sabato 6 marzo 2021

LE MILLE TRADUZIONI DELLA BHAGAVADGĪTĀ E I FILTRI COGNITIVI – CONFESSIONI DI UNO HAṬḤAYOGIN IGNORANTE N.2.

 


Il mio ultimo post sul sanscrito – “Confessioni di uno Haṭḥayogin ignorante” – ha suscitato un acceso dibattito, e visto che confronti e condivisioni, secondo me, per un ricercatore sono indispensabili stimoli, ho pensato di scriverne la seconda parte.


Tanto per chiarire la mia intenzione non è certo quella di insegnare il sanscrito ai sanscritisti: sarebbe come rubare in casa dei ladri!


È come se un illustre linguista venisse ad insegnare bandha e mudrai miei allievi quasi tutti istruttori e praticanti esperti: sarebbe ridicolo! 

Esattamente come sarei ridicolo io se volessi insegnare le regole del sandhi ad un gruppo di eruditi sanscritisti.

I miei sono semplici tentativi di collegare due ambiti che, nonostante l’apparente vicinanza, mi pare che, a volte, facciano fatica a comunicare tra loro.


Le difficoltà di comunicazione – ribadisco che è una mia opinione e non un fatto acclarato – secondo me dipendono da quelli che ai miei tempi venivano chiamati “filtri cognitivi” e che adesso hanno preso il nome di bias, parola credo di origine francese che dovrebbe significare “obliquo/obliqui”.


I Bias sono dei corto circuiti mentali che ci impediscono di vedere la realtà così come è, nel senso che, in buona fede tendiamo a prendere fischi per fiaschi, come faccio io quando cerco di tradurre il sanscrito senza conoscerne perfettamente le astruse regole grammaticali.


Uno dei filtri cognitivi più comune è quello che ci fa “scambiare una parte per il tutto” e ci porta a pensare di aver sempre ragione.


Supponiamo, per rimanere in tema, che io sia un esperto sanscritista:

La lingua degli antichi yogin e veggenti per me non ha segreti e improvvisamente scopro - o credo di scoprire – delle analogie tra l’antico sapere vedico e la meccanica quantistica. 

Eccitato mi butto a capofitto nello studio della fisica moderna, e…divento vittima di uno strano incantesimo in virtù del quale credo di saperne di più di un Fisico dell’Enea o di un ricercatore della NASA.


La cosa strana è che se il ricercatore scientifico avrà costantemente dei dubbi, io invece avrò solo certezze e tanto meglio conosco il sanscrito tanto più prenderò abbagli nella meccanica quantistica.


È questo il meccanismo per cui storici acuti e intelligenti diventano immediatamente terrapiattisti o abilissimi commercialisti di Ladispoli diventano yogin illuminati dal giorno alla notte:

Si tratta di pura magia, da un certo punto di vista, e tutti, nessuno escluso, rischiamo di diventare vittime di miraggi e di prendere epocali cantonate, e più siamo preparati in un campo specifico più rischiamo di fare la figura dei cretini in un altro.


È il cervello umano che funziona così, non possiamo farci niente. L’unica possibilità che abbiamo è quella di discutere, condividere, confrontarsi e comprendere che “non sono sempre e solo gli altri a prendere cantonate” (altro comune filtro cognitivo).


Per continuare il discorso del problematico – per me ripeto -  rapporto tra sanscritisti eruditi e Haṭḥayogin, vorrei parlare della insostenibile relatività del sanscrito:

A meno che non siano copiate l’una dall’altra, le traduzioni di un testo tradizionale sono spesso – o sempre – completamente diverse l’una dall’altra.

Facciamo un esempio pratico con la Bhagavadgītā;

Prendete queste traduzioni:

1)      Marcello Meli, Bhagavad Gita, Milano 1999, Mondadori. ISBN 88-04-45395-8;

2)      Stefano Piano, Bhagavadgītā: Il Canto del Glorioso Signore, Cinisello Balsamo 1994; Edizioni Paoline. ISBN 88-215-2827-8;

3)      Anthony Elenjimittam, La Bhagavad Gita, Milano 1987; Mursia. ISBN 987-88-425-8824-5;

4)      Sri Aurobindo, Lo Yoga della Bhagavad Gita, Roma 1983, Edizioni Mediterranee; ISBN 9788827205433.

