mercoledì 3 marzo 2021

IL SANSCRITO E LE IRRITANTI ASSURDITÀ DEL SANDHI – CONFESSIONI DI UNO HAṬḤAYOGIN IGNORANTE






Le traduzioni, ad opera degli eruditi, dei manuali di Haṭḥayoga  mi hanno sempre fatto storcere il naso:

Versi di quattro parole vengono resi, a volte, con lunghissime perifrasi ad effetto, e indicazioni eminentemente pratiche vengono, a volte,  interpretate alla luce della Teosofia, della filosofia tedesca del XIX secolo o della Gnosi ellenistica.

faccio un esempio al volo, con un verso degli "Śiva Sūtra di Vasugupta  con il commento di Kṣemarāja" tradotti da Raffaele Torella, docente di sanscrito della Sapienza di Roma (edizioni Adelphi);

 

2.1 - Cittaṃ mantraḥ

 

Per uno haṭḥayogin il verso è estremamente chiaro: "il mantra è citta". Non c'è bisogno di aggiungere altro perché si tratta di termini tecnici. 

Cosa scrive Raffaele Torella, traducendo, immagino, Kṣemarāja?

"1. Il mantra è coscienza. Coscienza - ovvero ciò per mezzo di cui è percepita [...], è attinta, riflessivamente [...] la suprema realtà -, diretta esperienza [...] consistente nella consapevolezza riflessa di mantra [...] la cui natura è l'assoluto sfolgorante: appunto questo è il mantra, il quale così si chiama perché per mezzo di esso in maniera segreta, interiore, al di là di ogni differenziazione ,è raggiunta una consapevolezza riflessa della natura del supremo Signore [...]".

La traduzione/interpretazione del 1° verso del secondo capitolo di Śiva Sūtra è lunga tre pagine e alla fine, sempre che riesca a leggerle tutte,  il povero haṭḥayogin che in base alla sua esperienza pratica pensava che il verso parlasse, magari, semplicemente di una pratica operativa fondata sulle sillabe seme, si trova completamente avviluppato da parole e concetti che per lui sono estranei o quasi.

La prima reazione di uno haṭḥayogin davanti a queste mirabili dimostrazioni di erudizione - potrei fare decine di esempi - è solitamente di sconforto: il dubbio di aver gettato al vento anni di pratica - quasi cinquanta nel mio caso - è forte assai.

Dopo un po' però, forse per spirito di sopravvivenza, si fa strada anche la possibilità che esistano due diverse lingue sanscrite: una per yogin ed una per sanscritisti.

Lo Yoga – inteso come pratica di āsana, vinyāsa, mudrā, bandha, prāṇāyāma… - secondo me è un’arte, l’Arte dell’essere Umano, e come tutte le arti ha un proprio “gergo tecnico”, una specie di “slang” in cui frasi e parole assumono significati diversi rispetto all’uso comune e si usano allegorie e simbolismi chiari solo per gli “addetti ai lavori”. Prendiamo, per chiarire, l’esempio della danza classica:

Se io in una lezione pronuncio la parola “Allongé”, tutti gli allievi, a prescindere dalla comprensione della lingua francese, comprenderanno al volo l’indicazione e che stiano facendo un “Port de bras” o un “Arabesque” assumeranno una precisa posizione, codificata negli insegnamenti tradizionali; ma che accadrebbe se tra cinquanta o cento anni un “francesista” completamente digiuno di danza si trovasse a tradurre gli appunti di uno dei miei allievi?

Tradurrebbe correttamente “Allongé” con “allungato, sdraiato” o con “elongate” o magari, se fosse indiano, con “दीर्घ”, ma non riuscirebbe, mai a rendere perfettamente il senso dell’indicazione che al giorno d’oggi è invece chiaro e lampante per qualsiasi bambino/bambina che studia danza.

Secondo me c'è la possibilità che nello Haṭḥayoga  accada una cosa simile, soprattutto per ciò che riguarda i testi medioevali, scritti spesso in un sanscrito  imbastardito con  termini presi da altre lingue come il tibetano o il gujarati, per cui da una quindicina di anni ho preso l'abitudine di tradurre alcuni brani da solo: confronto varie traduzioni, poi prendo le singole parole e ne cerco il significato letterale sul Monier-Williams, che pare sia un dizionario affidabile.

In alcuni casi i risultati mi danno ragione, come, nel caso del Vedāntasāra, un manuale "tecnico" di Vedānta che ho tradotto nel 2007; si legge per esempio nel versetto 64:


“Bhuddir nāma niścayātmiantaḥkaraṇavṛttiḥ.”

