venerdì 1 maggio 2020

GLI "OSTACOLI ALLA PRATICA" IN PATAÑJALI ALLA LUCE DEGLI INSEGNAMENTI BUDDHISTI - Lezione On Line del 1° maggio 2020





GLI OSTACOLI ALLA PRATICA E GLI OTTO RIMEDI

                           
I versetti 1-39 sono dedicati agli ostacoli – dovuti all’instabilità della mente – che lo yogin incontra durante la pratica, e ai rimedi grazie ai quali si può mantenere condizione di “purificazione della mente” in modo da proseguire il cammino fino alla meta finale. Se si analizzano questi sūtra alla luce degli insegnamenti buddhisti le similitudini tra le due scuole –quella dello yoga “hindu” e quella buddhista – appaiono abbastanza evidenti.
Non si tratta di una teoria originale: nonostante le apparenti divisioni ideologiche – come nota Raniero Gnoli nell’introduzione a “Nāropā Iniziazione” (Edizioni Adelphi 1994) – I punti di contatto tra induismo e buddhisti sono frequentissimi e le due tradizioni sembrano, a volte, sovrapporsi.
In questi sūtra le similitudini sono assai evidenti, a partire da  1.33[1] dove , Patañjali cita, quali rimedi contro l’instabilità della mente maitrī - che ho tradotto con “cordialità” (ma può significare anche “amicizia”, “benevolenza”, “convivialità” ecc.) - karuṇā -  “compassione” - mudita – “attitudine alla gioia” - e upekṣā – “indifferenza di fronte a successo ed insuccesso, piacere e dolore” - che non sono altro che i quattro Brahmavihāra, le quattro divine attitudini coltivando le quali il praticante buddhista si assicura la rinascita nel regno di Brahma.
La traduzione è stata fatta confrontando le versioni di sei diversi autori:
-         Hariharananda Aranya;
-         I. K. Taimni;
-         Swami Satchidananda;
-         Swami Prabhavananda;
-         Swami Vivekananda;
-         Raphael.

In coda abbiamo aggiunto il testo originale - “TESTO SANSCRITO” - con la traduzione letterale di ogni singolo termine tratta dal vocabolario Monier-Williams e, per molti vocaboli, l’uso che se ne fa nei classici della letteratura indiana.

GLI OSTACOLI ALLA PRATICA (1.29-31)


29.Da questo procedono la realizzazione della coscienza interiore e la rimozione degli ostacoli.
30.Gli ostacoli che gettano la mente in una condizione di instabilità impedendole di passare attraverso i vari stadi della meditazione profonda sono questi:
Malattia, rigidità e rozzezza, dubbio, negligenza, pigrizia, smoderatezza, errata percezione della realtà.
31.I sintomi che accompagnano l’atto di gettare la mente in una condizione di instabilità sono: la sofferenza, la malinconia, il tremore del corpo e l’irregolarità del respiro.

Il tema fondamentale dei versetti 1.29-31 sono gli ostacoli legati all’instabilità della mente. Ostacoli che impediscono al praticante di passare attraverso i vari stadi della meditazione profonda.
Per il buddhismo esistono cinque diverse condizioni della mente chiamate cittabhūmi, o “territori della mente:

1.     Kṣipta, “confusione”.
2.     Mūḍha, “ottusità, stupidità”.
3.     Viksipta, “dispersione, agitazione”.
4.     Ekagra, “attenzione concentrata”.
5.     Niruddha, “controllo”.

Cinque territori nei quali il praticante vaga inconsapevolmente, mosso dagli stimoli esterni e dai residui contenuti psichici.
Lo yogin può cercare di rendere stabile la condizione di “controllo” (niruddha) passando attraverso la pratica, assidua, della “attenzione controllata”, esercitandosi nella concentrazione su un punto, un oggetto, un principio, un processo fisiologico o nella ripetizione di un mantra.
Ma fin quando non mente non sarà “purificata”, si incontreranno, durante la meditazione, una serie di ostacoli che per così dire, impediranno l’esperienza detta asaṁprajñāta (vipaśyana).
Gli ostacoli alla pratica, difficili da riconoscere in se stessi, provocano dei sintomi elencati da Patañjali in 1.31:

-      Duḥkha = “dolore, sofferenza”.
-      Daurmanasya = “malinconia, sconforto”.
-      Aṅgamejayatva = “tremore del corpo”.
-      Śvāsapraśvāsāḥ = “respirazione irregolare”.

Patañjali non si riferisce ovviamente a sintomi, derivanti da problemi di natura fisica o psichica, che insorgono nella vita quotidiana durante le attività ordinarie, ma alle difficoltà che insorgono durante una seduta di meditazione.

