un Angelo caduto, o un Dio annichilito.
Su questo tema affascinante si elaborano dottrine, si scrivono migliaia di libri, si fanno convegni e dibattiti.
E se fosse il contrario?
Se gli dei di cui ci raccontano i Veda e, in genere, tutti i libri cosiddetti sacri dell'umanità, fossero degli esseri in carne ed ossa?




Un anno fa, più o meno, ho scoperto, per caso, che la maggior parte delle posizioni dello yoga, gli asana, sono in realtà costellazioni e asterismi.
L'asana di Shiva Nataraja, ad esempio, indicherebbe la costellazione di Orione, o qualcuno, qualcosa, che secondo gli indiani era "disceso" da Orione.



Procedendo ho fatto altre singolari scoperte. e mi sono convinto che la conoscenza dell'anatomia, della neurofisiologia, dell'astronomia dei creatori dello yoga fosse assai superiore alla nostra e quei creatori/inventori, non fossero esseri divini come li intendiamo noi, ma persone in carne ed ossa.
Ipotesi stravagante.
I miracoli, narrati nei testi epici e nei purana, i poteri paranormali degli yogin non sarebbero secondo me, né leggende né inspiegabili interventi  della divinità, ma  il frutto di una scienza perduta e, per noi inimmaginabile.
Si tratta di ipotesi, anche perché le prove provate sono difficili da reperire.
Molti testi ci sono giunti incompleti.
Alcuni come il kamasutra, sono frutto di manipolazioni operate, forse in buona fede,  dai colonizzatori inglesi e dai missionari giunti in India al seguito della Compagnia delle Indie.
In molti ambiti la spiegazione scientifica o fantascientifica delle meraviglie dello yoga è vista come fumo negli occhi, perché potrebbe entrare in contrasto con molte credenze religiose.
Le mie ipotesi poi si scontrano con un dato di fatto, apparentemente incontrovertibile:
se fino a cinque, diecimila anni fa fosse esistita una civiltà più evoluta della nostra, possibile che non ne siano rimaste tracce?
Se Shiva e Vishnu fossero stati in realtà esseri in carne ed ossa (Lo dice Babaji in Gorashvani - ed. J.Amba)  e  le loro gesta fossero state compiute grazie a macchine volanti e armi paragonabili ai nostri raggi Laser o alle nostre bombe all'idrogeno, possibile che , su tutta la terra, non siano mai venuti alla luce i resti di quelle macchine (vimāna  विमान in sanscrito) e le tracce della distruzione causata dalle armi nucleari?



Oddio, le spiegazioni date dalla scienza ufficiale deille ossa radiottive trovate a Mohennio Daro nella Valle dell'Indo, sembrano più bizzarre delle mie ipotesi,



ma si tratta sempre di possibilità, di ipotesi, appunto, che non riescono a dissipare completamente i dubbi.
Io rimango convinto delle mie idee sulla superiore conoscenza della razza umana del passato, ma posso comprendere chi mi tratta da pazzo o  da eretico.
Poi, ieri, sono capitato per caso su un sito web di cultura e filologia ebraica, http://ame-confutatio.blogspot.it/2012/09/un-commento-di-elevata-statura.html.
C'è un commento ai libri di Mauro Biglino, l'ex traduttore delle edizioni San Paolo cacciato dopo aver proposto una traduzione letterale della Bibbia, attribuito ad un certo Avraham, definito "un ebreo-ebraista di Consulenza Ebraica molto in vista anche negli ambienti esegetici israeliani".
Sono rimasto sconvolto.
Non tanto per ciò che ho letto, quanto per il tono, tranquillo, con cui lo si scrive.
Pare che per gli ebrei ciò che per noi cristiani è fantascienza, sia realtà storica, incontrovertibile.
Cosa scrive Avraham?
Vediamo:

1) gli angeli, come li intendiamo noi, nella Bibbia non esistono:
"il termine ebraico “mal’ach” tradotto in italiano con “angelo” ha spesso come soggetto gli essere umani comuni. Sono relativamente pochi i casi in cui il termine “mal’ach” indica apparizioni fuori dal comune. Questo per l’ebreo che legge la Bibbia in ebraico è assolutamente normale. Gli angeli, nell’ebraismo sono anche le azioni divine, che possono essere portate a termine attraverso vari mezzi, fra cui: comuni cittadini, profeti, microorganismi e cose materiali e queste stesse cose sono dette “mala’achim” ovvero “coloro che svolgono un compito”."

2)In epoche antichissime gli esseri umani disponevano di una scienza e di una tecnologia più sviluppate di qunato possimao immaginare:
"Che la Bibbia parli di ingegneria genetica è noto da sempre agli ebrei attraverso il Talmud, ma gli autori del Talmud non attribuirono mai tali conoscenze scientifiche avanzate ad esseri provenienti da altri mondi, come appunto vuole la linea interpretativa di Mauro Biglino. L’ingegneria genetica altro non fu che l’eredità degli umani che vissero prima del diluvio universale narrato nella Bibbia (racconto presente in altre forme in varie altre tradizioni distanti nel tempo e nello spazio). In 1656 anni, la durata dell’era prediluviana si raggiunse un livello scientifico clamoroso, in parte derivante dal fatto che i prediluviani sapevano sfruttare pienamente la memoria e le altre parti del cervello con tutte le specialità cui esso è dotato. In parte perché avevano una vita longeva, conseguenza del tipo di atmosfera diverso che vi era prima del diluvio la quale rallentava notevolmente l’invecchiamento."

3) I Cherubini erano automi:
"I kerubini, è noto agli ebrei attraverso il Talmud, che sono degli oggetti meccanici, una specie di robot che servivano a proteggere l’arca, ovvero la cassaforte che conteneva cose preziosissime e nel frattempo pericolosissime. Questo era un congegno di protezione ad alta tecnologia sicuramente più efficiente dei sistemi oggi usato nelle banche moderne."

Non è strano?
Gli studiosi ebrei danno per scontato che gli antichi abitanti della terra fossero in grado di intervenire sul DNA ("Che la Bibbia parli di ingegneria genetica è noto da sempre") e di costruire degli automi,(I kerubini, è noto agli ebrei attraverso il Talmud, che sono degli oggetti meccanici, una specie di robot). e noi siamo qui ancora a pensare che fino a poche migliaia di anni fa i nostri antenati maschi se ne andassero in giro coperti di pelli  a stordire le femmine con la clava,bofonchiando suoni gutturali.
O sono pazzi, anche più di me, gli studiosi e i filologi ebrei, o ci hanno sempre (non gli studiosi ebrei!)  preso in giro  chiamando scienza delle favole, e favole la verità storica.




mercoledì 19 novembre 2014

SILENZIO, NOSTALGIA, TENEREZZA

Silenzio, nostalgia, tenerezza.
Non c'è molto altro da dire.

