domenica 6 ottobre 2019

VANDE MATARAM - STORIA SEGRETA DELLO YOGA




Quello che segue è un estratto del primo capitolo di "STORIA SEGRETA DELLO YOGA - I Miti dello Yoga Moderno tra Scienza, Devozione e Ideologia", il libro che ho scritto questa estate in collaborazione con Andrea Pagano, Laura Nalin, Nunzio Lopizzo, Andrea Ferazzoli e Alex Coin.

"Storia Sereta dello Yoga" è il frutto di una ricerca cominciata, a dir la verità, nel 2007 con Andrea Pagano e i "fratelli del Gruppo Yoga Vedanta". Il nostro intento era quello di far luce ad alcune incongruenza che avevamo notato nei nostri studi: strane lacune, date che non tornavano, maestri misteriosamente scomparsi dalle librerie e dalla memoria degli yogin. Ricordo ad esempio i nostri - miei e di Andrea - tentativi di recuperare i libri Goraksha, il maestro dei maestri quasi sconosciuto in Occidente, oppure la strana vicenda di Dattatreya, ufficialmente yogin mitico vissuto, forse, 12.000 anni fa e a quanto scoprimmo, maestro medioevale autore degli Yoga Shastra, secondo alcuni la "Bibbia dello Yoga", mai tradotti in una lingua occidentale, o la ancora più strana storia di Dhirendra Brahmachary, considerato in India più grande maestro di Yoga del XX secolo,maestro di Yogi Bhajan e Indira Gandhi nonché istruttore, nel 1960, degli astronauti russi: i suoi libri o addirittura le notizie sulla sue vita, in occidente, sembravano svanite nel niente.
 Le domande senza risposta erano molte e molte le stranezze, poi finalmente, grazie al nuovo Team e, forse, anche al desiderio, delle università e dei ricercatori indiani, di cominciare a diffondere la "vera" storia dello Yoga Moderno, fatti, notizie e documenti sono emersi dai musei e dagli scaffali delle biblioteche indiane, e adesso siamo qua, con un'idea dello Yoga completamente diversa da quella che avevamo fino a pochi anni fa.
Anzi di uno Yoga diverso, né peggiore né migliore da quello che credevamo,semplicemente diverso. ,ma che ci restituisce appieno,  lo spessore di alcuni dei più grandi  maestri e  intellettuali indiani del XIX secolo, che non solo ci hanno donato lo Yoga Moderno, ma hanno sacrificato la loro vita alla causa di Bharati Mata, la Grande Madre India. Questo libro è dedicato a loro ai "Fighters of Freedom" come swami Vivekananda, Debenedrath Tagore, Aurobindo Goshe, Mohan Roy di cui solo oggi abbiamo compreso, appieno la grandezza.


Presentazione: Cosa è lo Yoga?



1 Gara di Mallakhamb, lo Yoga aereo indiano, il Mallakhamb è un antichissimo sport basato sugli allenamenti dei lottatori. Fonte: https://www.pinterest.it/pin/28429041370982938/ 


Ai nostri giorni con il termine Yoga si intendono una serie di attività che, pur vantando la medesima matrice culturale e condividendo terminologia, simbologia e riferimenti letterari, appaiono, ai non addetti ai lavori, come discipline affatto diverse.
In genere, banalizzando un po’, possiamo individuare quattro tipi di Yoga: 
1)    Uno Yoga fisico, basato principalmente su posture statiche, sequenze coreografiche ed esercizi respiratori (Haṭhayoga, Vinyāsa Yoga, Ashtanga Yoga ecc.);
2)    Uno Yoga intellettuale, basato su un tipo di speculazione simile, nelle modalità, a quella proposta in occidente dalla filosofia platonica, dalla teologia cristiana e dalla filosofia tedesca del XIX secolo (Jñāna Yoga);
3)    Uno Yoga religioso o devozionale che si propone di entrare in contatto o addirittura immedesimarsi con una particolare forma della divinità (Śiva, Viṣṇu, Kṛṣṇa…) e riprende, almeno in parte, forme e contenuti della religione cristiana e delle moderne correnti spirituali nate con la New Age (Bhakti Yoga e Karma Yoga);
4)    Uno Yoga “psicologico” che utilizza tecniche e modalità assai simili a quelle utilizzate dalle moderne scuole occidentali di derivazione freudiana o junghiana (New Gestalt, Costellazioni Familiari, PNL ecc.) o dalle moderne interpretazioni degli insegnamenti buddhisti (Mindfulness).
Questi quattro tipi di Yoga spesso sono mescolati o integrati tra loro, alcune volte sono rigidamente separati, altre ancora sono in aperto conflitto. Negli anni scorsi non era raro assistere a confronti anche accesi in cui i rappresentanti delle varie scuole si trovavano ad affermare reciprocamente la maggior aderenza del “loro Yoga” alla cosiddetta “Tradizione”, ma in genere le diverse interpretazioni dottrinali venivano tollerate, all’insegna del motto “lo Yoga è unione”.
Poi nel 2018, in Italia, l’idea di definire lo “Yoga fisico” “Ginnastica Yoga” e soprattutto, la decisione di organizzare delle competizioni per yogin –le Yoghiadi – hanno provocato una serie infinita di polemiche e aspri dibattiti. In alcuni casi si è arrivati ad accusare apertamente gli organizzatori delle gare di “tradimento dello spirito dello Yoga”.
Le motivazioni che hanno spinto non pochi praticanti ed insegnanti a reagire tanto duramente all’iniziativa delle Yoghiadi si possono riassumere in una frase:
“Il fine dello Yoga è la realizzazione del Sé”.
Da un certo punto di vista è ineccepibile: per realizzazione del Sé si intende l’annullamento dell’ego, con il disciogliersi dei desideri e della volontà di affermare la propria individualità in un Ente superiore–sia esso un dio, l’energia cosmica o l’anima universale – tutto ciò che coltiva lo spirito agonistico e la volontà di primeggiare è decisamente fuori luogo.
Per la maggioranza dei praticanti occidentali, soprattutto in Italia, le caratteristiche distintive di un yogin sono la non violenza, l’amorevolezza e la tolleranza, caratteristiche impossibili da coniugare con la competitività e con la voglia di primeggiare. Provate a immaginare un sadhu[1] magro come un’acciuga, che fa le flessioni sulle braccia per allenarsi prima di una gara di Yoga acrobatico, o uno swami[2] in perizoma, con il corpo unto di olio di sesamo, che, gridando “shanti, shanti shanti![3]”, tenta di strangolare un avversario in un incontro di lotta: sicuramente vi verrà da sorridere.
Questo dipende dal fatto che in Occidente uno yogin-atleta o, addirittura, uno yogin-guerriero sono una contraddizione in termini, un’immagine così paradossale da essere utilizzata nelle vignette satiriche o negli spettacoli comici. Un’immagine che però non corrisponde alla realtà dei fatti, ma è frutto di una conoscenza parziale della storia e della cultura indiane.
La verità, sospettata da molti e nascosta da alcuni, è che l’insegnamento di quello che in occidente è definito Yoga tradizionale, è frutto di un processo di trasformazione, o addirittura di mistificazione, operato negli ultimi 120 anni e legato agli avvenimenti che hanno condotto alla nascita dell’India moderna.
Nel corso della ricerca che ha condotto alla pubblicazione di questo libro abbiamo tentato di contestualizzare lo Yoga ponendolo nell’ambito in cui è nato e si è evoluto; per prima cosa abbiamo confrontato le informazioni in nostro possesso, ovvero quelle contenute nei testi di Yoga più noti e quelle provenienti dagli insegnamenti dei nostri maestri, con le fonti documentali e iconografiche, sia islamiche sia indiane sia greche.
Quasi immediatamente sono emerse inspiegabili incongruenze e coincidenze a dir poco singolari, e alla fine, dietro il velo dei miti, delle credenze e delle supposizioni ha cominciato ad affiorare una storia dello Yoga assai diversa da quella che spesso ci raccontano in Occidente.
Per capire la portata della manipolazione o comunque della non corretta informazione, basta prendere alcune immagini facilmente reperibili nei musei e nei siti web che si occupano di arte e storia dell’India.
Nell’immagine seguente ad esempio possiamo vedere la prima pagina del Malla Purāṇa, “L’antico racconto dell’atleta”, conservato al Bhandarker Oriental Research Institute di Pune. Si tratta di una copia risalente al 1731 di un documento probabilmente antichissimo (alcuni parlano del XII secolo) diviso in diciotto capitoli che descrivono con grande precisione la dieta, i rituali e le tecniche di allenamento di un lottatore professionista dell’India antica.


