lunedì 27 settembre 2021

I "CINQUE TERRITORI DELLA MENTE "SECONDO IL BUDDHISMO

 


La parola samādhi, talvolta usata come sinonimo di dhyāna o jhāna, è intimamente connessa a prajñā, o conoscenza intuitiva. Per il buddhismo, “prajñā è la luce e samādhi il lampo”, ad indicare che prajñā è la consapevolezza che illumina ogni istante di vita dell’Universo, mentre samādhi è, per così dire, “un momento di suprema consapevolezza”, la visione momentanea, non stabilizzata, della luce di prajñā. Nel buddhismo Theravada Samādhi e Prajñā, sono, assieme a Sīla (corretto agire), gli strumenti a disposizione del praticante per percorrere il “Nobile Ottuplice Sentiero”:

 

1.     Sīla, “corretto agire” (retta parola, retta azione, retta condotta di vita/sussistenza).

2.     Samādhi, “meditazione” (retto sforzo, retta presenza mentale, retta concentrazione).

3.     Prajñā “conoscenza intuitiva” (retta visione, retta intenzione).

 

Per arrivare alla meta finale, bodhi o Risveglio spirituale. Secondo il Canone Pāli il praticante deve realizzare otto stati progressivi di jhāna:

Quattro meditazioni con forma (rūpa) e quattro meditazioni senza forma (arūpa jhāna).

C’è poi una nona realizzazione, la più alta, chiamata Nirodha-Samapatti, collegata alla percezione, e “utilizzazione” di Citta-Saṃtāna, il flusso mentale.

Ciò che impedisce al praticante di ottenere la realizzazione è una serie di processi, probabilmente innati o comunque "automatici", che influenzano le modalità del pensiero.

Questi processi determinano cinque diverse condizioni della mente (dalle quali, a loro volta sono determinati dando vita ad un circolo vizioso) chiamate nel buddhismo delle origini cittabhūmi, o “territori della mente:

 

1.     Kṣipta, “confusione”.

2.     Mūḍha, “ottusità, stupidità”.

3.     Viksipta, “dispersione, agitazione”.

4.     Ekagra, “attenzione concentrata”.

5.     Niruddha, “controllo”.

 

Quando lo yogin riesce a mantenere la mente nella condizione di controllo (niruddha) arriva a poter percepire la percezione (e utilizzare) un flusso di energia chiamato citta-saṃtāna (dove saṃtāna significa “serie di eventi in successione, continuità, flusso ininterrotto”). Tecnicamente citta-saṃtāna è "il flusso, consequenziale, degli istanti di consapevolezza sperimentati dal praticante". Per fare un esempio è come se facessimo una serie di sogni nei quali, ogni volta, la storia comincia dal punto in cui si era interrotta nel sogno precedente. Anche se ciascun sogno avvenisse a distanza di mesi o anni dal precedente, avremmo la sensazione di un "continuum", come un film che, nonostante sia interrotto dagli spot pubblicitari, mantiene la propria coerenza narrativa. Citta-saṃtāna, inteso come sequenza di istanti di pura consapevolezza, è ciò che ci permette una continuità coscienziale sia durante la vita terrena (una specie di centro di gravità permanente), sia tra una vita all'altra, quasi fosse la fiamma che viene passata da una candela all'altra.

Il potere della mente, secondo lo yoga, è immenso. Lo yogin realizzato può creare interi mondi, ma l’essere umano inconsapevole di quel potere diviene succube. I vortici della mente dipingono una forma fittizia del Sé, un feticcio di “io” formato delle impressioni causate dalla cultura, dalle emozioni e dalle azioni che ne scaturiscono. Di solito chiamiamo il feticcio “personalità” e lo identifichiamo con la Persona umana. Solo coloro che hanno accesso al “flusso mentale” diventano consapevoli del potere creativo della mente.

Nel buddhismo citta-saṃtāna è la base di ciò che viene talvolta chiamato "tulpa", ovvero la capacità, magica, di creare immagini, oggetti e fenomeni con il potere della mente. Buddha riesce a creare un corpo mentale, manomāyakāya[3], e a moltiplicarlo fino a riempire il cielo di infinite forme a sua somiglianza[4] proprio grazie all'utilizzazione del “flusso”.

Nel Patisambhidamagga (Canone Pāli) e nel Visuddhimagga di Buddhaghoṣa, si afferma che gli yogin, usando citta-saṃtāna possono creare un corpo mentale con il quale viaggiare nei regni terreni e nei regni celesti. Questa capacità di usare il flusso mentale viene definita nell'Abhidharmakośa di Vasubandhu "nirmita", mentre Asanga nel Bodhisattvabhūmi la chiama "nirmāṇa" e la definisce "un'illusione magica e fondamentalmente, qualcosa senza una base materiale".

