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giovedì 7 aprile 2016

IL CANTO DI AMORE

Tratto da "TANTRA LA VIA DEL SESSO", Edizioni Aldenia, parte III, cap. I.



Dipinto di Laura Nalin



“Il fuoco è il Cielo. 
Il sole è la legna che arde e i suoi raggi sono fumo.  
La fiamma è il giorno, le braci sono la luna e le scintille stelle.  
E’ in questo fuoco che gli dei sacrificano la fede.[.......]  
Il fuoco è la Donna. Il pene è la legna che arde e il desiderio che stordisce è fumo.  
La fiamma è la Sua vagina, l’unione è la brace e l’orgasmo la scintilla che ravviva.  
E’ in questo fuoco che gli dei sacrificano lo sperma. 
E’ da questa offerta che sorge la vita.”  
(Chāndogya Upaniṣad V, 4 - 8)


Le varie fasi del Rito sono descritte in un testo vedico, il “Canto d’Amore” della Chāndogya Upaniṣad (XIII Khanda  che sta più o meno per “ XIII CAPITOLO”).
 A dir la verità l’ho chiamato io, Canto d’Amore, in sanscrito è Sāman Vāmadevya.

Sāman significa “ melodia”, “abbondanza”, “felicità”, “tranquillità”.
Vāmadevya, vuol dire  “riferito a Vāmadeva ”, o “opera di Vāmadeva”  che è l’autore del brano, un poeta, credo, del 1.500 a.C. ) [NB. Vāmadeva è anche uno dei nomi di Śiva con la parola Vāma che si riferisce alla bellezza della sua sposa che di solito viene rappresentata alla sinistra del Dio].

Il Rito Sessuale è  considerato un Saman, una melodia sacra, e, come tutti i riti vedici,  è diviso in cinque fasi, chiamate  Hiṅkāra, Prastāva, Udgīta, Pratihāra e Nidhana, collegate con i cinque elementi  (SPAZIO, ARIA, FUOCO, ACQUA e TERRA).

Hiṅkāra significa TIGRE, ciò che emette il suono HIṄ (Hign).

Prastāva significa OFFERTA, INTRODUZIONE, PROPOSTA.

Udgīta significa CANTO, CANZONE, ed è una della maniere per indicare la sillaba OṀ.

Pratihāra significa CANCELLO, PORTA, GESTO DEL TOCCARE.

Nidhana significa FINE, CONCLUSIONE, ANNICHILIMENTO, DOMICILIO.

Ma leggiamo il testo (la traduzione è mia):

Hiṅkāra è quando Lui la invita. 
Prastāva è l’offerta d’Amore. 
Quando i due si concedono l’uno all’altra è l’Udgīta. 
In Pratihāra Lui giace su di Lei e Nidhana, infine è l’orgasmo. 
Coloro che sanno, sanno che i fili con cui Amore intesse l’Universo sono nel Sāman Vāmadevya. Coloro che sanno realizzano Amore […].  
Solo così la Vita è degna d’esser vissuta. […] Non rifiutare mai l’offerta d’Amore: così dice la Legge. 
(Chāndogya Upaniṣad -XIII khanda)


La Donna e l’Uomo della Chāndogya Upaniṣad rendono ogni azione un Canto.
Un Canto d’Amore, perché tutto l’Universo è intessuto d’Amore.
Se vogliamo intraprendere la via del tantrismo sessuale dobbiamo prima imparare a cantare, e infatti, leggendo più avanti (XXI Khanda) troviamo delle indicazioni pratiche sull’Arte del Canto:

“Che le vocali siano pronunciate in modo sonoro e forte […]” “Le Sibilanti (SAṂ, ŚAṂ, ṢAṂ) e le Aspirate ( BHA, CHA, DHA...) bisogna pronunciarle apertamente, senza mangiarle né gettarle via […]  Si deve far attenzione a non sovrapporre le altre consonanti, neppure per poco[…]”.

Il rito sessuale è un Canto, ed una Danza, che racconta il Processo della Creazione.
Gli attori sono sempre gli stessi, Śiva e Śakti, ma indossano costumi, nomi e movenze diverse.
Se vogliamo svelare il loro gioco (è questo il fine dello yoga) dobbiamo prima imparare la “Grammatica della Manifestazione” ovvero il significato e l’origine delle sillabe sacre.