2 Frammento del Malla Purāṇa, l’antico racconto dell’atleta” conservato al Bhandarker Oriental Research Institute di Pune. Fonte https://www.grapplearts.com/the-ancient-vale-tudo-of-india-vajramushti/

In Occidente il Malla Purāṇa, a quanto ne sappiamo, non è mai stato pubblicato, e le prime notizie che lo riguardano si devono a Norman E. Sjoman, che ha avuto modo di studiarlo negli anni ’90.
Norman, uno studioso canadese laureato in sanscrito all’Università di Pune, praticante di Yoga Iyengar, in un libro pubblicato in India nel 1996, “The Yoga Tradition of the Mysore Palace[4], parla delle affinità tra gli esercizi del Malla Purāṇa e lo Yoga moderno, citando il “Saluto al Sole” ed una serie di diciotto āsana (posture) praticati ancora oggi nelle scuole di Yoga, che sarebbero descritti nell’antico manuale.


3 Quattro Brahmini e una giovane donna si allenano nei pressi di un tempio. Illustrazione settecentesca di un testo del XII secolo. Fonte: https://twitter.com/SchoolVedic/status/1000729650794934275

Già queste scarne notizie per noi sono di grande interesse, perché rivelano:
1)    L’esistenza di atleti professionisti nell’India antica;
2)    L’assenza, al contrario di ciò che pensiamo comunemente in Occidente, di una linea di demarcazione tra Yoga e Sport.

Ma il “Purāṇa dell’Atleta” ci riserva ben altre sorprese: innanzitutto è un libro rivelato da Kṛṣṇa ad una jāti (“famiglia”, “clan”) di Brahmini, e quindi può essere considerato un testo sacro, ovvero apauruṣeya, parola sanscrita che significa “non di origine umana”; In secondo luogo la jāti che lo ha custodito gelosamente per secoli, tramandandolo di padre in figlio, è quella dei brahmini Jyesthimalla, famosi almeno dal medioevo come atleti, guardie del corpo e guerrieri[5].

Visto che i brahmini sono, per noi, l’equivalente dei sacerdoti cristiani, facciamo fatica a credere ad un prete ginnasta o un prete guerriero, ma approfondendo le ricerche abbiamo scoperto che si tratta di figure tutt’altro che rare in India: si chiamano āyudhajīvin, parola che significa letteralmente “vivere con le proprie armi”.


