6.10.2021

LA PRATICA DEL SAMADHI E LO YOGA DEI SUFFISSI

 




Al giorno d'oggi il termine  Yoga è usato spesso come suffisso. C'è una parola, qualche volta in inglese, raramente in italiano molto spesso in qualche lingua orientale, che precede "Yoga". Soprattutto quando si usano dei termini in sanscrito, cinese o giapponese, viene da pensare che si tratti di discipline antiche o antichissime, ma di solito si tratta di tecniche moderne che possiamo dividere, grosso modo, in due categorie: 

1) Sistemi di "integrazione psicofisica" che nascono dalla combinazione di elementi effettivamente appartenenti alla tradizione indiana, con pratiche occidentali, come la danza contemporanea, la bioenergetica, la fisioterapia  e la ginnastica dolce novecentesche;

2) Metodi di rilassamento e conoscenza di Sé derivanti dalla personale esperienza di un caposcuola, solitamente carismatico.

Molte delle nuove/antiche discipline caratterizzate dal suffisso Yoga sono Brand, etichette protette da un copyright, e questo potrebbe far storcere un po' la bocca ai "puristi dello Yoga", ma, personalmente, visto che viviamo nel mondo del Mercato globale, non ci trovo niente di male: sono rari i personaggi che si arricchiscono con lo Yoga e la maggior parte degli inventori e dei divulgatori  dello "Yoga dei Suffissi" agisce in buona fede,  con l'unico scopo di mettere la propria personale esperienza al servizio degli esseri senzienti.

Secondo il sito WEB, molto ben fatto, https://eventiyoga.it/, ai nostri giorni ci sono almeno 65 diversi tipi o scuole di Yoga, spesso diversissimi tra loro, e i praticanti possono scegliere a quale corso annuale o stage intensivo partecipare in base all'etichetta.

Si tratta di un dato di fatto, da non giudicare assolutamente - la diversificazione dell'offerta è una delle esigenze del Mercato - ma che può sorprendere gli anziani yogin come me, nati in un epoca in cui, in genere,  si parlava semplicemente di Yoga senza prefissi e suffissi.

C'era lo ZEN però. 

Sull'onda lunga della Beat generation tra gli anni 60 e gli anni 80 del secolo scorso non c'era circolo culturale, palestra o Associazione che non proponesse almeno un corso annuale di un qualcosa che avesse a che fare con lo Zen: Ginnastica Zen, Danza Zen, Meditazione Zen, Tiro con l'Arco Zen....c'erano pure l'Arte della Manutenzione della Motocicletta Zen e, ovviamente, lo Yoga Zen.




Con il passare degli anni lo Zen perse terreno e, forse in virtù dell'alto numero di celebrità che praticavano Yoga, il suffisso preferito da palestre, Associazioni e Circoli Culturali divenne, appunto Yoga, fino ad arrivare agli, almeno,  65 diversi stili e scuole riconosciuti di cui si parla ai nostri giorni.

Di per sé, come ho già detto, non è affatto un fenomeno negativo, ma, unito alle ovvie necessità di promozione e di fidelizzazione può generare dei fenomeni paradossali.

Supponiamo che io inventi una tecnica, che si rivela validissima per la salute, ispirata alla danza contemporanea e la chiami  Paolochedanza Yoga.

Nel programma di studi inserirò movimenti fluidi, elementi di stretching, tecniche di respirazione, visualizzazione e concentrazione, ma, magari perché non le conosco, eviterò di inserire tecniche specifiche dello Haṭhayoga come, ad esempio, Naulī (नौली), Uḍḍīyana Bandha (उड्डीयन बन्ध) o Khecarī Mudrā (खेचरी मुद्रा).

Supponiamo che lo stile Paolochedanza Yoga abbia successo e che io cominci a formare degli istruttori che poi a loro volta formeranno altri istruttori: alla fine i 100, 1.000 o 10.000 allievi che praticano con me o con gli istruttori da me formati penseranno, in buona fede che NaulīUḍḍīyana Bandha  o Khecarī Mudrā non siano esercizi di Yoga o magari siano delle tecniche stravaganti o troppo difficili da essere insegnate. 

Ad un certo punto potrei arrivare anche a non insegnare posizioni come Śīrṣāsana (शीर्षासन) e, addirittura Padmāsana (पद्मासन) perché potenzialmente pericolose per le cervicali e le articolazioni del ginocchio, e potrei dire che la postura del "Gallo" (Kukkuṭāsana कुक्कुटासन), o una delle altre posture di difficile esecuzione considerate fondamentali sia nei testi medioevali sia nelle Upaniṣad  dello Yoga (parte integrante dei Veda) siano inutili esibizioni di contorsionismo.



- Nessuno può vietarmi di creare un mio proprio metodo e di usare Yoga come suffisso;
- Nessuno può aver niente da dire se io giudico, dal mio punto di vista, dannose o inutili tecniche come Uḍḍīyana Bandha  o Kukkuṭāsana;
- Nessuno può impedirmi di formare insegnanti che divulgano il mio metodo.