 Kṛṣṇa e Radha 
Le gesta d’amore di Kṛṣṇa e Radha ripercorrono tutte le fasi del Rito Sessuale. Il Dio è quasi sempre rappresentato nell’atto di suonare il flauto mentre òla sua Amante è impegnata in passi di danzain maniera da rendere esplicito il legame con la Dottrina della Vibrazione. Radha simboleggia il più alto livello di Realizzazione. Nel Sanathana Dharma (la FILOSOFIA ETERNA che sta alla base dello yoga) se ne distinguono cinque tipi o livelli che rappresentano cinque diversi gradi di Amore tra due esseri: 1) Sālokya mukti  significa, condividere lo stesso piano di esistenza , lo stesso mondo, con la divinità, ed è la realizzazione dell›Amore tra gli amici, per dare un›idea Kṛṣṇa ed Arjuna. 2)Sāmīpya significa vicinanza con Dio ed è la realizzazione dell›Amore del Servitore per il Signore, Hanuman e Rama. 3)Sārūpya o meglio īśvara-sārūpya, significa invece avere «le stesse caratteristiche fisiche del Dio, compresi i lineamenti, il numero di braccia, il vestito, ed è la realizzazione dell›Amore tra genitore e Figlio. 4)Sārsti avere le stesse ricchezze, poteri, potenza del Signore è invece la realizzazione dell’Amore tra coniugi. 5)Sāyujya o ekatva, la fusione con il divino, è infine la realizzazione dell’Amore tra gli amanti, l’Amore senza vincoli, al di là di ogni limite. L’Amore di Radha e Kṛṣṇa

sabato 19 aprile 2014

PIEDE DI TIGRE E LA DANZA DELL'UNIVERSO


Un giorno, nella Foresta di Thillay, Vyaghrapada (व्याघ्र vyāghra=Tigre, पाद pāda=Piede) trovò uno Shiva lingam.
Si dirà che oggi di Shiva Lingam, la pietra a forma di uovo venerata come pene di Shiva, se ne trovano a bizzeffe, di ogni materiale, foggia e dimensioni, ma all'inizio quel nome era riservato ai frammenti di  una stella caduta nel fiume Narmada migliaia e migliaia di anni fa.
Pietre rare, insomma.
Vyaghrapada lo prese come un segno divino
Per celebrare l'evento miracoloso ci voleva dell'acqua e guarda caso proprio lì vicino c'era una fonte.
Ci volevano anche dei fiori e la foresta ne era piena, ma quando cercò di raccoglierli migliaia e migliaia di api si gettarono su di lui.
Le api indiane sono assai selvagge, e grosse come dita. Spaventato dai ronzii "Piede di Tigre" optò per una fuga onorevole.
Ma non si diede per vinto: era uno Yogin.
Si mise seduto, calmò il respiro e la mente e cominciò a recitare il mantra di Shiva: "OM NAMAH SHIVAYA OMA NAMAH SHIVAYA OM NAMAH SHIVAYA....".
Si sa che Shiva, che vuol dire "il Benigno", accoglie ogni richiesta dei devoti, anche la più assurda.
Vyaghrapada, per poter resistere alle punture delle api assassine, chiese zampe, mani e occhi di tigre e il Nataraja lo accontentò, donandogli, giacché c'era, anche una bella coda lunga fino a terra.
La cerimonia ebbe inizio, il nostro Yogin cadde in Samadhi ed il Dio della Danza apparve tra gli alberi, mostrando per la prima volta ad un essere umano, i passi della Tandava.




