martedì 8 novembre 2016

I CINQUE TIBETANI E LO YOGA DEI NATH




La Fonte dell'Eterna Giovinezza

Negli anni'30, ad Hollywood, Peter Kelder, dopo aver letto "Orizzonte perduto" di James Hilton (il romanzo in cui si parla della ricerca di Shangri-la) scrisse un soggetto cinematografico sul tema della  Fonte dell'Eterna Giovinezza.

La storia era banale:
un colonnello dell'esercito britannico, vecchio curvo e malato, si ritrova in un misterioso monastero tibetano, dove alcuni misteriosi monaci gli svelano il misterioso segreto dell'eterna giovinezza. 
Il colonnello torna in occidente, ma non lo riconosce nessuno, dimostra 30 anni di meno, è dritto come un fuso e gli sono pure ricresciuti i capelli.

La storia, per  quegli anni, era, appunto, banale e gli Studios la rifiutano.

Nel 1939 Kelder ci scrive un libro e lo chiama "The Eye of Revelation".

Nel 1946, aggiunge dei capitoli, mette in evidenza l'aspetto salutistico e aggiunge un sottotitolo: "Ancient anti-aging secrets of the five tibetan rites"

Il libro non è un capolavoro e cade nel dimenticatoio fin quando, negli anni 80, nell'epoca delle "Profezie di Celestino", un antiquario, Jerry Watt, ritrova per caso l'unica copia rimasta dell'edizione del 1946.

"The Five Tibetan Rites of Rejuvenation", nuovo titolo del libricino, diventa un best seller.

E' una storia meravigliosa.
Al giorno d'oggi  milioni di persone che praticano, studiano, insegnano i cinque riti tibetani credendo siano un'antichissima e segreta tecnica orientale mentre, probabilmente si tratta dello spezzone coreografico di un vecchio film in costume, che Kelder ha mescolato con qualche vaga nozione di Hatha yoga (nel libro si parla di sette cakra e e di vortici energetici).

Gli esercizi usciti dalla fantasia dello sceneggiatore americano dopo 70 anni sono diventati veri, più veri del vero.

Se nella stessa scuola di yoga di Roma o Milano si proponessero, contemporaneamente uno stage di yoga tantrico con un monaco Kagyu, ed uno sui Cinque Tibetani condotto da un ex agente immobiliare di Miami, quale sarebbe il più frequentato, secondo voi?

E' una storia fantastica.
Che può insegnarci molto.
I cinque tibetani nascono per il cinema.
Il loro fine è il successo e  sono stati concepiti per essere facilmente comunicabili.

Le pratiche yogiche nascono invece in ambienti ristretti, devono essere comunicate da maestro a discepolo e spesso, per vari motivi, vengono "secretate", cio: NON devono essere facilmente comunicabili.




Continuando così, tra dieci o vent'anni il falso facilmente comunicabile sarà ancora più vero e il vero , spesso segretato, scomparirà anche dai ricordi perché le case editrici, le palestre, le grandi scuole, lavorano per il profitto, ed il profitto ovviamente aumenta con l'aumentare del numero dei lettori e dei praticanti.

Se io gestissi una palestra e dovessi scegliere tra un corso sui cinque tibetani frequentato da 100 persone ed uno di meditazione mantrayana frequentato da tre persone ovviamente sceglierei il primo.
E' normale che sia così.
E' il mercato: bisogna dare ai clienti ciò che i clienti richiedono, bisogna fare ciò che piace ai clienti, non ciò che è vero.

E' la maniera di porgere un messaggio che è essenziale non il messaggio in sé e questo è valido in tutti i campi, anche nello Yoga, mi dicono.

"The Eye of Revelation - The Five Tibetan Rites of Rejuvenation". E' un titolo meraviglioso, chiaro e comprensibile.

"Glossa di Shankara al commento di Vyasa sugli aforismi di Patanjali" (uno dei testi più importanti della Yoga, a mio parere) è un titolo pessimo, oscuro e noioso.

Sinceramente, se doveste  scegliere tra uno dei due libri in base al titolo,  quale acquistereste?



Verità e comunicazione









La genesi dei Cinque tibetani è affascinante.

Non sto ironizzando.