E se per caso sono bravo ed ho una buona conoscenza del corpo umano e dei processi mentali farei solo del bene a me e agli altri.


Almeno la metà dei 65 stili e scuole di Yoga riconosciuti sono come  il mio ipotetico "Paolochedanza Yoga": un insieme di esercizi fisici e/o tecniche di rilassamento psicosomatico elaborato e assemblato in un metodo organico da un caposcuola sulla base della sua esperienza personale.

Oggi si chiama Yoga qualsiasi tecnica finalizzata al miglioramento della salute psichica e fisica. Tutto può ambire ad ottenere il suffisso Yoga così come nel secolo scorso tutto poteva essere definito Zen.
Si tratta di un dato di fatto, né positivo né negativo, che risponde alle necessità del Mercato, in virtù del quale alcune tecniche ritenute fondamentali fino al secolo scorso - come le ṢAṬKRIYĀ (Netī ,Dhautī , Naulī, Basti, Kapālabhātī, Trṭaka ), stanno scomparendo dal programmi delle Scuole e dei Centri di Formazione occidentali.

Lo "Yoga dei Suffissi" sta trasformando la maniera di intendere e di praticare lo Yoga, e probabilmente, bisogna farsene una ragione. Ma nella mente degli "anziani" come me si fa spazio sempre più spesso una domanda tra virgolette "imbarazzante": Se lo Yoga, come si diceva un tempo, è "la pratica del Samādhi" ed è finalizzato all'ottenimento di uno stato di beatitudine suprema definito Sahaja (सहज) o Mokṣa (मोक्ष) non sarà che con tutti questi "Yoga dei Suffissi" si stia perdendo di vista il fine ultimo della disciplina che tutti noi amiamo, pratichiamo e diffondiamo?


Pare che oggi - stima non so quanto attendibile che ho letto sul WEB -  in Italia ci siano 10.000 insegnanti di Yoga: quanti di loro hanno vissuto l'esperienza del  Samādhi?
Quanti hanno sperimentato l'insorgere - temporaneo di solito - dei poteri psichici che, a quanto risulta da tutti (TUTTI) i testi tradizionali  accompagna  l'esperienza del Samādhi?

I casi sono due:

1) Quella del Samādhi  e dei poteri psichici (da non ricercare, ma da accettare secondo gli insegnamenti tradizionali) è una balla e allora tutti noi stiamo praticando e insegnando una disciplina nata intorno ad una menzogna;

2) Nella maggior parte delle scuole di Yoga italiane non si insegna Yoga, ma altra roba simile alla ginnastica  occidentale e/o alle tecniche di rilassamento psicosomatico novecentesche;

 



Nel corso della mia ormai cinquantennale esperienza di praticante e insegnante, ho assistito ad una progressiva modificazione delle tecniche, della nomenclatura e, addirittura, della maniera stessa di intendere lo Yoga. 

Quando ho iniziato a praticare ad esempio, difficilmente si parlava di stili o di scuole: facevamo “Yoga”, senza suffissi e prefissi, una disciplina psicofisica basata su un numero limitato di “Tecniche di purificazione” - definite Ṣaṭkriyā, Ṣaṭkarma o semplicemente Kriyā, brevi sequenze, fondate su un numero limitatissimo di āsana, e soprattutto su una intensa pratica che noi definivamo di meditazione, che consisteva in genere nel sedersi a gambe incrociate o in ginocchio, aspettando il vuoto mentale o effetti luminosi mentre venivamo guidati in tecniche di visualizzazione e di controllo della respirazione accompagnate dalla recitazione –mentale o “borbottata”, di mantra e sillaba seme.

Rispetto all’incredibile varietà di tecniche e posture e alla complessità delle teorie filosofiche – o meglio delle interpretazioni - che vengono proposte oggi, si trattava di una pratica abbastanza elementare. 

La differenza tra quello yoga, per me, delle origini e lo yoga odierno si nota soprattutto nel numero degli āsana; le posture che studiavamo all’epoca, che chiamavamo quasi sempre con i loro nomi in italiano, erano non più di una decina. A questo nucleo di base alcuni aggiungevano le varianti, ma in genere, dopo una serie di esercizi di scioglimento e di allungamento, si praticavano sempre le medesime posizioni:

1.     Posizione del “Loto”, con le sue varianti (“mezzo loto”, "Loto legato" ecc.);

2.     Posizione in ginocchio, simile al seiza giapponese, con le sue varianti (talloni in contatto con gli ischi, piedi ai lati delle cosce, schiena allungata indietro o rilassata in avanti ecc.);

3.     Posizione del “Cobra”, con le sue varianti (braccia tese, braccia a 45°, braccia appoggiate sui glutei, punte dei piedi a terra, dorso del piede appoggiato a terra…tutte posizioni che chiamavamo “Cobra”);

4.     Posizione della “Locusta”, con le sue varianti;

5.     Posizione dell’Arco, con le mani alle caviglie e il dondolio ritmico a ritmo della respirazione;

6.     Posizione della Spaccata sia sagittale sia frontale sia in equilibrio sugli ischi, accompagnata dagli allungamenti che oggi chiamiamo Paschimottanasana e Janu shirshasana);