4 Due brahmini impegnati in un incontro di lotta. Dai simboli disegnati sulla fronte si intuisce che si tratta di un prete shivaita (a sinistra) e di un prete vaishnava (a destra). Fonte: https://citytoday.news/vajramushti-kalaga-to-begin-in-a-while/


C’è una notevole differenza tra l’India reale e quella che ci insegnano nelle scuole di Yoga, e in certi casi nelle università, e i Jyesthimalla ne sono la prova vivente.
Abbiamo scritto vivente perché le scuole di lotta dei Jyesthimalla sono ancora attive nel Gujarat, nel Rajastan a Mysore e a Hyderabad, nel Telangara. Se ne visitassimo una le polemiche che si sono accese in Occidente sulla differenza tra Yoga e Sport probabilmente svanirebbero come neve al sole, perché potremmo vedere dei brahmini (i custodi della tradizione spirituale) che si allenano secondo le tecniche antiche, mescolando tranquillamente i riti alle divinità, le posture dello Yoga, la meditazione, il malla-khamba (lo Yoga aereo) e la ginnastica callistenica.
Ma andiamo avanti: l’immagine che segue è la copertina di una pubblicazione del 29 settembre del 1907. In basso si può vedere il nome di Aurobindo Ghose, uno dei maestri spirituali più famosi del ‘900, creatore dello “Yoga Integrale”. Il titolo Bande Mataram (Vande Mātaram in sanscrito)fa riferimento a una canzone presente in un romanzo del 1882, “Anandamath”, del poeta bengalese Bankim Chandra Chatterjee e nel film quasi omonimo – Anand math – girato nel 1952 dal regista indiano Hemen Gupta.




Vande Mātaram si può tradurre con “Salute a te Madre divina” e se leggiamo il testo, a prima vista pare uno dei molti canti devozionali che siamo abituati a sentire nelle scuole Yoga e negli Ashram:
“[…] Tu sei Durgā, Signora e Regina. Con i tuoi pugni pronti a colpire e la tua spada di luce. Tu sei Lakshmi seduta sul trono di Loto […]”.
Anandamath invece significa “Monastero della beatitudine”.
Nessuno di noi sinceramente, può trovare strano il fatto che un maestro di Yoga (Aurobindo, considerato un realizzato in vita dai suoi discepoli) sia collegato a un canto devozionale (“Salute a te Madre Divina”) e ad un racconto che parla di un “Monastero della Beatitudine”, ma il nostro punto di vista può cambiare repentinamente se scopriamo che:

1)    Vande Mātaram è “l’inno dei Combattenti della Libertà indiani” dichiarato dal governo, nel 1950 “Canzone Nazionale”, l’equivalente del “Va’ pensiero” per i patrioti risorgimentali o di “Bella Ciao” per i partigiani.
2)    La Madre Divina del titolo, chiamata anche Durgā o Lakshmi, non è la Madonna o la Dea madre, ma specificamente la Grande India.
3)    Il Monastero del racconto, Anandamath, è il covo di uno dei gruppi di sannyasin – in sanscrito saṃnyāsin - che, dopo la grande carestia bengalese del 1770, terrorizzarono gli inglesi con le loro azioni di guerriglia.

L’inno Vande Mātaram (o Bande Mataram) ha svolto un ruolo vitale nel movimento per l'indipendenza indiana. Fu cantato per la prima volta in un contesto politico da Rabindranath Tagore nella sessione del Congresso nazionale indiano del 1896[6].
Nel 1905 divenne la canzone simbolo dell’attivismo politico e del movimento di libertà indiano, intonata in tutte le riunioni politiche e nelle manifestazioni di strada[7] e Sri Aurobindo la definì "Inno nazionale del Bengala"[8]. Sia la canzone che il romanzo che narrava la gesta dei sannyasin - l’Anandamath - furono banditi dal governo britannico, e molti patrioti finirono nelle carceri coloniali solo per aver cantato il Vande Mātaram o aver diffuso il libro. Il divieto fu annullato solo con l’indipendenza dell’India, nel 1947.

Nel 1950 Vande Mātaram - depurata dei riferimenti alle divinità Hindu per non offendere i patrioti islamici - fu dichiarata la "canzone nazionale" della Repubblica dell'India[9]




Difficilmente sui libri di storia occidentali troverete traccia dei guerriglieri descritti nell’Anandamath: il primo studio pubblicato in occidente, a quanto ci risulta, è un saggio del 2005, pubblicato dalla Oxford University Press, intitolato “Anandamath, o La Sacra Confraternita” Gli inglesi definivano i patrioti sannyasin “Banditi”, esattamente come gli occupanti nazisti definivano i partigiani italiani e francesi, e li accusavano di atti di delinquenza comune, ma nei libri di storia indiani la loro lotta, è celebrata come l’inizio della Guerra d’Indipendenza, e viene definita “The Sannyasin Rebellion”, la rivolta dei sannyasin.

Dato che saṃnyāsin in sanscrito significa “rinunciante”, e indica lo yogin che si ritira nella foresta per dedicarsi alla meditazione e alla ricerca dell’unione con Dio, chi ha una conoscenza non superficiale dello Yoga, penserà, quasi sicuramente ad un equivoco - “Come è possibile che uno yogin si impegni in azioni di guerriglia, agguati e atti terroristici?” - ma basta fare una ricerca sulle poche pubblicazioni in lingua inglese dedicate ai “Combattenti per la Libertà bengalesi”[10] per fugare ogni possibile dubbio: i sannyasin di cui parla l’Anandamath, erano indubbiamente yogin, e, cosa che dà ancora più da pensare, le loro gesta rientrano nella millenaria tradizione dello Yoga.

Sono loro, gli yogin[11], i creatori e i custodi delle arti marziali indiane ed ogni qualvolta un invasore minaccia la Madre India, escono fuori dalle foreste, dalle caverne e dagli “Akhara” (gli Ashram dedicati specificamente allo studio della ginnastica e delle arti marziali) e si gettano contro il nemico, sia esso Alessandro Magno, i Mongoli, i Persiani o l’impero britannico.