Un soggetto cinematografico rifiutato dagli Studios di Hollywood, diviene un romanzetto d'avventura di scarso successo. Dopo sessant'anni il frutto della fantasia di un'oscuro sceneggiatore cinematografico si fa realtà, l'elisir di lunga vita da lui immaginato, cinque "esercizietti" facili facili messi in serie senza nessuna logica, viene bevuto da milioni di persone, pronte a testimoniare la validità del metodo, i positivi effetti sulla salute e sulla psiche ( che ci sono! Senza ombra di dubbio), le esperienze trascendentali innescate dalla pratica assidua.









I segreti del successo dei Cinque Riti Tibetani sono la facilità e l'immediatezza.
Il titolo è uno slogan pubblicitario di sicuro effetto:
"The Five Tibetan Rites of Rejuvenation".

La lingua con cui è scritto è semplice e diretta, senza fronzoli e senza riferimenti a complicati concetti filosofici.

La sequenza di esercizi si impara in un quarto d'ora e non necessita di particolari doti di forza, scioltezza, resistenza, concentrazione.

Facilità è una delle parole chiave del mercato.


Per avere successo bisogna innanzitutto saper comunicare il messaggio che si vuole vendere.
Ma vendere non basta, bisogna "fidelizzare".

Bisogna cioè mantenere la clientela il più a lungo possibile, in modo da formare uno "zoccolo duro" che non solo rappresenta una sicurezza economica, ma, si dedicherà, spontaneamente e senza nemmeno pretendere un compenso, alla divulgazione del messaggio e alla promozione del prodotto.


Entrare in possesso, senza dannarsi troppo l'anima, di un "esoterica verità" tenuta segreta per millenni in un "segreto monastero himalayano", suscita sicuramente delle belle emozioni.

E una volta che si padroneggia l'antica tecnica segreta perché non rivelarla ad amici, parenti e conoscenti?


Dal punto di vista dell'abilità comunicativa e delle strategie di vendita, i possessori del brand "I CINQUE RITI TIBETANI" (è un marchio registrato, ovviamente, come COCA COLA e OMINO BIANCO) sono dei geni.

Hanno creato un impero sul nulla, senza far male a nessuno, senza rubare niente, senza nemmeno mentire sulle origini degli esercizi (è scritto dovunque, sul web, che il libro di Kelder è un romanzo).
 Tanto di cappello!

Spirale perversa

Però...però  questa bella storia, bella da molti punti di vista,  per noi che ci occupiamo di Yoga, può innescare una spirale perversa.

Se per esistere devo avere successo e se per avere successo devo comunicare messaggi facili, sempre più facili, se devo semplificare tecniche e nozioni per poter arrivare ad un pubblico sempre più vasto, non finirò per snaturare completamente la pratica?


Quando, negli anni '70 praticavamo insieme, 9 persone su dieci sedevano tranquillamente in padmasana (la posizione a gambe incrociate), anche per ore intere e la verticale sulla testa era considerata una posizione di routine.




In questi ultimi anni ho conosciuto, con stupore, non pochi insegnanti di yoga che, pur tenendo corsi regolari, non riescono a stare in padmasana con la schiena dritta e non sanno assumere correttamente shirshasana.


So che questo mi alienerà parecchie simpatie, ma purtroppo è un dato di fatto: la preparazione fisica dei praticanti e degli istruttori di yoga, a volte lascia assai a desiderare.


Per ciò che riguarda le basi teoretiche a son di proporre messaggi facili, di immediata comprensione, anche gli insegnanti rischiano di  perdere la capacità di sviscerare i testi dei maestri.


Si tirano spesso in ballo la devozione (l'ha detto Swami Tizio, l'ha detto Baba Sempronio...) o l'intuito (" Perchè studiare Patanjali o la Bhagavad Gita? Se una cosa mi risuona è vera), il che ha un senso, indubbiamente, ma, a mio parere, se ci si confronta con un testo "tecnico" come sono le upanishad la devozione e l'intuito lasciano il tempo che trovano.


Faccio un esempio pratico:

Negli anni '70 Babaji di Haidhakhan istruì in Nepal un gruppo di 8 discepoli allo yoga di Gorakanath.

Gli insegnamenti trascritti da Shri Shastri Vishnu Datt, erano impartiti in versi, nella lingua parlata sull'Himalaya ai tempi Gorakanath.

Leggo un brano a caso dalla traduzione di Gora Devi (i corsivi sono miei):

"[....]Tu hai conquistato il sonno, che per paura di te, fu nascosto nell'Oceano di Latte e dato a Vishnu.