7.     Posizione del “Ponte”, con le sue varianti (appoggio sulle spalle, sulla testa o sulle braccia);

8.     Posizione in “Verticale” – definizione nella quale facevamo rientrare tutte le varianti della verticale sulla testa, la verticale sui gomiti (“Scorpione”) e la verticale sulle braccia – preceduta dall’Aratro e dalla “Candela”;

9.     Posizioni in torsione, tra cui “Matsyendrasana”, che facevamo prima di salire in piedi per “sistemare” la colonna vertebrale;

10.Posizione in piedi, che assumevamo passando per “Uttanasana” e trasformavamo in posizioni di equilibrio, di solito l’Albero”, che consideravamo una specie di test, dato che eravamo convinti che una buona pratica aumentasse l’equilibrio.

Dopo la pratica fisica, che riguardava di solito non più di due o tre delle dieci posizioni con le loro varianti e i movimenti preparatori, ci sdraiavamo nella posizione del “Cadavere” e dopo cinque dieci minuti di rilassamento profondo praticavamo “lo Yoga”, ovvero meditavamo cercando di sospendere il respiro e di mantenere la lingua sul palato o, i più esperti, a contatto con il palato molle e aspettavamo l’insorgere di “effetti luminosi” e del “suono interiore”, la cui percezione, secondo i miei istruttori, si sarebbe accompagnata alla discesa nel palato di un liquido dolce: l’Amrita.

Se pensiamo ad esempio alle più di 200 posture insegnate da Iyengar[1] o all’assenza, nella mia antica pratica, del Saluto al Sole, ripetuto – nelle sue varianti – fino a 108 volte in alcune scuole, bisogna ammettere che si trattava di un lavoro elementare, tanto è vero che, per colmare le mie lacune, a partire dal 2000, mi sono impegnato per imparare decine e decine di posizioni e sequenze diverse, e centinaia di definizioni in sanscrito.

Poi, poco tempo fa, mi sono imbattuto nel Gorakṣa Paddhatiगोरक्षपद्धति) [ il “Sentiero di Gorakṣa” detto anche Gorakṣa Saṃhitāगोरक्ष संहिता) o “Raccolta di Gorakṣa[2]Gorakṣa Yogaśāstra (गोरक्षयोगशास्त्र) o "gli insegnamenti sullo Yoga di Gorakṣa"], ed ho cominciato a pensare che quello Yoga semplice - e secondo me "efficace" - che praticavamo all'inizio degli anni '70 era più in linea con gli insegnamenti tradizionali dello Yoga dei Suffissi dei nostri giorni.

Il Sentiero di Gorakṣa consiste in una raccolta di 200 versi, divisi in due sezioni chiamate in sanscrito śataka - 100, “un centinaio”[3] – e attribuiti allo yogin Gorakṣanāth o Gorakhnāth, considerato il fondatore dello Haṭḥayoga.  Gorakṣa Paddhati,  è probabilmente il più antico testo di Haṭḥayoga giunto ai nostri giorni, ed i suoi insegnamenti potrebbero essere la base di tutti o quasi i manuali di yoga scritti nelle epoche successive.

Cosa insegna Gorakṣa (oltre ovviamente a ribadire che "lo Yoga è la pratica del Samādhi")?

 Poche posizioni, descritte dettagliatamente, e una serie di bandha, tecniche di ritenzione del respiro, visualizzazioni e mantra finalizzati all’ascolto del suono interiore e alla discesa dell’Amrita.

L’importanza del suono interiore alla luce degli insegnamenti di Gorakṣa è messa in rilievo anche in altri testi tradizionali, nello Haṭha Yoga Pradīpikā di Svātmārāma, ad esempio, dopo aver citato due volte il nome di Gorakṣa all’inizio del testo – vedi H.Y.P. 1. 4-5) – l’autore cita gli insegnamenti del Gorakṣa Paddhati nel IV capitolo, a proposito della “meditazione sul Suono interiore” o अनाहतनाद Anāhata Nāda (H.Y.P. 4. 65):

aśakya-tattva-bodhānāṃ mūḍhānām api saṃmatam |

proktaṃ gorakṣa-nāthena nādopāsanam ucyate || 4.65 ||

“Adesso viene spiegato il metodo di meditazione sul suono interiore (nādopāsamna) insegnato da Gorakṣa Nāth che è stimato (saṃmatam) anche (api) dagli ignoranti (mūḍhā) per i quali la conoscenza della Realtà (tattva) è impossibile (aśakya).”

L’insegnamento di Gorakṣa appare diversissimo da quello impartito dalla maggior parte di scuole di Yoga contemporanee e se si pensa che è stato lui ad usare per la prima volta il termine Haṭhayoga e, pare a sistematizzare posizioni e tecniche di visualizzazione le insolenti mosche del dubbio cominciano a ronzarci nelle orecchie e usa termini che moltissimi validi istruttori di Yoga che conosco ignorano.