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Suda Sindur Madyee Suravitha Pivaadi Parivruthe
Manidvipe Nipopa Vanavathi Chinthamani Gruhe
Sivakaare Manje Paramasiva Paryanka nilayaam
Bhajanti Tvaam Danyaaha Katichanna Chidananda Laharim 


(Le rare persone che ti adorano, Madre divina, sono veramente fortunate
Tu ci travolgi con la tua coscienza benedetta
Fondata sulla gloria di Shiva, il Supremo
Nella stanza dei gioielli che esaudiscono i desideri
Nel giardino dei piaceri
Situato nell'isola delle gemme
Circondata da filari di sacri alberi kalpaka ondeggianti
Che galleggia nell'oceano del nettare divino) 

SHANKARA BHAGAVADPADA

Silenzio,Nostalgia,Tenerezza.
La suprema esperienza nello yoga è il riconoscimento dell'identità con l'assoluto, con shiva.
Lo shiva dell'Isola della Gemme è Sakala shiva, rappresentato nell'atto di risvegliarsi da un sonno snza tempo.
Ciò che lo risveglia è il desiderio:
E' la sua "potenza" che danza sopra di lui.
Shiva apre gli occhi e si riconosce nella Shakti.
E' questo momento di consapevolezza (IO SONO LEI) a porsi come sorgente di Silenzio, Nostalgia, Tenerezza.
Perché è l'universo perfetto.
Il Cosmos/Armonia.
lo spazio è "Alogico".
Alogico in quanto infinito e senziente.
L'universo perfetto, non è una forma perfetta o un susseguirsi di eventi perfetti.

E' solo ed esclusivamente Amore.
Shakti, la potenza di Shiva è Amore.
Il riconoscimento dell'identità di Shiva con l'Amore perfetto è ciò che si definisce भाव bhāva, emozione , sentimento e Ananda, Beatitudine.

Non può esserci conflitto , non può esserci dualità nell'universo perfetto.

Ananda è la parte percepibile dell'assoluto.
Percepibile non con i sensi ma con un qualcosa d'altro.
C'è un'emozione, un sentire, un sapore che sembra di non poter descrivere.
é quel qualcosa che ci fa scendere delle lacrime come se si fosse tristi pur essendo felici e fa accapponare la pelle come si avesse paura pur essendo in stato di quiete.

Qualcosa in noi avverte la presenza del noumeno, diviene consapevole dell'avvicinarsi allo spazio sacro del tempio.

Questa emozione , questo rasa è il medesimo che , senza riuscire a descriverlo, i molti prima di noi hanno provato e descritto con metafore, simboli, giri di parole.

E'un qualcosa che da sempre accompagna l'esistenza umana.
E' quindi fuori dal tempo.
Un tempo rituale.
Uno spazio rituale.

Le lacrime nascono dal riconoscimento di questo Amore puro.

Questo "sentire" diverso dall'esperienza ordinaria (per questo ci si accappona la pelle), è la natura stessa dell'uomo, il suo stato naturale.

Non si può descrivere perché è qualcosa che trascende la mente discorsiva.

Ma lo si può riconoscere in una specie di gioiosa malinconia che illumina gli sguardi di chi quel sentire ha condiviso.

Esiste una gioia forte e chiassosa che esplode come un temporale d'agosto.

Esiste una gioia sottile pervasiva come un fiume che esonda con dolcezza inarrestabile.

La prima ha un inizio ed una fine.
La seconda è senza tempo.

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Gioia sottile pervasiva come fiume che esonda con dolcezza inarrestabile...


Le esperienze passate hanno lasciato tracce assai profonde.

E una domanda:

E' possibile stabilizzare questa sensazione di pienezza?

E' possibile prendere confidenza con questo stato di quieta felicità che sembra mutare (anzi muta) la densità dello spazio che ci circonda?

Se lo si è sperimentato una o più volte.
Per giorni o mesi.
Significa che questo stato esiste.
C'è ed è accessibile.

Ma sembra difficile,o impossibile, ad alcuni, mantenerlo per lungo tempo.

Rafforzarlo per non farlo infrangere, come la barca dell'amore di Maijakovskij, sugli scogli della vita quotidiana.

Gli scogli della vita quotidiana sono le abitudini, le consuetudine, le regole sociali.

Il sistema nervoso centrale è estremamente plastico.
E tende a lavorare in maniera ergonomica.

Quando imparo ad andare in bicicletta all'inizio farò un sacco di fatica per mantenere l'equilibrio, per coordinare il movimento dei piedi , per imparare a muovere delicatamente il manubrio per voltare a destra o a sinistra.

Dopo qualche giorno tutto sembrerà facile.

Dopo qualche mese mi sembrerà di essere nato in bicicletta.

Non dovrò più ascoltare il corpo per gestire l'equilibrio o per utilizzare la giusta quantità di energia muscolare.

Non dovrò più essere concentrato sul rapporto tra il mio corpo e la bicicletta, ma avrò energia sufficiente per parlare o cantare o risolvere mentalmente operazioni matematiche pur continuando a pedalare.

Andare in bicicletta sarà diventato automatico.

Con le relazioni sociali il sistema nervoso centrale funziona alla stessa maniera.

In ambito lavorativo o familiare impariamo a reagire agli stimoli esterni nella maniera che ci sembra (o ci è sembrata in determinate occasione) più giusta o più conveniente.

Questo genere di reazioni, non istintive, ma automatiche, diventano parte di noi, di ciò che identifichiamo come Sandro, Silvia, Francesca, Fabio, Laura, Andrea....
Ovvero l'ego.

Molte di queste abitudini hanno connotazioni positive e ciò le rende difficili da estirpare.

Ma per proteggere e stabilizzare quella gioia sottile e pervasiva che si sperimenta in alcune occasioni occorre osservare e poi risolvere tutti gli automatismi.