Quando il demone Madhukaitabb attaccò Brahma, Brahma corse alla porta di Vishnu, pianse e pregò la Dea del Sonno

Allora lei svegliò Vishnù che lottò... contro Madhukaitabb.

Gorakanath ha ottenuto la vittoria sul Sonno.

Chiunque conquista il Sonno conquista Mahakala.

I cinquantasei Kahwa e le sessantaquattro Yogini esclamano: jai jai Guru Gorakanath tu sei il Mahanath dei nath....Vieni Kamalo, quando hai cominciato a cantare come il Rishi Narada, come hai cantato bene!"


Se si ha una certa conoscenza dei Purana, del Vedanta, del Tantra e delle dinamiche dei Chakra (56 e 64 sono i marici o radianze, di due dei Chakra maggiori....) il brano appare relativamente chiaro, ma se ci si affida ad intuito e devozione secondo me non ci si cava un ragno dal buco.

Bisogna aver letto Shankara, il Sat Chakra Nirupana, le storie del Rishi Narada.

Bisogna conoscere la figura e il significato di Mahakala (forma di Shiva frequente nel tantrismo tibetano) ecc. ecc...

 Diciamoci a verità quanti insegnanti e praticanti di Yoga saranno non dico in grado di comprendere, ma interessati a sviscerare questo brano?
Uno su dieci?

L'immediatezza di testi come "I CINQUE TIBETANI" e il successo che ottengono, porta spesso gli istruttori a semplificare la loro prosa, ad evitare i riferimenti che appaiono, all'orecchio del praticante medio, difficili o "troppo connotati".

Da un certo punto di vista la semplificazione è una cosa positiva: se si evita di pretendere la schiene dritte nelle lezioni di Hatha Yoga, ed eliminiamo dal nostro vocabolario termini "astrusi", che non "risuonano" alle orecchie del praticante medio, sicuramente si allarga il numero delle persone che si avvicinano allo yoga, ma credo che si debba fare attenzione, perché modificando il linguaggio corporeo e vocale si finisce per modificare anche la nostra mente e soprattutto, le moalità e gli scopi dell'insegnamento originario.


Per molti istruttori l'essenziale è "creare una bella atmosfera", "sviluppare l'armonia di gruppo", "trasmettere un messaggio di pace e amore", "comunicare la propria idea del mondo e della vita".... tutte cose belle e positive, ma lo yoga i Shankara e Gorakhnath dov'è?


Il fatto che praticando I Cinque Tibetani ci si senta meglio non significa che si stia praticando Yoga.

Ci si sente meglio anche a praticare le danze afro-cubane, a fare sesso e a passare una giornata in piscina, ma nessun danzatore, amante o bagnante credo avrebbe l'ardire di paragonare la su pratica allo hathayoga.


A meno che non si definisca  Yoga tutto ciò che ci "fa star meglio".


Devo dire, che io non storgo il naso davanti alle necessità e alle leggi del mercato.
Oggi le paole Yoga, Tibet e  Rito, vanno per la maggiore e non vedo niente di male nell'utilizzarle per sbarcare il lunario.

Qualche hanno fa andava di moda lo Zen e sulla piazza c'erano migliaia di libri, corsi, conferenza dedicate allo zen:" Lo Zen e l'arte della motocicletta", "Lo Zen del sesso", "Lo Zen dell'unicnetto" ecc. ecc.
Oggi è la volta dello yoga: lo Yoga della risata, l'acro Yoga, Yoga dance, lo Yoga della sedia a sdraio ecc. ecc.

Il fenomeno di per sé non è negativo, anzi, molte di queste discipline hanno effetti positivi sulla salute e sulla psiche la mia, si badi bene,  e mi guardo bene dal muovere critiche agli istruttori di Yoga della risata o  dei Cinque tibetani: ben vengano persone che, con entusiasmo, si dedicano al benessere altrui!




Però mi piacerebbe che gli in e i pregnanti e i praticanti "anziani" di yoga facessero un piccolo test.

Rileggete il brano di Babaji:

"Tu hai conquistato il Sonno che per paura di te, fu nascosto nell'Oceano di Latte e dato a Vishnu.
Quando il demone Madhukaitab attaccò Brahma, Brahma corse alla porta di Vishnu, pianse e pregò la Dea del Sonno.
Allora lei svegliò Vishnù che che lottò contro Madhukaitabb.
Gorakanath ha ottenuto la vittoria sul Sonno.
Chiunque conquista il Sonno conquista Mahakala.
I cinquantasei Kahwa e le sessantaquattro Yogini esclamano: jai jai Guru Gorakanath tu sei il Mahanath dei nath....Vieni Kamalo, quando hai cominciato a cantare come il Rishi Narada, come hai cantato bene!"




