martedì 7 settembre 2021

ETERODOSSIA DELLO HAṬHAYOGA

 


LO YOGA “NON ORTODOSSO”


Si legge alla voce “Yoga” della Encyclopædia Britannica[1]:

 

Yoga, (Sanskrit: “Yoking” or “Union”) one of the six systems (darshans) of Indian philosophy. Its influence has been widespread among many other schools of Indian thought. Its basic text is the Yoga-sutras by Patanjali (c. 2nd century BCE or 5th century CE).[2]

 

In altre parole, secondo la Encyclopædia Britannica – e la maggior parte degli accademici occidentali - lo Yoga:

1-     È uno dei sei darśana (दर्शन) brahminici - detti anche āstika (आस्तिक) - ovvero le scuole di pensiero che riconoscono l’autorità dei Veda e rappresentano la base filosofica dell’induismo;

2-     Viene identificato quasi esclusivamente con gli insegnamenti esposti da Patañjāli nello Yoga Sūtra.

Lo Yoga di Patañjali, definito Aṣṭāṅga Yoga, o “Yoga delle otto membra,” e, a partire dalle lezioni americane di Swami Vivekananda[3] Rāja Yoga, o Yoga Reale, è ritenuto da molti, ancora oggi, lo Yoga autentico, “vero”, “tradizionale”;

Ciò nonostante – a quanto ci risulta - non ci sono prove storiche né della sua diffusione tra il XIII e il XVIII né dell’esistenza in India di lignaggi, scuole o ordini monastici dedicati al Rāja Yoga.[4]

Secondo molti commentatori attuali, tra cui David Gordon White[5] in India, fino al XIX secolo erano molto più popolari - e praticati – dello Aṣṭāṅga Yoga, lo Ṣaḍaṅga Yoga (o Yoga delle sei membra), il Saptāṅga Yoga (Yoga delle sette membra) o il Caturaṅga Yoga (Yoga delle quattro membra)[6].

Questi tre “Yoga” sono descritti in tre “manuali tecnici” facilmente reperibili anche ai nostri giorni:

-         Il Gorakaśataka (Gorakshashatakam), che corrisponde più a meno alla prima parte della Goraka Sahitā; (di cui presentiamo la traduzione nei capitoli successivi), e descrive lo Ṣaḍaṅga Yoga – o “Yoga delle sei membra” - di Goraka[7];;

-         La Gheraṇḍa Sahitā, testo attribuito ad un maestro chiamato Gheraṇḍa[8], che espone il Saptāṅga Yoga, una variante in sette parti dello Ṣaḍaṅga Yoga;

-         Lo Hahayogapradīpikā di Svātmārāma – un discepolo di Goraka.che tratta del Caturaṅga Yoga, ovvero lo Yoga in quattro parti.

Se analizziamo questi testi e li confrontiamo con lo Yoga Sūtra noteremo sicuramente, al di là dell’utilizzazione di un linguaggio simile, enormi differenze sia sul piano pratico sia sul piano teorico.

Lo Hahayogapradīpikā, Gheraṇḍa Sahitā e Gorakaśataka descrivono uno Yoga eminentemente “fisico” – lo Hahayoga - in cui possiamo riconoscere alcune caratteristiche fondamentali:

1.      È uno Yoga in cui le pratiche fisiche - āsana, bandha, mudrā – rivestono un’importanza fondamentale;

2.      È uno Yoga basato sul sistema dei cakra e delle nāḍī;

3.      È uno Yoga finalizzato all’ottenimento di particolari poteri – compresi la salute, la bellezza, la longevità e il ringiovanimento;

4.      Questi poteri sono il risultato della percezione, dell’attivazione e dell’utilizzazione di un’energia chiamata Kuṇḍalinī.