Faccio un esempio pratico:
Il bambino può gridare con tutta l'energia che ha, strapazzando i timpani, del vicinato, anche per ore.
una volta raggiunto il suo scopo (il latte, l'attenzione materna, un particolare giocattolo) si acquieta senza subirne conseguenze.

Se un adulto gridasse per venti minuti con tutto il fiato che ha in corpo, probabilmente "perderebbe" la voce e sarebbe stremato.
Perchè?

Qualcuno parla di mutamenti fisiologici legati allo sviluppo fisico (è una teoria che insegnando emissione vocale agli attori ed avendo lavorato con cantanti lirici mi permetto di confutare), ma secondo me il motivo della minore potenza e resistenza dell'adulto risiede principalmente nell'educazione.

Parlare ad alta voce è considerato disdicevole in molti ambienti.

La persona cortese usa un determinato tono ed un determinato volume.
Non è mai sopra le righe.

Inibire il proprio desiderio di gridare diviene un automatismo.
Ed i processi inibitori si risolvono, nel corpo, in contrazioni muscolari.

Supponiamo che Sandro o Fabio o Silvia o Andrea abbia (abbiano) appreso ad inibire una serie di reazioni naturali per motivi di educazione o di necessità di sopravvivenza in determinati ambienti.

Il suo (il loro) corpo avrà, a livello muscolare una serie di tensioni, una specie di mappa delle inibizioni, che lo (li) rende riconoscibili in un determinato ambiente.

Nel silenzio dei boschi, tra persone impegnate unicamente a condividere esperienze, a meditare , a respirare certe tensioni, certe abitudini, hanno ben poco senso.

Non servono.
Ed ecco che dal rilassamento totale o parziale delle tensioni scaturisce lo stato fisico necessario per fare l'esperienza della Gioia sottile pervasiva come fiume che esonda con dolcezza inarrestabile.

Gli automatismi e le tensioni fisiche ad essi relati, sono diversi per ciascuno e a ciascuno sono invisibili.

Questo porta alla necessità di un lavoro personalizzato e di un occhio esterno in grado di percepire le tensioni invisibili.

Invisibili perchè le consideriamo parte integrante di noi, del nostro corpo e perchè abbiamo imparato a compensareriorganizzando l'intera anatomia.

I blocchi psicofisici, come diceva una mia insegnante , servono.

Servono perché ci proteggono in ambienti che avvertiamo come ostili.

Ma la loro esistenza impedisce di stabilizzare quella condizione di rilassamento attivo detta सुख sukha in sanscrito.

Condizione che è presupposto indispensabile per praticare le posizioni , i mantra e le altre tecniche che definiamo Yoga.

Supponiamo che io sia molto pauroso.
E supponiamo che se qualcuno mi guarda male o mi parla con tono aggressivo il mio primo impulso sia quello di mettermi a piangere a dirotto.

Visto che non è un bello spettacolo vedere un cinquantenne che frigna come un salice depresso ad ogni piè sospinto, diciamo che ho imparato a combattere la tendenza alla lacrima contraendo i muscoli della gola e i muscoli lombari.

Se ripeto questa operazione del contrarre gola e lombari per anni o decenni, alla fine il mio corpo si organizzerà intorno a quelle due tensioni, assumendo una forma particolare ed impedendomi, ad esempio, di parlare a voce alta in pubblico o di mantenere a lungo la posizione seduta.


Potrebbe essere interessante analizzare con attenzione le posture dei singoli praticanti tentando di collegare i blocchi psicofisici agli automatismi ed alle inibizioni che li hanno prodotti.

Se è vero che assumendo un certo asana in maniera corretta si ottengono determinati effetti, è anche vero, secondo me, che l'asana corretto può essere (anzi deve essere) l' effetto di una particolare condizione psicofisica.

L'asana deve insorgere, come un fiore che sboccia.

Il corpo è la terra.
I blocchi sono le pietre che impediscono il naturale sviluppo del fiore.



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lunedì 17 novembre 2014

MA CHI ERA LA MOGLIE DI CAINO?




L'etichetta "Sacro" attribuita ad un testo, sia questo la Bibbia, i Veda o i Papiri egizi, porta immediatamente il lettore ad interpretare.
Per ogni libro, verso o sutra ci sono decine di  interpretazioni teologiche, allegoriche, esoteriche, spesso in contrasto tra loro.
Tutte interessanti, tutte con un loro senso ed una loro dignità.
Tutte basate su un'interpretazione non letterale del testo.
Si dà per scontato che gli autori abbiano celato dietro metafore e giochi di parole delle verità da non divulgare perché pericolose o troppo difficili per l'uomo comune.
Può essere.
Anzi DEVE essere così, visto che la maggior parte dei maestri, dei prof. universitari, dei saggisti scarta le interpretazioni letterali perché troppo facili o troppo assurde.
Però....però a volte mi vengono dei dubbi.
Cosa vorrà dire, ad esempio, Patanjali, quando parla della possibilità, data dallo Yoga (vedi Yogasutra, III Pada) di diventare piccoli come un unghia o grandi come montagne o di volare o di entrare nella mente altrui?
Che razza di metafore, simboli, allegorie sono?
E se dicesse la verità?
La cosa è strana, perché Patanjali parla di tecniche precise (Samyama, Ekagrata) e di precisi luoghi del corpo su cui applicarle.
Per quale motivo non usa metafore?
Che vuol dire? Che ai suoi tempi imparare a volare non veniva considerata una cosa pericolosa o difficile per l'uomo comune?
E se non usa metafore per descrivere i poteri psichici e la maniera di ottenerli per quale motivo dovrebbe usarle quando parla, di altro?


Ho l'impressione di essermi ficcato in ginepraio...Cosa accadrebbe se interpretassimo tutte le scritture in senso letterale?
Un disastro.
La maggior parte delle credenze su cui si basano le religioni monoteiste fondate sulla Bibbia, ad 

esempio, crollerebbero, e la storia dell'umanità forse, dovrebbe essere riscritta dall'inizio. 
Prendi il nome di Dio: in ebraico si dice Eloah (), ma nella bibbia si parla quasi sempre
di Elohim () che è plurale, significa "GLI" Dei, e Yahweh sarebbe uno degli Elohim.
Adamo ed Eva, poi non sarebbero mica i progenitori! Hanno due figli, i due, Caino e Abele. Abele è meglio visto da Dio (Dei?) perché ammazza gli animali e Caino lo uccide.
Per punirlo lo cacciano e lui se va "all'esterno" (esterno di che?) incontra altri esseri umani, si sposa e ha dei figli.
Ma se Adamo ed Eva erano il primo uomo e la prima donna e si dice che abbiano avuto solo due figli maschi con chi cavolo si sposa Caino?