Gli ostacoli elencati in 1.30 sono sei:

1.     Vyādhi. Nel Viṣṇu Purāṇa, vyādhi è il “figlio della morte” (mṛtyu), personificazione della malattia.

2.     Styāna di solito correttamente tradotto con “apatia”, significa letteralmente “denso”, “rigido”, “grossolano”, “rozzo” e indica sia la rigidità mentale, che la rigidità fisica.

3.     Pramāda significa letteralmente “intossicazione” (da droghe o da alcool), ma in genere i commentatori lo interpretano secondo gli insegnamenti buddhisti per i quali pramāda significa “non sforzarsi di adottare un atteggiamento salutare ed essere restii ad abbandonare azioni non salutari”.

4.     Avirati che viene spesso tradotto con “incontinenza” riferita specificamente alla sfera sessualità, ma il suo significato letterale è “intemperanza” intesa come mancanza di controllo, misura e regole.

5.     Ālasya = “pigrizia”.

6.     Bhrāntidarśana = “errata percezione”.

Malattia ed errata percezione della realtà rientrano nella sfera di ciò che negli insegnamenti tradizionali buddhisti viene definito “Incapacità di applicare i metodi per superare gli ostacoli”.
Anche nel caso in cui si avesse accesso a quelle che vengono definite “tecniche operative”, ovvero le tecniche per rimuovere i contenuti psichici, le precarie condizioni fisiche ci impedirebbero di metterle in pratica, e “l’errata percezione della realtà”, dipendente sia da malattia (un daltonico scambierà un colore per un altro) sia da ignoranza ordinaria ci impedirà di comprendere veramente gli insegnamenti tradizionali.
Spesso l'incapacità di applicare i rimedi, quando non ci sono impedimenti fisici, ovvero patologie importanti, è dovuta più che all'ignoranza alla volontà di non sciogliere definitivamente i blocchi psicofisici. I blocchi rappresentano la nostra personalità, ciò che chiamiamo Ego. Se ci identifichiamo con la nostra personalità, sciogliere i blocchi significherebbe sciogliere noi stessi, morire in un certo senso, cosa che ovviamente incute timore, e così tecniche tutto sommato semplici per ricordarsi di sé, come il sedersi a contare le respirazioni o l'osservare la radice dei pensieri, o il concentrarsi su determinati processi fisiologici o il ripetere un mantra, quando sono conosciuti, non vengono applicati a causa della volontà di mantenere integri i contenuti egotici nei quali ci riconosciamo.

La rigidità è sia fisica che mentale.
La rigidità fisica è quella, ad esempio che impedisce di assumere le posizioni di meditazione e di mantenerle a lungo.
La rigidità mentale è la tendenza a cristallizzarsi in credenze ed opinioni, ma in questo caso potrebbe riferirsi anche all’eccesso di disciplina, ovvero (sempre rifacendosi agli insegnamenti buddhisti) alla "tendenza ad applicare i metodi per superare gli ostacoli anche quando non è necessario".

L'eccesso di disciplina nasce invece dalla paura di lasciarsi andare. Il fine ultimo dello yoga è il dispiegare le ali e gettarsi a volo di rondine nell'abisso dell'Essere. Un viaggio senza sostegni, senza appigli, senza mappe né punti di riferimento.
Le tecniche operative, i mantra, le letture dei maestri, gli atti di devozione divengono talvolta delle scialuppe di salvataggio e finiscono per sostituire la vera pratica dello yoga, che consiste nel lasciarsi andare, nell'arrendersi alla propria natura, fino a riconoscersi uno con l’Universo; o meglio essere testimone di questo riconoscimento (“il Veggente che riposa in se stesso”)

L’incapacità di avere abitudini salubri e l’incontinenza fanno parte di ciò che possiamo definire “tendenza all’oblio”.
La tendenza all’oblio, nella pratica dello yoga, è assai difficile da inquadrare. È un fenomeno stravagante:
Si vivono esperienze particolari, eccitanti ed emozionanti e improvvisamente ce ne dimentichiamo.
Queste esperienze (samādhi) fanno parte del percorso dello yogin e sono dovute allo scioglimento di determinati blocchi o contenuti psichici. A volte, come si è detto, la risoluzione dei contenuti psichici è definitiva (asaṁprajñāta).
Più di frequente è una condizione temporanea (saṁprajñāta). Esempio: faccio un periodo di ritiro o una pratica intensiva e percepisco lo scioglimento dei contenuti psichici come “fenomeno fisico”. Un'esperienza assai forte, una specie di intrusione del divino nella vita quotidiana.
Ritornato nel mio ambiente lentamente le abitudini prendono il sopravvento e dimentico quella intrusione nel divino che mi era apparsa tanto appagante, quella sensazione di luminosa pienezza che avevo avvertito durante la pratica. In poco tempo torno a vivere in uno stato di confusione, quello stato, consueto per i più, in cui avverto continuamente un disagio, un’ansia di irrisolutezza che mi impediscono di essere felice. Nel torpore e nell'agitazione mentale ci dominano prima e dopo l'oblio non è difficile abbandonarsi agli eccessi.
La pigrizia del praticante è abbastanza facile da riconoscere:
 Supponiamo che un istruttore mi abbia insegnato un mantra da ripetere 108 volte o una serie di posture da effettuare ogni giorno. I primi tempi sarò entusiasta e svolgerò i compitini come uno studente modello. Poi piano piano l'entusiasmo si smorza e la mia mente troverà sempre nuove scuse per non praticare: il figlio che piange, i problemi del lavoro, il mal di schiena, ecc. ecc. finché trovare un quarto d'ora, mezz'ora al giorno per praticare diventerà difficilissimo e ci troveremo a rimandare al giorno dopo o ad aspettare che le condizioni siano propizie...