Per fare un esempio cito i versi 12 e 13 della prima "centuria" del Gorakṣa Yogaśāstra :

1.      “Come possono avere successo [nella pratica] gli yogin che non conoscono i sei cakra, i sedici ādhāra le due modalità di visualizzazione – lakya - e i vyoma pañcaka[1] nel proprio corpo?”

2.      “Come possono avere successo quegli yogi che non conoscono il corpo come una casa poggiata su un pilastro – ekastambha- con nove porte e cinque divinità protettrici[2]?”

Per "successo" Gorakṣa  intende la "realizzazione", accompagnata dall'insorgere dei poteri psichici (siddhi) che deriva dalla pratica del Samādhi.
Già, perchè lo Yoga, secondo Gorakṣa, Patañjali Adiśaṅkara,  è "la pratica del Samādhi" .

Mi chiedo:

Dando per scontato che inventarsi sempre nuovi Yoga dei suffissi, con nuove sequenze, posture e tecniche di rilassamento accattivanti sia, nell'epoca del Mercato Globale una cosa buona e giusta;
Dando per scontato che semplificare tecniche e concetti per avvicinare sempre più gente allo Yoga sia cosa buona e giusta...Non sarà il caso che noi insegnanti e istruttori di Yoga ci mettiamo a studiare i testi "tradizionali" e discutiamo tra noi delle tecniche medioevali e del fine stesso dello Yoga?



[1] Le "cinque stanze" ( Vyoma Panchaka ) sono denominate nella Siddha-Siddhānta-Paddhati in questo modo: 

  1. Ākāśa;
  2.  Parākāśa;
  3.  Mahākāśa;
  4. Tattvākāśa;
  5. Suryākāśa.

Non si tratta delle "cinque guaine" (Pañcakōṣa, ovvero: annamayakōśa, prāṇamayakōśa, manōmayakōśa, vijñānamayakōśa, ānandamayakōśa) conosciute nell'Advaita Vedānta, ma di una tecnica di visualizzazione ldelo spazio, sia interno sia esterno. Le "cinque stanze" probabilmente sono collegate ai Pañcacakra, i cinque “cakra mistici” della tradizione tantrica.

[2] Nell’originale “pañcādhidaivata”, con pañcadaivata che significa letteralmente “avere cinque divinità” ed è riferito ai cinque organi di senso. Vedi Yogaśikhopaniṣad 4.




[1] Vedi: B,K,S, Iyengar, “Teoria e Pratica dello Yoga”, Edizioni Mediterranee.

[2] La versione cui facciamo riferimento è quella di Swami Vishnuswaroop pubblicata da “Divine Yoga Institute, Kathmandu 2017” (https://www.amazon.it/Goraksha-Samhita-Known-Paddhati-English-ebook/dp/B00QTCGI7W), Revisionata secondo l'edizione di Laxmi-Venkateshwar Press, Bombay.

[3] Essendo la seconda “centuria” di 67 versi immagino ne siano andati perduti alcuni.


5.28.2021

YOGA TRADIZIONALE? IL MISTERO DI VIJAYANAGARA



L'immagine che ho postato rappresenta uno  haṭhayogin impegnato in una variante della verticale sulle braccia, tecnicamente baddha konasāna adho mukha  vṛkṣāsana. si tratta di una delle posture di Haṭḥayoga scolpite sulle colonne dei templi e degli edifici civili di Hampi , la capitale del mitico impero di Vijayanagara.



L’Impero di Vijayanagara, che univa gli attuali territori del Karnataka, dell’Andhra Pradesh, del tamil Nadu e del Kerala, fu fondato nel XIV secolo dai fratelli Bukka raya I e Harihara I, sotto la guida dello yogin advaitin Vidyāraṇya[1] e raggiunse il suo massimo sviluppo tra il XV e il XVII secolo. A giudicare dai racconti dei viaggiatori europei di quel tempo - come Duarte Barbosa[2], Fernao Nuniz[3], Niccolò de’ Conti[4] - e dei diplomatici islamici, come l’ambasciatore persiano Adul al Razzq Samarqandī[5],, la capitale dell’Impero, Hampi oltre ad essere una città di incredibile bellezza e ricchezza, era nota per la politica illuminata dei regnanti, per la loro tolleranza in ambito religioso ed il loro amore per le arti e le scienze,  tanto da essere considerata – non solo nel subcontinente indiano - il centro di tutti i movimenti artistici e culturali dell’epoca.

Scrive Adul al Razzq[6]:

“Mai le pupille dei miei occhi hanno visto un luogo simile, né le mie orecchie hanno udito racconti di qualcosa esistente in tutto il mondo paragonabile a Vijayanagara.”