Ma parliamo di Yoga.
I testi più citati e studiati dello yoga  sono le Upanishad, parte integrante dei Veda.
Di solito sono  manuali tecnici.
Che succede se li interpretiamo in maniera letterale?
Prendo due sutra "inoffensivi" tratti dalla  Taittiriya Upanishad.


Ananda maya kosha ha esattamente le proporzioni del corpo umano.
E' identica al corpo fisico grossolano, anche se assai più sottile:
la tenerezza è la testa, la felicità la spalla destra, il piacere la spalla sinistra, la beatitudine il Sé e Brahman stesso ne  costituisce il supporto.

(Taittiriya Upanishad II, V, 1)
 

In verità questi esseri viventi sono nati da Ananda;
è per Ananda che, venuti all'esistenza, si mantengono in vita
ed è ad Ananda che faranno tutti ritorno.

(Taittiriya Upanishad III, VI, 1)
Nel primo (II, V, 1) si descrive il quinto dei corpi (kosha) di cui è composto l'essere umano, Ananda Maya Kosha che significa letteralmente guaina fatta di beatitudine/godimento.
Innanzitutto questa guaina, che è roba fisica, fenomenica, è uguale al corpo di carne ed ossa (corpo grossolano) ma è più sottile.
In secondo luogo i moti dell'animo come Tenerezza, Felicità, Piacere sono localizzati in punti precisi, il che presuppone la possibilità di stimolarli in qualche maniera tra virgolette meccanica.
Sembra follia, ma se si prendono in considerazione gli studi di Giuseppe Calligaris sul rapporto tra "Placche Cutanee", Emozioni, e Stati Non Ordinari di Coscienza la cosa appare assai meno peregrina di ciò che appare.

Nel secondo (III, VI, 1) si dice che gli esseri umani nascono dalla Beatitudine/Godimento, si mantengono in vita grazie alla Beatitudine/Godimento e sono destinati TUTTI a ritornare alla Beatitudine/Godimento.

Non so se è chiaro ciò che vuol dire.
Se si interpreta Ananda per ciò che è il suo significato letterale, ovvero Godimento Supremo, viene fuori che l'essere umano nasce dal godimento, vive (dovrebbe...) nel godimento e, a prescindere dal frutto delle sue azioni sulla terra finirà in qualche territorio o stato di coscienza pervaso di godimento ("è ad Ananda che faranno tutti ritorno").

E l'inferno?
E il "siamo nati per soffrire?"
A ripensarci è meglio lasciar perdere l'interpretazione letterale dei testi sacri: vengono fuori troppo domande, troppi dubbi.
Se prendessimo sul serio quanto è scritto nella Tattiriya up., ad esempio, potrebbe venir fuori che siamo noi, in qualche modo, a scegliere la via del dolore e della sofferenza.
Che basterebbe conoscere la propria natura per essere felici.
Meglio pensare che siano tutte metafore.... così stiamo tutti più tranquilli.


sabato 15 novembre 2014

UESHIBA E L'ASCOLTO SENZA SCELTA




Ieri sera Angelo, il Maestro di karate della mia palestra, si allenava in canotta. Cosa non usuale, per lui.
Sul braccio sinistro ha un bel tatuaggio di Ueshiba. 
"Muramuko", come lo chiamavano gli iniziati del Koto Dama, lo shintoismo esoterico.
 Muramuko è una spada, anzi la Spada, uno dei tre simboli del Giappone assieme allo Specchio e alla collana di Giada.
Per i giapponesi Ueshiba era una spada.
Questo vuol dire due cose: la prima è che la spada, per loro, ha vita, vita propria.
La seconda che Ueshiba era uno strumento, non proprio un essere umano.
Per praticare davvero lo Ai Ki Do (e il Qi Gong  e lo Yoga) bisogna metter da parte l'ego e connettersi con l'Universo.
Bisogna "ascoltare e ubbidire".
Per noi non è facile da capire.
I valori fondanti della  nostra società sono la volontà individuale, l'autostima,  la  determinazione, la ricerca del successo personale.
In  tempi  in cui anche gli uomini di lettere, i pittori o i danzatori vengono educati all'esercizio della Volontà Individuale: "Volli sempre volli fortissimamente volli"dicono gli uomini di successo l'idea di un guerriero (Ueshiba) che trae la sua forza dall'Arte della Resa, appare  lontana anni luce.
.Ascolta e ubbidisci, diceva Ueshiba.
 L' Ascolto non volitivo, l'Ascolto Senza Scelta, è l'insegnamento fondamentale dello Yoga , del Qi Gong e dell'Ai Ki Do.
Nella tradizione cinese viene definito semplicemente mettersi in QUIETE, ad indicare la condizione preliminare della pratica della Meditazione, dell'Arte Marziale, della Musica....
La scelta della posizione,per ottenere la Quiete  è di relativa importanza. 
Perché la posizione è forma  e l'ascolto è il contenuto.
Diciamo che la posizione corretta è quella  in cui il corpo è più a suo agio e che può essere mantenuta il più a lungo possibile. 


Riportato in Occidente il concetto di Ascolto senza scelta ha dato origine a  storture e incomprensioni, soprattutto nell'insegnamento dello Yoga.
Dire che "la posizione corretta è quella più comoda" non significa che stare sdraiati su un divano o sprofondare su una poltrona sia fare Yoga.
Lo scopo della "Tecnica"dell'Ascolto senza scelta è quello di realizzare l'identità tra lo spazio interno (ciò che è separato dall'Universo attraverso la pelle) e lo spazio esterno (l'Universo).
In pratica si deve scoprire lo stato naturale caratterizzato da  fluidità e morbidezza  per poi esprimerlo mediante gesti e posizioni.
Il corpo deve essere uno strumento espressivo dell'Essere e non un ostacolo: la pratica degli asana, nello stato di "Quiete" si trasforma in un rito che descrive e risveglia le energie primarie della creazione.
Le incomprensioni nascono dalla duplice valenza degli asana: 
da un lato sono uno strumento per sciogliere i blocchi psicofisici, le tensioni che impediscono al praticante di raggiungere quello stato di "Quiete", senza il quale non si può parlare veramente di Yoga (né di Ai Ki Do né di Qi Gong).
dall'altro sono i passi della danza degli dei.
In molte scuole di Yoga si pone un'attenzione eccessiva sulla forma esteriore degli asana, quasi che lo scopo della pratica sia annodarsi le gambe o mettersi a testa in giù per ore, e questo  è un po' il guardare il dito che indica la luna anziché la luna.
D'altro canto  trascurare completamente il lavoro sul corpo, dedicandosi esclusivamente ad esercizi di rilassamento e concentrazione, come fanno alcuni, nel caso non si siano sciolti i blocchi psicofisici chiamati granthi, in sanscrito, può innescare delle spirali nevrotiche.




