venerdì 19 novembre 2021

HAṬḤAYOGA - IL RESPIRO DEL FUOCO E DELL' ACQUA



Nel Laghukālacakratantra (IV, 196-97), un testo che fa parte del Canone Buddhista Tibetano, troviamo un intero capitolo dedicato allo haṭḥayoga, che ci fornisce delle indicazioni interessanti su cosa si intendeva nell’anno mille per haṭḥayoga.

“Si espone adesso lo yoga del metodo violento (haṭḥayoga). Qui, quando, pur essendo stata vista l’immagine grazie alla ritrazione, ecc. il momento immoto […] non si verifica, non essendo il soffio ben controllato, allora mediante l’esercizio del suono (nādābhyasāt) occorre far spirare violentemente (haṭḥena) il soffio vitale nel canale di mezzo e, ciò fatto, arrestare il bindu del bodhicitta nella gemma del vajra che si troverà allora nel loto della saggezza. [Grazie a questa pratica lo yogin] realizzerà l’istante immoto, in base alla non vibrazione (niḥspanda). Tale lo yoga del metodo violento (haṭḥayoga).”

Per poter interpretare il brano bisogna considerare che nel kālacakratantra:

  • -         Per “bodhicitta” si intende lo sperma;
  • -         Per “gemma del vajra” si intende il glande del pene;
  • -         Per “loto della saggezza” si intende la vagina della yoginī;

In pratica si tratta di una meditazione sul suono interiore (niḥspanda) da praticare durante il rapporto sessuale per far risalire, un attimo prima dell’orgasmo, l’essenza (bindu) dello sperma (bodhicitta) nel canale mediano.

La risalita dell’essenza del seme dovrebbe essere causata dalla pratica “silenziosa” dell’Hūm[1].

Il bīja mantra Hūm è collegato al canale di sinistra e al cuore. Lo yogin dovrebbe condurlo mentalmente, inspirando, dal glande al cuore lungo il canale mediano e da lì, sospendendo il respiro (antar kumbhaka) e praticando il bandha dei genitali, al sincipite.

La “pratica del suono”, secondo Guenther [2], condurrebbe alla realizzazione di cinque poteri psichici o “conoscenze sovrannaturali”, ovvero:

  • 1.     Ṛiddhi (potere magico);
  • 2.     Divyacakṣus (l’occhio della divinità);
  • 3.     Divyaśrota (l’orecchio della divinità);
  • 4.     Paracittajñāna (conoscenza dei pensieri altrui);
  • 5.     Pūrvanivāsānusmṛti (ricordo delle vite precedenti). 

“La potenza ascende dal centro dell’ombelico fino al piano supremo, sino a dodici e a sedici dita, all’estremità delle kāla (kālantam). Questa potenza, arrestata all’ombelico, simile alla luce di un lampo, alzatasi in guisa di bastone, ascende leggera e piana, sospinta da ruota a ruota, sinché non arriva a toccare con violenza il foro della cima della testa, come una spina [che buca] la pelle”.

 

Quando il testo parla di “dodici e […] sedici dita” fa riferimento alla teoria dei maṇḍala, che, qui, non vanno considerati come rappresentazioni grafiche dell’Universo o di determinate divinità, ma come il “cerchio” di canali sottili collegati agli elementi in cui il praticante fa circolare il soffio vitale.

Il corpo umano, secondo lo yoga, ha “nove porte o cancelli”:

  1. -         L’ano;
  2. -         I genitali;
  3. -         La bocca;
  4. -         La narice destra;
  5. -         La narice sinistra;
  6. -         L’orecchio destro;
  7. -         L’orecchio sinistro;
  8. -         L’occhio destro;
  9. -         L’occhio sinistro.

Ad ogni porta corrisponde un maṇḍala formato dai quattro elementi (Terra, Acqua, Fuoco, Aria), che graficamente vengono disposti in corrispondenza dei quattro punti cardinali – Terra a Sud, Acqua ad est, Fuoco a Ovest, Aria a Nord) – più il quinto elemento (Spazio), che viene rappresentato al centro. 

Ogni elemento a sua volta crea un proprio maṇḍala, per cui, ad esempio in ciascuna narice lo yogin può percepire il maṇḍala della Terra, il maṇḍala dell’Acqua[3] ecc. ovvero l’insieme dei canali in cui spirano o ristagnano i soffi vitali legati ai singoli elementi.

In altre parole si può parlare di “respiro della Terra”, “respiro dell’Acqua” ecc.

  • -          Il “respiro della Terra”, quando viene esalato, si spinge fino ad una distanza di dodici dita (otto secondo alcuni) dalla narice prima di “tonare indietro”;
  • -          Il “respiro dell’Acqua” si spinge fino ad una distanza di tredici dita (dodici secondo alcuni);
  • -         Il “respiro del Fuoco” si spinge fino ad una distanza di quattordici dita;
  • -         Il “respiro dell’Aria” si spinge fino aduna distanza di quindici dita;
  • -         Il "respiro dello Spazio! si spinge fino ad una distanza di sedici dita.

Le “dodici e […] sedici dita” del testo fanno riferimento alla unione del “respiro di Terra” -  collegato al canale inferiore di sinistra che unisce l’ombelico alla vescica – con il “respiro dello Spazio” – collegato al canale superiore che dalla fontanella giunge all’ombelico – nel “respiro della conoscenza” – collegato al canale inferiore di destra che dall’ombelico giunge fino ai genitali - provocando una doppia “emissione interna” del soffio vitale che si manifesta  attraverso due energie definite nel tantrismo indiano “portatori di bastone”. 

Grazie ai “portatori di bastone” kuṇḍalinī può risalire, di cakra in cakra, dall’ombelico alla fontanella, ovvero arriverà a “toccare con violenza il foro della cima della testa, come una spina [che buca] la pelle”.

“[Lo yogin] in questo momento, deve spingere verso l’alto con estrema violenza l’apāna nella via di mezzo, per cui, forata la cima della testa, perviene alla città della suprema, arrestati che siano i due soffi. In tal modo risvegliatosi il vajra [la potenza del soffio vitale] nella mente, raggiunge insieme con gli oggetti (saviṣaya), lo stato di vagante per l’etere (khecara), diviene naturata delle cinque conoscenze sovrannaturali e si identifica con la madre universale degli yogin”

Quando lo yogin percepisce la risalita di kuṇḍalinī come “una spina che buca la pelle” del sincipite, deve invertire la direzione naturale di apāna – il soffio diretto solitamente verso il basso – e spingerlo verso l’alto.

A questo punto i due soffi vitali principali - prāṇa e apāna – si “arrestano” risvegliando nella mente il vajra – la potenza virile qui intesa come conoscenza del piacere supremo – kuṇḍalinī raggiunge lo stato di khechara – corrispondente alla realizzazione – “insieme con saviṣaya […] si identifica con la Madre universale degli yogin”



[1]  Vedi: Nāropā, Iniziazione Kālacakra. A cura di Raniero Gnoli e Gabriella Orofino. Pag. 247, nota 1.i. Biblioteca Orientale 1. Adelphi 1994

[2] H. V. Guenther, The Life and Teachings of Nāropā, Oxord University Press (1963).

[3] In molti testi in realtà i maṇḍala degli elementi sono posti solo nella narice destra, mentre nella narice sinistra vengono posti i cinque “aggregati”, ovvero:

  • Percezione;
  • Volizione;
  • Sensazione;
  • Nozione;
  • Forma. 



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