4.11.2022

Il Canto d'Amore e la Paura della Gioia



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In uno dei testi più antichi della filosofia indiana, la  Chāndogya Upaniṣad, si parla di sette diversi modi di intonare un canto:
Quello "mugghiante", simile ai suoni degli animali della foresta è caro ad Agni il dio del fuoco;
poi c'è quello "indistinto" dedicato a Prajāpati  il "creatore delle creature"; il canto "distinto" è di Soma, divinità della Luna e dell'ebrezza, il canto "dolce e delicato" è di Vāyu, Dio del Vento, il "canto delicato, ma forte" è di Indra, dio delle tempeste, come il  "grido dell'airone" è invece il canto di Bṛhaspati, dio della Pietà e della Devozione.
Il settimo canto infine, da evitare con cura, è il "canto stridente" di Varuna.

Un po' più avanti, nel XXI Khaṇḍa, la Chāndogya Upaniṣad  delle indicazioni pratiche sull'Arte del Canto e della Recitazione: 

Che le vocali siano pronunciate in modo sonoro e forte...
Le Sibilanti (va, sa ecc.) e le Aspirate ( Bha, Cha ecc.) bisogna pronunciarle apertamente, senza mangiarle né gettarle via.....
Si deve far attenzione a non sovrapporre le altre consonanti, neppure per poco....

In altre parole secondo gli antichi poeti indiani, abbiamo sei possibilità su sette di intonare canti piacevoli ovvero di creare armonia, a patto di muoversi con attenzione, di rispettare "la giusta misura", altrimenti rischiamo di creare dissonanza, ovvero - cito la Treccani -  una serie di "intervalli e accordi in grado di produrre insoddisfazione".

Per comprendere appieno la portata di questi insegnamenti bisognare considerare che per la Chāndogya, ogni gesto, ogni tentativo di relazionarsi con gli altri esseri umani e con la Natura in genere, è un canto. L'atto d'amore, ad esempio, viene trattato come un opera musicale divisa in cinque atti (Chāndogya Upaniṣad II,13X,1-2):

Hiṅkāra è quando lui la invita;
Prastāva è l'offerta d'Amore;
Quando i due si concedono l'uno all'altra è l'Udgīta;
In Pratihāra lui giace su di lei;
Nidhana, infine è l'orgasmo.
Coloro che sanno, sanno che nel Sāman,
Vāmadevya sono i fili con cui si intesse l'Amore.
Coloro che sanno realizzano l'Amore,
generano altre vite che con l'amore ne generano altre.
Solo così la Vita è degna d'esser vissuta.
Si vive a lungo e si è ricchi di discendenza ed armenti.
Si è ricchi di Gloria.
Non rifiutare mai l'offerta d'amore: così dice la Legge.

 

Tutto è canto per la Chāndogya up. e l'offerta di amore non deve mai essere rifiutata, perché l'amore è sacro.
Che accadrebbe se applicassimo le istruzioni di questo testo vecchio, si dice, di almeno 2.500 anni, nel nostro quotidiano?
Che accadrebbe se ci rivolgessimo ai nostri simili vedendoli come strumenti con cui accordarsi? 

Un mio "antico maestro" - si parla di alcuni decenni or sono - diceva che lo yoga non si può insegnare, ma può essere trasmesso solo "da cuore a cuore". 
A quei tempi  mi sembrava un po' un slogan new age, una di quelle citazioni  da Baci Perugina con cui i moderni guru  arricchiscono il loro dire per affascinare gli astanti e trarsi d'impaccio di fronte a domande imbarazzanti; ma in questi ultimi anni - l'antico maestro è passato a miglior vita nel 2017 - ci ho riflettuto a lungo; 
non so se ho  davvero il significato di questa istruzione - forse è solo una frase ad effetto - ma credo che potrebbe avere un qualche riferimento con la teoria musicale, ovvero con i fenomeni dell' eufonia - ovvero dell'armonico accostamento di suoni gradevoli all'orecchio - e della dissonanza.

Perché esiste la dissonanza? 
Per quale motivo alcuni  scelgono il canto stridente di Varuna  dando vita a rumori che feriscono l'udito e gelano i cuori?

Se l'essere umano considerasse ogni sua azione come un Canto Sacro la sua vita sarebbe, probabilmente,  piena, felice, degna di essere vissuta.
Delle sette modalità di canto proposte dalla Chāndogya up. solo una, quella "Stridente" crea conflitti (una probabilità su sette. ci sono più possibilità di azzeccare un numero gettando il dado): com'è che scegliamo, spesso  e volentieri, proprio quella?

Perché anziché godere della Grazia e della Bellezza che ci spettano (spetterebbero) per Natura, preferiamo una vita di sofferenza (asāman direbbero i poeti vedici, non melodiosa)?

Cosa è che ci fa scegliere il conflitto e la dissonanza?
Possibile che l'Essere Umano vada incontro alla sofferenza per sua scelta?
Ogni incontro, ogni dialogo, ogni sguardo è potenzialmente un atto d'amore, sacro di per sé.
Cosa è che ci spinge, invece, a scegliere il "Canto Stridente"?  Perché creare conflitti o scegliere un ipotetico distacco nella vana speranza di allontanare la sofferenza  anziché arrendersi alla gioia?

Ogni volta che geliamo il cuore interrompiamo il flusso della vita e creiamo disarmonia.
Di qualunque natura sia il motivo che ci spinge a non dare ascolto alle ragioni del cuore, ogni volta che non ci arrendiamo alla gioia commettiamo un crimine.
Amare gli altri, fare il bene degli esseri senzienti sono slogan ipocriti se non abbiamo il coraggio di arrenderci alla nostra natura, che ci spingerebbe a danzare al ritmo delle emozioni.
Manchiamo di coraggio.
Forse è questa la chiave: l'essere umano ha paura della gioia, pensa di non essere in grado di gestirla, oppure intossicato dall'idea di un futuro, ha paura della sofferenza che proverebbe se quella gioia finisse.

Già, meglio soffrire che gioire, ché la sofferenza la conosciamo bene, mentre l'idea della gioia infinita, la sentiamo lontana, come un sogno sognato in un sogno.
Percorrere sempre le stesse vie rassicura, ci fa sentire a casa, anche se camminiamo su marciapiedi ingombri di rifiuti e per piazze illuminate dai falò delle speranze.

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