वृत्तिः vṛttiḥ = “specializzazione”;

अन्तःकरण antaḥkaraṇa  = “Organo interno”;

आत्मिक ātmika = "basato su...", "caratterizzato da...";

निश्चय niścaya = “certezza”, “deliberazione”;

नाम nāma = "sta per..", "vuol dire...".

Traducendo da “ignoranti”, ovvero rendendo solo il significato letterale più comune avremo:

“La specializzazione dell’organo interno caratterizzata dalla certezza è chiamata Buddhi”.

 Facile no?

Il Vedāntasāra è scritto tutto, più o meno, in questa maniera e anche chi come me non mastica bene le lingue, ma ha una discreta conoscenza di pratiche e termini tecnici può farsi un'idea di cosa volesse dire l'autore. In altri casi, devo ammetterlo, ho preso invece delle cantonate epiche. Le mie non rare debaclé dipendono in special modo da una serie di regole grammaticali che piacciono tanto ai sanscritisti, ma che agli ignoranti come me appaiono assai cervellotiche.

Guardate questo mantra:

 नमः शिवाय

La maggior parte di noi yogin lo riconosce anche se abbiamo poca dimestichezza con il sanscrito perché è scritto su quasi tutte le sciarpe, le magliette e i ninnoli che abbiamo riportato dall'India: 

È il mantra di “Shiva”, OM NAMAH SHIVAYA, nella traslitterazione IAST  namaḥ śivāya;

Supponendo che tutti conoscano il significato di  andiamo sul vocabolario a cercare gli altri vocaboli e troviamo:

-         Namaḥ = “saluto”, “omaggio”;

-         Śivāya = “a śiva”, “al benefico”;

Chiaro e semplice: “OM SALUTO A SHIVA”

Adesso vediamo un altro mantra:

 नमो भगवते वासुदेवाय

Nella traslitterazione IAST  namo bhagavate vāsudevāya;

Gli yogin - “sanscritisti ignoranti” come me - sanno che “bhagavate vāsudeva” è un modo per indicare Viṣṇu e visto che alla fine del mantra c’è “āya” si può pensare che il significato sia simile a quello del mantra precedente -  नमः शिवाय – giusto?

Quindi  नमो भगवते वासुदेवाय potrebbe significare più o meno “OM SALUTO A VISHNU”, ma se vado a cercare la parola “namo” sul dizionario rischio di non trovarla. Il motivo è semplice: in un certo senso “namo” non esiste, perché è una maniera di scrivere e leggere “namaḥ”. Il motivo di questa trasformazione – aḥ che diventa oè puramente “estetico”:

-          Namaḥ śivāya, secondo i grammatici, è “bello” perché l’aspirata aḥ si lega bene alla ś “dura” di śiva;

-          Namaḥ bhagate vāsudevāya invece è “brutto” perché l’aspirata aḥ non si lega bene alla consonante “morbida” bha, per cui, senza nessun altro motivo – per un sanscritista ignorante - che un “soggettivo” concetto di bellezza, namaḥ si trasforma in namo.

“Bene!” - Penserà il sanscritista ignorante – “ho capito”: quando aḥ è seguito da una consonante “dura” si scrive aḥ, quando è seguito da una consonante “morbida” si scrive o". Facile! Ma anche no, perché la stessa parola, namaḥ, diventa invece namas in namaste che significa “SALUTO A TE”, e in questo caso più che di bellezza del suono -  l’aspirata aḥ non si lega male alla consonante “dura” t - si tratta di bellezza della grafia, giacché नमस्ते, namaste è considerato più elegante di नमः ते, namaḥ te.

Namonamas-namaḥ sono quindi esattamente la stessa parola con il medesimo significato e non è facile, per il sanscritista ignorante, intuire le ragioni dell’uso di una o l’altra forma.

Le regole di combinazione delle sillabe sanscrite – regole del “sandhi” – sono per uno yogin ignorante come me – astruse e illogiche. La prima regola asserisce che “due vocali successive devono essere sempre combinate”; ad un erudito sanscritista sembrerà normale, ma a uno come me che si intende solo di posture, sequenze, bandha e mantra risulta un po’ stravagante.

È come se invece di “gatta incinta” io dovessi scrivere (e leggere) “gattencinta” tutto attaccato e invece di “cieli azzurri” “cielyazzurri”! A dir poco stravagante.