I versetti 1.29-31 parlano degli ostacoli alla pratica e dei sintomi che gli accompagnano. Gli ostacoli, condizioni ordinarie della mente non purificata, impediscono al meditante di sperimentare la condizione di coscienza/conoscenza definita e asaṁprajñāta (“L’altro tipo di coscienza/conoscenza di 1.18). Saṁprajñāta e asaṁprajñāta sono due diversi stadi della pratica meditativa identificabili, negli insegnamenti buddhisti, con śamatha (samatha) e vipaśyana (vipassanā). Il primo (saṁprajñāta) è una realizzazione “relativa”, nella quale il praticante è ancora legato al mondo dei nomi e delle forme e, quindi, in bilico tra lo stato colmo di beatitudine del realizzato e l’ansia di incompiutezza comune alla gran parte degli esseri umani.
Il secondo (asaṁprajñāta) è invece uno stato di infinita beatitudine, “senza ritorno”, la condizione del “liberato in vita”.


GLI OTTO RIMEDI (1.32-39)


32.      La condizione di instabilità della mente e i sintomi che l’accompagnano, si possono prevenire (e rimuovere) con l’esercizio assiduo della concentrazione su un unico principio.
33.      La purificazione della mente si realizza coltivando la cordialità, la compassione, la gioia e l’indifferenza nei confronti delle esperienze che provocano piacere o dolore, successo o fallimento.
34.      Oppure praticando l’emissione violenta e la ritenzione del prāṇa.
35.      Oppure mediante la stabilizzazione della mente sensoriale che si ottiene dalla contemplazione di oggetti di percezione che insorgono spontaneamente (percezioni non ordinarie).
36.      Oppure contemplando la notte stellata (effulgenza) di viśokā, il potere (siddhi) di vivere senza dolore[2].
37.      Oppure contemplando nel proprio cuore la “città del godimento dei sensi” nella condizione del vītarāga, colui che è libero dalle passioni.
38.      Oppure meditando conoscenza che insorge nel sogno e di sonno profondo.
39.      Oppure come risultato della meditazione sull’amato, ovvero una persona o un oggetto che si ama e si desidera.

Tra gli “otto rimedi” proposti da quello proposto in 1.33[3] rivela, una volta di più, le profonde analogie esistenti tra l’insegnamento di Patañjali e quello del Buddha: maitrī, che ho tradotto con “cordialità” (ma può significare anche “amicizia”, “benevolenza”, “convivialità” ecc.) karuṇā, mudita e upekṣā non sono altro che i quattro Brahmavihāra, le quattro divine attitudini coltivando le quali il praticante si assicura la rinascita nel regno di Brahma.

Anche il termine vītarāga di 1.37[4], che potremmo tradurre con “distacco dalle passioni” fa parte degli insegnamenti di Buddha.
Nel buddismo tantrico è il potere del distacco dalle passioni che contraddistingue il sesto dei dieci livelli spirituali progressivi della via del Buddha, i sādhāraṇabhūmi, le qualità del Bodhisattva.
I dieci sādhāraṇabhūmi sono:

1.     Śuklavidarśanā (tibetano dkar po rnam par mthoṅ naḥi sa, tsing kouan) ovvero il livello della chiara visione.
2.     Gotra (rigs kyi sa, sing or tchong sing), ovvero livello del lignaggio spirituale.
3.     Aṣṭamaka (brgyad paḥi sa, pa jen or ti pa), o “livello dell’ottavo santo” (realizzazione della non insorgenza dei dharma personali).
4.     Darśana (mthoṅ baḥi sa, kien or kiu kien), o livello dei veggenti.
5.     Tanū (bsrab paḥi sa, po), o livello dell’affievolirsi delle passioni.
6.     Vītarāga (ḥdod chags daṅ bral baḥi sa, li yu), o livello del distacco dalle passioni.
7.     Kṛtāvi (byas pa bsraṅ baḥi sa, yi tso or yi pan), o livello di colui che ha portato a compimento il proprio “dharma-karma”.
8.     Pratyekabuddha, o livello del muni o del Buddha solitario.
9.     Bodhisattva, ovvero i dieci livelli dei Bodhisattva.
10.                        Buddha, o livello del realizzato non duale.