In tempi moderni Alexandra David-Neel[5] (definisce i tulpa "formazioni magiche generate da una potente concentrazione di pensiero" e racconta di essere stata testimone di fenomeni paranormali legati al citta-saṃtāna nel Tibet del XX secolo.

Secondo David-Néel "un Bodhisattva completo è in grado di eseguire dieci tipi di creazioni magiche." Il potere di produrre formazioni magiche durature che abbiano effetti nella realtà materiale non apparterrebbe solo ai grandi illuminati: ogni essere vivente sarebbe in grado di generare delle "forme pensiero" il cui grado di "realtà" dipenderebbe solo dai diversi livelli di concentrazione del praticante.

Alexandra David-Néel scrive che i tulpa avrebbero la capacità di sviluppare una propria mente:

 

"Una volta che il tulpa è dotato di sufficiente vitalità per essere capace di recitare la parte di un essere reale, tende a liberarsi dal controllo del suo creatore. Gli occultisti tibetani, accade quasi meccanicamente, proprio come il bambino, quando il suo corpo è completato e capace di vivere a parte, lascia il grembo materno”[6].

La studiosa franco-belga sosteneva di aver creato personalmente un tulpa che aveva la forma di un "frate allegro". Il frate in seguito avrebbe sviluppato una vita propria e dovette essere distrutto.

"Forse" - scrive ancora David-Néel - "ho creato la mia allucinazione, ma anche gli altri potevano percepirla”.

 




[1] Vyutthāna-nirodha-saṁskārayoḥ abhibhava-prādurbhāvau nirodhakṣaṇa cittānvayo nirodha-pariṇāmaḥ 9

 

[2] Tasya praśānta-vāhitā saṁskārat 10

 

[3] Vedi Samaññaphala Sutta.

 

[4] Vedi Divyāvadāna.

[5] Vedi: David-Neel, Alexandra; DʼArsonval, A. 2000. “Magic and Mystery in Tibet”. Escondido, California: Book Tree.

 

[6] Vedi testo citato.

giovedì 23 settembre 2021

ORIGINI DELLO HATHAYOGA- LO YOGA ERETICO DEI GYMNOSOPHISTI DI ALESSANDRO MAGNO

 

Le origini dello haṭḥayoga, inteso come pratica psicofisica basata su un insieme di pratiche posturali e pratiche meditative, sono abbastanza misteriose. Se vogliamo dare credito ai biografi di Alessandro Magno[1] si può supporre che lo haṭḥayoga, inteso come disciplina psicofisica basata su un insieme di pratiche posturali e pratiche meditative, prenda le mosse dalla tradizione dei gymnosophisti indiani del IV secolo a.C., identificati di volta in volta con i digambara jaina [2], i monaci buddhisti[3] o con medici-maghi appartenenti ad una tradizione precedente alla “brahmanizzazione” dell’India[4].

Le notizie che abbiamo oggi sui gymnosophisti indiani provengono principalmente dal dialogo tra Alessandro e dieci gimnosofisti, accusati di aver organizzato la resistenza contro l’esercito macedone nella zona di Taxil[5] (Takaśilā तक्षशिला, in sanscrito). Alessandro aveva dichiarato di voler condannare a morte il primo di costoro che non avesse risposto correttamente alle sue domande, secondo il giudizio del più anziano tra loro.

Scrive Plutarco (“Vita di Alessandro”, 64, 2-12):

“Al primo fu chiesto se a suo giudizio erano più numerosi i vivi o i morti; rispose:

«I vivi, perché i morti non ci sono più».

 Al secondo fu chiesto se dà vita ad animali più grossi il mare o la terra; rispose:

«La terra, perché anche il mare è parte d’essa».

Chiese al terzo qual è l’animale più astuto. Rispose:

«Quel che l’uomo non ha ancora conosciuto».

Al quarto chiese per quale ragione avesse indotto Sabba alla rivolta; rispose:

«Perché volevo che vivesse nobilmente o nobilmente morisse».

Al quinto fu chiesto se pensava che fosse stato prima il giorno o la notte:

 «Il giorno» disse «e precede d’un giorno [la notte]».

Il re rimase stupito, ed egli aggiunse:

«È logico che per domande impossibili ci siano risposte impossibili».

Passato al sesto, Alessandro chiese come uno possa farsi amare in sommo grado:

«Se è potentissimo, ma non ispira timore», disse.