Si dice che nel regno di Vijayamagara le donne godessero di una libertà mai conosciuta in India, né prima né dopo – potevano fare carriera nel mestiere delle armi e si ha notizia di illustri poetesse e letterate – e che i rappresentanti delle classi inferiori, compresi gli intoccabili, avessero dei loro rappresentanti politici e godessero di protezione ed aiuti economici da parte delle classi più agiate; si dicono molte cose sull’impero di Vijayanagara, spesso mescolate a favole e leggende, ma l’unica cosa certa è che la capitale dell’Impero - che secondo le cronache europee dell’epoca era, dopo Pechino, la più popolosa metropoli del mondo - fu distrutta nel XVI secolo dagli eserciti dei Sultanati di Decca e non fu mai più ricostruita; inghiottito dalla vegetazione, il tempio di Virupaksha divenne “il regno delle scimmie” - a quanto pare Kipling si ispirò ad Hampi nello scrivere “Il Libro della Giungla” – e, almeno fino al XX secolo, il più grande impero hindu dell’Età Moderna svanì, misteriosamente, dai libri di storia e dalla memoria collettiva del popolo indiano.

Sulle colonne degli edifici di Hampi si vedono donne e uomini impegnati negli āsana descritti nei testi tradizionali dei Nath[7], l’ordine di yogin-guerrieri fondato da Gorakhanath, il padre riconosciuto dello Haṭhayoga.

Perché ci interessano le sculture di Hampi?
Perché mostrano posture che al giorno d'oggi vengono, da alcuni, ritenute come mere esibizioni di abilità o esempi di contorsionismo.
Per molti l'etichetta di "Yoga tradizionale" oggi viene attribuita alle pratiche legate all'aspetto speculativo o religioso della cultura e della filosofia indiane e le pratiche fisiche vengono definite, talvolta quasi con disprezzo "ginnastica", ma a quanto pare i sovrani di Vijayanagara, il più grande Impero Hindu mai esistito, la pensavano in maniera diversa, tanto che che chiesero agli scultori locali di immortalare le posture "acrobatiche dei Nath, assieme ai passi della danza tradizionale e alle movenze delle arti marziali tradizionali.

Non sta a noi dare giudizi o trarre conclusioni, ma crediamo che sarebbe utile, per chi si occupa, come praticante o ricercatore, della disciplina dello Yoga,  dedicare un po' di tempo all'analisi delle sculture di Hampi e allo studio dei testi di Haṭhayoga.

Di seguito pubblichiamo alcune delle immagini tratte da http://hyp.soas.ac.uk/hampi/ il sito di Hathayoga Project], nella speranza che i nostri colleghi insegnanti e praticanti le osservino con attenzione e le commentino.
Un sorriso,
P.











[1] Vidyāraṇya noto anche come Mādhavācārya o Mādhava Vidyāranya  è solitamente conosciuto come patrono e sommo sacerdote di Harihara I e Bukka Raya I, i fondatori dell'Impero Vijayanagara. Nacque tra Māyaṇācārya e Śrīmatīdevī ad Pampakṣetra (nella moderna Hampi) nel 1268. Altre fonti lo vogliono nato ad Ekasila nagari (moderba Warangal). Fondamentale fu il suo contributo per la fondazione dell'Impero Vijayanagara nel 1336. Successivamente servì come mentore e guida a tre generazioni di re alla guida dell'impero. A Vijayanagara (Hampi), la capitale dell'impero, fu edificato un tempio dedicato a questo santo. Fu l'autore di Sarvadarśanasaṅ̇graha, un compendio delle diverse scuole filosofiche del pensiero della religione indù, e del Pañcadaśī, un importante testo della tradizione Advaita Vedanta.

[2] Duarte Barbosa (1480-1521), cognato di Magellano, esploratore e scrittore portoghese, si trasferì in kerala all’età di 20 anni. Nel 1516 pubblicò il “Libro di Duarte Barbosa”, con la descrizione degli usi e dei costumi delle culture orientali.

[3] Fernao Nuniz (1500-1550), mercante e viaggiatore, visse per tre anni nella capitale dell’Impero Vijayanagara, descrivendone l’economia, gli usi e i costumi in un libro ristampato ancora ai nostri giorni, “”Chronica dos reis de Bisnaga”. Vedi: R. Sewell, F. Nunes, D.Paes, “A forgotten empire: Vijayanagar; a contribution to the history of India”. Adamant media Corporation, 1982. ISBN 0-543-92588-9,

[4] Niccolò de’ Conti (1395-1469) visitò Vijayanagara intorno al 1420. Le cronache dei suoi viaggi in India sono pubblicate ancora oggi. Vedi: Nicolo de Conti, “Le voyage aux Indes”,2004, ISBN 290642861.

[5] Adul al Razzāq Samarqandī (1413-1482), è stato l’ambasciatore in India dell’Impero persiano dal 1442 al 1445 descrivendo le sue esperienze nel suo libro “Matla-us-Sadainwa Majma-ul-Bahrain” (“Il Sorgere delle due Costellazioni di buon Auspicio e la Confluenza dei due Oceani”)

[6] Vedi: Alam Muzaffar, Sanjay, Subrahmanyam (2007), “Viaggi indopersiani nell’era delle scoperte, 1400-1800”; Cambridge University press. ISBN 978-0521-78041-4.