Nell'Ai ki do di Ueshiba e nelle  tecniche di origine taoista avviene la stessa cosa.
A volte   il mezzo, gli esercizi che hanno lo scopo di  "sciogliere i nodi",  pensati magari  per un singolo allievo, si trasformano nel fine, ovvero in una tecnica che dovrebbe portare ad una qualche realizzazione o abilità.
 Chi ha conosciuto Ueshiba racconta che i suoi esercizi cambiavano di volta in volta.
lui non praticava mai ciò che noi chiamiamo riscaldamento o warm up.
Si sedeva in Seiza  o a volte in piedi e si disponeva all'ascolto.
Creava anche  esercizi per i singoli  allievi, per sciogliere i  nodi prima della fase di ascolto, ed è accaduto, a quanto mi dicono,  che  certi suoi esercizi siano stati presi per tecniche di combattimento.
Nell'insegnare lo Yoga, lo Ai ki do o il Qi Gong  bisognerebbe portare l'attenzione sull'Essere Umano, e non sulle tecniche o sui giochi della mente.
La conoscenza di molte tecniche fisiche o la totale ignoranza del lavoro sul corpo, possono rivelarsi ostacoli insormontabili, per il praticante.
Lo scopo di queste discipline deve essere quello di condurre il praticante  ad una
"azione naturale e creativa che spontaneamente permette una ridistribuzione delle energie sotterranee  fino a condurre tutto il sistema psicofisico ad una nuova totale funzionalità"
Una trasformazione spontanea e irreversibili dell'insieme Corpo/Parola/Mente come quella prospettata dallo Yoga (e dall'Ai Ki Do e dal Qi Gong) può avvenire solo grazie all'Ascolto Senza Scelta.

 



giovedì 13 novembre 2014

PATANJALI E IL POTERE DELL' EVOCAZIONE





Con il Potere dell'Evocazione lo Yogin può creare interi Universi, risvegliare le divinità assopite nel suo corpo carnale, trasmutare la materia.
La capacità di evocare è il frutto  della profonda concentrazione senza pensieri e del desiderio senza desideri. 
Chi ha amato anche una sola volta come sanno amare gli adolescenti sa, deve sapere, il potere dell'evocazione. 
Basta ricordare. 
L'Amore che nulla pretenbde se non il donarsi  trasforma magicamente l'amata (l'amato). 
I suoi occhi si fanno più brillanti, la pelle più luminosa, i gesti più aggraziati. 
La vita vibra in ogni cellula, a frequenze sempre più alte.
Poi è l'amante a trasfigurarsi:il suo corpo assume la stessa  luminosità, la grazia, la bellezza dell'amata  
Luminosità, grazia , bellezza che egli stesso ha evocato con la profondità della concentrazione senza pensieri. 
L' AMOR CHE A COR GENTILE RATTO S'APPRENDE e l'AMOR CH'A NULLO AMATO AMAR PERDONA di Dante sono la rappresentazione poetica di una tecnica operativa, ma siamo  troppo intelligenti ,troppo pieni di pensieri per ricordarci che la Poesia è il linguaggio degli Dei. 
La concentrazione senza pensieri, l'evocazione, si può applicare anche ad un frutto, un fiore o un gesto. 
il meccanismo è sempre lo stesso. 
Si può evocare anche il Bene.
Anzi lo si deve evocare, quando la spirale delle emozioni negative impedisce la visione della Bellezza, e rende grige e uggiose pure l'onda al tramonto e la perla di rugiada al sole dell'Alba. 
L'Amore è energia che trasforma. 
L'Amore che trasforma  è La Dea stessa in forma di Lakshmi che ti svela il segreto dell'Azione Pura:
è con amore che il monaco zen traccia onde di sabbia nel giardino di pietra, 
è con amore che il maestro di spada lucida la lama e la fa cantare tagliando l'aria . 
è con amore che il sufi chiama, col canto, gli spiriti degli alberi e del cielo.

Basta ricordare per apprendere l'Arte dell'evocazione.
basta ricordare per unirsi alla gioia.  
Amore senza nulla pretendere è azione senza scopo. 





Patanjali descrive il potere dell'evocazione negli yoga sutra II,33 e seguenti. 

II,33 - vitarka badhane pratipaksha bhavanam 

• वितर्क vitarka = argomenti, congetture 
• बाधन bādhana = oppressivi, persecutori. 
• प्रतिपक्ष pratipakṣa = nemico, oppositore, lato contrario 
• भावन bhāvana = immaginazione, coltivazione, evocazione. 

Prendo la traduzione di Raphael, che ho sotto mano: 

Quando si è turbati da pensieri nocivi si coltivino pensieri opposti 

II,36 - satya pratisthayam kriya phala ashrayatvam 

• सत्य satya = vero, verità, realtà, realtà intrinseca 
• प्रतिस्थायति pratisthāyati = insediare, installare, stabilirsi fermamente 
• क्रिया kriyā = azione, operazione, fare,lavoro, atto 
• फल phala = frutto, profitto, effetto 
• आश्रयति āśrayati = accadere in base a, dipendere da,giungere a maturazione 


Traduzione di Raphael: 
Lo yogi fermamente stabilito nella veracità determina il frutto dell'azione.




II,44 - svadhyayat ishta samprayogah 


• स्वाध्यायति svādhyāyati = ripetere, recitare 
• इष्ट iṣṭa = amato, desiderato, adorato 
• संप्र- युज् saṃpra- yuj = essere impegnato, fidanzato, in comunione con. 


Traduzione di Raphael: 

Con lo studio di Sé [si ottiene] l'unione con la divinità desiderata. 