Lo Yoga Sūtra descrive invece uno Yoga eminentemente psicologico, ben lontano dagli insegnamenti dello Hahayoga. Nello specifico, nel testo di Patañjali:

1.      Non viene descritto un solo āsana e non si parla né di bandha né di mudrā;

2.      Non viene mai citato il sistema dei cakra[9];

3.      I poteri – siddhi - ottenibili con la pratica sono visti come un ostacolo alla “realizzazione”;

4.      Non viene menzionata una sola volta l’energia Kuṇḍalinī.

In epoca moderna si è tentato di unificare i due insegnamenti attribuendo allo Yoga caratterizzato da pratiche fisiche fisiche – āsana, bandha mudrā - un ruolo di addestramento o preparazione alla pratica “autentica” che sarebbe rappresentata, appunto, dal Rāja Yoga, ma si tratta di un’ipotesi non fondata su nessuna prova documentale, nata da una forzatura interpretativa del primo versetto dello Hahayogapradīpikā.

Si legge all’inizio del libro di Svātmārāma:

“Sia lode al primo maestro che rivelò la conoscenza dello Hahayoga, una scala che conduce alla vetta suprema del Rāja Yoga.”

Quasi tutti i commentatori, da Vivekananda in poi, identificando lo Aṣṭāṅga Yoga di Patañjali con il Rāja Yoga, attribuiscono al versetto questo significato:

“lo Hahayoga, fatto di intense e rigorose pratiche fisiche, non è una via alla realizzazione, ma conduce, al massimo a poter praticare lo Yoga di Patañjali”.

Ma si tratta appunto di una forzatura interpretativa. In un brano successivo l’autore dello Hahayogapradīpikā spiega infatti cosa è, secondo lui, il “Rāja Yoga” (Hahayogapradīpikā IV, 3-4):

"Rāja Yoga, samādhi, estinguere il Manas, andare oltre il Manas, Realtà, śūnyā...Stato del Jīvanmukta, Sahaja, Turiya... Significano tutti la stessa cosa.”[10]

Rāja Yoga, quindi, va inteso sinonimo di realizzazione, per cui Svātmārāma - l’autore dello Hahayogapradīpikā – voleva semplicemente dire che grazie alle pratiche psicofisiche dello Yoga si giunge alla realizzazione.

In realtà le differenze trai due insegnamenti sono così profonde da farci supporre che lo Hahayoga e lo Yoga di Patañjali appartengano a due diverse tradizioni filosofiche finalizzate l’una, alla realizzazione sul piano materiale (longevità, salute, poteri psico-fisici, ricchezza…) e l’altra alla “Liberazione” intesa come distacco dalla sfera materiale, ma la questione, come vedremo, è assai più complicata e non può essere ridotta ad una dicotomia tra materialismo e spiritualismo o tra teismo e ateismo.


DARŚANA

Riprendiamo la definizione di “Yoga” che abbiamo tratto dall’ Encyclopædia Britannica:

Yoga, (Sanskrit: “Yoking” or “Union”) one of the six systems (darshans) of Indian philosophy. Its influence has been widespread among many other schools of Indian thought. Its basic text is the Yoga-sutras by Patanjali (c. 2nd century BCE or 5th century CE).

Per Yoga si intenderebbe quindi un darśana ortodosso, basato sui Sūtra di Patañjali. Ma cosa sono i darśana?

Con il termine darśana (दर्शन) – “punti di vista”, “visione”, “visione della verità” – nella filosofia indiana si intendono in genere sei scuole di pensiero:

-         Nyāya,

-         Vaiśeika,

-         khya,

-         Yoga,

-         Mīmāsā,

-         Vedānta.

Queste sei “visioni” – ognuna delle quali fa riferimento ad uno specifico testo articolato in brevi frasi o componimenti chiamati Sūtra[11] – vengono considerate āstika ovvero parte integrante del Sanātanadharma (सनातनधर्म)[12]ma esistono anche i darśana eterodossi - nāstika (नास्तिक) trai quali troviamo:

-         Il Buddhismo;

-         Il Jainismo;

-         Lo Ājīvika;

-         Il Cārvāka.