7 Battaglia di Thanesar. Fonte: By Basawan - V&A Museum, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=25559635


L’esistenza di formazioni militari di yogin e il timore che incutevano per la loro conoscenza delle arti marziali traspare chiaramente dalle testimonianze dei Mughal. Nell’immagine precedente ad esempio, è raffigurata la Battaglia di Thanesar avvenuta il 9 aprile del 1567 nei pressi del fiume Ghaggar-Hakra, nell’india Himalayana.
Da una parte c’erano le truppe del grande imperatore Mughal Akbar dall’altro un gruppo di yogin.
Nessuno sa di preciso quale sia stato l’andamento dello scontro, concluso con una pesante sconfitta dei sannyasin, ma la diversa entità dei due schieramenti e il diverso tipo di armi usati dai contendenti (dati trascritti con grande precisione dai Mughal) possono essere fonte di interessanti riflessioni:
L’esercito di Akbar era formato da 8.000 uomini dotati di cannoni, fucili a miccia e 75 elefanti da guerra. I sannyasin erano invece 800 ed erano armati, come sembra di capire dall’immagine, con dischi da guerra (cakra), mazze e tridenti rituali.
Nonostante l’enorme squilibrio tra le forze in campo, in nessun testo arabo o indiano si descrive la battaglia di Thanesar come un massacro; nessuno parla di un esagerato, e non onorevole, uso della forza contro dei poveri monaci erranti. Viene quasi da pensare che se avesse avuto a disposizione meno di 8.000 uomini armati di cannoni e fucili, Akbar si sarebbe ben guardato dall’affrontare i sannyasin. Del resto le abilità marziali degli yogin erano note agli islamici sin dal XII secolo, quando gli invasori persiani si trovarono a dover fronteggiare i Siddha Nath[12].
Alf Hiltebeitel, nel libro “Their name is Legion[13] e William Pinch nel suo “Warrior Ascetics and Indian Empires”, affermano che gli yogin guerrieri rappresentarono una spina nel fianco degli invasori islamici per cinque secoli e giocarono un ruolo chiave nell’avvento degli inglesi in India. Infine, nel XVIII secolo, delusi dalla politica dell’Impero britannico, presero le armi contro i nuovi invasori e dettero il via alla lotta per l’indipendenza che si sarebbe conclusa nel 1947.
Potremmo continuare a lungo, ma già così pare evidente che in Occidente, abbiamo una visione parziale dello Yoga e di ciò che possiamo definire Tradizione Hindu, basta elencare alcune delle notizie che abbiamo dato in questa presentazione per renderci conto delle nostre lacune;
Gli yogin occidentali, in genere:
-         Ignorano l’esistenza dei brahmini lottatori.
-         Ignorano che i sannyasin sono considerati i padri dell’India moderna (tanto è vero che a loro è dedicato l’inno nazionale dei patrioti indiani, il Vande Mātaram).
-         Non sanno che la Madre divina di cui parlano maestri moderni come Ramakrishna e Vivekananda, non è la Madonna, come, pensano in molti, né la personificazione dell’energia cosmica, ma è l’India liberata dal giogo degli invasori.
-          Non sanno che gli yogin erano i custodi delle arti marziali indiane e che almeno dal XII secolo erano organizzati in gruppi di guerriglieri.
Sono così tante le cose che non sappiamo o alle quali non abbiamo mai dato importanza, da aver costruito, negli ultimi cinquanta, cento anni, un’immagine dello Yoga decisamente diversa da quella che presumibilmente era in origine. Intendiamoci: la verità non è stata nascosta da nessuno: è scritta a chiare lettere nei musei e nei libri di storia e, per trovarla, basta semplicemente avere la volontà di cercarla. Noi ci abbiamo provato, e questo libro è il risultato della nostra ricerca. Non abbiamo certo la presunzione di pensare che la nostra sia una trattazione esaustiva, ma ci piacerebbe che i dati che abbiamo raccolto e le ipotesi che abbiamo formulato stimolassero delle discussioni finalizzate alla ricerca della verità, al di là di pregiudizi, credo religiosi e sovrastrutture culturali.



[1] Nome dei santi eremiti indiani
[2] Letteralmente “marito”, titolo attribuito agli appartenenti a determinati ordini religiosi indiani.
[3] Śānti in sanscrito significa “pace”.
[4] Norman E. Sjoman, The Yoga Tradition of the Mysore Palace (2nd ed.). New Delhi, India: Abhinav Publications. (1999). ISBN 81-7017-389-2.
[5] Fonti:
-          Joseph S. Alter, "The sannyasi and the Indian wrestler: the anatomy of a relationship". American Ethnologist. 19 (2-May 1992). ISSN 0094-0496.
-          Joseph S.Alter, The Wrestler's Body: Identity and Ideology in North India. University of California Press.  (1992). ISBN 0-520-07697-4.
[6] Fonte:
-          National Song of India"Government of India. (Archived from the original on 15 January 2013).
[7][7] Fonte:
-          Diana L. EckIndia: A Sacred Geography. New York: Random House (Harmony Books). (2012) ISBN 978-0-385-53190-0.
[8] Sri Aurobindo commentando la sua versione in inglese di Vande mataram scrisse: "It is difficult to translate the National Anthem of Bengal into verse in another language owing to its unique union of sweetness, simple directness and high poetic force."
Fonte:
-           Bankim Chandra Chatterjee: Essays in Perspective, Sahitya Akademi, Delhi, 1994, p. 601.
[9] “Canzone nazionale” è il termine usato per distinguereVande Mataram dall’inno nazionale indiano che è “Jana Gana Mana”.
[10] Vedi:
-          Lorenzen, D.N. "Warrior Ascetics in Indian History". Journal of the American Oriental Society. 98 (1- 1978).
-          Marshall, P.J.. Bengal: the British Bridgehead. The New Cambridge History of India. Cambridge, UK: Cambridge University Press. (1987) ISBN 978-0-521-25330-7.
[11] Nei testi gli yogin combattenti sono indicati con vari nomi, a seconda del loro lignaggio e delle diverse divinità a cui erano devoti: Erano conosciuti con vari nomi, a seconda del lignaggio di appartenenza, per esempio Sannyasin, Natha Yogi, Naga Yogi, Gosain, Goswami, Bhairagi;
[12] William Pinch, Warrior Ascetics and Indian Empires, Cambridge University Press, (2012) ISBN 978-1107406377
[13] Alf Hiltebeitel, Their name is Legion, in Rethinking India's Oral and Classical Epics, University of Chicago Press, ISBN 978-0226340500,


mercoledì 28 agosto 2019

L’ASHTANGA YOGA È YOGA (PUBBLICHE SCUSE).