-       [7] Ci riferiamo tra gli altri, ai seguenti testi:

-           Haṭhayogapradīpikā;

-          Goraksaśatakạ;

-           Amaraughaprabodha;

-           Amaraughasasana;

-          Gheranda Samhita;

-          Jogapradipika.

3.31.2021

E SE LO YOGA FACESSE MALE? RIFLESSIONI SULLA PRATICA DI KRISHNAMACHARYA, IYENGAR E PATTABHI JOIS

 


Nel Goraksha Paddhati - uno dei testi fondamentali dello haṭhayoga - si afferma che la pratica assidua conduce al ringiovanimento del corpo, alla salute e alla longevità. Il corpo è sacro per lo haṭhayoga, e bellezza, salute e longevità sono  condizioni necessarie per poter realizzare i  "tanto amati dagli yogin" - come afferma Goraksha -  poteri psichici - siddhi - da utilizzare per "il bene di tutti gli esseri senzienti". Lo haṭhayoga, anche se a molti parrà un affermazione strana o provocatoria - va quindi considerato "anche" una forma di fitness, ovvero una attività che conduce alla salute e alla bellezza del corpo; 

Considerando che il corpo umano è sottoposto sempre alle stesse leggi in tutti i tempi e a tutte le latitudini ho pensato che praticando gli āsana e le sequenze gli yogin debbano, necessariamente, seguire le stesse regole fondamentali dei danzatori e dei ginnasti occidentali.
Ho analizzato in cerca di conferme una serie di vecchie foto di Krishnamacharya, Iyengar, Pattabhi Jois e dei loro allievi, e credo di aver fatto delle scoperte interessanti.

Esaminiamo ad esempio la foto precedente, spettacolare,  di Krishnamacharya:

Nel corpo umano in movimento la terza vertebre lombare - al centro della lordosi lombare - e la quarta vertebra cervicale - al centro della lordosi cervicale - devono "spingere", per così dire, sempre nella stessa direzione e la quinta vertebra dorsale - al centro della cifosi dorsale - deve "spingere" in direzione opposta. Questa dinamica unita alla tensione contrapposta del sincipite - la parte più alta del cranio - e del perineo - il "disco fibroso" al centro dei due muscoli chiamati "trasversi perineali" - in basso, permette l'allungamento della colonna vertebrale in ogni posizione, condizione fondamentale per il corretto funzionamento dei vari apparati e sistemi del corpo e per lo sviluppo del corretto "tono gravitazionale", come viene definito lo sviluppo armonioso dei muscoli che si attivano e aumentano la loro attività per opporsi alla forza di gravità.

Alla dinamica "3a lombare - 4a cervicale - 5a dorsale" nel movimento "corretto" si accompagnano l'allineamento "scapola-gomito-polso" e "anca-ginocchio-caviglia".
Per comprendere queste due regole primarie del movimento basta che facciate tre semplici esperimenti:

1) Provate, in posizione eretta, a spingere la 4a cervicale indietro, raddrizzando la lordosi cervicale, e contemporaneamente a spingere la 3a lombare in avanti, accentuando la lordosi lombare, dopo di che fate qualche passo in avanti e indietro analizzando le tensioni muscolari e la maniera di respirare: probabilmente i muscoli della schiena si contrarranno e la respirazione sarà difficoltosa;

2) Mettevi in piedi con le braccia lungo il corpo spalle rilassate e il palmo delle mani rivolto verso le cosce e provate a "chiudere" il più possibile le scapole portandole verso la 5a dorsale: i polsi tenderanno ad aprirsi facendo rivolgere ilpalmo delle mani verso l'alto e l'esterno mentre i gomiti tenderanno a "chiudersi" tendendo verso il basso e verso l'interno. Al contrario  se si aprono il più possibile le scapole - allontanandole dalla 5a dorsale - il palmo si volterà naturalmente verso il basso e indietro e il gomito tenderà ad "aprirsi verso l'esterno e il basso. Se si tenta di opporsi a questa dinamica  si creeranno delle inutili contrazioni che renderanno difficile o impediranno del tutto il movimento naturale; 

3) Spingete il più possibile all'esterno il piede destro e viceversa spingete il ginocchio verso l'interno: oltre a mettere a rischio i vostri menischi vi sarà difficile anche fare un solo passo in avanti.

Per il corretto movimento del corpo e il corretto sviluppo del "tono gravitazionale" queste tre  "dinamiche fondamentali" (ovvero 3a lombare-5a dorsale-4a cervicale, scapola-gomito-polso e anca-ginocchio-caviglia) devono essere applicate sui tre piani di movimento, detti "piano frontale", "piano sagittale" e "piano mediale";



Il piano frontale divide il corpo in due parti, "avanti" e "dietro" e i movimenti che lo riguardano sono quelli "verso destra" e "verso sinistra";

Il piano sagittale divide il corpo in due parti simmetriche, sinistra e destra ed è interessato dai movimenti in avanti e in dietro;

Il piano mediale o trasversale divide il corpo in due parti di "eguale massa" - viene posto all'altezza del plesso solare) e riguarda i movimenti di torsione e rotazione.