La storiella è intrigante.
Nel luogo dell'apparizione, dove oggi sorge il Tempio di Chidambaram, si riunirono i prima Siddha (Patanjali, Tirumular, Nandikesvara...), i creatori dello Hatha Yoga, la Danza degli Dei, e questo, a me, da un po' da pensare sul reale significato delle api, dei fiori, degli occhi di tigre...
Nella Chandogya Upanishad, la più antica Upanishad dei Veda, credo, si parla della Madhu Vidya, o conoscenza del miele.
Un insieme di pratiche legate al suono e alla vibrazione.
Le api, per la Chandogya Upanishad, sono le lettere dei Veda, e i fiori sono il risultato da acquisire, la realizzazione, o l'identità con Brahma.
Analizzare tutti i simboli con le nostre menti di occidentali acculturali è pericoloso.
Si è vero che i Siddha erano esseri umani come noi e che le strutture mentali nostre e dei nostri avi sono assai simili, ma la mente moderna è complicata, tende a cibarsi della suggestione dell'immagine per adornarla di parole lette sui libri.
Loro invece, i Siddha, lavoravano sul corpo e intendevano il corpo come carne, pensiero e spirito insieme.
Ad occhio, se le api sono le parole dei Veda, la storia di Vyaghrapada ci confonde un po' le idee.
Vediamo: se i Veda sono la conoscenza e, insieme, la maniera per realizzarla, la conoscenza, perché le  lettere con cui sono scritti (le api) ci impediscono di "raccogliere i fiori"?
Ho provato a pensare nella maniera più semplice possibile, tralasciando le citazione sanscrite, le analisi linguistiche e le teorie junghiane.
Se le api sono lettere significa che comunicano, giusto?
E come comunicano le api? Con il ronzio (la vibrazione, la voce) e con la danza (avvertono le compagne della presenza di fiori creando figure nell'aria).
Ci sono allora due (almeno) modalità di informazione, una legata al suono ed una al gesto.
E se la comprensione letterale, intellettuale stavo per dire, fosse, ad un certo punto della pratica yoga, un ostacolo?
Che fa Vyaghrapada per poter cogliere i fiori? 
Si mette a praticare il mantra di Shiva e poi chiede di avere mani, piedi e occhi di tigre.
Non sarà per caso  un insegnamento pratico?
Per ottenere la conoscenza bisogna forse mutare la percezione visiva e la qualità del movimento  riappropriandoci, coscientemente, della nostra natura animale?




Ho fatto un esperimento, senza troppe pretese.
Da una serie di riproduzioni di statue ho preso alcune posizioni della Danza di Shiva e le ho "montate" in una specie di coreografia.
Una cosa senza pretese, senza riferimenti puntuali alla danza indiana.




  

Mi sono seduto ed ho recitato per 108 volte il mantra OM NAMAH SHIVAYA. Dopo di ché ho cominciato a visualizzare la sequenza.
Quando i movimenti immaginati hanno cominciato a dare dei riflessi motori ai muscoli, mi sono alzato ed ho eseguito più volte la coreografia, recitando mentalmente il mantra.
Il risultato dal punto di vista delle sensazioni fisiche è stato impressionante. 
Il corpo alla fine era completamente rilassato, ma soprattutto ero pieno di dolcezza, una dolcezza infinita, quasi da lacrime, con un velo di nostalgia. Come quando ti riciccia un grande e mai dimenticato amore del passato.
Miele? Non so, ma credo che la "Danza di Vyaghrapada", come l'ho chiamata, sia una pratica da ripetere e da studiare con molta attenzione.....