In quest'ultimo sutra sarebbe interessante evidenziare il reale significato di स्वाध्यायति svādhyāyati ovvero recitare, ripetere ad alta voce le scritture per impararle, recitare un testo teatrale. e di इष्ट iṣṭa ovvero l'amato.
Evocare (fare acting - स्वाध्यायति svādhyāyati) mediante la parola sacra e la concentrazione senza pensieri, l'amato, porta alla comunione con Lui. 
La comunione a sua volta  porta alla condivisione dei suoi poteri e delle sue caratteristiche fisiche.
In altri termini si DIVIENE LA DIVINITA' CHE SI EVOCA.






La pratica dell'Evocazione è il filo rosso delle pratiche yoga: 
senza Evocazione i mantra sono affascinanti suoni dal sapore esotico utili a schiarire la voce, gli asana sono esercizi di ginnastica posturale o esibizioni di abilità ed il pranayama è una maniera stravagante di torturare il naso. 
Lo Yoga è un'Arte Sacra: solo  dedicando ogni gesto, parola, pensiero all'Amata (Amato) se ne coglierà l'essenza.

martedì 11 novembre 2014

IL FLUSSO DELLA MEDITAZIONE



Nello yoga si parla spesso di Nirodha. 
Anche perchè è parola presente nel secondo dei sutra di Patanjali , il più famoso, Quello che viene tradotto con : "Lo yoga è la soppressione delle modificazioni della mente" o qualcosa del genere. 
Le traduzioni dal sanscrito di solito si fanno confrontando tra loro altre traduzioni e/o facendo riferimento ad autori riconosciuti come attendibili. 
E' un buon metodo. 
Ma anche cercare di comprendere da soli, parola per parola, può essere interessante 
Leggendo Shankara in più parti ho trovato di riferimenti a Nirukta. 
Nirukta è un libro. 
Ed è un metodo di interpretazione dei testi e delle singole parole abbastanza singolare. 
Una specie di etimologia fantastica. 
Nirodha ad esempio solitamente si fa provenire da un verbo (credo niruddham) che significa frenare, arginare ecc. ecc. 
Corretto. 
Lasciando spazio alla fantasia, però. si fanno strada delle ipotesi che possono essere divertenti

निर nira, ad esempio, sta per condurre, portare. 


निरय niraya sta per inferno e sappiamo che nei mantra la sillaba YA indica il jiva individuato. 

Niraya potrebbe quindi indicare la pretesa dicondurre se stessi e quindi l'inferno inteso come catena delle rinascite. 

उद ud- sta per alzarsi, riferito agli astri da cuiउद- अय् ud- ay sorgere e ऊढ ūḍha guidato condotto. 
In sanscrito, inizialmente esistono solo le vocali A; U; I. 
le altre 11 vocali sarebbero derivazioni di queste tre. 
La O ad esempio è la modificazione di A ed U .
Per questo la AUM si trova spesso come OM. 
Nirodha si potrebbe anche leggere come NIRA UDHA
Un qualcosa, un flusso che conduce un qualcosa a sorgere come un astro o che fa sorgere un astro.... 

Un'altra parola interessante è Dhyana, che sta sia per rito che per meditazione. 
Pare sia un'abbreviazione. 
Il Termine esatto (cfr. Vedantasara di Sadananda) dovrebbe essere nididhyanasana.
Tradurlo con meditazione è limitativo, perchè ciò che la maggior parte di noi occidentali intende per meditazione è manana
La radice di nidhyasanam è dhyo– dhy che significa vedere, osservare ed è tradotto con Chan in cinese e con Zen in giapponese. 
आसन āsana significa postura, ma anche sedia o posizione seduta. 
In giapponese si può tradurre con sei za
Il termine giapponese ZA ZEN è la traduzione letterale di nidyhasanam 
nidi significa "brillare sopra", ma potrebbe essere una maniera per indicare sia il brahman sia (निधि nidhi ) un tesoro. 

Nididhyasanam potrebbe quindi significare "stare seduti ad osservare il tesoro". 
Questo tesoro consiste nel far convergere tutte le energie mentali in un flusso (प्रवाह pravāha o निर्झरी nirjharī 
Un flusso di energia che sorge senza l'intervento della volontà individuale. 
Come il desiderio. 
O un astro. 


NIRA UDHA 



LO YOGA DEL RIPOSO

"Yoga Sutra" di Patanjali è  uno dei testi più studiati e citati della letteratura Yoga
Si tratta di un testo sorprendente: ogni volta che lo sfoglio mi sembra di trovare nuovi significati e nuove indicazioni, tra virgolette, "operative. 

Patanjali (con la coda di serpente) e Vyaghrapada (con le zampe di tigre) 
al tempio di Chidambaram


Navigando per il web e per scuole non virtuali, mi sono fatto l'idea che di solito se ne leggano solo alcune parti. Il "praticante medio" sa che ci sono gli otto "anga" (Yama, nyama ecc. ) di derivazione Jainista e buddista, sa che "LO YOGA E' LA SOSPENSIONE DELLE MODIFICAZIONI DELLA MENTE", ma se chiedi delle siddhi (poteri paranormali) e della maniere di ottenerle o del rapporto tra Kshana (istante) e Krama (successione di "quadri evento"), che pare siano importanti (tanto importanti!) per Patanjali, fa scena muta, o quasi.
Secondo me varrebbe la pena di leggerseli per intero, gli Yoga Sutra, e di studiarsi anche qualcuno dei migliaia di commenti scritti da yogin e filosofi negli ultimi duemilacinquecento anni.
Un commento agli Yoga sutra assai interessante è quello  di Vyasa (l'autore del Mahabaratha), ripreso e ri-commentato da Shankara Bhagavadpada.
Non è facile trovarlo, e lo trovo abbastanza strano: sul Web e in libreria abbondano commenti di studiosi moderni, grammatici, intellettuali, guru, swami e lobsang sconosciuti, ma non si parla quasi mai delle interpretazioni di Patanjali fatte da due tizi che qualcuno dice lo hanno conosciuto di persona e che, si dice, a quanto so, sono due maestri riconosciuti universalmente. 




E' come se ci fosse un commento di Einstein al lavoro di Newton e non lo si citasse mai, concentrandosi invece sulla critica alle idee del  filosofo della mela che cade, fatta da un professore di scienze di Guasticce. 