Immaginiamo di fare un movimento verso il basso in avanti con il busto fino a portarlo parallelo a terra, formando più o meno un angolo di 90° con le gambe:
La 4a cervicale, all'altezza del "gozzo" e la 3a lombare, all'altezza dell'ombelico, "spingeranno verso terra" mentre la 5a dorsale , in linea con il centro dello sterno, "spingerà verso il soffitto"; il sincipite invece spingerà "in avanti" e la regione sacrale "indietro" in modo da mantenere comodamente l'equilibrio con la colonna vertebrale alla massima estensione.
Riprendiamo l'immagine di Krishnamacharya:


Guardate la curva lombare e la curva cervicale: 3a lombare e 4a cervicale spingono nella medesima direzione in contrapposizione con la 5a dorsale.
Per ciò che riguarda gli allineamento anca-ginocchio-caviglia  e scapola-gomito-polso dal punto di vista posturale sono perfetti.

Il risultato degli allineamenti è un corpo tonico e equilibrato, senza sforzi eccessivi (notate la morbidezza delle mani e il rilassamento del volto).
Krishnamacharya rispetta le regole fondamentali del movimento umano in ogni posizione; ecco ad esempio "Mahamudra":


i "tre allineamenti" sono perfetti, e bisogna notare che la gamba destra (quella  allungata in avanti) e completamente distesa - non c'è "luce" tra il ginocchio e il pavimento - e il piede destro è perfettamente perpendicolare alla gamba in modo che anca, centro della rotula e spazio tra il secondo e il terzo dito siano perfettamente in linea.

Mantenere il corretto allineamento tra le tre vertebre chiave, scapola-gomito-polso e anca-ginocchio-caviglia sembra essere la cosa più importante per Krishnamacharya ecco altri esempi: 


Notate l'allineamento perfetto del busto e degli arti e, dettaglio che come vedremo è assai importante, il rilassamento del piede sinistro a cui si contrappone la tonicità del polpaccio sinistro;


In questa quarta immagine fate invece caso, oltre che al perfetto allineamento degli arti e del busto, al rilassamento del piede destro e al "ponte" del piede, quasi da danzatore.
L'attenzione per il corretto allineamento posturale e, quindi, per le dinamiche "scapola-gomito-polso", "anca-ginocchio-caviglia" e 3a L-5a T-4a C, è tipica di tutte le tecniche corporee tradizionali indiane  dalla danza alle arti marziali:
Osservate  la postura di questa danzatrice di Bharatanatyam:
 

La figura sotto ritrae invece la "spaccata volante" di un praticante di Kalaripayattu: osservate come i piedi siano perpendicolari alle gambe:


Quest'altro è invece un praticante di Silamban: guardate l'allineamento della schiena e la, perfetta, dinamica anca-ginocchio-caviglia:


Le regole del movimento, se i fini sono la salute del corpo, la bellezza e l'efficacia del gesto sono sempre le stesse.
O almeno dovrebbero.
Prendiamo adesso un immagine in cui Iyengar si esibisce in una variante di Trikonasana,la postura del "Triangolo":


Il ginocchio destro è completamente fuori asse rispetto ad anca e caviglia, i piedi sono contratti, i polpacci ipotonici, il collo è incassato e la 4a C spinge in una direzione diversa rispetto alla 3a L.
Se osserviamo come Krishnamacharya assumeva la stessa identica postura noteremo altre differenze, secondo me, fondamentali:



A parte il perfetto allineamento anca-ginocchio-caviglia e la corretta dinamica 4aC-5aT-3a L, il busto di Krishnamacharya, a differenza di quello di Iyengar, è in torsione: sta lavorando sul "Piano trasversale" e non sul "Piano frontale" come Iyengar!
I gomiti al contrario di quelli di Iyengar non sono in iperestensione,  polpacci sono tonici e i piedi rilassati.
Nonostante l'apparenza si tratta di una postura completamente diversa, con  finalità e modalità di esecuzione completamente diverse.
Osserviamo  adesso alcune foto tratte da "Yoga Mala" di Pattabhi Jois:


In questa postura (immagine precedente) - una variante di Upavishta Konasana - possiamo notare:
1) La estrema contrazione dei muscoli posteriori della catena muscolare posteriore della gamba, soprattutto all'altezza del ginocchio;
2) Il non rispetto dell'allineamento caviglia-ginocchio-anca, con i piedi che "spingono" in direzione opposta ad anche e ginocchia;
3) La mancanza di tonicità dei polpacci e la tensione evidente dei piedi ( riscontrabili in moltissime immagini di Iyengar, Pattabhi  e dei loro allievi);
4) L'accentuazione della lordosi cervicale e la contemporanea inversione della lordosi lombare (lo si capisce dalla posizione dell'ombelico), sintomi di una volontaria mancanza di rispetto per la dinamica 3aL, 5aT, 4aC;