Nel versetto 1.36[5] troviamo per la prima volta un riferimento ai poteri paranormali.
Nello Yoga si parla di un certo numero di poteri definiti siddhi, che insorgono durante la pratica del samadhi e che, secondo alcuni[6], sarebbero capacità naturali dell’uomo perdute o dimenticate. Di solito si citano otto siddhi maggiori ovvero:

1.      Il potere di diventare piccoli come un atomo (aṇimā);
2.      Il potere di diventare enormi (mahima);
3.      Il potere di diventare infinitamente pesanti (garima);
4.     Il potere di diventare infinitamente leggeri (laghima o potere della levitazione);
5.      Il potere di andare ovunque si voglia (prāpti).
6.      Il potere di realizzare tutti i desideri (prākāmya);
7.      Avere la supremazia sulla natura (iṣṭva).
8.      Il potere di controllare a piacimento gli eventi atmosferici (vaśtva).

A queste otto siddhi maggiori si accompagna un numero variabile di siddhi minori tra le quali, appunto viśokā inteso come potere di allontanare il dolore (cfr. Viṣṇu Purāṇa).
Jyotiṣmatī, sempre in 1.37, che solitamente viene tradotto con “effulgenza” o “luce interiore”, significa letteralmente “luce delle stelle” o “notte stellata”, ma è anche il nome di un particolare tipo di mattone usato per costruire gli altari per il sacrificio vedico del fuoco o yajña, ed è il titolo della prima upaniṣad dedicata all’astrologia e alla magia, un testo oggi perduto chiamato anche Skanda Hora.
Essendo la parola jyotiṣmatī collegata alla parola viśokā, che indica uno dei poteri psichici (siddhi) della tradizione tantrica, c’è la possibilità che il versetto 1.36 faccia riferimento ad uno specifico rituale o ad una tecnica collegata all’astrologia o ad una particolare percezione extrasensoriale.

Per ciò che riguarda il versetto 1.38[7] ho preso come riferimento la traduzione di Swami Vivekananda:

“Or by meditating on the knowledge that comes in sleep”.
Ma l’interpretazione del sūtra varia a seconda del senso che si vuol dire alla parola ālambanam, resa da Vivekananda con “by meditating”.
Ālambanam, infatti può significare “supporto, sostegno, dimora” come in Kaṭh. Up.2.17.
Oppure può indicare il legame che unisce un sentimento all’oggetto che lo causa, o la causa di un esperienza emotiva, ma è anche un esercizio di visualizzazione in cui lo yogin cerca di annullare il dialogo interiore portando l’attenzione su un’immagine del “dio persona”, forma grossolana dell’Assoluto, o ripetendo mentalmente una preghiera o una formula.

Per i buddhisti ālambanam indica invece i cinque attributi degli oggetti dei sensi, ovvero:

-      Rūpa (forma):
-      Rasa (sapore);
-      Gandha (odore),
-      Sparśa (tangibilità);
-      Śabda (suono).

Se usassimo la terminologia buddhista, il sūtra 38 potrebbe essere un’indicazione a portare l’attenzione sulla percezione sensoriale degli oggetti del sogno e delle visioni che possono insorgere nello stato di sonno o di meditazione profonda.


I versetti 1.32-39 descrivono otto tecniche per eliminare gli ostacoli e lo stato di confusione mentale che impediscono al praticante l’accesso agli stadi più alti della meditazione (asaṁprajñāta). Negli otto rimedi sono riconoscibili gli insegnamenti di vari lignaggi e scuole filosofiche:

-      Vedānta (concentrazione sul Principio unico o attenzione costante sul Brahman).
-      Buddhismo (brahmavihāra sādhāraṇabhūmi).
-      Haṭhayoga (prāṇāyāma, probabilmente bhastrikā e/o kapālabhātī).
-      Tantrismo (Yoga del sogno e meditazione sull’Amato)
                                       

TESTO SANSCRITO


ततः प्रत्यक्चेतनाधिगमोऽप्यन्तरायाभवश्च ॥२९॥
tataḥ pratyak-cetana-adhigamo-'py-antarāya-abhavaś-ca
29

Tatas = “da quello, da quel posto, in quel posto, quindi”.
Pratiak = “all’indietro, in direzione opposta”[8].
Cetana = “anima, mente, percipiente, senziente, cosciente”.
Pratyakcetana = “uno i cui pensieri sono rivolti a se stesso o alla propria interiorità”.
Adhigama = “acquisizione, realizzazione, l’atto di realizzare”.
Api = “anche”.
Antarāya = “ostacolo, impedimento, interruzione”.
Abhava = “distruzione, non esistenza, fine”.
Ca = “e, pure, entrambi, così come”.