E ora leggetevi la prima parte del libro di Peter Kelder.


Sinceramente, tra le due storie, ambientate entrambe sull'Himalaya, vi "risuona di più" quella di Kamalo che canta come il Rishi Narada o quella del vecchio militare che scopre il segreto dell'eterna giovinezza?




Se il libro dello sceneggiatore californiano (di genitori olandesi) vi emoziona e vi intriga di più degli insegnamenti di Babaji Goraksha, considerato incarnazione di Samba Sada Shiva dagli yogin indiani, tibetani e nepalesi secondo me dovreste chiedervi:

"E' yoga quello che pratico e insegno?"









Il Manzo non Esiste

martedì 11 ottobre 2016

LA ZATTERA DI BUDDHA E LE ILLUSIONI DELLA MENTE

"Gorakhanath ha sconfitto il sonno.
La dea del sonno per paura di Gorakhanath,
si è nascosta nell'Oceano di Latte"
 
(Babaji di Hairakhan - "Le parole segrete di Gorakh") 

Immagine 

Un po' di tempo  fa ho avuto una lunga conversazione con una "collega". 
Conversazione interessante: oltre ad essere un'insegnante di Yoga è una scienziata (cioè ha una preparazione scientifica, a livello universitario, soprattutto per ciò che riguarda la biochimica).

 Si è parlato di rapporto tra asana e produzione di neuro-ormoni, di "pinealina" ecc. ecc. 
Correggo: conversazione molto interessante. 

Tornato a casa mi è venuta in mente la "zattera di Buddha che mi hanno raccontato i tibetani (o forse l'ho letta in un testo tibetano)". 
Non so perché, e a dir la verità non me lo chiedo neppure. 
E' da parecchio tempo che evito di cercare i legami tra azioni, parole dette, eventi esterni e le immagini o i suoni che insorgono nella mente. 

Penso sia una occupazione assai utile per chi si occupa di psicologia o, in genere, per chi cerca un sistema omnicomprensivo di interpretazione di una serie di fenomeni o della realtà in generale. 

Per ciò che mi riguarda credo sia una cosa da evitare: sono arrivato alla conclusione che è proprio la ricerca di legami e connessioni tra gli eventi esterni e l'insorgere di pensieri o emozioni a creare ciò che alcuni chiamano ego o personalità o ego+ superego ecc. ecc... 
Con "ecc. ecc." per chiarezza intendo tutta una serie di definizioni e teorie suggestive che tentano di spiegare i legami tra eventi esterni e fenomeni interiori. 

L'essere umano ha bisogno di sicurezze e, soprattutto, ha bisogno di alibi e giustificazioni: 
se ho uno scatto d'ira improvviso, nel giro di due minuti, o anche meno, la mia mente avrà già elaborato almeno tre, quattro teorie, più o meno plausibili, per giustificarlo: 

1)"E' lui, lei che mi ha fatto arrabbiare". 
2) "Marte è in cattivo aspetto con il mio sole". 
3) " Ho mangiato dei filetti di baccalà fritti e il mio fegato fa le bizze". 
4) "Ho una grande carica sessuale inespressa che ha dovuto trovare una via di sfogo"................................. 

L' espressione dell'ira , soprattutto tra chi si occupa di Yoga, è vista in maniera negativa. 
Va il sangue alla testa, mi si alza la pressione, i lineamenti si deformano e allora la mente, educata da una serie di teorie, alcune millenarie, altre non più vecchie di un paio di secoli, cerca un motivo, anzi un nemico cui attribuire la colpa dell'esplosione "funesta". 

Chi ci suggerisce di cercare un "NEMICO" è uno dei "guardiani" della mente: "il principio di causalità". 

-"Se è accaduto questo o quest'altro un motivo ci sarà!"-

Quante volte ci siamo sentiti ripetere questa frase! 
Sembra così logica: "se pianti un seme nasce una pianta, se non pianti un seme non nasce nessuna pianta". 
E' ovvio. 

E allora se mi nasce un pensiero in testa ci sarà pure un legame con ciò che è accaduto prima, giusto? 
Il pensiero (l'emozione) è la pianta e l'evento è il seme. 