Tra gli ultimi tre, quello interrogato su come uno da uomo potrebbe diventare dio, rispose:

«Se fa quanto non è possibile che un uomo faccia»

All’altro fu chiesto se è più forte la vita o la morte; rispose che la vita è più forte, perché sa sopportare così grandi mali; l’ultimo poi, cui chiese fin quando è bene che l’uomo viva, rispose:

«Fino a quando non ritiene che l’essere morto sia meglio del vivere». […]”

 

Alla fine, affascinato dall’arguzia dei dieci filosofi Alessandro li “congedò con ricchi doni e concesse loro salva la vita”. Della delegazione dei gymnosophisti faceva parte anche il saggio Calano (Kalyana) che decise di seguire il giovane conquistatore assumendo la carica di consigliere militare.

Plutarco descrive dettagliatamente le successive imprese e la morte eroica del saggio Kalyana (che all’epoca dell’incontro aveva 73 anni): un giorno, resosi conto che il peggiorare delle sue condizioni fisiche non gli avrebbe permesso di continuare a servire Alessandro nel migliore dei modi, fece preparare una gigantesca pira al centro dell’accampamento, regalò il suo cavallo ad un ufficiale macedone e si gettò, in silenzio, nel rogo. Le esequie furono degne di un re, con i soldati macedoni schierati lancia in resta e gli elefanti da guerra che barrivano tutti insieme, quasi volessero rendere, anche loro, un estremo omaggio allo yogin di Taxila[6].

 

Se i gymnosophisti di Taxila fossero gli antenati dei moderni haṭḥayogin, ipotesi tutt’altro che remota, i racconti del loro “duello filosofico” con Alessandro, delle gesta e della morte gloriosa di Calano potrebbero mettere in crisi molte delle attuali credenze sullo Yoga e sulla filosofia indiana.

La prima credenza che viene messa in discussione dai gymnosophisti di Alessandro è quella relativa alla non violenza, ahi (अहिंसा).

In tutte, o quasi, le scuole di Yoga moderne, è considerato di fondamentale importanza l’insegnamento – e la pratica - degli yama (यम) – i cosiddetti “cinque no” - ovvero “le cose da evitare nelle relazioni con gli altri” e dei niyama (नियम) – i cosiddetti “cinque si” - ovvero “le cose da praticare per migliorare la relazione con noi stessi”.

Yama – letteralmente “autocontrollo” – e niyama – “restrizione; regolamento; legame” – sono i primi due “passi dello aṣṭānga yoga di Patañjali, e vengono descritti in Yoga Sūtra 2.30, 2.32:

अहिंसासत्यास्तेय ब्रह्मचर्यापरिग्रहाः यमाः ३०

Ahisā-satya-asteya brahmacarya-aparigrahā yamā 30

 

शौच संतोष तपः स्वाध्यायेश्वरप्रणिधानानि नियमाः ३२

Śauca satoa tapa svādhyāy-eśvarapraidhānāni niyamā 32

 

I versetti sono chiari anche per chi non conosce il sanscrito; Patañjali scrive che i cinque yama[7] sono:

1.      Ahisā (non violenza);

2.      Satya (verità, veridicità);

3.      Asteya (non rubare);

4.      Brahmacarya (continenza, astinenza sessuale);

5.      Aparigraha (non possessività, non avidità).

Mentre i cinque niyama[8] sono:

1.      Śauca (purificazione);

2.      Satoa (soddisfazione, tendenza ad accontentarsi);

3.      Tapas (austerità);

4.      Svādhyāya (studio e recitazione delle scritture “per sé stessi”, talvolta inteso come “studio del Sé”);

5.      Īśvara praidhāna (devozione, abbandono al “Signore”).

Come è possibile, viene da chiedersi, conciliare l’insegnamento della non violenza - ahisā - con il comportamento dei gymnosophisti?

Non solo i dieci filosofi hanno organizzato la rivolta militare contro i macedoni ma alla domanda “Per quale ragione hai indotto Sabba alla rivolta?” il quarto filosofo risponde:

“Perché volevo che vivesse nobilmente o nobilmente morisse».

Prendere le armi, per uccidere o essere uccisi, per i gymnosophisti è quindi cosa buona e giusta, tanto è vero che l’anziano Calano seguirà le truppe macedoni e arriverà a togliersi la vita nel momento in cui prende coscienza del fatto “che il peggiorare delle sue condizioni fisiche non gli avrebbe permesso di continuare a servire Alessandro nel migliore dei modi”,

Un’altra indicazione interessante sulla filosofia dei gymnosophisti proviene dalla prima risposta fornita ad Alessandro:

“Al primo [gymnosophista] fu chiesto se a suo giudizio erano più numerosi i vivi o i morti; rispose:

«I vivi, perché i morti non ci sono più».”