domenica 26 gennaio 2014

LO YOGA, LA DANZA E IL CANTO DELLE STELLE



Lo Yoga è un'Arte.
Come la Poesia, la Scultura, la Musica.
Lo Yoga è Danza ed è sempre rappresentazione, della Vita (la Dea) e dell'Essere.
La Danza si basa sulla comprensione di Tempo, Ritmo e Melodia.
Il Tempo stabilisce la durata della "rappresentazione": ogni Asana, ogni sequenza hanno un inizio, una fine e una storia da narrare.
Il Ritmo rappresenta il numero dei singoli eventi: i gesti sono come amanti che si rincorrono, si abbracciano, si lasciano e si ritrovano.
La Melodia, infine, sono le emozioni che nascono dai gesti e da cui i gesti insorgono.
Un asana che non suscita emozioni non è Yoga, perché è solo dalle emozione che può nascere 
तपस् Tapas, l'Ardore.
Nell'Universo tutto è vibrazione.
Anche Tempo, Ritmo, Melodia sono  vibrazioni e se noi ne percepiamo la diversità dipende dal pensiero, dai sensi e dalle emozioni. 
Il fluire del tempo si percepisce con la mente, è un calcolo matematico, l'azione volontaria di chi segna il confine tra un prima e un dopo.
Il ritmo va sentito con il tatto, con la pelle, con la pancia.
La melodia risuona nel cuore.
Quando si assume un asana si stabiliscono un inizio e una fine, ché l'asana è un rito.
Come il teatro: si apre il sipario, attore e spettatore entrano in una dimensione altra, in uno "spazio", appunto, rituale.
Quando il sipario si chiude c'è un attimo di silenzio, di vuoto, poi le emozioni si sciolgono in applausi, sorrisi e inchini.
I gesti, il respiro (che pure è un gesto!) l'alternarsi di tensione e rilassamento che riempiono il tempo di un asana, sono il ritmo, la successione di eventi (
क्रम krama) che scandisce il rito e lo racconta.
Le emozioni che nascono nel cuore sono la melodia. Emozioni che possono apparire diverse per ciascuno di noi ma alla fine, il rito dello yoga porta sempre nello stesso luogo: la Città della Luce (र Ra) e dello Stupore (ल La).
Per trasformare la pratica in Opera d'Arte lo Yogin deve amalgamare Tempo-Ritmo-Melodia o meglio Pensiero-Sensazione-Emozione, con l'abilità di un alchimista.
Senza Alchimia non c'è Arte. 
Il Tapas, l'Ardore, è il fuoco degli alchimisti, l'acqua che arde l'Ego e lo dissolve. 
Mi chiedo spesso se, chi pratica o dice di praticare yoga abbia coscienza di cosa significhi dissolvere l'Ego. 
Un conto è dirlo, leggerlo e raccontarcelo, cosa diversa è osservare l'implacabile annichilirsi dei ricordi e dell'immaginazione.
L'Ego si ciba di nostalgia, rancori e speranze: vuoi vivere nell'eterno presente? Cogliere l'attimo? 
Bene! Sappi che non avrai più passato né futuro. 
Assieme alla paura della morte svanirà il sapore del primo bacio e con le smorfie orrende di nemici immaginari spariranno sorrisi e sguardi fino a ieri eterni.
Ne vale la pena?
Se si pratica yoga "veramente" prima o poi si affronta l'abisso, il deserto silenzioso che svuota il cuore.
Il Tempo è il signore della morte: sconfiggi il Tempo e vivrai in eterno, il vuoto invece, non ha padroni.
Ma se ci si arriva, al vuoto, "accade".
"Accade" punto.
Il cuore svuotato dai ricordi e dai sogni, svela se stesso, ed emozioni più antiche dell'uomo si fanno brace e scintille.
 Il fuoco sacrificale che ha divorato il piccolo io rinasce come काम kāma, l'Antico dei Tempi.
La Città della Luce è la sua Radianza, कमा kamā, in sanscrito. 




-"Se le stelle apparissero una volta ogni cento anni l'uomo conserverebbe il ricordo della città di Dio"- 
Non ricordo chi l'abbia scritto, ma è proprio una bella frase. 
Se il sole ci mostra il mondo senza pudore, è con discrezione che i ricami oro e argento delle stelle ci portano fuori dalle tempeste, e addolciscono il vuoto angosciante della notte. 
Troppo caldo il sole per fartelo amico, neppure puoi guardarlo negli occhi. 
Con le stelle è diverso: godi della loro danza, sempre nuova, le saluti prima dell'alba, come un Romeo sorpreso dal canto dell'allodola, e dopo il tramonto le ritrovi lì, appese al cielo.
La Città della Luce, l'Isola delle Gemme, la Città di Dio degli Yogin, sono proprio loro, le stelle.


Ovvio diranno alcuni, ma per me è una scoperta recente e casuale.
Nello Yoga molte posizioni hanno nomi di uccelli, Cigno, Pavone, Corvo, Gru, Aquila, Colomba...
Le affinità degli asana con la forma, le qualità o la valenza simbolica degli animali, in certi casi evidenti, in altri assai meno, sono da sempre oggetto di studi e ricerche e se ne è scritto di tutto e di più, ma nessuno, a quanto so, ha mai collegato asana e animali alla volta celeste.
Qualche mese fa  ho cercato su Google "Cigno, Pavone, Corvo, Gru, Aquila, Colomba" (avevo bisogno di mmagini per un video didattico di Hatha Yoga) ed è venuta fuori la Via Lattea.
Mi si è aperto un mondo: le sequenze e i miti sembrano rappresentare particolari asterismi e ogni asana corrisponde ad una costellazione o, a volte, come nel caso della Rana, ad una stella con particolari caratteristiche.
In alcuni casi, come per la postura della Colomba, kapotāsana, ogni giuntura corrisponde perfettamente ad una stella.
Troppo per essere una coincidenza.
-"L'intero universo è racchiuso nel cuore dell'Uomo"- dicono i Veda, e se lo dicessero non in senso figurato?