Il principio di causa effetto si applica a tutti i campi di esperienza: 
se mi capita qualcosa di fortunato dipende dagli astri, dalle vite precedenti, dall'amore di un defunto, dalla mia capacità di pensare positivo e così via. 

Dai! Sono giochini che facciamo tutti!

 E più si è intelligenti e più ci si perde nella ricerca delle cause: 

(A)Se mi sono rotto una caviglia,
 (B)ho messo male un piede. 
Se (C) ho messo male il piede significa che ero disattento. 
Se (D) ero disattento significa che la mia mente voleva dirmi qualcosa.
 Se (E)la mia mente voleva dirmi qualcosa deve essere importante per la mia evoluzione spirituale: (F)dovevo rompermi la caviglia perché devo fermarmi. 
(G) Devo fermarmi perché sto andando in una direzione sbagliata.
(H) Il mio rapporto di lavoro ( o di amore o di amicizia....) non funziona. Devo cambiare direzione.

 Alla fine tutto soddisfatto arriverò, magari, alla conclusione che mi sono rotto la caviglia perché un mese prima, sono stato scortese con il ragioniere che lavora nell'ufficio accanto.... 
Ma mi sto dilungando oltre misura, come al solito. 
Torniamo a bomba: 
L'altra sera, dopo una chiacchierata assai  interessante assai, sui rapporti tra pratica degli asana e neurormoni mi è venuta in mente la storia della "Zattera di Buddha" . 

Più che una storia è un'immagine: uno yogin che arriva con una zattera (o una barchetta malmessa) sulla sponde di un fiume (o la riva di un mare) dopo un viaggio che si suppone lungo e faticoso. 

Il fiume, per i tibetani è quello che separa il mondo ordinario dalla "TERRA DELL'OLTRE", la zattera sono le credenze, i sistemi di interpretazione, gli studi, la giusta e l'errata conoscenza, la memoria l'immaginazione, il sonno. 

Che farà il viaggiatore, giunto sulla sponda, prima di addentrarsi nella terra dell'oltre? 

Si caricherà forse la zattera sulle spalle? 

La metterà al sicuro per poterla, eventualmente, usare nel viaggio a ritroso? 

La trasformerà in legna da ardere? 

Lo Yoga è un viaggio verso la TERRA DELL'OLTRE, non sappiamo cosa ci aspetta al di là, ma sicuramente non ci caricheremo la zattera sulle spalle. 
Il mezzo che ci ha condotto alla TERRA DELL'OLTRE si trasformerebbe in un inutile fardello. 

Il principio di causalità, la pretesa che ogni fenomeno abbia una causa logica che io posso investigare e comprendere, fa parte del fardello: va abbandonato. 

E' difficile, e pure pericoloso se non "E' IL MOMENTO GIUSTO". 

Soprattutto è doloroso. 

Immagino un medico abituato a curare la sofferenza altrui. 
Se ti fa male la pancia ci sarà pure un motivo, o no? 
Troviamo il motivo e troveremo il rimedio.... 
E' logico. 
E' normale. 
Soprattutto funziona. 
QUASI sempre. 

In realtà, se prendiamo ad esempio la natura, se io pianto un seme non so che pianta crescerà e non so nemmeno se crescerà una pianta. 

Dipende, dalla terra, dal sole, dalla pioggia, dal vento, dagli insetti, dai passeri....Certo, con l'esperienza posso fare delle previsioni, ma avrò sempre e solo la possibilità che dal seme nasca una pianta, non la certezza

Se un nostro caro si ammala gravemente, cerchiamo innanzitutto, la causa della malattia.

 A seconda della mia cultura, delle mie credenze, cercherò una causa chimico-fisica, una tara ereditaria o un qualche nodo karmico. E se sono disperato chiederò la grazia al mio Dio, al mio Santo preferito, al mio Guru. 
Chiederò, alla scienza, all'astrologia, alla religione, che sia fatta luce, che qualcuno mi sveli la causa, perché se conosco la causa troverò il rimedio... 

Il principio di causalità più che una legge è uno scudo, una protezione che impedisce all'essere umano di impazzire. 

Senza principio di causalità non si possono costruire dei sistemi di interpretazione. 
Senza sistemi di interpretazione la mente non ha la possibilità di misurare, ovvero di conoscere con la mente , e il mondo ci appare come un oceano senza sponde, incommensurabile, inconoscibile. 

Per non smarrirsi di fronte all'abisso l'uomo deve trovare una CAUSA. 
Ed è una cosa buona e giusta. 