Il commento di Vyasa e Shankara Patanjali è difficile da reperire, ma se si ha la fortuna di metterci le mani si apre un mondo.
Lo yoga, per Vyasa e Shankara, è "la pratica del samadhi", e, secondo loro non vuol dire solo unione, come si dice e si crede, ma anche e soprattutto "RIPOSO", "ABBANDONO".
Shankara dice altre cose che possono apparire stravaganti a chi conosce le interpretazioni usuali degli  yoga sutra.
Tipo che Yama è lo stato di distacco dagli stimoli sensoriali che si ottiene realizzando che BRAHMAN è TUTTO.
E Niyama  il frutto della realizzazione di IO SONO BRAHMAN.
Sembra  che per Vyasa e Shankara che Yama e Niyama, non siano prescrizioni, comandamenti, o divieti da imporre con la volontà, ma qualità che insorgono da certi stati realizzativi,
 Shankara, descrive anche  posizioni e tecniche specifiche, come mulabhanda in siddhasana.
Ma a cosa che, secondo me è più interessante è la differenza  tra unione (yoga=giogo) e riposo (yoga=abbandono).
In fondo in unione o giogo possiamo sempre vedere un intervento della volontà individuale.
Ciò che dovrebbe essere soggiogato sono desideri, passioni, pensieri, in altre parole l'Ego.
In riposo o abbandono si potrebbe invece leggere il lasciare che la mente compia il suo mestiere.
Che si arrenda al "Gioco degli Dei" e cominci a giocare con loro, come loro, tra loro. 




Tutto è il Brahman.
Noi siamo natura.
In ogni piccola porzione dell'universo, per la filosofia indiana (e per il taoismo, per il buddismo) c'è il tutto.
Noi siamo la natura e imponiamo alla nostra mente di credere di non esserlo.
Lasciare andare, staccarsi, tendere al sahaja (stato naturale) significa imparare a liberarsi dagli steccati che impedidiscono di vedere la realtà così come è.
Per la Fisica moderna esistono dieci dimensioni, ma noi ne vediamo solo tre perché "pensiamo tridimensionale".
Il vuoto è pieno di universi e la nostra visione del mondo  vi si smarrisce. La Realtà dei Veda e della fisica contemporanea  è un infinito mare senza sponde Solo lì  nell'oceano infinito, la mente può finalmente riposarsi.





Per chi volesse avere un'idea del commento di Vyasa e Shankara: Sankaracarya; Patañjali; T. S. Rukmani; Vyasa. Yogasutrabhasyavivarana of Sankara: Vivarana Text with English Translation, and Critical Notes along with Text and English Translation of Patañjali's Yogasutras and Vyasabhasya. Munshiram Manoharlal Publishers

domenica 9 novembre 2014

LA CASTAGNA D'ACQUA

 

"Liberarsi dai vincoli" è un bello slogan.
Ma per uno yogin potrebbe essere qualcosa di più.
Se riuscissimo a togliere di mezzo le pastoie dei "sistemi culturali" forse potrebbe cominciare a comprendere davvero gli insegnamenti dello yoga.
Cosa sono i Sistemi Culturali?
Sono le creazioni della mente umana, i tentativi di far rientrare tutti i fenomeni in un terreno delimitato dalle credenze religiose, le idee filosofiche e le teorie pseudoscientifiche.
Se riuscissimo a leggere i testi di hatha Yoga facendo pulizia delle idee pregresse, senza tentare di trovare dei collegamenti con Platone e  Jung,  San Paolo  e Freud, Di Caprio ed Blavatsky forse i misteri della meravigliosa Arte dello Hatha Yoga ci apparirebbero molto meno misteriosi.
La parola chiave dovrebbe essere semplicità.
Sembra facile!
La nostra mente quando si legge un testo antico che  ha una qualche  attinenza con la filosofia e la religione, va in automatico e aggiunge una marea di contenuti e riferimenti moderni che all'autore apparirebbero per lo meno stravaganti.
Un tempo si usava il termine "contestualizzare". Ecco noi non contestualizziamo quasi mai gli insegnamenti dello yoga ma diamo per scontato che siano stati scritti da persone che condividevano la nostra attuale  visione del mondo e la nostra cultura.
Il motivo di questo errore, grave, sta nella pretesa che le nostre credenze siano verità.
Diciamoci la verità: nessuno di noi, o quasi nessuno, pensa davvero che Patanjali o Goraksha avessero una conoscenza dell'anatomia, della biologia, della fisica paragonabili alle nostre.
Preferiamo pensare che siano degli dei incarnati, dei personaggi mitici o degli alieni.
Soffriamo di un complesso di superiorità nei confronti del passato.
Non siamo neppure sfiorati dall'idea che uno yogin di tremila o cinquemila anni fa avesse i nostri medesimi strumenti di conoscenza perché il concetto di progresso e di sviluppo infinito si sono ficcati nella nostra mente così profondamente da farci pensare che siano parte del nostro codice genetico.
Semplicità dicevo, cercare di capire cosa dicono, prima di tutto in senso letterale, gli scritti dei maestri antichi.

Per dare un'idea di cosa intendo riporterò alcuni versi di un testo Shakta, lo śāktavijñāna di Somānanda.
Vediamo:
 śāktavijñāna 4, 5, 6 - "Cinque dita sotto l'ombelico e due dita sopra l'organo sessuale, tra ombelico e genitali, si trova il bulbo conosciuto come cakrasthāna.
Quando si riesce a interrompere la respirazione ordinaria si si deve concentrare proprio sul bulbo.
Per penetrazione si intende l'aver padroneggiato appieno il movimento dell'energia in questo punto.
Il bulbo è diviso in due parti: una è triangolare, simile alla castagna d'acqua e l'altra che è sempre uguale a se stessa ha sei raggi o vertici.

7:Il bulbo ha l'aspetto di un fiore di melograno, è rosso [...].

8: bisogna portare l'attenzione su questo bulbo e nell'attimo in cui il respiro, che fino ad ora abbiamo ignorato, si ferma, si deve indovinare la sua direzione.

9: ciò che chiamiamo energia  consiste in una risonanza, una vibrazione, non prodotta in maniera meccanica, che parte dal centro del bulbo. Se la disegnassimo sarebbe una linea dritta con le estremità, alto e basso, sinuose come un serpente.

10: Nel momento dell'immobilità [con l'arresto del respiro e la percezione della vibrazione] si percepisce come l'alto e il basso [della linea diritta] siano il sole e la luna e  la vibrazione genera una energia luminosa.

