mercoledì 6 maggio 2020

L'INSEGNAMENTO DELLO YOGA - LA VIA DEGLI ASTRI E IL CONCETTO DI QUALIFICAZIONE










Negli ultimi tempi mi sono trovato spesso a discutere del rapporto tra pratica ed erudizione.
L’erudizione, soprattutto per un ricercatore o un formatore di insegnanti di Yoga, è una necessità: conoscere la storia dell’India, le regole grammaticali del sanscrito o i rapporti tra filosofia indiana e filosofia occidentale aiuta a farsi un’idea attendibile del processo di nascita ed evoluzione di ciò che definiamo Yoga e ad accumulare un bagaglio di nozioni indispensabili per chi, per lavoro o per passione, si dedica alla divulgazione e all'insegnamento delle pratiche psicofisiche indiane, ma in alcuni casi l’erudizione – o meglio la fame di conoscenza "ordinaria" - può trasformarsi in un problema.

L’essere umano è spinto sempre ed esclusivamente dal desiderio: desiderio di conoscere, desiderio di possedere, desiderio di ottenere piacere o sfuggire il dolore.
Persino la ricerca del distacco dai piaceri sensoriali nasce dal desiderio, il desiderio di liberarsi dalle passioni.

Il desiderio di conoscere, alimentato dall'innata ansia di incompiutezza dell’essere umano, può condurre ad una sorta di nevrosi che porta l’erudito al voler accumulare un numero sempre più elevato di nozioni e a creare un personale sistema di interpretazione che lo porta ad esaltare il suo sapere e a perdere di vista lo scopo iniziale della sua ricerca: conoscere.

La nevrosi nasce dai naturali limiti della mente umana (intendo la mente “raziocinante”): 
il campo di azione della conoscenza "eruditiva" è infinito e ogni citazione, ogni pagina, ogni libro rimandano ad altre citazioni, pagine e libri che contribuiscono alla creazione di ardite architetture di parole, mirabili sistemi di interpretazione della realtà creati dalla mente per la mente.

Molti di noi conoscono il piacere che scaturisce dal pronunciare una “perifrasi ad effetto” o dal narrare storie affascinanti che, lette o ascoltate da altri, sono state fatte proprie con l’aggiunta di dettagli e coloriture personali che danno al racconto il sapore dell’originalità o, addirittura, dell’esperienza vissuta.
Si tratta di un piacere effimero, ma intenso, legato all'arte dell’affabulazione, simile alla soddisfazione che si prova nel raccontare barzellette o nel proporre indovinelli o giochi matematici.

È letteratura, o meglio teatro.
Il teatro è una gran bella cosa, si indossano maschere, parole e gesti altrui e si gioca a rappresentare la realtà fino a comprendere, in alcuni casi, che la realtà stessa non è altro che un gioco.
Il problema nasce quando si dimentica la natura effimera del gioco, e scambiamo la maschera per il volto.
Se uno per tutta la vita, interpreta il ruolo del militare, del professore, dell’ingegnere o del buon padre di famiglia poco male, ma se decide di abbracciare la via dello yoga – o dello zen o del taoismo… - allora son dolori.

Nell'insegnamento dello yoga non si accumulano maschere ed abiti di scena, ma ci si spoglia inesorabilmente – neti neti…non questo, non questo - di ogni genere di orpello.
Le perifrasi ad effetto, i giochi di parole, le ardite costruzioni mentali si scontrano con un muro bianco, impenetrabile, che viene detto qualificazione.

La “qualificazione dell’aspirante” è il punto fondamentale dell’insegnamento dello yoga (e dello zen e del taoismo…) ed è il meno comprensibile.
Ovviamente non è cosa che riguarda le migliaia di onesti praticanti che aspirano a migliorare lo stato di salute, sia fisico sia psichico -  proprio e altrui, né a coloro che scelgono di studiare e divulgare lo yoga o la filosofia indiana.
Ma coloro che dicono o sperano di intraprendere la via verso quella che viene definita “liberazione” o realizzazione –ovvero gli “aspiranti” – presto o tardi si troveranno davanti al muro bianco.

La qualificazione non dipende né dall’intelligenza, né dalla volontà, né – tantomeno – dall’erudizione, ma da un insieme di fattori che –lasciando perdere, per adesso, la teoria della reincarnazione – dipendono dalle influenze della “Terra” - intese come talenti e caratteristiche ereditate insieme al DNA -  e dalle influenze del “Cielo” – intese come influenze di particolari asterismi nel momento della nascita.

In fondo non si tratta di un concetto di difficilissima comprensione: per fare un esempio grossolano se io mi metto a studiare la vita, la maniera di parlare, la maniera di allenarsi di Cristiano Ronaldo anche se mi alleno per 9 ore al giorno non riuscirò mai – fino a prova contraria - a giocare a calcio come lui, giusto?