 

La differenza sostanziale trai due tipi di darśana è che le scuole āstika – da asti paralokah, “colui che crede in un mondo trascendente” – riconoscono l’autorità dei Veda e li considerano apaurueya (अपौरुषेय), “non di origine umana”; mentre le scuole nāstika - da nasti paralokah, “colui che non crede in un mondo trascendente” – mettono in discussione sia il sapere vedico sia l’esistenza di entità sovrannaturali.

Questa discriminazione tra āstika e nāstika che ci è utile per far luce sulle diverse origini, culturali e filosofiche, dello Hahayoga e dello Yoga di Patañjali, non rende completamente merito alla complessità del pensiero indiano.

È bene considerare infatti:

1.      Che nelle scuole filosofiche indiane, anche all’interno di uno stesso darśana, è presente una tale varietà di teorie e “tecniche operative” da rendere impossibile, o quasi, individuare caratteristiche comuni[13];

2.      Che l’accettazione dell’autorità dei Veda era vista spesso solo un modo conveniente per introdurre e far circolare idee nuove senza entrare in conflitto con la casta dei brahmani.

 

Il rigido impianto filosofico del brahmanesimo – sanātanadharma – basato su śruti (श्रुति) - l’insieme delle scritture rivelate o apaurueya - e smti (स्मृति) – l’insieme dei manuali di interpretazione e di applicazione della śruti – ha una origine relativamente recente legata alla diffusione del sanscrito classico. I darśana, accettati come ortodossi, vengono riassunti e sistematizzati in particolari opere letterarie (sūtra) composte in sanscrito classico e caratterizzate da versi succinti di non immediata comprensione.

Nel momento in cui i sūtra - khya Sūtra, Brahma Sūtra, Yoga Sūtra ecc. – entrano a far parte della smti, il sistema dei darśana brahminici diviene una “verità ontologica”: nessuno può contraddirlo e nessuno può aggiungere un nuovo sistema filosofico.

La verità è solo quella espressa dai Veda ei Veda sono interpretabili solo alla luce dei sei darśana ortodossi. Una nuova “interpretazione della realtà”, una nuova filosofia non sono compatibili con il sanātanadharma, per cui l’unica possibilità per un pensatore indipendente, era quella di articolare in una nuova forma ciò che innumerevoli altri avevano già visto e spiegato prima di lui. In altre parole, doveva cercare di essere riconosciuto da un determinato lignaggio spirituale e aderire a questo o quel darśana ortodosso. Nell’ambito del sapere brahmanico la libertà di pensiero è condizionata dall’aderenza alla śruti, ovvero ai testi nati dalle intuizioni degli antichi veggenti: solo le scritture sacre sono portatrici della verità assoluta e ogni ragionamento, ogni interpretazione di esperienze percettive in contrasto con la verità delle scritture è frutto e, al tempo stesso, causa di illusione[14].



[2] Traduzione in italiano:

Yoga, (sanscrito: “Aggiogare” o “Unione”) uno dei sei sistemi (darshan) della filosofia indiana . La sua influenza è stata diffusa tra molte altre scuole di pensiero indiano. Il suo testo di base è lo Yoga-Sūtra di Patañjali ( secolo a.C. /5 ° secolo CE).”

[3] Vedi il nostro “Storia Segreta dello Yoga”, https://www.amazon.it/STORIA-SEGRETA-DELLO-YOGA-Devozione/dp/1697366651

[4] In realtà le origini dello Yoga Sūtra sono avvolte nel mistero. Non si sa né quando né da chi sia stato scritto. Il Patañjali è comune ad almeno cinque autori degni di nota, tra cui un grammatico del II secolo a.C. ed un danzatore, maestro di āyurvedo, vissuto a Chidambaram nel V secolo d.C.

[5] David Gordon White (Pittsfield, 3 settembre 1953), storico delle religioni statunitense è uno dei più conosciuti esperti di letteratura Yoga viventi

Laureato in hindi presso la Hindu University di Benares, si è laureato alla École Pratique des Hautes Études, a Parigi, negli anni 1977-1980 e 1985-1986. Nel 1988 si laurea in Storia delle Religioni presso la University of Chicago. Attualmente è docente di studi religiosi alla California University di Santa Barbara.