Però lo Yoga, che pure, per certi versi è un SISTEMA, a un certo punto ci dice di toglierci l'armatura

Si chiama proprio così il principio di causa effetto (e anche gli altri veli/principi da abbandonare: Tempo, Passione, Conoscenza, Spazio):armatura che in sanscrito si dice kañcuka

La zattera di Buddha, che ci conduce nella terra dell'oltre e poi va abbandonata, rappresenta le costruzioni della mente raziocinante. 

Che non sono brutte o malvagie o negative. 

Anzi: sono loro che ci hanno portato là, nella TERRA DELL'OLTRE. 

Ma adesso, per fortuna o purtroppo, vanno abbandonate, come inutile zavorra. 
Nella terra dell'oltre bisogna camminare con le nostre gambe. 
Portare sulle spalle, per paura o sentimentalismo, scienza e coscienza (ovvero:ERRATA CONOSCENZA, CORRETTA CONOSCENZA, IMMAGINAZIONE, MEMORIA e SONNO) renderebbe i nostri passi inutilmente pesanti.

Se si confrontano i cinque veli della Dea (kañcuka) con le cinque vṛtti di Patanjali forse il discorso ci apparirà più chiaro: 

( a sinistra scrivo il nome dei Veli della Dea secondo il Tantrismo, al centro l'Elemento della materia, corrispondente e a destra la vṛtti ) 

CAUSA/EFFETTO - TERRA - ERRATA CONOSCENZA 

TEMPO - ACQUA - MEMORIA 

PASSIONE - FUOCO - IMMAGINAZIONE 

CONOSCENZA - ARIA - CORRETTA CONOSCENZA 

SPAZIO - ETERE - SONNO 

-"Ciò che aiuta a vedere ci rende ciechi.
Ciò che impedisce di vedere ci mostra la via"
- 

lunedì 19 settembre 2016

LA MISTERIOSA SCOMPARSA DEL DIO CREATORE


Chi si  occupa di Yoga e filosofia orientale, sa che nella tradizione indiana Il principio divino è rappresentato da tre Dei (Brahma, Vishnu e Shiva) e dalle loro consorti (Sarasvati, Lakshmi e Parvati).
il primo (la "A" dell'AUM) è Brahma, il creatore, il secondo è Vishnu (la "U" dell'AUM), il conservatore dell' ordine Cosmico.
Il terzo è Shiva, il distruttore (la "M" dell'AUM).
Sono tre diverse forme della divinità, tre aspetti complementari della manifestazione.
La cosa strana è che Brahma è citato solo solo nei libri.
In India si fanno un sacco di feste per Shiva e Vishnu, per le loro spose, figli e incarnazioni.
Esistono migliaia di templi a loro dedicati, ma Brahma, il Creatore, non se lo fila nessuno.
Addirittura il Brahman, il supremo, viene raffigurato da Shiva e Vishnu in simbiosi, un'immagine detta Harihara o Shiva Narayana.



Che fine ha fatto Brahma, il primo dio?
I sacerdoti Hindu si chiamano Brahmani, l'assoluto si chiama Brahman (e non mi vengano a raccontare che non ha niente a che fare con Brahma....), ma lui, il dio dalle quattro teste che crea il mondo recitando i Veda (i quattro libroni della tradizione indiana: uno per ogni testa) è svanito nel nulla, e nessuno sembra preoccuparsene.
Se lo chiedi a qualche colto studioso o a qualche maestro orientale le risposte saranno abbastanza vaghe o comunque insoddisfacenti.
Alcuni parleranno di trasformazioni culturali, altri di ribellione degli esseri umani  verso il creatore, ma la verità secondo me, è che Brahma non è affatto scomparso, solo che è conosciuto con un altro nome.
So già che i puristi e i devoti si arrabbieranno parecchio per ciò sto per dire, e so che molti diranno che la domanda "Che fine ha fatto il Brahman?" è una domanda cretina, ma  a volte facendosi le domande cretine per alcuni e scomode per altre, si acchiappano dei frammenti  di verità e delle schegge di conoscenza.

Cominciamo dalla moglie di Brahma, Sarasvati:





Sarasvati significa "colei che scorre" (Sarasvatī सरस्वती), e infatti  non il nome di  una persona, ma un fiume, il fiume Sarasvati, lungo le cui  rive sarebbero nate  la musica e la scrittura.
I suoi "vero nome" è Vama (colei che "vomita" l'universo), ma viene chiamata anche Kamakhya ( colei che canta l'Amore) e Kamaisvari (La Signora di Kama)....