Anche se l’affermazione “I vivi [sono più numerosi dei morti], perché i morti non ci sono più” potrebbe essere oggetto di varie sfumature interpretative, sembra di capire che i gymnosophisti non credessero né nella vita oltre la morte né nell’immortalità dell’anima, punti fondamentali del Sanātanadharma (सनातनधर्म)[9], la “filosofia perenne” nel cui ambito - ci hanno insegnato - si sarebbe sviluppato lo Yoga.

In altre parole: se accettiamo come valida l’ipotesi che “lo haṭḥayoga, inteso come disciplina psicofisica basata su un insieme di pratiche posturali e pratiche meditative, prenda le mosse dalla tradizione dei gymnosophisti indiani del IV secolo a.C.” dovremo anche considerare la possibilità che lo haṭḥayoga si sia sviluppato al di fuori dell’ortodossia brahmanica, ovvero delle scuole filosofiche che riconoscono l’autorità dei Veda.



[1] Vedi: L. Cracco Ruggini, L’Epitoma Rerum Gestarum Alexandri Magni e il Liber de Morte Testamentoque eius, “Athenaeum” 39 (1961), pp. 285-357, Ead., Sulla cristianizzazione della cultura pagana: il mito greco e latino di Alessandro dall’età antonina al medioevo, “Athenaeum” 43 (1965), pp. 3-80, il Talmud (babilonese) Tamid 31b-32a, e vari contributi in R.B. Finazzi - A. Valvo (a cura di), La diffusione dell’eredità classica nell’età tardoantica e medievale. Il Romanzo di Alessandro e altri scritti, Alessandria 1998.

[2] I Digambara (दिगंबर), letteralmente “vestiti d’aria”, sono una delle due principali scuole Jaina. Si distinguevano dagli Śvetāmbara (श्वेताम्बर) -vestiti di bianco – per la loro abitudine a praticare completamente nudi.

[3] Vedi: F. Pfister, Das Nachleben der Überlieferung von Alexander und den Brahmanen, “Hermes” 76 (1941), pp. 143-169; R.C. Majumdar, The Classical Accounts of India, Calcutta 1960, rist. 1981, pp. 425-448; I. Dziech, De Graecis Brahmanum aestimatoribus, “Eos” 44 (1951), pp. 5-16; W.H. Willis - K. Maresh, The Encounter of Alexander with the Brahmans: New Fragments of the Cynic Diatribe P. Genev. inv. 271, “Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik” 74 (1988), pp.59-83.

[4] Vedi: L. Skurzak, Études sur les fragments de Mégasthène. Bracmavna~-Sarmavna~, “Eos” 47 (1956), pp.95-100, citato in “Il colloquio fra Alessandro Magno e i Gimnosofisti: analisi e prospettive” di Cristiano Dognini, http://fimim.altervista.org/ASIM-1_QuSIM.14.Dognini.2a.pdf

[5] Taxila, sede di una delle più importanti Università buddhiste dell’antichità, era il principale centro economico e culturale del  Regno di Gandhāra.

[6] Fonti: Fonti:

-          Diodoro Siculo, Bibliotheca historica.

-          Flavio Arriano, Anabasi di Alessandro.

-          Plutarco, Vite Parallele: Alessandro.

-          Quinto Curzio Rufo, Storie di Alessandro Magno.

 

[7] Secondo la Varāha Upaniṣad (quinta sezione) gli yama sono dieci anziché cinque:

  1. Ahiṃsā (non violenza);
  2. Satya (verità);
  3. Asteya (non rubare);
  4. Brahmacarya (Continenza, astinenza, fedeltà al partner);
  5. Kṣamā (perdono);
  6. Dhṛti (forza);
  7. Dayā (compassione);
  8. Ārjava (non ipocrisia, sincerità);
  9. Mitahāra (dieta misurata);
  10. Śauca (purezza, pulizia).

[8] Secondo la Varāha-upaniṣad (quinta sezione) i niyama sono dieci:

  1. Tapas (penitenza austerità);
  2. Santoṣa (contentezza, accettazione degli altri e di sé, gioia);
  3. Āstika (riconoscimento dell’autorità dei Veda);
  4. Dāna (generosità, carità, condivisione con gli altri);
  5. Varapūjana (adorazione del “Signore”);
  6. Siddhāntaśrāvaṇa (ascolto delle antiche scritture, testi su etica, valori e principi);
  7. Hrī (rimorso e accettazione del proprio passato, modestia, umiltà);
  8. Mati (pensare e riflettere per comprendere, riconciliare idee contrastanti);
  9. Japa (ripetizione di mantra, recitazione di preghiere o conoscenza);
  10. Vrata (mantenimento delle promesse, rituali veloci, osservazione del pellegrinaggio e yajña).

[9] “Legge eterna”, reso talvolta in occidente con “filosofia perenne”. Rappresenta l’insieme di culti e concezioni filosofiche che definiamo induismo.

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