Per lo Yoga – e lo zen e il taoismo – è la stessa cosa: l’insegnamento supremo - che conduce ad esempio al raggiungimento dello stato raggiunto dagli 84 Mahāsiddha o dai 18 Luo Han tradizionali, o alle cosiddette “realizzazioni parziali” - viene impartito solo a coloro che per nascita o per caso hanno determinate caratteristiche.

Chi conosce non superficialmente le dinamiche dell’insegnamento tradizionale sa benissimo di cosa si sta parlando, prendete ad esempio il caso del discussissimo Sai Baba: Aveva milioni di devoti che assistevano commossi alle sue esibizioni tra virgolette magiche; migliaia di allievi, suoi e dei suoi assistenti e – in tutta la sua vita – solo cinque (forse sei) persone che, fuori dai clamori e dalle luci della ribalta, hanno avuto, come discepoli, l’opportunità di accedere ai suoi insegnamenti sulla “Realtà ultima”.

Devoti, allievi e discepoli sono i tre gradi dell’apprendimento tradizionale:
-         Il devoto è colui che riconosce nel Maestro il principio divino, il “dio persona” o un tramite con la divinità.
-         L’allievo è colui che riconosce nel maestro, o nell'istruttore, qualcuno che ne sa più di lui e passa un certo periodo ad imparare tecniche tradizionali.
-         Il discepolo non riconosce, ma è riconosciuto dal maestro o da un collaboratore del maestro, per così dire, “addetto ai riconoscimenti”.

Il riconoscimento del discepolo, avviene in tre maniere diverse:

1.     Tramite una serie di coincidenze significative,
2.     Tramite una serie di segni fisici, solitamente localizzati nel cranio e nel collo;
3.     Tramite l’analisi del tema astrale.

Un esempio, assai noto, della prima modalità di riconoscimento è quella dell’episodio di Buddha e kashyapa:

“Prima di morire Buddha tiene un discorso davanti ad 80.000 monaci, improvvisamente tace e solleva un fiore rosso. 79.999 monaci osservano sbigottiti, uno sorride, è Kashyapa. Buddha “comprende” e gli chiede di seguirlo in una caverna dove gli consegnerà il “sigillo di Buddha” ovvero la chiave dell’insegnamento supremo.

La seconda modalità è interessante perché, soprattutto nelle scuole buddhiste e taoiste, ci sono dettagliatissimi elenchi di segni fisici: da un particolare bozzo sul sincipite, ad una particolare conformazione del “gozzo”, ad un triangolo equilatero o disegnato dalle linee del palmo mano.

La terza modalità dipende dagli Yoga positivi, ovvero dagli asterismi presenti al momento della nascita. L’asterismo più positivo in assoluto è detto Rāja Yoga, ed è considerato un simbolo della realizzazione in ambito spirituale (maestri illuminati, grandi guru ecc.) e/o materiale (Re, grandi guerrieri, grandi politici).

Riconoscere una persona che ha il Rāja Yoga nel tema di nascita non è affatto difficile: i fortunati possessori di questo asterismo sono gli unici a poter disegnare sulla fronte il Rāja Tilaka, una linea rossa verticale che dal punto tra le sopracciglia sale fin quasi all’attaccatura dei capelli.



Veniamo adesso alla parte più difficile della faccenda, difficile perché illogica e,quindi, incomprensibile agli eruditi, più o meno consciamente impegnati nella costruzione di un sistema logico e onnicomprensivo:
L’insegnamento dello Yoga, di questo yoga, è soggettivo, nel senso che ogni discepolo o gruppo di discepoli con la medesima qualificazione, riceverà un insegnamento orale parzialmente o completamente diverso da quello impartito ad altri.

Per cercare di spiegarlo faremo l’esempio del mantra.
Quanti di noi hanno praticato o addirittura insegnato un mantra dopo averlo letto su un libro o ascoltato durante  una lezione o un rito?

Probabilmente avranno notato che, a parte un generico benessere – quando va bene – il mantra non ha provocato nessun effetto particolare.

La mancanza di effetti sperimentabili può dipendere da due fattori:
1. L’ignoranza della struttura del mantra, che solitamente viene insegnata nell'insegnamento orale;
2.     La non qualificazione del praticante, ovvero l’uso di particolari suoni che su di lui sono “sterili”.