Insomma Sarasvati è senza ombra di dubbio la Sposa di Kama.

A questo punto i casi sono due: o Sarasvati è bigama o Kama e Brahma sono la stessa persona.

Kama è detto anche Ananga, senza membra, perchè è senza forma - il desiderio pervade l'universo - e questo spiegherebbe la "scomparsa" di Brahma.

Kama nel rig Veda (il libro degli inni) è chiamato "Il primo Dio"  e questo andrebbe d'accordo con l'appellativo di Creatore, affibbiato a Brahma.

Lo so che l'ipotesi può apparire bizzarra, e questo scritto un inutile provocazione, ma a ben guardare potrebbe aprire le porte alla comprensione di alcuni misteri  dell'Hinduismo.






Uno dei luoghi più sacri dell'India è il tempio di Lingaraja a Bhubaneswar.

Lingaraja significa letteralmente "Pene Reale" o "Re dei Peni"ed è dedicato a Harihara, Shiva e Vishnu uniti in un solo corpo.


Vishnu rappresenta, qui, lo "stelo del pene", il cordone ombelicale che unisce "l'ESSENZA alla SOSTANZA", Shiva rappresenta invece lo Sperma del Brahman, il fiotto di vita che "morendo a se stesso", anima la materia.

Ma come potrebbe l'Assoluto dare inizio alla manifestazione se non lo desiderasse?

Il primo atto della creazione non può che essere il desiderio: ecco perché Kama è il Primo Dio, l'Antico dei tempi, ed ecco perché Brahma "è" Kama.





 IL CIGNO , IL CINGHIALE E IL PENE D'ORO

(Per offrire un altro spunto credo interessante... trascrivo un mio scritto  del 2008 su Shiva Hara, simbolo dell'unione delle tre forze primordiali. Forse tenendo conto del fatto che Brahma "è" Kama, il racconto può assumere significati inaspettati.....)
Il bambino dorato vishnu sta dormendo sull'oceano di prima dell'inizio.
improvvisamente si sveglia per il fracasso provocato da un gigante con quattro teste:
-"chi sei tu che osi disturbare il sonno del Signore?"- 

tuona Vishnu.
Brahma gli risponde che ci deve essere un equivoco, essendo lui e solo lui il Signore dell'Universo.
I due cominciano a litigare ed a darsele di santa ragione.
improvvisamente un enorme pene d'oro  appare all'orizzonte.
i due si fermano, stupiti.




Il pene d'oro che sembra espandersi ogni secondo che passa
non riescono a vedere né da dove ha inizio né dove ha fine.
Dice Brahmà: 
-" Senti, Vishnu, trasformati in cinghiale bianco, gettati nelle profondità dell'oceano e guarda dove è l'inizio , io mi trasformerò in oca cosmica e volerò nell'alto del cielo per vedere dove ha fine"-

Strano, vero?

Come al solito, quando ci si trova ad interpretare dei testi scritti in sanscrito, bisogna fare attenzione alle parole ed al loro suono:

1)erezione in sanscrito si dice  Harsa, gioia illimitata invece è हर्षगर्भ harsagarbha ovvero garbha= germe, seme, feto, Sa = lui, quello, e Hara = Siva.

2)L'alzarsi in volo dell'oca in sanscrito si dice हंसवाह haṃsavāha

3)Cinghiale si dice वराह varāha


Non mi dilungherò in spiegazioni e interpretazioni complicate, ma credo si dovrebbe riflettere sul fatto che वराह varāha,हंस haṃsa, हंसवाह haṃsavāha,हर्ष harṣa, हार hāra tutte parole con qualcosa in comune dal punto di vista del significato e del suono.
Ma torniamo al nostro mito.I tentativi di Vishnu e Brahma sono infruttuosi.
Si ritrovano di nuovo a guardare, assieme, l'enorme pene aureo.
Improvvisamente sotto l'immenso glande si apre una fessura, una vagina d'oro, al centro della quale appare Shiva: 

-"Io sono Shiva Hara, l'assoluto"-
Il bambino d'oro ed il gigante a quattro teste "comprendono" e raggiungono Shiva hara all'interno della vagina cosmica.