1 Miniatura che illustra un brano del Malla Purana, testo brahminico conservato nel Bhandarkar Oriental Institute (Oriental Research) di Pune (Maharashtra State)






Qualche anno fa scrissi un articolo intitolato “Ashtanga Yoga non è Yoga”. In pochi giorni ci furono, tra Blog e Facebook,più di 27.000 commenti, molti dei quali assai risentiti e polemici. Mi scrissero anche dall’India e dagli USA.

La mia tesi era suffragata da una serie di osservazioni e da testi e da una serie di foto di inizio ‘900. In pratica affermavo:

    1) Che il fine dello Yoga è la “Liberazione dalla catena delle rinascite” o Realizzazione, e che Pattabhi Jois, creatore dello Ashtanga Yoga, il suo maestro Krishnamacharya, Iyengar (cognato di Krishnamacharya) e Desikachar (figlio di Krishnamacharya) non avevano mai affermato di essere illuminati né avevano mai dichiarato che il loro yoga fosse finalizzato all’illuminazione; 

 2) Che lo Yoga di Krishnamacharya era ispirato dichiaratamente alla ginnastica svedese di Henrik Ling; 

 3)Che lo Ashtanga Yoga era una disciplina moderna e apparteneva, al limite, alla nobile disciplina della ginnastica indiana, il Vyayama, che era cosa assai diversa dallo Yoga descritto nei Veda e nelle Upanishad, testi risalenti a migliaia di anni fa.

2.      


Il mio discorso mi pareva ineccepibile, tanto che anche coloro che si erano risentiti per la mia affermazione, si trovarono costretti ad ammettere che Krishnamacharya, Iyengar e Pattabhi Jois avevano fatto riferimento ad un testo chiamato Vyayama Dipika usato come manuale nelle scuole di educazione fisica indiane.Adesso, nell’ambito di ricerche che riguardano altri argomenti, ho fatto delle scoperte che mi hanno portato a rivedere la mia tesi – Ashtanga Yoga non è Yoga - e a ritenerla, non più completamente condivisibile, per cui mi sembra doveroso fare pubbliche scuse a tutti coloro che all'epoca si sentirono turbati dalle mie affermazioni o semplicemente espressero il loro disappunto.Andiamo per ordine.


Sto facendo una ricerca sulle origini dello Yoga, in particolare su una serie di testi poco noti in italia, come lo Yoga Shastra di Dattatreya e il Gorakshashatakam, il libro che descrive lo Shatanga Yoga (yoga in sei parti) dei Nath e, per non rischiare di scrivere inesattezze sono entrato in un forum indiano di filosofia e religione, cui partecipano diversi Swami indiani e almeno un Brahmino, per cercare informazioni sulla data precisa di compilazione dei Veda: “Quanto saranno antichi?” – mi chiedevo – “5.000 anni? 10.000?”.


Le risposte mi hanno gelato: in pratica i primi tre Veda sono stati messi per scritto solo durante il periodo dell’Impero Gupta tra il IV e il VI secolo d.C. (il quarto, l’Atharvaveda è del X-XII secolo) e la più antica copia esistente è quella conservata nel Bhandarkar Oriental Institute di Pune (si tratta solo di due dei quattro Samhita) e risalente al XII-XIII secolo. -“Prima di allora i Veda erano nel cuore dei Brahmini”, cioè a dire che fino al IV secolo d.C. i Veda facevano parte della tradizione orale.


Le sorprese non sono finite:-          il Rāmāyaṇa, che mi hanno insegnato essere il racconto di una guerra combattuta decine di migliaia di anni fa, pare sia stato finito di scrivere nel III secolo d.C.
-          il Mahābhārata, che racconta le storie di Krishna presumibilmente è stato scritto nel IV secolo d.C.
-          Il Bhāgavata Purāṇa, fondamento del Bhakti Yoga e del culto di Krishna ha visto la luce nel X secolo d.C.


Insomma, tutti i testi di derivazione vedica che io ho sempre creduto antichissimi, in realtà sono stati scritti nel medioevo o addirittura nel XVII, XVIII e XIX secolo.
Ciò non significa che non esistesse una tradizione orale, un tradizione magari antica come il mondo, ma non ci sono prove scritte che prima del IV secolo esistesse una serie di percorsi filosofico-religiosi finalizzati alla realizzazione del Sé definiti Yoga.La documentazione più antica non è indiana, ma greca e riguarda l’incontro di Alessandro il Grande con un gruppo di filosofi ignudi, molto sapienti e sagaci, chiamati Gymnosophisti, ma si parla dell’invasione della Valle dell’Indo da parte dei macedoni nel III secolo a.C., non di 5.000 o 7.000 anni fa. 

2 Krishna e Balarama Impegnati in un incontro di malla-Yuddha


Nello stesso museo in cui è conservata la prima copia dei Veda, a Pune, è conservato anche l’originale del Malla Purana (XIII secolo d.C.), un trattato di ginnastica ad uso dei jyestimall, una famiglia ( o un gruppo) di brahmini guerrieri, che descrive le tecniche di lotta dell’epoca (Malla-Yuddha), gli esercizi per sviluppare i muscoli, lo yoga aereo - in equilibrio su un palo o appesi a corde - definito Malla-Khamb, e 18 posizioni di yoga che fanno parte degli insegnamenti attuali dello Ashtanga Yoga. 

Ora bisogna dire che gli Yoga Sūtra di Patañjali (o più precisamente “Pātañjala yoga darśana”), fino 1885 erano praticamente sconosciuti in India[1],e che il termine raja yoga ,un tempo usato per indicare la realizzazione, comincia ad usare usato come sinonimo di yoga darśana solo con il viaggio di Vivekananda negli USA (1893).