[6] Secondo White e molti commentatori contemporanei fino al XIX secolo lo Aṣṭāṅga Yoga – o “Yoga delle otto membra” - di Patañjali era praticamente sconosciuto e sarebbe stato portato a conoscenza del grande pubblico, sia occidentale che orientale, proprio da Vivekananda – esponente del Brahmoismo, un movimento di riforma dell’induismo legato agli indipendentisti indiani - e dalla Società Teosofica. Lo Aṣṭāṅga Yoga di Patañjali si sarebbe quindi affermato in India e nel resto del mondo come “Yoga Tradizionale” proprio grazie all’intensa attività editoriale e promozionale dei brahmoisti e dei teosofi.

[7] Fonte:

-          David Gordon White, YOGA IN PRACTICE. Princeton University Press (2012). ISBN 978-0-691-14085-8.

-          Mikel Burley, Haṭha-Yoga: its context, theory, and practice, Motilal Banarsidass Publications., 2000. ISBN 978-81-208-1706-7.

[8] Fonte:

-          Op. Cit. Mikel Burley, Haṭha-Yoga: its context, theory, and practice, Motilal Banarsidass Publications. 2000. ISBN 978-81-208-1706-7.

 

[9] La parola “cakra”, con il significato, presumibilmente, di “plesso energetico”, viene usata solo una volta nello Yoga Sūtra, in III, 30:

नाभिचक्रे कायव्यूहज्ञानम् ३०

nābhicakre kāyavyūhajñānam

 

[10] Questo il testo in sanscrito:

राज-योगः समाधिश्छ उन्मनी मनोन्मनी |

अमरत्वं लयस्तत्त्वं शून्याशून्यं परं पदम || ||

अमनस्कं तथाद्वैतं निरालम्बं निरञ्जनम |

जीवन्मुक्तिश्छ सहजा तुर्या छेत्येक-वाछकाः || ||

 

rāja-yoghaḥ samādhiścha unmanī cha manonmanī |

amaratvaṃ layastattvaṃ śūnyāśūnyaṃ paraṃ padam || 3 ||

amanaskaṃ tathādvaitaṃ nirālambaṃ nirañjanam |

jīvanmuktiścha sahajā turyā chetyeka-vāchakāḥ || 4 |

[11] I Darśana ortodossi, inseriti nella smṛti (स्मृति) – ovvero l’insieme dei testi di applicazione e interpretazione dei Veda - sono in realtà sei testi fondamentali (Sūtra), di altrettante scuole filosofiche che interpretano i Veda partendo da presupposti diversi, e propongono una serie di riflessioni, meditazioni e tecniche per giungere allo scopo ultimo dell’esistenza umana, la cosiddetta Liberazione. I sei Darśana sono:

1.       Nyāya Sūtra di Gautama;

2.       Vaiśeṣika Sūtra di Kaṇāda;

3.       Sāṃkhya Sūtra di Kapila;

4.       Mīmāṃsā Sūtra di Jaimini;

5.       Brahma Sūtra di Vyāsa;

6.       Yoga Sūtra di Patañjali.

[12] “Legge eterna”, reso talvolta in occidente con “filosofia perenne”. Rappresenta l’insieme di culti e concezioni filosofiche che definiamo induismo.

[14] L’impossibilità di creare nuovi sistemi filosofici o di esporre nuove teorie cosmologiche fece fiorire la tradizione letteraria dei Bhāya (भाष्य), letteralmente “commento”, e dei īkā (टीका) o “annotazione”.

In pratica, chiunque aspirasse ad essere riconosciuto come maestro o precettore - Ācārya (आचार्य) – e a godere di tutti i benefici anche economici del ruolo, non potendo presentare teorie innovative o interpretazioni originali attribuendole al proprio ingegno o alla propria esperienza, doveva scrivere un commento, bhāya sui sūtra di un determinato darśana, oppure scrivere una serie di note - Vārttika (वार्त्तिक) – su un bhāya riconosciuto come autorevole, o ancora scrivere un “sottocommento” - īkā – alle note scritte da un Ācārya.

 

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