Tradizionalmente un mantra è caratterizzato da sei membra:

1.      La “testa” è il ṛṣi, ovvero l’autore del mantra che fa da tramite tra le energie della natura che si vogliono “attivare” o “controllare”;
2.     La “gola” è il “chanda”, inteso qui come metrica e pronuncia;
3.     Il cuore è la divinità di riferimento, o mantra devatā, ovvero la fonte dell’energia che si vuole attivare;
4.     I genitali sono il bīja, ovvero un “seme sonoro” da cui prende origine il mantra, e che può sia essere esplicitato nel testo, sia nascosto;
5.     Gli arti sono la Śakti, che va intesa come la particolare energia di quello specifico mantra che fluisce nel corpo con uno specifico un ritmo ed una specifica direzione;

Si dirà che rintracciare su internet o in una buona biblioteca queste prime “cinque membra del mantra” –a parte il movimento e il ritmo della Śakti che sono frutto dell’esperienza per un ricercatore o un semplice curioso non è affatto complicato; più difficile sarà, senza un’istruzione tradizionale, recuperare la sesta parte del mantra, il “kilak”, ovvero l’anima del mantra.

6.     Il kīlaka, letteralmente pilastro,è la chiave di accesso al potere del mantra, ovvero la maniera di renderlo efficace.

Il kīlaka – kilak – che alcuni intendono come l’insieme degli insegnamenti orali che riguardano il significato del mantra e i riferimenti mitici, si riferisce soprattutto alla maniera di recitare il mantra in relazione alla fisiologia sottile e all’astrologia.

Senza il kīlaka il mantra è sterile perché non innesta il processo definito nāḍī bandha.
Quella dei bandha - forse, la tecnica fondamentale dello Yoga medioevale –è una pratica che consiste nel chiudere determinati canali energetici con la contrazione dei muscoli sottili unita, all’esecuzione di particolari gesti (mudrā) - e posture (āsana).
Nell’arte dei mantra il nāḍī bandha – ovvero la chiusura di determinati canali con la conseguente “risalita” dell’energia definita Kuṇḍalinī - avviene – dovrebbe avveniresenza l’intervento della volontà sui muscoli sottili, ma grazie alla corretta esecuzione, ovvero:
-         Giusto respiro;
-         Giusta intonazione;
-         Giusta pronuncia;
-         Giusta metrica;
-         Giuste visualizzazioni;
-         Giusto riferimenti astrologico-astrologici e, di conseguenza, giusto momento del giorno o dell’anno in cui recitare il mantra[1].

Facciamo un esempio con il “mio” mantra lunare.
Al momento della mia nascita la Luna era in una posizione che nell’astrologia viene legata alla costellazione dell’Ariete, in altre parole il mio segno lunare è l’Ariete.
Il mantra della Luna in Ariete –ovvero i Bija efficaci durante questa configurazione astrale che si verifica per due ore, una volta ogni 24 ore – è “AIṂ KLĪṂ SAUḤ”.

In genere questo mantra, che fa parte della tradizione detta Śrī Vidyā viene recitato visualizzando il primo suono – AIṂ – sulla punta della lingua, il secondo - KLĪṂ – ai capezzoli e il terzo – SAUḤ – al glande.

Se voglio attivare il mantra nel momento più propizio – ovvero durante il passaggio della luna dal segno dei Pesci al segno dell’Ariete – lo dovrò visualizzare come una energia – per esempio un fluido bianco e fresco, denso come il mercurio liquido -  e fargli percorrere l’itero zodiaco a partire dall’Ariete.

Nel corpo i segni zodiacali sono disposti intorno alla “ruota dell’ombelico”, in questa maniera:

Segni Femminili
Segni Maschili

ARIETE
TORO
GEMELLI
CANCRO
LEONE
VERGINE
BILANCIA
SCORPIONE
SAGITTARIO
CAPRICORNO
ACQUARIO
PESCI


A sinistra sono situati i segni maschili, mentre a destra sono situati i segni femminili.
La recitazione dei tre bija per ogni segno zodiacale, avverrà quindi contemporaneamente alla visualizzazione del liquido “lunare” che circola a spirale seguendo il percorso Ariete-Toro-Gemelli-Cancro ecc. per tornare all’Ariete.

Dopo 108 ripetizioni, ovvero sei cicli completi dello zodiaco visualizzato intorno all’ombelico, si attiveranno i “Maṇḍāla degli elementi” - TERRA, ACQUA, FUOCO, ARIA, SPAZIO -  disposti attorno ad ogni “segno zodiacale” e si attiveranno i canali che collegano i “Maṇḍāla degli elementi” dell’ombelico ai “Maṇḍāla degli elementi”delle narici, ecc. ecc.
Questa pratica, che ha il massimo effetto durante l’equinozio di primavera e l’equinozio di autunno – non produrrà nessun effetto, o produrrà effetti ridotti, in coloro che:
1)    Non hanno la Luna in Ariete nel Tema di nascita;
2)    Non sono qualificati allo “Yoga delle energie sottili (detto talvolta Kriyā yoga da non confondersi con gli insegnamenti di Yogananda);
Ovviamente quello che ho fatto è solo un esempio, ma vediamo adesso su cosa si basa la pratica che unisce i suoni agli asterismi.