Fino ad allora i riferimenti pergli yogin erano
Lo yoga shastra di Dattatreya, un testo del V secolo tradotto per la prima volta in inglese nel 1985 e mai pubblicato in occidente, e, soprattutto il Gorakṣaśataka (Gorakshashatakam),mai tradotto in inglese, in cui Gorakhnath sviluppo il suo Ṣaḍaṅga Yoga (yoga delle sei membra) e da cui derivano il Caturaṅga Yoga (yoga delle quattro membra) di Svātmārāma, (Haṭhayogapradīpikā) e il Saptāṅga Yoga (yoga delle sette membra)di Gheranda (Gheraṇḍasaṃhitā). Questi yoga, che prevedono un gran numero di posture, gesti e tecniche di pulizia delle nadi si basano sul lavoro fisico simile o addirittura identico al vyāyāma (ginnastica) dei lottatori di Malla-Yuddha e degli esperti di āyurveda. 

In conclusione le sequenze di Ashtanga Yoga sono nel solco dello Yoga del guerriero dei Brahmini jyestimall e dei kan-path di Gorakhnath. 

Questo non significa che improvvisamente mi piaccia lo Ashtanga Yoga, preferisco un'altra qualità del movimento e sono più portato verso le tecniche di visualizzazione, meditazione ed emissione vocale di altri tipi di tecniche, ma non affermerò più, lo prometto, che “Ashtanga Yoga non è Yoga”, e chiedo scusa se all’epoca offesi la sensibilità di qualcuno. 

Per ciò che riguarda le notizie che ho dato sulla datazione dei veda e sull'evoluzione dello Yoga dal XII secolo al XIXho una copiosa documentazione. Se qualcuno avesse delle domande in proposito sarò lieto di rispondere. 

Un sorriso, 

P:


[1] David Gordon White, Sinister Yogis (I, 27) University of Chicago Press, 2009.

venerdì 12 luglio 2019

ŚIVA, AMON E IL RE DEI CERVI




Il calderone di Gundestrup è un manufatto celtico datato alla fine del II secolo a.C, ritrovato in Danimarca ma originario, probabilmente, del basso Danubio (odierna Bulgaria) La tecnica di lavorazione è riconosciuta come tracia, ma i motivi sono soprattutto celtici. Forse è finito a nord portato da chi fuggiva dalle invasioni romane. Nella foto è rappresentato il dio Cernunnos.
Il suo nome deriva dalla radice proto-indoeuropea krno da cui derivano il latino cornu, l'antico irlandese cern, arrivando fino all'italiano corno/corna. Cerno-on-os sarebbe quindi una divinità maschile cornuta. Viene a volte definito “Signore degli animali e delle forze della Natura”. Questo invece è uno dei cosiddetti sigilli della Valle dell'Indo:



Questi sigilli sono stati rinvenuti nei siti di Harappa e Mohenjo Daro (Pakistan) e sono datati dal 2300 al 1750 a.C.
In questo qui è rappresentato secondo alcuni studiosi, Śiva Paśupati. Śiva lo conosciamo tutti, ma in questo caso è forse più corretto parlare di proto-Śiva. Paśupati è epiteto che sta per "signore del bestiame". Le similitudini tra le due immagini sono sono incontestabili.
Sono molti coloro che si sorprendono dell’affinità tra le due immagini, ma basta allargare un po’ la visuale per trovare altre prove di un antica condivisione di simboli e credenze o addirittura, come si sussurra nelle scuole tantriche indiane (esperienza personale) di una antica cultura che dall’India si estendeva sino all’Egitto, alla Grecia e addirittura al Nord Europa.

Scrive ad esempio il vescovo Eusebio (praep. evang. 3, 11, 45, 3, ss.) riportando e forse banalizzando un testo di Porfirio: 
“Il demiurgo, che gli Egiziani chiamano Kneph, ha figura umana, ma la sua pelle è di colore blu scuro. Tiene in mano il segno geroglifico della vita ed uno scettro; sulla testa porta una corona di piume.
C’è la figura di una piuma sulla sua testa perché il Logos è difficile da trovare, è nascosto, invisibile; perché il dio produce la vita ed è re, perché si muove con raziocinio (Nous). Si dice che abbia emesso un uovo dalla bocca, dal quale sarebbe nato un dio che essi chiamano Phtha, ma i Greci Hephaistos (Efesto/Vulcano): interpretano inoltre l’uovo come l’universo. L’ovino è consacrato a questo dio perché gli antichi bevevano latte. Gli Egiziani hanno dato questa forma plastica all’universo: la statua ha forma umana, con i piedi in movimento; un mantello variopinto la avvolge da capo a piedi. Sulla testa c’è una sfera d’oro, che allude alla natura”.

Il testo si riferisce al dio km... ,nome che significa "colui che ha completato il suo tempo" conosciuto anche come Amun o Amon. La rappresentazione a cui si riferisce Porfirio è probabilmente questa: 




In apparenza non ha niente a che vedere con il Sigillo della Valle dell’Indo e con il Calderone danese, ma se si osserva con attenzione potremmo avere delle sorprese. 
Nell'immagine egizia il dio ha la testa di ariete e una corona sulla testa le cui "piume" (due per Porfirio che era allievo dell'egizio Plotino) una per Eusebio, sono in realtà due corna multicolori.  
Dal disco d'oro sotto le corna esce un Cobra, mentre sulla fronte della divinità femminile dietro di lui spicca un avvoltoio. 
Davanti c'è un altro dio con quattro corna e due serpenti in fronte, uno decorato con il simbolo della fertilità femminile (il ricciolo del cordone ombelicale e dei canali ovarici) e l'altro con il simbolo della fertilità maschile (forse il timo). 