Basta leggere poche pagine per capire che si tratta di quattro libri diversi. Gli autori, tutti eminenti studiosi o addirittura maestri spirituali, non sono d’accordo neppure sul titolo.


Il povero Haṭḥayogin ignorante, che da decenni si sente ripetere che la Bhagavadgītā è il libro dei libri dello yoga, non sa che pesci prendere:

Apre il libro di Aurobindo e gli sembra che gli si chieda di abbracciare la Teosofia, legge Elenjimittam e ha l’impressione che la gītā sia stata scritta da san Paolo, Piano parla come un filosofo tedesco che ha scoperto la devozione e lo scritto dell’amico Marcello pare la versione indiana dell’Iliade.


Tutte e quattro le versioni sono belle e intriganti e non mi sogno neppure di mettere in dubbio l’opera di uno o l’altro dei traduttori - figuriamoci! – ma alla fine sono molto spaesato:

Insomma – viene da dire – potreste spiegarmi come lo spieghereste ad un bambino di otto anni che cosa c’è scritto nella gītā?”

Sembra quasi che gli eminenti traduttori non siano d’accordo neppure sul titolo, e, a dar retta a tutte le diverse interpretazioni nasce il sospetto che il sanscrito sia come la bottiglia verde di Bradbury, che cambia il contenuto a seconda dei desideri di chi la possiede.

 

Sono sicuro che tutti gli illustri letterati autori delle molte, migliaia credo, versioni della B.G. saprebbero giustificare con sagacia la scelta di un termine anziché un altro o l’adesione ad una scuola filosofica anziché un’altra, ma ciò non toglie che lo yogin rimanga parecchio confuso.


Tra l’altro questo fiorire di studi e versioni diverse ha il risultato di convincere sempre di più gli appassionati di yoga che la lettura della gītā sia indispensabile e si finisce per dedicare anni – quattro nel mio caso – a cercare di comprendere le sottigliezze linguistiche e filosofiche delle diverse traduzioni, abbracciando una volta la “via della Ragion Pura” e un’altra la “via della devozione” costruendo un micro-mondo che gira intorno a questo libro di 500 o 700 versi – per Diana! Non sono d’accordo neppure sul numero di versi i traduttori! -  e dimenticando il contesto storico, letterario e filosofico in cui è stato composto.


Non so se ci avete mai pensato, ma la massa poderosa di informazioni che circola sulla B.G. finisce per oscurare il Mahābhārata, il più lungo poema in versi della storia dell’umanità.


A prescindere dalle leggende le prime tracce di manoscritti recanti dei brani riconducibili al Mahābhārata risalgono al più tardi al XIV secolo della nostra era.


Nel XVII secolo un brahmino di Vārāṇasī - Nīlakaṇtha Caturdhararaccolse una serie di manoscritti in un’unica opera di 82.000 versi chiamata oggi “Mahābhārata settentrionale” o “vulgata”.


Due secoli più tardi – nel 1839 - l’Asiatic Society of Bengal, emanazione della Loggia Massonica di Calcutta, dette alle stampe una propria versione, derivata da quella di Nīlakaṇtha, ma con aggiunte moderne.


Nel 1936 viene terminata invece la versione detta “meridionale” composta da 95.000 versi e, infine, tra il 1918 e il 1943 venne alla luce la cosiddetta “versione critica” a cura dell’Oriental Research Institute di Poona, composta da 75.000 versi, cui nel 1972 sono stati aggiunti i 16.374 versi dell’Harivaṃśa opera dedicata alla vita di Kṛṣṇa.