29.  Da questo procedono la realizzazione della coscienza interiore e la rimozione degli ostacoli.


व्याधि स्त्यान संशय प्रमादाअलस्याविरति भ्रान्तिदर्शनालब्धभूमिकत्वानवस्थितत्वानि चित्तविक्षेपाः ते अन्तरायाः ॥३०॥
vyādhi styāna saṁśaya pramāda-ālasya-avirati bhrāntidarśana-alabdha-bhūmikatva-anavasthitatvāni citta-vikṣepāḥ te antarāyāḥ
30

Vyādhi = “malattia”[9].
Styāna = “rozzezza, rigidità”[10].
Saṁśaya = “dubbio”.
Pramāda = “negligenza”[11].
Ālasya = “pigrizia”.
Avirati = “smoderatezza, mancanza di controllo”[12].
Bhrāntidarśana = “errata percezione”.
Alabdha = “non ottenimento, non realizzazione”.
Bhūmi = “area, posizione, posto, territorio”.
BhūMikā = “pavimento, suolo, storia, gradino, livello”.
Alabdhabhūmikatva = “impossibilità di realizzare alcuno stato della meditazione profonda”.
Anavasthitatva = “instabilità, mutevolezza, dissesto”.
Citta = “cuore, mente, ragione, intelligenza”.
Vikṣepa = “gettare, lanciare, scaricare”.
Te = “questi, quelli”.
Antarāya = “ostacolo, impedimento, interruzione”.


30.       Gli ostacoli che gettano la mente in una condizione di instabilità impedendole di passare attraverso i vari stadi della meditazione profonda sono questi:
Malattia, rigidità e rozzezza, dubbio, negligenza, pigrizia, smoderatezza, errata percezione della realtà.


दुःखदौर्मनस्याङ्गमेजयत्वश्वासप्रश्वासाः विक्षेप सहभुवः ॥३१॥
duḥkha-daurmanasya-aṅgamejayatva-śvāsapraśvāsāḥ vikṣepa sahabhuvaḥ
31

Duḥkha = “dolore, sofferenza”.
Daurmanasya = “malinconia, sconforto”.
Aṅgamejayatva = “tremore del corpo”.
Śvāsa = “sibilare, sbuffare, ansimare, disturbi del respiro, asma”.
Praśvāsā = “respirazione, inalazione”.
Śvāsapraśvāsāḥ = “respirazione irregolare”
Vikṣepa = “gettare, lanciare, scaricare”.
Sahabhuvaḥ = “accompagnando, che accompagnano”.

31.       I sintomi che accompagnano l’atto di gettare la mente in una condizione di instabilità sono: la sofferenza, la malinconia, il tremore del corpo e l’irregolarità del respiro.


तत्प्रतिषेधार्थमेकतत्त्वाभ्यासः ॥३२॥
tat-pratiṣedha artham-eka-tattva-abhyāsaḥ
32

Tat = “quello, di quello, di Lui”.
Pratiṣedha = “proibizione, rifiuto, prevenzione”.
Artham = “benedizione[13], a questo scopo[14], per raggiungere il risultato[15]”.
Eka = “uno”.
Tattva = “principio, realtà, verità”.
Abhyāsa = “ripetizione, studio costante, addestramento militare”.

32.      La condizione di instabilità della mente e i sintomi che l’accompagnano, si possono prevenire (e rimuovere) con l’esercizio assiduo della concentrazione su un unico principio.

मैत्री करुणा मुदितोपेक्षाणांसुखदुःख पुण्यापुण्यविषयाणां भावनातः चित्तप्रसादनम् ॥३३॥
maitrī karuṇā mudito-pekṣāṇāṁ-sukha-duḥkha puṇya-apuṇya viṣayāṇāṁ bhāvanātaḥ citta-prasādanam
33

Maitrī = “amicizia, convivialità, cordialità[16]”.
Karuṇā = “compassione”.
Mudita = “gioia”.
Upekṣā = “indifferenza”.
Sukha = “piacere, piacevole, confortevole”.
Dukha = “pena, dolore”.
Punya = “successo”.
Apunia = “fallimento”.
Viṣayā = “esperienza, oggetto dei sensi”[17].
Cittaprasādana = “purificare la mente, calmare la mente, rallegrare la mente”.