Passiamo alle somiglianze:

1) tutti e tre gli dei hanno un copricapo con le corna. 
2) il dio del calderone nella mano destra ha un bracciale, ma se si osserva la forma avambraccio/bracciale si vedrà che ricordano la croce della vita stretta nella mano destra di Amon. 




3) nella mano sinistra il dio del calderone stringe un serpente ed Amon un bastone con la testa, credo, di gru. 
L'analogia serpente-bastone sacerdotale non è certo una novità tra gli egizi, basti pensare alle gesta di Mosè: 


4) gli animali del Calderone e del Sigillo di sono disposti nella stessa maniera, con gli erbivori a destra del dio e i carnivori alla sinistra, e i due primi carnivori sono rivolti nella stessa direzione (quello in alto volge le spalle alla divinità e quello in basso è rivolto verso di lui) .



Apparentemente, a parte i serpenti decorativi e la testa d'ariete del dio Amon, nella raffigurazione egizia non ci sono animali, ma basta portare lo sguardo sugli ideogrammi per vedere, leoni, uccelli e persino insetti in grande quantità. 




Sulla testa del dio di Harappa e sulla testa di Amon ci sono dei pittogrammi, probabilmente la spiegazione/descrizione dell'immagine. La scrittura di Harappa è assai simile ai geroglifici egizi…Nella raffigurazione del Dio del calderone non ci sono però né pittogrammi, né le figure antropomorfe che sono presenti invece nel sigillo di Harappa e nella raffigurazione di Amon. 

Ma in realtà  basta girare il calderone: 
Le figure a cavallo portano elmi decorati con un aquila (o un avvoltoio), un cinghiale, due corna e quella che pare una rappresentazione del cielo. Sulla destra di chi guarda ci sono poi tre personaggi intenti probabilmente a suonare degli strumenti a fiato la cui bocca è decorata a forma di drago o di altro animale e che a me ricordano i bastoni sacerdotali egizi. 




Anche il copricapo della figura gigantesca sulla sinistra (sempre di chi legge) ricorda un po' quello della seconda figura maschile, intenta ad offrire due vasi ad Amon/Km, della rappresentazione proveniente dalla cella del tempio di Abu Simbel :






Ruotando ancora il calderone si trova la rappresentazione della dea "Maeve":




La Dea è Circondata da un lupo, due chimere o grifoni alati e due a me pare, elefanti. 
Non so se in Danimarca, dove è stato trovato il calderone, o in Bulgaria dove si dice sia stato creato, nell'Età del Ferro ci fossero elefanti, ma, ad occhio, mi pare una cosa bizzarra. 

Sia la raffigurazione Egizia che quella celtica danno grande importanza al femminile.
Quella di Harappa no. Ma basta prendere un altro sigillo per trovare Śiva che, appena smontato da un  toro , si prostra ai piedi di una dea provvista anch'essa di corna (La sua sposa, immagino): 



Secondo me lo Śiva di Harappa, l'Amon di Abu Simbel e il Dio dei cervi celtico sono la stessa “persona”. E le raffigurazioni sono descrizione di pratiche che forse non è esatto definire cultuali o religiose, ma hanno a che vedere con quella che un tempo era Arte, o Scienza e descrivono tecniche operative legate alla Dottrina delle Vibrazioni.
Si tratta ovviamente di una semplice ipotesi, ma sarebbe bello poterla approfondire.
Un sorriso,
P.

giovedì 4 luglio 2019

LO YOGA E LA TENDENZA ALL'INFELICITÀ



मैत्री करुणा मुदितोपेक्षाणांसुखदुःख पुण्यापुण्यविषयाणां भावनातः चित्तप्रसादनम् ॥३३॥
maitrī karuṇā mudito-pekṣāṇāṁ-sukha-duḥkha puṇya-apuṇya viṣayāṇāṁ bhāvanātaḥ citta-prasādanam 33[1]

 

33.  La purificazione della mente si realizza coltivando la cordialità, la compassione, la gioia e l’indifferenza nei confronti delle esperienze che provocano piacere o dolore, successo o fallimento.

Yoga Sūtra I,33

 

Secondo Patañjali – e Buddha - per purificare la mente e avviarsi nel sentiero dell’illuminazione, è sufficiente coltivare la "Convivialità", la "Compassione", la "Gioia" e la tendenza a rimanere se stessi nel successo e nel fallimento.

Non mi pare che siano istruzioni troppo complesse, anzi si tratta di un insegnamento chiaro, semplice e, soprattutto, alla portata di tutti.

Ma allora perché non siamo tutti illuminati?

Perché è così arduo imboccare, con sincerità e spontaneità, la via della Gioia e dell'Amore che nulla pretende?

Per la “Tradizione” – lo ripeto spesso – l’Essere Umano è un angelo caduto o un dio annichilito e praticare Yoga significa cercare di risvegliare il dio che dorme dentro di noi restituendogli la dignità che gli spetta.

"Il dio annichilito” - alcuni lo chiamano Śiva – è l'insieme delle forze primarie della manifestazione che si celano nel nostro inconscio ed ha, in teoria, un potere infinito. Sarebbe in grado di donarci la felicità eterna, ānanda, ma "attossicato" dai veleni della mente e dalle sovrastrutture culturali, è inerte. 

La mente umana passa il suo tempo a progettare mirabolanti architetture di numeri e parole che le diano l'illusione di poter comprendere l'incomprensibile e limitare l 'infinito, nella speranza, vana, di sostituirsi al creatore.

 Il Dio annichilito, la sorgente della Felicità, ha un potere immenso, ma è come un bambino e di fronte alle ardite teorie della mente, si annoia, comincia a sbadigliare e, infine, si addormenta, di un sonno simile alla morte.

Potremmo immaginarlo come una sorgente, una sorgente d'acqua pura come il cristallo, dalle qualità meravigliose, ostruita dai rifiuti e dai detriti. 

La natura stessa dell'acqua –è ovvio - la porterà prima o poi ad uscire, il problema è come farle superare la barriera di detriti il prima possibile e senza danni.