Anche limitandoci alla versione critica - 75.000 versi – dobbiamo ammettere che all’interno del Mahābhārata i forse 700 versi della Bhagavadgītā sono una goccia nel mare; si tratta per così dire di un capitolo del VI libro - su XVIII – chiamato se non sbaglio “Libro di Bhīṣma”. 


“Perché” - si chiede lo Haṭḥayogin ignorante – “gli eruditi si accaniscono tanto su questo libro?” – ci deve essere qualcosa di “grosso” dietro, altrimenti non avrebbe assolutamente senso.


Sarebbe come se dall’Iliade – che per curiosità consta di 15.696 versi – si prendesse solo la storia di Patroclo e ci si scrivessero decine di versioni, centinaia di commenti e migliaia di glosse:


Patroclo prende le armi di Achille: i troiani fuggono, poi arriva Ettore e lo uccide. Fine.”


Pensateci: i motivi della scelta ci sarebbero e i temi da trattare – dall’amore/amicizia virile allo scambio di persona, dal potere del simbolo al sacrificio – sarebbero molti e appassionanti, ma trascurando il resto della storia Elena, Briseide, Menelao, Paride, Odisseo, Aiace, Calcante, Agamennone, Aiace…sarebbero ridotti a note a piè di pagina e il senso dell’intera storia verrebbe smarrito.


Per quale motivo il resto del Mahābhārata è così poco importante?


Possibile che nei restanti 74.500 versi non ci sia niente che valga la pena di un corso universitario, una traduzione o una conferenza?


Dato che da decenni si dice che il vero insegnamento dello yoga è celato nella B.G., il vero yoga è il karma yoga della B.G., il vero yogin è il guerriero Arjuna, impressionato dalla potenza di fuoco delle case editrici e delle università il povero Haṭḥayogin ignorante, ma entusiasta, si getta con tutta la sua energia nell’ardua impresa di scegliere la traduzione migliore e di cercare di capire quali sono le attinenze tra le gesta di Arjuna e la sua pratica.


In realtà, superata la voglia di ironizzare sulle centinaia di “samjaya uvāca”,Arjuna uvāca”, “śrī bhagavān uvāca”, il libro è bello e, a prescindere dalle diverse traduzioni non sembra troppo difficile per uno yogin: parla del Sāṃkhya, del karma, del “non agire”, del significato delle sillabe Oṃ Tat Sat… tutte cose che un Haṭḥayogin praticante mastica o dovrebbe masticare.


Quello che un po’ confonde, lo dico senza ironia, di solito sono le lunghe note e le lunghe “considerazioni/riflessioni” che molti traduttori inseriscono dopo ogni capitolo, tanto che ho pensato spesso, nei miei anni di studio della B.G. che se il testo fosse tradotto nella maniera più cruda possibile, senza le lunghe glosse che spezzano la lettura sia dei versi sia dei capitoli, sarebbe molto più gradevole e comprensibile; 

ma si tratta probabilmente di una mia errata supposizione: accade spesso – è uno dei “bias” più comuni - che l’ignorante creda di capire e sapere più cose dell’erudito.


La B.G. quindi, merita tutta l’attenzione che “le” danno gli eruditi?

Sicuramente si; a giustificare l’interesse basterebbe l’espediente narrativo dell’auriga veggente -   anzi chiaro-udente e chiaro-veggente – che racconta al re cieco il dialogo tra Arjuna e suo zio Kṛṣṇa: Bellissimo!


Qualunque sia la traduzione scelta, dopo la lettura della Bhagavadgītā lo haṭḥayogin ignorante si sente colmo di gratitudine sia nei confronti dell’ignoto autore dei versi sia in quelli dell’erudito che li ha tradotti e interpretati a modo suo, e nel suo cuore, bene o male si fa strada un barlume di devozione: Arjuna che viene istruito  al vero yoga dall’incarnazione dell’Essere Supremo e, ovviamente – pensa lo haṭḥayogin ignoranteraggiunge lo stato dell’illuminato, diventa uno stimolo alla pratica, alla meditazione e alla riflessione sui massimi sistemi.