L'espansione del pene d'oro era tale solo per Brahma e Vishnu.
e lo era fin tanto che lo consideravano "oggetto di conoscenza".
la comprensione dell' identità fa scomparire la sensazione dell'espansione.
Ciò che è assoluto è infinito, e l'infinito non può espandersi.

mercoledì 14 settembre 2016

YESHE - LA MAESTRA DELL' OCEANO DELLA SAGGEZZA



Mi sono sempre sorpreso del fatto che la maggior parte dei testi tecnici di Yoga e Tantra siano scritti da uomini o da donne che riportano tecniche adatte al corpo maschile.

Se anatomia maschile e femminile sono diverse, logica vuole che i percorsi delle energie sottili, in ciò che si chiama alchimia interiore, siano anch'essi diversi.

Eppure sembra quasi che non vi siano, nello Hatha yoga, nel Tantra, tecniche specifiche per le donne.


Sembra  quasi che non esistano lignaggi femminili, ovvero  catene di insegnamento da maestra ad allieva.

Naturalmente è falso.


Il buddismo tibetano, che a ben guardare non è dissimile dall'insegnamento tantrico indiano (i nomi delle divinità, le tecniche, le fonti di ispirazione sono le medesime), si basa su una serie di lignaggi femminili.

Uno dei più importanti maestri  tantrici tibetani, "quello" che ha unificato i culti del tibet, detto all'epoca MahaChina, mostrando la sostanziale identità di Yoga buddista, taoismo, sciamanesimo autoctono, è la "danzatrice del Cielo", Yeshe Tsogyal (Ye shes mts'o rGyal).



Yeshe significa "saggezza primordiale".

Tsogyal invece sta per "oceano" ma alcuni traducono Yeshe Tsogyal con  "Regina dell'oceano della Saggezza Primordiale".

L'oceano probabilmente  è la mente e saggezza primordiale sta ad indicare che la mente si trova nel suo stato naturale, lo stato in cui riposa in se stessa.

Il Sahaja.





Il fondamento del tantrismo tibetano, il cuore dello Dzogchen, è il lignaggio detto  go-kar-chang lo'i-de. I praticanti hanno capelli lunghi e scompigliati e gonne bianche (a ricordare forse la schiuma dell'oceano?) e tra di loro si trova la maggior parte dei gTerton, i maestri del Tantra interno, I detentori del sapere tradizionale tantrico.
detti Ngakma e Ngakpa.
Credo che MA stia per Madre e PA per Padre: é questo  il lignaggio NGAK' PHANG, il lignaggio di Yeshe Tsogyal.






Gli insegnamenti tradizionali NGAK'PHANG sono di tre tipi o classi:

SUTRA, mDo;

TANTRA, rGyud;

MAHASANDHI, rDzogs-chen.

Ed indicano tre diversi tipi di  rapporto tra maestro e discepolo.

Nella prima classe, mDo, gli allievi maschi devono avere insegnanti maschi, le donne insegnanti donna.

Nella seconda classe le donne insegnano agli uomini e gli uomini alle donne.

Nella terza non si fa nessuna differenza.


Yeshe e il suo maestro, l'indiano Padmasambhava sono gli sposi mistici.



Secondo la leggenda, Buddha Shakyamuni aveva previsto la loro nascita e li avrebbe indicati come incarnazione del Vuoto Supremo e della compassione Suprema.
Un solo essere, Shiva ardhanari nel tantrismo indiano, scisso apparentemente in due corpi diversi, a rappresentare il VUOTO e la FORMA.

Padmasambhava è la forma attiva della compassione.

Yeshe il vuoto della Saggezza primordiale.
La loro danza, il loro fare l'amore, è, come per Shiva e Shakti, la manifestazione stessa, il Divenire.
Secondo gli insegnamenti di Yeshe un autentico maestro tantrico deve avere una compagna spirituale.
Anzi, il vero Maestro, secondo il lignaggio Niygma, è la coppia, Yeshe e Padmasambhava. 


L'esperienza non duale in Tibet è collegata alla visione della Madre, di Yeshe, e le donne hanno più possibilità di realizzarsi degli uomini, anche se pare strano agli occidentali, perchè sono considerate più qualificate ad apprendere l'arte del Vuoto creativo.




Il lignaggio di Yeshe è ininterrotto, e si dice che la Regina dell'Oceano della Saggezza, ridiscenda periodicamente sulla terra.
Incarnazioni di Yeshe sono considerate Ma-GCIG Labdron , Jomo Menmo, Jomo Chhi'mèd Pema, e, Aro Lingma.





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