33.       La purificazione della mente si realizza coltivando la cordialità, la compassione, la gioia e l’indifferenza nei confronti delle esperienze che provocano piacere o dolore, successo o fallimento.


प्रच्छर्दनविधारणाअभ्यां वा प्राणस्य ॥३४॥
pracchardana-vidhāraṇa-ābhyāṁ vā prāṇasya
34

Pracchardana = “emissione violenta, esalazione, vomito”.
Vidhāraṇa = “dividere, separare, stoppare, bloccare”.
Ābhyāṁ = “con loro, con quei due”[18].
= “oppure”.
Prāṇa = “respiro, energia vitale, spirito vitale”.
Prāṇasya = “del prāṇa”.

34.       Oppure praticando l’emissione violenta e la ritenzione del prāṇa.


विषयवती वा प्रवृत्तिरुत्पन्ना मनसः स्थिति निबन्धिनी ॥३५॥
viṣayavatī vā pravṛtti-rutpannā manasaḥ sthiti nibandhinī
35

Viṣayavatī = “ciò che ha un oggetto”.
= “oppure”.
Pravṛtti = “progresso, muoversi verso qualcosa, origine, devozione contemplativa[19]”.
Utpannā = “insorta, andata, nata, prodotta”[20].
Manas = “mente sensoriale, intelligenza, percezione coscienza”[21]
Manasaḥ = “del manas, della mente sensoriale”.
Sthiti = “stare, rimanere, essere stabili”.
Niandhin = “vincolante, incatenante, che confina”,
Sthitinibandhinī = “legame di fermezza, legame di stabilità”.

35.       Oppure mediante la stabilizzazione della mente sensoriale che si ottiene dalla contemplazione di oggetti di percezione che insorgono spontaneamente (percezioni non ordinarie).

विशोका वा ज्योतिष्मती ॥३६॥
viśokā vā jyotiṣmatī
36

Viśokā = “il potere (siddhi) che allontana il dolore” [22].
= “oppure”.
Jyotiṣmatī = “luce delle stelle, notte stellata, effulgenza”.

36. Oppure contemplando la notte stellata (effulgenza) di viśokā, il potere (siddhi) di vivere senza dolore[23].


वीतराग विषयम् वा चित्तम् ॥३७॥
vītarāga viṣayam vā cittam 37

Vītarāga = “distacco dalle passioni”[24].
Viṣayam = “oggetto, luogo, Città del godimento dei sensi”[25].
= “oppure”.
Cittam = “cuore, mente, anima senziente, malizia” [26].

37.       Oppure contemplando nel proprio cuore la “città del godimento dei sensi” nella condizione del vītarāga, colui che è libero dalle passioni.
स्वप्ननिद्रा ज्ञानाअलम्बनम् वा ॥३८॥
svapna-nidrā jñāna-ālambanam vā
38
Svapna = “sogno, nel sogno[27]”.
Nidrā = “sonno, sonno profondo, sonnolenza, pigrizia” [28].
Jñāna = “Conoscenza, conoscere, conoscenza spirituale, conoscenza perfetta, speculazione filosofica”.
Ālambana = “base, fondamento, causa, ragione” [29].
= “oppure”.

38.       Oppure meditando conoscenza che insorge nel sogno e di sonno profondo[30].
यथाअभिमतध्यानाद्वा ॥३९॥
yathā-abhimata-dhyānād-vā
39

Yathā = “come, a causa di” [31].
Abhimata = “Desiderato, voluto, apprezzato, caro, amato, preferito (sia persona che cosa)”.
Dhyānād = “meditazione” [32].
= “oppure”.

39. Oppure come risultato della meditazione sull’amato, ovvero una persona o un oggetto che si ama e si desidera.




[1]Maitrī karuṇā mudito-pekṣāṇāṁ-sukha-duḥkha puṇya-apuṇya viṣayāṇāṁ bhāvanātaḥ citta-prasādanam”
[2] Jyotiṣmatī solitamente tradotto con “effulgenza” o “luce interiore” significa letteralmente “luce delle stelle” o “notte stellata”, ma il sutra 36 si presta a varie interpretazioni essendo jyotiṣmatī sia il nome di un particolare tipo di mattone usato per costruire gli altari per il sacrificio vedico del fuoco o yajña, sia il titolo della prima upaniṣad dedicata all’astrologia e alla magia, un testo oggi perduto chiamato anche Skanda Hora, e risalente alla civiltà dell’Indo. Essendo la parola jyotiṣmatī qui collegata alla parola viśokā, che indica uno dei poteri psichici (siddhi) della tradizione tantrica, si può supporre che il versetto 36 faccia riferimento ad uno specifico rituale o ad una tecnica collegata all’astrologia o ad una particolare percezione extrasensoriale.
[3]Maitrī karuṇā mudito-pekṣāṇāṁ-sukha-duḥkha puṇya-apuṇya viṣayāṇāṁ bhāvanātaḥ citta-prasādanam”
[4]Vītarāga viṣayam vā cittam”.