Ancora più "bellissimo"!

Il problema nasce quando lo haṭḥayogin ignorante, spinto da comprensibile entusiasmo, cerca di sapere cosa succede dopo il dialogo tra Arjuna e il “Signore Kṛṣṇa”. 


Già, andando a vedere come finisce il Mahābhārata si scopre che Arjuna non ottiene assolutamente l’illuminazione, ma visto che in vita ha peccato di orgoglio finisce – nel primo dei due finali dell’opera, il secondo dei quali sembra, a dir la verità un po’ appiccicaticcio – in una specie di limbo che somiglia tanto all’Inferno di Dante e che poi viene trasformato magicamente in Purgatorio.


Ma come? Arjuna viene istruito allo Yoga da Dio in terra e non raggiunge l’illuminazione?


Ma che storia è questa? Se, malauguratamente, decide di leggere l’ultimo capitolo del Mahābhārata lo haṭḥayogin ignorante vede le sue certezze cadere miseramente a pezzi, perché scopre:


1)   Che l’autore o meglio “gli autori del poema epico non credono alla reincarnazione (i protagonisti si ritrovano tutti insieme in un mondo dei morti simile all’Ade greco;

2)    Che l’illuminazione pare essere intesa come “entrare con il corpo fisico nel Paradiso di Śiva” (non ci sono dubbi su questo: i superstiti si incamminano sul monte Kailash dimora di Śiva, accompagnati dal “cane della morte” e meno uno, che entra da vivo in Paradiso, cadono tutti nei gironi dei peccatori);

3)      Che lo yoga insegnato da Kṛṣṇa nella B.G. non porta assolutamente all’illuminazione e mentre Arjuna finisce agli inferi, il suo peggior nemico, crudele, imbroglione e poco rispettoso delle donne, fa bella mostra di sé su un trono costruito per lui in Paradiso;

 

Scusate, eminenti studiosi – mi verrebbe da dire - io da haṭḥayogin ignorante non ho gli strumenti linguistici e filosofici per addentrarmi nel complicato ultimo atto del Mahābhārata, ma voi che gli strumenti li avete, perché non sprecate un po’ di tempo a spiegarci come finisce la storia di Arjuna?


Perché a fronte di mille e mille edizioni della B.G. non esiste una sola – una – versione in italiano dell’ultimo capitolo del Mahābhārata? Perché ogni sanscritista, filosofo, intellettuale o semplice erudito con forti legami con le università e le case editrici si sente in dovere di dare una sua versione della B.G. trascurando gli altri 74.500/94.500 versi del Mahābhārata?


Guardate che, secondo me, alla fine, la “sovraesposizione” del “Canto del Beato” fa passare una informazione – permettetemi - falsa, ovvero che l’unico vero Yoga è quello che viene insegnato ad Arjuna nel “Libro di Bhīṣma”.



Vorrei che faceste una prova su internet: cercate su google “Uttaragītā in italiano”:

Sapete quanti risultati si trovano? 12, tutti riferiti ad un’unica traduzione, non so giudicare se attendibile o no, a cura delle Edizioni Ashram Vidya.

Fino a prova contraria il “Canto successivo” – questo è il significato di Uttaragītā -  è il racconto di ciò che accade subito dopo la Bhagavadgītā e trovo assai strano che susciti così poco interesse.


Si tratta di un dialogo assai simile a quello che viene narrato nella sua “sorella maggiore”, solo che non parla affatto di karma yoga.


Azzardo – e sintetizzo - una traduzione a braccio –che immagino sarà grammaticalmente scorretta, ma secondo me rende l’idea – dei versi del secondo capitolo da 11 a 21 (è Kṛṣṇa, il signore dello Yoga, che parla):


“Il canale di destra è in relazione con il sole e corrisponde alla via degli dèi […].

Il canale di sinistra è in relazione con la luna e corrisponde alla via degli antenati […]

Vicino all’ano, nella parte finale della colonna, c’è un osso a forma di manico di liuto chiamato bastone di Brahma […].