Tempo-Ritmo-Melodia... 
Iniziamo a "danzare" un asana: si ascolta il respiro, si sciolgono le articolazioni, ad una ad una, e si distendono i muscoli. 
L'ascolto interiore rallenta il pensiero ordinario, e piano piano si entra in una dimensione "altra" più rarefatta. 
Quando la posizione è perfetta si entra in risonanza con gli astri e ogni organo, ogni arto canta insieme ad una porzione di Cielo, la stessa che vedevano e cantavano i poeti dei Veda.
Nel farci stella o pianeta godiamo di un istante di Eternità, prendiamo confidenza con l'Assoluto e i nostri 30, 50, 100 anni di vita segnata da una insanabile ansia di incompiutezza, ci appaiono per ciò che sono, battito di ciglia, o fremito d'ali di farfalla. 
Bello, anzi bellissimo.
Ma c'è  qualcosa d'altro.
Un qualcosa che  si trova nelle parole, nascoste o incomprese, di Gorakhanath, di Narada o dell'anonimo rishi della Chandogya Upanishad.
Il canto delle stelle non è una poetica suggestione, né un trucco ad ingannare la mente, è una realtà fisica, una energia che penetra nella carne e, coreografa sapiente, fa danzare le nostre cellule al ritmo dell'universo.
Parlano di rigenerazione cellulare i Nath, di suono che produce una luce ed un calore interiori in grado di modificare il corpo fisico.
Lo spazio che ci circonda sarebbe pieno di energia vibrante, basterebbe "farsi femmina innanzi all'Universo", come dicono tantrici e taoisti, per sentirla discendere in noi, fino al cuore segreto delle cellule, formato da cavità in grado di risuonare (microtubuli intracellulari, li chiamano i biologi). 
Lo Hatha Yoga è l'Arte che scioglie i vincoli (i blocchi psicofisici) e ci permette di far risuonare il nostro spazio interiore con l'Universo intero.
Ma questo spazio interiore non è la Nostra Anima, la nostra coscienza, ma la coscienza di ogni singola cellula: è lì che si cela il segreto della Vita, è lì che giace la Dea addormentata. 

video: L'ASANA DELLA COLOMBA

sabato 11 gennaio 2014

DANZARE LA VITA


La maggior parte delle concezioni spesso astruse o di difficile comprensione, che ci vengono propinate come sapere tradizionale, sono interpretazioni moderne o comunque posteriori all'elaborazione dei Veda e delle prime Upanishad.
 
Karma yoga, p.e, termine usato spesso nel senso di -"Sta zitto e pedala!"- a dir la verità sarebbe la via dei riti e delle formule magiche, e Maya, con cui si indica l'illusorietà della vita dell'Uomo,  un particolare potere del Dio degli Oceani, e re dei Naga, Varuna.
La Vita per lo Yoga non è illusione, anzi.
La vera "Liberazione", "Illuminazione", "Realizzazione" o come cavolo vogliamo chiamarla, secondo i testi consiste nel vivere pienamente la propria esistenza comprendendo l'identità tra saṃsāra, che viene tradotto con "PASSAGGIO DA UNO STATO ALL'ALTRO", ma significa 

INSIEME/CON [ saṃ ] l'ESSENZA [sāra
e nirvāṇa che viene tradotto con LIBERAZIONE, significa 
SENZA [ nir] MUSICA/VITA [vāṇa].
Quando sono vivo sono con l'Essenza, ovvero con la Vita, la Dea.
Quando muoio non c'è più vita e non si sente più il suono (musica) del respiro.
La vita umana è un percorso che dalla nascita, attraverso una serie di passaggi di stato ( infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia) conduce alla morte.
I passaggi di stato sono saṃsāra e la morte è nirvāṇa.
Ma la morte non è il contrario della vita, anzi fa parte della Vita con la V maiuscola perché la Vita è l'unica vera Dea e prescinde dall'esistenza individuale. 

saṃsāra = esistenza terrena e nirvāṇa = morte, i Veda non ci dicono nulla di più e nulla di meno.

Chi si lega al fantasma dell'ego, e crede che la sua individualità sia un tesoro da custodire e proteggere, soffre della dipartita dei suoi cari (si sente abbandonato e quindi tradito) e dell'approssimarsi della sua. 