[5]Viśokā vā jyotiṣmatī”.

[6] Monier–Williams.
[7]Svapna-nidrā jñāna-ālambanam vā”.
[8] Vedi Ṛg Veda e Atharva Veda.
[9] Nel Viṣṇu Purāṇa vyādhi è il “figlio della morte” (mṛtyu), personificazione della malattia.
[10] Styāna di solito correttamente tradotto con “apatia”, significa letteralmente “denso”, “rigido”, “grossolano”, “rozzo”.
[11] Pramāda significa letteralmente “intossicazione” (da droghe o da alcool), “follia”, “malattia”, ma in genere i commentatori lo interpretano secondo gli insegnamenti buddisti per i quali pramāda significa non sforzarsi di adottare un atteggiamento salutare ed essere restii ad abbandonare azioni non salutari.
[12] Avirati viene spesso tradotto con “incontinenza” riferita specificamente alla sfera sessualità, ma il suo significato letterale è “intemperanza” intesa come mancanza di controllo, misura e regole.
[13] Vedi Bhāgavata Purāṇa 8.3.20.
[14] Vedi Bhāgavata Purāṇa 10.58.42.
[15] Vedi Bhāgavata Purāṇa 11.23.38-39.
[16] Ho tradotto con “cordialità”, ma i significati di maitrī sono molteplici. Può significare “amicizia”, “benevolenza”, “convivialità” ecc. Insieme a karuṇā mudita e upekṣā forma i quattro Brahmavihāras, le quattro divine attitudini coltivando le quali il praticante si assicura la rinascita nel regno di Brahma.
[17] Viṣayā nella filosofia indiana viene inteso solitamente come “oggetto di godimento” o “oggetto di conoscenza”. Vedi le interpretazioni di Gauḍapāda, Māṭhara e Vācaspati a Sāṃkhyakārikā 11.
[18] Vedi Bhāgavata Purāṇa 10.38.15 (“athāvarūḍhaḥ sapadīśayo rathāt pradhāna-puṁsoś caraṇaṁ sva-labdhaye dhiyā dhṛtaṁ yogibhir apy ahaṁ dhruvaṁ namasya ābhyāṁ ca sakhīn vanaukasaḥ”)
[19] Vedi Horace H. Wilson.
[20] Vedi Rāmāyaṇa, Manu smṛti, Kathāsaritsāgara
[21] In filosofia manas è l'organo interno (antaḥ karaṇa) della percezione e della cognizione, ovvero lo strumento attraverso il quale i pensieri entrano o da cui gli oggetti di senso influenzano l'anima. In questo senso manas è sempre considerato distinto da ātman-e puruṣa -, "spirito o anima", considerati “permanenti” e appartenente solo al corpo, e quindi “impermanente”. Spesso è associato a cuore (hṛdaya) e occhio (cakṣus) nell’accezione di “sentire” e “percepire”.
[22] Nello Yoga si parla di un certo numero di poteri paranormali o siddhi, che insorgono durante la pratica del samadhi. Secondo alcuni (cfr. Monier –Williams) le siddhi sarebbero capacità naturali dell’uomo perdute o dimenticate. Di solito si parla di otto siddhi maggiori ovvero diventare piccoli come un atomo (aṇimā), enormi (mahima), infinitamente pesanti (garima), infinitamente leggeri (laghima o potere della levitazione), essere capaci di andare ovunque si voglia (prāpti), di realizzare tutti i desideri (prākāmya), di avere la supremazia sulla natura (iṣṭva), di controllare a piacimento gli eventi atmosferici (vaśtva).A queste otto siddhi maggiori si aggiungono un numero variabili di siddhi minori tra le quali, appunto viśokā inteso come potere di allontanare il dolore (cfr. Viṣṇu Purāṇa).
[23] Jyotiṣmatī solitamente tradotto con “effulgenza” o “luce interiore” significa letteralmente “luce delle stelle” o “notte stellata”, ma il sutra 36 si presta a varie interpretazioni essendo jyotiṣmatī sia il nome di un particolare tipo di mattone usato per costruire gli altari per il sacrificio vedico del fuoco o yajña, sia il titolo della prima upaniṣad dedicata all’astrologia e alla magia, un testo oggi perduto chiamato anche Skanda Hora, e risalente alla civiltà dell’Indo. Essendo la parola jyotiṣmatī qui collegata alla parola viśokā, che indica uno dei poteri psichici (siddhi) della tradizione tantrica, si può supporre che il versetto 36 faccia riferimento ad uno specifico rituale o ad una tecnica collegata all’astrologia o ad una particolare percezione extrasensoriale.