Ma la situazione in sanscrito è decisamente più complessa perché noi italiani abbiamo solo sette vocali (a, i, u, e, è, o e ò) e loro quattordici, e le regole sono scritte in modo da rendere praticamente impossibile riconoscere l’origine di certe parole composte.

Faccio un esempio eloquente:

Per le regole del sandhi a + a = ā, e qui ci siamo, è come dire che 1+1=2;

Ma anche ā + a = ā e ā+ ā sono sempre uguali ad, ovvero 2+1= 2 e 2+2=2!

Riportando questa regola cervellotica nella traduzione di una parola – sempre che la mia ignoranza non mi porti a sbagliare -  se io leggo in un testo

शिवानन्द = śivānanda, visto che शिव = Śiva, शिवा = Śivā, आनन्द = Beatitudine e अनन्द= “Non-Gioia” non so se significa:

Śiva  + ananda (Shiva + triste);

Śiva + ānanda (Shiva + beatitudine);

Śivā + ānanda (la “Sposa di Shiva”, dea delle sillabe, + beatitudine);

Oppure

Śivā + ananda (la “Sposa di Shiva”, dea delle sillabe, + triste);

La verità – sempre che non abbia fatto errori grossolani – è che i sanscritisti traducendo un brano “vanno a senso”, a intuito, fidandosi del loro sapere, dell’esperienza e delle personali credenze, così che può capitare che le traduzioni, che so…della Bhagavadgītā, fatte da un fervente cattolico, da un ateo da uno śaiva o da un vaiṣṇava siano differenti l’una dall’altra, anche in maniera sostanziale.

Le regole del sandhi, se non si ha un amore sviscerato per la grammatica, appaiono come un sadico tentativo di complicare la vita di noi poveri haṭḥayogin ignoranti, ma bisogna ammettere che, a volte, dare un’occhiata alle illogiche regole del sandhi può riservare delle affascinanti sorprese.

Guardiamo ad esempio “4a REGOLA PRIMARIA DEL SANDHI”

 

-          La vocale semplice “i”, sia lunga sia breve, quando è seguita da una vocale diversa si trasforma in “y”;

-          La vocale semplice “u”, sia lunga sia breve, quando è seguita da una vocale diversa si trasforma in “v”;

-          La vocale semplice “ṛ”, sia lunga sia breve, quando è seguita da una vocale diversa si trasforma in “r”;

-          La vocale semplice “ḷ”, sia lunga sia breve, quando è seguita da una vocale diversa si trasforma in “l”.

 

 

Facciamo alcuni esempi:

योगि  + आनन्द = योग्यानन्द

yogi + ānanda = yogyānanda (beatitudine di uno yogi);

 

गुरु + ईश = गुर्वीश

guru + īśa = gurvīśa (signore dei guru);

 

मातृ + इच्छा = मात्रिच्छा
mātṛ + icchā = mātricchā (volontà/desiderio della madre);

 

+ उपदेश = लुपदेश

ḷ + upadeśa = lupadeśa (l’insegnamento della lettera “ḷ”)

 

 

"SVĀDHIṢṬHĀNA CAKRA"

In questa 4a regola, bizzarra come lo sono – per me – tutte le regole del sandhi -  fanno la loro comparsa le lettere “y”, “v”, “r” e “l”, che rivestono una certa importanza per lo Haṭḥayogin, e sono presenti nella forma यं yaṃ, रं raṃ, लं laṃ e वं vaṃ - ovvero comprensivi di “a” e puntino sopra la sillaba (reso nella traslitterazione IAST con “ṃ” – nella rappresentazione del cakra dei genitali, detto स्वाधिष्ठान svādhiṣṭhāna. 

Cosa vuol dire svādhiṣṭhāna? Adesso che abbiamo parlato delle prime regole del sandhi, possiamo azzardare una traduzione tenendo conto che la parola potrebbe essere composta sia da स्वा svā + अधिष्ठान adhiṣṭhāna, sia da स्व sva + अधिष्ठान adhiṣṭhāna.

अधिष्ठान adhiṣṭhāna è un termine tecnico dell’architettura indiana e significa, “pilastro” o “base” riferiti ad un tempio o ad una colonna; per allargamento semantico significa anche “seggio” o “dimora” – soprattutto di un re o di un governatore – o “capitale di uno stato”,. Nel buddhismo prende il significato di “iniziazione” considerata “la base” dell’illuminazione.

