venerdì 18 novembre 2016

ADDESTRARE L'INTUIZIONE




Uno dei principali problemi che si incontrano quando studiamo dei testi tantrici o vedantici, è quello delle traduzioni. In sanscrito si usano decine di parole differenti per indicare il medesimo concetto ed ognuna di esse ha sfumature diverse. 


Per noi, che leggiamo traduzioni in italiano tratte a loro volta da traduzioni in lingua inglese, cercare di capire cosa volessero dire davvero Shankara o Patanjali diventa un'impresa ardua.
Prendiamo il termine "realtà".
In sanscrito si  può dire:

तत्व tatva
अस्तिता astitā
भूतता bhūtatā
भाव bhāva
सत्य satya
सत्त्व sattva
बाह्यार्थ bāhyārtha

ecc. ecc.

In tutto ci saranno una trentina di vocaboli che vengono  tutti tradotti con realtà o con reale, ma poi, se si va ad approfondire si scopre che  अस्तिता astitā sta per "esistenza", "stare", भाव bhāva sta per "sentimento", "emozione" ecc., सत्य satya per "sincero", "genuino", "non artificioso" e così via.


Se in un testo  trovo che si deve discriminare tra ciò che è "bhāva" e ciò che non lo è,  e traduco con "discriminare tra reale e non reale" nessuno potrà dire che sbaglio, ma così facendo perdo la connotazione "emotiva e sentimentale" del termine.
In italiano abbiamo molti meno termini per indicare le sfumature e, alla fin fine si arriva a snaturare una dottrina che è stata scritta pensata in una lingua che ha più del doppio delle lettere a disposizione, e sfumature semantiche assai diverse dalla nostra.
Nei Purana si racconta di come il saggio Narada si vantasse della sua abilità di musico e come cantante.
Vishnu decise di dargli una lezione (lo trattava sempre duramente....) e lo condusse nel regno degli dei, nella casa della musica.

C'erano decine di divinità, maschili e femminili, con gli arti spezzati e i volti stravolti.

-"Che vi succede?"-
Chiese Narada
-"Ahinoi!" 
risposero le divinità
-"siamo i Raga e le Ragini.
Un cialtrone di nome Narada ci ha ridotto in questo modo con i suoi canti stonati"-


Narada si rese conto che la comprensione dei suoni e delle melodie era cosa assai più complessa. di quanto credesse.

Si inginocchiò dinanzi a Vishnu e lo implorò di insegnargli la musica.
La grammatica e l'etimologia indiana nascono come arti sacre.
I suoni non differiscono dalle lettere e l'intuizione porta a improvvisare su modi definiti, ma ognuno di questi modi e di questi suoni è soggetto a variazioni che sono difficili da percepire per noi occidentali che non abbiamo allenato l'orecchio a sentire, ad esempio, la differenza tra i quarti di tono.

Succede qualcosa di simile anche nella musica occidentale, ad onor del vero. .
Il Re diesis, sul pianoforte, corrisponde al Mi bemolle.
Si percepisce il medesimo suono, ma dovrebbero essere note diverse.

Se ci occupiamo di Yoga piuttosto che leggere libri su libri tradotti da occidentali che spesso non hanno mai praticato, sarebbe forse più sensato sviscerare un singolo versetto che ci ha particolarmente colpiti e analizzarne tutte le implicazioni, è così che si sviluppa l'intuizione necessaria a comprendere i testi.

Se la nostra conoscenza si basa solo su saggi critici scritti da autori occidentali, rischiamo di creare una nuova filosofia, basata magari su parole che i maestri indiani non si sono mai sognati di usare.

Prendere un sutra (o un mantra o un asana o l'immagine di una divinità) e studiarlo, comprenderlo, penetrarlo, sviscerarlo in tutte le sue possibilità, ascoltare come "risuonano" i significati nel nostro corpo e nella nostra "mitologia personale" credo sia un buon esercizio.
Forse più utile che leggere decine e decine di libri cercando in essi, magari, solo ciò che potrebbe confermare nostre idee pregresse.

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