[24] Vītarāga nel buddhismo tantrico è il potere del distacco dalle passioni che contraddistingue il sesto dei dieci livelli spirituali progressivi della via del Buddha, i Sādhāraṇabhūmi. In pratica è una delle qualità del Bodhisattva. I dieci Sādhāraṇabhūmi sono:
1)      Śuklavidarśanā (tibetano dkar po rnam par mthoṅ naḥi sa, tsing kouan) ovvero il livello della chiara visione.
2)      Gotra (rigs kyi sa, sing or tchong sing), ovvero livello del lignaggio spirituale.
3)      Aṣṭamaka (brgyad paḥi sa, pa jen or ti pa), o livello dell’ottavo santo (realizzazione della non insorgenza dei Dharma personali).
4)      Darśana (mthoṅ baḥi sa, kien or kiu kien), o livello dei veggenti.
5)      Tanū (bsrab paḥi sa, po), o livello dell’affievolirsi delle passioni.
6)      Vītarāga (ḥdod chags daṅ bral baḥi sa, li yu), o livello del distacco dalle passioni.
7)      Kṛtāvi (byas pa bsraṅ baḥi sa, yi tso or yi pan), o livello di colui che ha portato a compimento il proprio “dharma-karma”.
8)      Pratyekabuddha, o livello del muni o del Buddha solitario.
9)      Bodhisattva, ovvero i dieci livelli dei Bodhisattva.
10)   Buddha, o livello del realizzato non duale.
[25] Viṣayam tradotto spesso come “oggetto”, significa propriamente “luogo” ma in letteratura indica “la Città del godimento dei sensi” (Bhāgavata Purāṇa 4. 25. 52).
[26] Cittam, sinonimo di hṛdayam e tradotto talvolta con “malizia”, in letteratura viene usato nel senso di “cuore” (Bhāgavata Purāṇa 1.19. 15), “il mio cuore” (Bhāgavata Purāṇa 10. 83. 17), “la sua consapevolezza” (Bhāgavata Purāṇa 11. 15. 12), “la nostra mente” (Bhāgavata Purāṇa 10. 29. 34).
[27]  Vedi Bhāgavata Purāṇa 11.14.28.
[28] In Śārṅgadhara-Paddhati la parola indica “lo stato del fiore nell’atto di sbocciare”.
[29] Nel Sāhitya-Darpaṇa ālambana indica “la naturale connessione che lega una sensazione allo stimolo che l’ha prodotta”. Per i buddhisti indica invece i cinque attributi degli oggetti percepiti dai cinque sensi, cioè forma, suono, odore, gusto e tatto.
[30] Ho preso come riferimento la traduzione di swami Vivekananda (“Or by meditating on the knowledge that comes in sleep”), ma l’interpretazione del sūtra varia a seconda del senso che si vuol dire alla parola ālambanam, resa da Vivekananda con “by meditating”. Ālambanam, infatti può significare “supporto, sostegno, dimora” come in Kaṭh. Up.2.17. Oppure può indicare il legame che unisce un sentimento all’oggetto che lo causa, o la causa di un esperienza emotiva. Ma è anche un esercizio di visualizzazione in cui lo yogin cerca di annullare il dialogo interiore portando l’attenzione su un’immagine del dio persona, forma grossolana dell’Assoluto o ripetendo mentalmente una preghiera o una formula. Per i buddisti ālambanam indica invece i cinque attributi degli oggetti dei sensi, ovvero: rūpa (forma), rasa (sapore), gandha (odore), sparśa (tangibilità) e śabda (suono). Se usassimo la terminologia buddhista, il sūtra 38 potrebbe essere un’indicazione a portare l’attenzione sulla percezione sensoriale degli oggetti del sogno e delle visioni che possono insorgere nello stato di sonno o di meditazione profonda.
[31] Yathā significa “come, a causa di” (vedi Mahābhārata), ma viene usato anche nel senso di “quello, in modo che, così che” (vedi Ṛg veda).
[32] Dhyānād (o più correttamente Dhyānāt), ablativo singolare di Dhyāna, solitamente tradotto con “meditazione” in Bhāgavata Purāṇa 4.9.10 viene usato nel senso di “dalla meditazione su…, frutto della meditazione”. Dhyāna a sua volta tradotto con “meditazione” può essere inteso come “assorbimento totale nei pensieri” o come “trance derivante dalla meditazione profonda”.

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