Nel nostro caso -  स्वाधिष्ठान svādhiṣṭhāna -  अधिष्ठान adhiṣṭhāna viene tradotto di solito con “dimora”;

स्वा svā invece in questo caso viene di solito tradotto come “suo”, “di lei” riferito ad una donna della propria casta o famiglia ovvero, per lo  Haṭḥayoga, a Kuṇḍalinī; Per cui स्वाधिष्ठान svādhiṣṭhāna =  स्वा svā + अधिष्ठान adhiṣṭhāna = “la dimora di Kuṇḍalinī”.

Per ciò che riguarda स्व sva può essere inteso come “proprio” o come “se stesso” e viene usato indifferentemente nel senso di “mio”, “tuo”, “suo”, “nostro”[1], ma nel Vedānta viene inteso nel senso di “il sé”, “il proprio sé” per cui स्व sva + अधिष्ठान adhiṣṭhāna = स्वाधिष्ठान svādhiṣṭhāna = “la dimora del proprio sé” o “la sua dimora” riferito al Sé.

In tutti e due casi sembra di capire che il चक्र cakra chiamato स्वाधिष्ठान svādhiṣṭhāna, situato nella zona dei genitali, riveste un ruolo fondamentale nelle pratiche yogiche perchè è la "dimora" di una divinità o delproprio "essere".

Viene rappresentato come un fiore di loto a sei petali.

Nel centro – pericarpo – sopra ad una mezzaluna il cui colore varia a seconda delle diverse scuole – talvolta è bianca, altre argento, altre verde - è inscritta la sillaba वं vaṃ che per lo yogin rappresenta:

 

-          L’elemento Acqua;

-          Il gusto;

-          La capacità di generare;

-          La lingua;

-          Gli organi genitali.

-           

Sui sei petali sono invece iscritte, dall’alto verso il basso in senso orario, queste sillabe:

 

1.       बं baṃ;

2.       भं bhaṃ;

3.       मं maṃ;

4.       यं yaṃ;

5.       रं raṃ;

6.       लं laṃ.

 

 


Per lo yoga medioevale queste sei sillabe e i petali in cui sono inscritte non sono semplicemente lettere dell’alfabeto, ma hanno altri significati, la cui conoscenza è indispensabile per la corretta pratica dello Haṭḥayoga.

La sillaba vaṃ e la mezzaluna centrali rappresentano “l’energia creativa” – collegata allo sperma – di una divinità definita ईशान īśāna e identificabile con una forma “luminosa” di śiva.

Le sillabe inscritte nei petali rappresentano invece delle “specializzazioni”, वृत्ति vṛtti, dell’energia sessuale, che in genere sono descritte in questa maniera:

1.       बं baṃ = “affetto”;

2.       भं bhaṃ = “spietatezza”;

3.       मं maṃ = “distruttività”;

4.       यं yaṃ = “illusione”;

5.       रं raṃ = “disprezzo”;

6.       लं laṃ = “sospetto”.

Ogni sillaba inscritta nei petali dei sei cakra tradizionali rappresenta una energia particolare – una शक्ति śakti – con valenze sia positive sia negative.

Nel “sanscrito degli Haṭḥayogin” – diverso, almeno secondo la mia esperienza, dal sanscrito degli eruditi – queste energie, considerate “forme della dea”, sono in totale 64 e vengono chiamate खेचरी khecarī o talvolta योगिनी yoginī.

Le 64 khecarī sono il risultato delle modificazioni di 8 forme primarie della dea chiamate anch’esse khecarī o मातृका mātṛkā - “piccole madri” – che sono simboleggiate da quelle che, per lo yogin, sono la prima determinazione delle sillabe dell’alfabeto, ovvero le sillabe:

अं aṃ आं āṃ इं iṃ ईं īṃ  उं uṃ ऊं ūṃ रं raṃ लं laṃ;

Le śakti di queste sillabe sono chiamate con nomi diversi nelle diverse scuole, ma in genere vengono identificate con le otto spose di otto divinità che rappresentano le otto diverse direzioni dello spazio, dette, talvolta:

-          ईन्द्राणी īndrāṇī;

-          अग्निमातरा agnimātarā;

-          याम्यमात्री yāmyamātrī;

-          राक्षसी rākṣasī;

-          वारुणी vāruṇī;

-          वायवी vāyavī;

-          कुबेरा kuberā;

-          ईशानी īśānī;

 

 

Le khecarī rappresentano l’energia inestinguibile delle sillabe dell’alfabeto che a loro volta rappresentano, con le loro possibili combinazioni, l’insieme delle possibilità di manifestazione nel mondo materiale e, nell’essere umano, l’insieme dei processi fisici, psichici e mentali.