Non è dato di sapere, all'inizio, quale aspetto possa avere la barriera di detriti, è diversa per ciascuno di noi, mentre l’acqua è la stessa. 

Proviamo ad immaginare la barriera come un diga, di metallo e cemento: un violento colpo di piccone potrebbe provocare una inondazione disastrosa, e il nostro piccolo ego, necessario alla sopravvivenza su Terra verrebbe spazzato via.

Lo yoga è una via per togliere i detriti e preparare il terreno all'arrivo - ché, ne siamo certi, prima o poi arriverà - dell'acqua della sorgente; le tecniche - āsana, mudrā, vinyāsa, bandha, prāṇāyāma, concentrazione, meditazione – ci insegnano a costruire canali, ripulire anche il terreno, mettere delle tubature nei luoghi giusti.

Non si sa quando e perché l'acqua sorgiva uscirà alla luce del sole, della coscienza, si sa solo che, al diminuire della barriera di detriti corrisponde l'aumentano le probabilità di attingere alla sorgente – o, almeno di avere una visione della purezza delle acque -  prima che il nostro corpo diventi cibo per vermi.

"Il Maestro arriva quando il discepolo è pronto", si ripete spesso negli āśrama e nelle scuole di Yoga; è un insegnamento che non si riferisce ad una persona fisica – “Né Guru né Maestri” si dice nel tantrismo “solo Amore” – ma all'acqua della sorgente interiore.

Se la si vede o ci si bagna o ci si disseta non avremo dubbi, ma fin quando non ne avremo fatto esperienza non potremo, mai sapere se la via che percorriamo è quella giusta. Bisogna solo continuare a praticare, con costanza, senza fretta.

L'Acqua  di Vita arriverà –searriverà - nel modo che preferisce, nel momento giusto.

Il Dio annichilito è capriccioso e imprevedibile.

I testi tantrici e vedici ci raccontano, con un linguaggio fatto di poesia e immagini, le esperienze ed i percorsi psicologici di chi ha alla luce della coscienza – in sé o negli altri -  l'Acqua della Sorgente

Un autentico insegnante di Yoga, un maestro con la “m” minuscola, non è quello che ti dona l'illuminazione con lo schiocco delle dita, ma è colui che, passo dopo passo, ti aiuta a comprendere il vero significato dei simboli e a sviscerare le analogie tra il tuo percorso personale e quello degli antichi yogin. Il ”tuo” percorso. 

Si legge nella Bhagavadgītā (III; 35):

"Meglio il proprio dharma, quantunque imperfettamente adempiuto, che non il dharma di un altro, anche se perfettamente adempiuto. Meglio è morire nel perseguimento del proprio dharma che sopravvivere a quello di un altro".

Non c'è un rapporto di causa effetto tra comprensione dei testi, pratica, e "risveglio del Dio annichilito"!

Non è che leggendo e studiando a memoria tutti i testi tantrici e vedantici si ottenga automaticamente la Felicità Illimitata.

Non è che recitando milioni di volte un mantra tibetano faremo per certo conoscenza con il Dio annichilito.

Lo scopo primario dello yogin deve essere quello di conoscersi veramente, di tirar fuori i propri talenti e, soprattutto, le proprie meschinità.

Per addentrarsi nella intricatissima foresta della personalità umana, scoprire la bocca ostruita della sorgente e liberarla dai detriti occorre, si può contare solo sulle proprie forze e sui propri talenti;

Che questi talenti o predisposizioni dipendano da vite precedenti, colpi di fortuna o patrimonio genetica, a questo punto del percorso, è cosa assolutamente irrilevante.

La prima cosa da comprendere è che senza compassione verso se stessi e una dose oversize di Amore non si va da nessuna parte.

Poi cominceremo il viaggio verso la conoscenza di se stessi, o meglio delle modalità con le quali l’Essere si esprime attraverso i nostri gesti, parole e pensieri.

Per praticare "davvero" Yoga, bisogna utilizzare tutti i mezzi che la Natura ci ha messo a disposizione: 

Se siamo sensibili al linguaggio del corpo fisico, all'arte del movimento, all'azione dovremo percorrere la strada del Danzatore, dello Yoga come Arte.

Se siamo più sensibili alla voce del cuore, dell'amore inteso come fervore religioso dovremo percorrere quella strada, la strada del Monaco.

Se invece è la ricerca intellettuale, la logica, ciò che meglio ci riesce quella dovrà essere la nostra strada, anche se la via della “Ragion Pura” è la più impervia delle tre.

Non si tratta –si badi bene - di vie per la realizzazione, ma di metodi per ripulire la foresta e preparare il terreno alla fuoriuscita dell'acqua.

Quando comincerai ad avvicinarti alla sorgente cominceranno ad avvenire dei fatti, delle situazioni non ordinarie che pur se sempre nuove e diverse, avranno un sapore comune, particolare ed impossibile da confondere. Ti parrà di vivere all'interno di una bolla, di una dimensione inconsueta, ma in qualche modo familiare, in cui tempo e spazio acquistano un senso diverso e la paura, che sempre ci accompagna nel quotidiano, lascia il posto alla gioia immotivata.

 

Ma prima di allora non può far altro che praticare, con pazienza, molta pazienza:

Si sa, la forza della natura prima o poi farà uscire alla luce della coscienza l'Acqua della Sorgente, ma la natura non ha nessuna fretta, il suo tempo è l'Eternità



[1] Maitrī = “amicizia, convivialità, cordialità”.

Karuā = “compassione”.

Mudita = “gioia”.

Upekā = “indifferenza”.

Sukha = “piacere, piacevole, confortevole”.

Dukha = “pena, dolore”.

Punya = “successo”.

Apunia = “fallimento”.

Viayā = “esperienza, oggetto dei sensi”.

Cittaprasādana = “purificare la mente, calmare la mente, rallegrare la mente”.

 


 . 

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