In questa postura si notano ancora di più la tensione dei piedi e la contrazione dei muscoli della catena posteriore della gamba [N.B. tra il pavimento e il ginocchio destro "c'è luce" cosa che non dovrebbe accadere dato che la spinta del tallone in avanti e la  contemporanea tensione delle dita "indietro" - evidenti nella foto - dovrebbero portare  all'allungamento della catena  muscolare posteriore della gamba], ma la cosa più evidente è l'errata posizione del collo e del cinto scapolare, con la testa che risulta incassata nelle spalle;


Quest'ultima immagine, sempre tratta da "Yoga Mala" di Pattabhi Jois, nonostante gli errori posturali siano meno evidenti, è forse la più interessante:
1) Innanzitutto occorre notare la "rettilineizzazione" della lordosi cervicale che provoca l'allineamento della 4aC non con la 3aL, ma con un punto immaginario posto sul pavimento, identificabile con la freccia rossa a destra; di conseguenza il sincipite, la parte più alta della testa è posto su un asse perpendicolare a terra e non in linea con il perineo;

2) La lordosi lombare è invece, sorprendentemente, invertita, quando, seguendo la dinamica naturale dovrebbe adeguarsi all'allineamento della curva cervicale;

3) Osservate i piedi: il praticante  cerca di stendere le punte, ma avendo il polpaccio e la caviglia bloccati riesce solo a mettere il plesso venoso del metatarso in linea con il tallone, cosicché il piede forma un angolo a 90° con la gamba.
Dal punto di vista "posturale" l'āsana dell'immagine sopra è decisamente sbagliato, come lo sono, in apparenza, molti degli āsana fotografati nel libro "Yoga Mala".
Possibile che milioni di persone in tutto il mondo pratichino gli esercizi di Pattabhi Jois o di Iyengar senza accorgersi che sono, almeno dal punto di vista del "movimento naturale, sbagliati?
Il discorso è molto più complesso di quanto possa sembrare e riguarda il senso stesso del lavoro fisico che si fa nello Yoga.
Il blocco del polpaccio e della caviglia dipende, anche, da una indicazione che spesso viene data dagli istruttori di Iyengar Yoga e Ashtanga Yoga: "tirate su la rotula"; si tratta di un movimento di contrazione dei muscoli della coscia finalizzato a mettere la rotula in una posizione innaturale che ha il fine di "proteggere l'articolazione del ginocchio".
Nello Yoga di Pattabhi Jois  e di Iyengar occorre infatti "proteggere le articolazioni" perché si assumano posture in cui gli arti e la schiena subiscono sollecitazioni "estreme", non in accordo con le dinamiche naturali del corpo umano.

In altre parole al praticante si chiede di andare "oltre i propri limiti fisiologici" utilizzando tutta una serie di attrezzi - corde e sostegni vari  - nel caso di Iyengar  e i famosi "aggiustamenti" - ovvero manovre effettuate dall'istruttore con il proprio corpo - nel caso di Pattabhi Jois.

L'aumento di vitalità e le sensazioni positive che un praticante di Iyengar Yoga o di di Ashtanga Yoga sperimenta dopo la pratica, dipende anche e soprattutto da questo "andare oltre i propri limiti";
Riuscire ad assumere posizioni estreme, alla ricerca di linee astratte,  ha effetti benefici, spesso eccezionali, sulla mente e quindi sul corpo del praticante a cui si chiede, ripeto, di andare "oltre i propri limiti fisiologici".
Un lavoro interessantissimo, quindi, ma che, a giudicare dalle immagini e dai filmati, è assai diverso da quello di Krishnamacharya, al quale , in teoria, Iyengar e Pattabhi Jois dovrebbero fare riferimento.

Krishnamacharya, yogin guaritore, era figlio di un maestro di Bharathanatyam e in ogni sua postura e sequenza si notano il rispetto per l'anatomia e per le naturali dinamiche del corpo umano tipici delle arti del corpo indiane;

I suoi allievi Iyengar e Pattabhi Jois lavorano invece per andare "oltre le dinamiche naturali e i limiti fisiologici", alla maniera dei Fakir e dei contorsionisti;
Si tratta in definitiva di due tecniche diverse legate a due diversi tradizioni del sub continente indiano: a seconda del proprio temperamento e dei propri fini il praticante può scegliere l'una o l'altra  ma dovrebbe, a parer mio, essere consapevole dei rischi e dei benefici di entrambe.
Se si seguono gli insegnamenti originali di Krishnamacharya - uno hathayoga rivisitato alla luce della moderna educazione fisica occidentale - non si andrà mai oltre i propri limiti fisiologici, nel rispetto delle dinamiche naturali del movimento umano;
Se si seguono gli insegnamenti di Iyengar e Pattabhi Jois potremo andare oltre i nostri limiti, in un'ottica di dominio del corpo e quindi della Natura.
In un certo senso - è una mia opinione, opinabile quindi come lo sono tutte le opinioni - lo Yoga di Krishnamacharya è "Arrendersi alla Gravità" quello dei suoi famosi allievi è "Dominare la Gravità".














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