Nello Haṭḥayoga hanno dimora in un cakra, tra virgolette, segreto, posto in prossimità del cakra della fronte.

La loro essenza discendendo nel cakra della gola alla nascita dell’individuo prende forma udibile – materiale, e quindi soggetta a consunzione e dissolvimento - nel cakra della gola, trasformandosi nei sedici suoni vocalici, da cui a loro volta derivano le altre sillabe inscritte nei petali e nel pericarpo dei cakra “tradizionali”.

 Dalle “piccole madri”, come meglio spiegheremo in seguito, derivano quindi:

-          Le 16 vocali inscritte nel cakra della gola;

-          Le 5 sillabe seme inscritte nei pericarpi dei fiori di loto più la forma udibile di inscritta nel cakra della fronte;

-          Le 12 consonanti inscritte nel cakra del cuore;

-          Le 10 consonanti inscritte nel cakra dell’ombelico, le 3 consonanti e le 3 semivocali inscritte nel cakra del genitali;

-          La semivocale e le 3 “sibilanti” inscritte nel cakra del perineo;  

-          Le 2 sillabe inscritte nei petali del cakra della fronte.

In tutto, tra sillabe inudibili e sillabe udibili avremo quindi 8+16+6+12+10+6+4+2 =64 sillabe.

L’intero percorso dello Haṭḥayoga è finalizzato all’estrazione dalle “64” sillabe dell’essenza delle sillabe – intese come insieme delle possibilità di manifestazione -  definita अमृत amṛta. In questo processo alchemico le sillabe sanscrite si pongono come veicoli e insieme strumenti per visualizzare e indirizzare le cosiddette energie sottili che vengono mosse grazie ad una serie di azioni fisiche o per meglio dire “meccaniche” che vengono definite āsana, mudrā e bandha. Azioni “meccaniche” che interessano in particolar modo la zona genitale e la zona della gola, fino ad arrivare aduna sospensione delle correnti energetiche, e quindi del suono/respiro “esteriore”, che coincide con un azione fisica, chiamata khecarī mudrā, mediante la quale viene stimolato “fisicamente” con la lingua, il cerchio delle khecarī.

Per arrivare a questo stato occorre prima purificare l’insieme, Corpo-Parola-Mente con varie tecniche sia esteriori – abluzioni, massaggi, posture – sia interiori.

Tra le tecniche interiori c’è anche la “purificazione” dei bīja akṣara, ovvero delle sillabe inscritte nei petali dei cakra, in modo da “sospendere” le loro vṛtti, ovvero “ripulirle” dalle modificazioni che le sillabe subiscono “naturalmente” nella loro discesa verso la manifestazione grossolana. Si tratta di tecniche tutto sommato semplici, basate sulla recitazioni delle sillabe e sulla contemporanea visualizzazione dei petali e del pericarpo dei cakra:

Ecco per esempio la tecnica di purificazione delle vṛtti delle sillabe del cakra dei genitali, che, come avevamo visto sono:

-          बं baṃ = “affetto”;

-          भं bhaṃ = “spietatezza”;

-          मं maṃ = “distruttività”;

-          यं yaṃ = “illusione”;

-          रं raṃ = “disprezzo”;

-          लं laṃ = “sospetto”.

 

1)      Si visualizza il fiore di loto con i petali chiusi recitando il suono ;

2)      Si visualizza un petalo e la volta, dall’alto in basso, in senso orario, recitando un “VAṂ” per ogni petalo, si immagina di “dargli vita”, di “dargli energia”.

3)      Recitando di nuovo il suono si visualizza di nuovo il fiore di loto, ma stavolta con i petali aperti, di colore rosso;

4)      Si recita la sillaba inscritta in ciascun petalo – sempre dall’alto in basso in senso orario, immaginando che le sillabe siano di colore giallo (color fulmine è detto nei testi);

5)      Si conclude recitando di nuovo la sillaba e contemplando il loto, rosso, con le sillabe gialle e la mezzaluna centrale bianco brillante.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Per esempio: “incolpano se stessi”  = “svaṃ nindanti”;

 “Il re mandò suo fratello a casa propria” = “rājā bhātaraṃ sva-gṛham preṣayām-āsa.

 


 [PP1]

 [PP2]

 [PP3]




 

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