Come abbiamo accennato per lo yoga tradizionale – ovvero per l’elaborazione medioevale del sapere vedico – la “persona umana” è frutto dell’unione di due fattori, uno, diciamo terreno ed uno celeste.

Per fattore terreno potremmo intendere il “plasma germinale” degli evoluzionisti del primo novecento, un qualcosa che passa con il DNA di generazione in generazione arricchendosi, di volta in volta, delle informazioni –  o engrammi - relative alle esperienze dei nostri genitori, nonni, trisavoli.

Per fattore celeste potremmo invece intendere i मरीचि marīci o “raggi della creazione”, provenienti dalle stelle.

marīci sono sono “radianze stellari” che provengono dalle 27 “mansioni lunari” dell’astrologia indiana, nakṣatra.




Da ogni nakṣatra provengono 13,3333(tredici e trentatré periodico) “raggi della creazione", per un totale di 360 raggi - uno per ogni grado dell’Ellittica – che al momento della nascita giungono nel corpo sotto forma di “suono luce” e vanno “a nascondersi” sotto i sei cakra “fondamentali” in quest’ordine:

56 Relativi all’energia “FUOCO” al mūlādhāra cakra, il plesso del perineo;
62 Relativi all’energia “FUOCO” allo svadhiṣṭhāna cakra, plesso dei genitali;
52 Relativi all’energia “SOLE” al maṇipūra cakra, plesso dell’ombelico;
54 Relativi all’energia “SOLE” allo anāhata cakra, plesso del cuore;
72 Relativi all’energia “LUNA” al viśuddha cakra, plesso della gola;
64 Relativi all’energia “LUNA” allo ājñā cakra, plesso della fronte;

Di questi 360 raggi 252 restano “silenti”, nel senso che sono come semi che possono germogliare in condizioni particolari e 4 raggi per ciascuna delle 27 “mansioni lunari”, ovvero 108 - come i 108 elementi della natura secondo gli antichi fisici indiani - attivano, per così dire, le innate caratteristiche che riconosciamo in ogni persona: altezza, colore della pelle, occhi, carattere, emozioni…fino al destino, un destino che è in qualche modo sempre potenziale, nel senso che le energie provenienti dagli astri sono opportunità – yoga – che possono essere colte o meno.

La combinazione di quello che abbiamo chiamato “plasma germinale” (fattore terreno, identificabile con le combinazioni delle 50 sillabe dell’alfabeto sanscrito inscritte nei petali del cakra) e delle opportunità stabilite dai raggi della creazione al momento della nascita, danno vita ad un “ente” assolutamente unico.

Nell'indefinita possibilità delle combinazioni tra “plasma germinale” e “raggi della creazione” accade che alcuni esseri umani abbiano delle caratteristiche molto simili ed identiche, ed alcune di queste caratteristiche vengono identificate con i “talenti innati” o qualificazioni.

La qualificazione quindi è in pratica una opportunità di conoscenza.

Questa opportunità può condurre a rivivere le esperienze fatte da persone vissute in un passato recente o remoto e questo dà luogo ai concetti di reincarnazione, realizzazione e lignaggio (परंपर paraṃpara).

Se grazie alla pratica e all’erudizione, il praticante attiverà determinati “semi dell’esperienza” - ovvero la qualificazione – si ritroverà nella stessa condizione psicofisica di un tizio che, grazie alle medesime pratiche, lo stesso genere di erudizione e le stesse qualificazioni ha attivato gli stessi “semi” cento, trecento o duemila anni fa, e sarà, in un certo senso, considerato una sua incarnazione.

Questo significa che gli esercizi che il maestro chiederà di fare al discepolo “X” avranno senso solo per X e per coloro che abbiano la sua medesima qualificazione, e che potranno essere completamente diversi da quelli che non hanno la sua qualificazione.
Esercizi quindi che non potranno essere organizzati in un sistema didattico e non potranno far parte di un qualsiasi testo o manuale teorico.


[1] Questo attivarsi naturalmente del nāḍī bandha e quindi del processo di risalita della energia definita Kuṇḍalinī, secondo la fisiologia dello yoga, “potrebbe essere” causato dalla capacità del mantra di “espellere” dal corpo il cosiddetto “soffio mediano” o samāna vāyu, responsabile del “fuoco digestivo” o Jaṭharāgni.
L’espulsione creerebbe una condizione di “vuoto” nei canali della zona dell’ombelico, richiamando verso l’alto il cosiddetto soffio discendente - āpana – che, riscaldandosi, si modificherebbe in Kandarpa vāyu – “vento del desiderio” o “vento che infiamma anche gli dei” - provocando la risalita di Kuṇḍalinī.


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