11: espirando si facciano vibrare le sillabe oṃ akṣa hṛīṃ e si porti l'attenzione sull'energia che percepiremo dritta come un bastone[...]

14: una volta che l'energia è stabilizzato nel bulbo, la dobbiamo far risuonare nell'ombelico, poi nel cuore e nella gola. dalla gola passa poi immediatamente al palato molle.
[...] 


Ora se a qualcuno di noi  venisse in mente di paragonare il bulbo al muscolo pubo coccigeo e alle zone limitrofe, che si mettono a vibrare "senza ausilio meccanico" nell'attimo precedente all'orgasmo  e lavorasse un pochino sul suono interiore e sugli ipertoni che si producono con il palato molle, ho idea che il testo diverrebbe di una chiarezza disarmante.

Niente energie misteriose, niente  demoni, niente formule magiche.
Conoscenza anatomica, sensibilità e pratica delle vibrazioni.
Nient'altro.
Lo Yoga è un arte meravigliosa e le basi teoretiche sono semplici semplici, così semplici che le nostre menti complicate non riescono a crederci.

lunedì 3 novembre 2014

LA MADRE DEI VENTI



“...Nel suo profondo vidi che s'interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l'universo si squadema:
sustanze e accidenti e lor costume
quasi conflati insieme, par tal modo
che ciò ch'i' dico è un semplice lume...”
[Dante – Paradiso ]




Ero un bambino quando ho cominciato a fare i conti con gli stati di alterazione, le
visioni e i sogni premonitori.
Per un periodo ho persino pensato di essere Shiva.
Capita.
Quando ho lavorato con monaci Gelugpa  avevo già trentasei anni.
Non ero buddista e né lo sono adesso.
Non ho mai aderito a nessun credo religioso, se devo dire la verità, e non ho mai
cercato Dio, pensavo fosse ovunque, qui ed ora.
Non ho nemmeno mai cercato un guru.
In fin dei conti non ho mai cercato niente.
E mi sono sentito raramente “a casa”.
Quella di essere altro da me o di essere stato altro da me, è una sensazione che mi
accompagna da sempre, ma non mi piace parlare di reincarnazione.
Spesso chi è insoddisfatto della propria esistenza trova rifugio in ricordi letti sui libri
e si crea vite passate terribili o meravigliose.
Sapere che si è morti re, eroi, maghi o assassini rende meno noiosa la vita quotidiana.
Con i monaci mi ero trovato subito a casa.
Avevo incontrato i monaci,  Dhosam, Jinpa e Puntsok, il thailandese, tre mesi prima di lavorarci.
Vivevo a Roma, all'epoca.
Mi avevano chiesto di danzare durante una sfilata di moda.
Filena, la regista, aveva proposto di rasarmi a zero e a me era sembrata una buona
idea.
Se si è abituati a portare i capelli lunghi, con la testa nuda ci si sente pulcini bagnati.
Per superare l'imbarazzo andai a passeggiare per via Cola di Rienzo, in centro e,
subito, incrociai tre monaci tibetani con tanto di tunica amaranto e mala al collo.
- “What are you doing dressed like this? “- mi disse il più anziano dei tre - “it's
funny! “-
Gli altri due ridevano come scemi.
Hanno un senso dell'umorismo particolare i tibetani.
Salutai a mani giunte e cambiai strada.
Quando, a settembre li reincontrai alla Scarzuola di Montegabbione, dove dovevo girare un video con un registra greco, Kalitsis, Dhosam, Puntsok e Jinpa furono i primi a venirmi incontro: -”Where is your tunic? ”-
Per i tibetani il caso non esiste.
Una volta mi misi improvvisamente a parlare tibetano, o forse ho solo creduto di farlo, sentivo una spirale di energia al sacro e le parole uscivano come acqua da una sorgente.
Ne parlai con Jinpa.
Mi parlò delle vite precedenti, di come era possibile indovinarle da certi segni sul
corpo e dalla forma del cranio, mi disse che il movimento a spirale che avevo sentito
sotto il sacro era proprio “lei”, Kuṇḍalinī, la madre dei venti.
L'esistenza umana , per lo yoga, è una danza senza fine.
Le energie vitali si rincorrono, si abbracciano, si sfuggono l'un l'altra.
Come serpenti innamorati.
In sanscrito prendono il nome di vāyu, come il dio vedico dell'Aria.
Ce ne sono cinque e cinque sono i corpi dell'uomo, uno dentro l'altro, come una
matrioska.
Il primo corpo, quello di carne ed ossa, o d'argilla, per i vāyu è una sala da ballo.
Sembra che ascoltino musiche diverse e che ognuno danzi per conto suo seguendo
l'estro del momento.
Ma quando si incontrano, le movenze credute casuali si svelano parte di un disegno
sapiente.
È blu il centro della sala, come il loto segreto ad otto petali che sboccia nel cuore,
Padme Nonpo lo chiamava Jinpa.
Agli angoli il giallo del loto dell'ombelico (Padma Serpo), il verde del ventre (Padma
Giangu), il rosso della gola (padma dmar po) e il bianco della fronte (padma dkar
po).
Danzano, da un angolo all'altro i cinque vāyu.
Uno alla volta o tutti insieme.
Ci sono nove porte, nella sala da ballo: gli occhi, le orecchie, le narici, la bocca e poi
i genitali e l'ano.
Entrano ed escono da quelle, i danzatori sacri.
Il Prāna vāyu preferisce il naso e la bocca, balla disegnando una doppia spirale e lo
sento quando respiro.
Lo sento nel cuore, nei polmoni, nella parola.
Dicono sia blu zaffiro, come lo Spazio.
Vyāna vāyu invece è vestito d'argento, penetra ovunque, come l'Aria, senza fretta si
sposta in tutti gli angoli della sala.
È lento e maestoso, Vyāna, danzando al ritmo del giorno e della notte porta il sonno
ed il risveglio.
Samāna, bianco come le neve, rende il sole cibo per le piante e le piante cibo per
l'uomo, la sua è la danza che trasforma.
Sono energie uguali e contrarie gli ultimi vènti, Udāna e Apāna.
Il primo si muove verso il cielo, come il fuoco, il secondo scende giù cercando di
trascinare gli altri verso la terra come l'acqua
É Udāna che ci accompagna oltre il corpo nella meditazione e nel deliquio che
precede la morte.

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