Il buco all’estremità di questo osso è detto canale di Brahma […].

Tra il canale di sinistra e quello di destra c’è il canale centrale, che è sottile e racchiude in sé […] sole, Luna Fuoco […] il seme/sperma […] i soffi vitali […]

I canali sottili del corpo umano sono 72.000, sono simili a tubi vuoti e formano una rete […].

La liberazione si ottiene facendo scorrere le energie sottili dal basso verso l’alto [chiudendo] le nove aperture del corpo [ano, genitali, bocca, narici, orecchie, occhi]”.


Nel “Canto Successivo”, considerato un libro sacro in India – mi pare in India sia celebre una edizione con il commento tradizionale di Gaudapada -  il Signore Kṛṣṇa parla senza ombra di dubbio del raggiungimento della Liberazione attraverso lo Haṭḥayoga.


Domande da ignorante:

1)   Perché - se non sbaglio - non è mai stata pubblicata una edizione critica dell’ultimo canto del “Grande Bharata”?     

2)  Se il fine delle traduzioni e delle interpretazioni dei testi indiani è la conoscenza, per quale motivo nessuno studioso italiano si è mai sentito in dovere di pubblicare una traduzione del “Canto successivo”? Perché si ritiene necessario pubblicare gli insegnamenti di Kṛṣṇa sul karma yoga in “274” versioni diverse, analizzando parola per parola, sillaba per sillaba, e nessuno si è mai preso la briga di pubblicare una versione critica con testo a fronte dei poco più di 150 versi in cui Kṛṣṇa insegna lo “yoga “alchemico”?

 

Puntualizzo che non sono domande retoriche, e mi piacerebbe molto avere delle risposte dai miei amici eruditi.


Vorrei terminare con una provocazione, che per chiarezza non coincide completamente con il mio pensiero:

La mancanza di edizioni critiche dell’Uttaragītā non è un caso isolato; di seguito metto i titoli di alcuni testi di yoga considerati fondamentali dai miei istruttori indiani con, a fianco, il numero di traduzioni in italiano pubblicate (N.B. metto i titoli in traslitterazione “anglofona” in modo da dare la possibilità di cercarli su Amazon):


1)      Saundarya Lahari; n° pubblicazioni in italiano “0”;

2)      Dattatreya Yoga Shastra; “0”;

3)      Joga Pradipika; “0”;

4)      Goraksha Paddhati; “0”;

5)      Amaraugha Prabodha; “0”;

6)      Vedantasara di Sadananda; “1”;

7)      Goraksha Samhita; “0”;

L’elenco potrebbe essere molto più lungo. Il sospetto è che gli eruditi e accademici italiani che si occupano di yoga, sanatan dharma e filosofia indiana siano – ripeto: è una provocazione intellettuale – vittime di un filtro cognitivo, un bias, in base al quale hanno costruito un microcosmo autoreferenziale. 

Noi yogin ignoranti, che dipendiamo dagli eruditi, molto spesso rimaniamo perplessi da certe scelte e da certe lacune.

Noi yogin ignoranti, amici eruditi, siamo ammirati dalle vostre conoscenze e vi adoriamo quando recitate i versi di Kālidāsa, ma quando, oltre alla nostra pratica quotidiana, pensiamo di aver bisogno di trovare conferme nei testi tradizionali alla validità di certe nostre tecniche o a ciò che i nostri istruttori orientali ci hanno insegnato, dobbiamo telefonare, oltre che ai colleghi indiani ovviamente, a qualche amico tedesco che traduca da quella lingua, o ricorrere alle edizioni della Oxford University Press, che sembrano avanti cento anni rispetto agli italiani.


Un praticante di yoga ed uno studioso di sanscrito o di filosofia orientale hanno fini diversi, è ovvio, ma sarebbe bello che ci fosse una collaborazione perché il fine ultimo è la conoscenza. Giusto?

 

 

 

Un sorriso,

P.


 

 


 

 

 

 

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