Chi invece si arrende alla Vita, unica Realtà, muore sereno.
Per chi ha fame di filosofie complicate, di misteri da svelare, di formule magiche che ti rendono ricco e famoso a studiare i Veda c'è da rimanere delusi: 


-"Ma come? Sembrano le cose che mi diceva Nonna Olga!"- 


Chi invece tenta di spazzar via i luoghi comuni e le credenze, sente pian pianino insorgere quella meraviglia (vismaya) di cui parlano gli insegnamenti tantrici.
Nei Veda Scienza e Poesia si rincorrono l'un l'altra, si avvinghiano, si lasciano e si riabbracciano come amanti vogliosi.
Non c'è differenza tra cuore, mente e corpo, c'è solo l'Essere Umano.
Nel Leggere il Rig Veda e le prime Upanishad, sono rimasto  colpito dal continuo alternarsi di pianti e sorrisi, dall
a leggerezza con cui vengono trattati i moti dell'animo, le gesta eroiche, le profonde riflessioni sulle origini del cosmo. 
Sono così noiose, al confronto, le nostre attuali erudite disquisizioni filosofiche!
Nel Rig Veda, per fare un esempio, Indra torna a casa dopo un epico combattimento con qualche Asura e trova la moglie Indrani, che si lamenta per le sue scarse prestazioni sessuali:


 -"Guarda caro mio, come ciondola tra le coscie, inutile, il pene dell'impotente! Quello del potente invece si rizza subito e la mia vagina pelosa lavora per lui!"-



Nella Chandogya, dopo aver descritto il complicato simbolismo del sole nella Madhu Vidya (Conoscenza del Miele) l'autore strizza l'occhio ai lettori: 

-"Oh fai attenzione che parlo di sole dell'alba, del mezzogiorno e del tramonto, ma il sole è uno soltanto e se ne sta lì, fermo, in mezzo al cielo..."-

Le parole degli autori dei Veda, leggere e potenti insieme, graffianti e cariche di umori, fanno trasparire un amore infinito per la Dea e per l'Essere Umano.
Erano saggi gli autori dei Veda, e il vero saggio danza la vita.
Chissà perché invece coloro che affermano di rifarsi alla Tradizione con la T maiuscola, al Sanathana Dharma, ai Veda, appunto, sono spesso così pesanti e, almeno in apparenza, lontani dalla Gioia e dall'Amore per la Vita. 
Il concetto di base dei Veda, come ho detto, è abbastanza semplice:

 "Se vuoi vincere la paura della morte e arrivare sereno alla fine dei tuoi giorni, devi comprendere che la Vita è qualcosa di più dell'esistenza individuale".

Per arrivare alla meta, una morte serena, i rishi ci danno una serie di consigli pratici, chiamiamole "tecniche operative", che ruotano intorno a tre parole che paiono personaggi dei fumetti: 


भक्ति bhakti, भुक्ति bhukti e मुक्ति mukti

[Piccola parentesi rima di affrontare il significato letterale delle tre parole : anche uno scemo si accorge che le tre parole sono bisillabiche e hanno in comune la parola kti, come śakti, rakti ecc.
La sillabakti indica nello yoga una particolare azione da compiere nella pratica e le sillabe che la precedono sono invece le vibrazioni che provengono, da particolare settori della sfera celeste detti in astronomia Nakshatra. I nakshatra sono 27 e le sillabe/vibrazioni sono quattro per ogni Nakshatra. In totale quindi abbiamo 27x4= 108 vibrazioni che rappresentano i 108 elementi della fisica vedica.
Chi vuole approfondire può cercare di mettere in collegamento le sillabe dei nakshatra con le costellazioni e gli asana dello hatha yoga: il risultato è stupefacente]


Bhakti letteralmente significa "ciò che appartiene a qualcosa d'altro", ma è anche "una linea che divide" o "una porzione di qualcosa". 

Bhukti è il "godimento", "l'utilizzazione di qualcosa", ma indica anche "il movimento che un pianeta compie in un giorno solare". 

Mukti, che generalmente viene tradotto con "liberazione", significa "abbandono", "gettato via", "spedito". 

Abbiamo visto che il fine dello yoga vedico è quello di liberarsi della paura della morte (mukti) e di assicurarsi una serena dipartita.




La via più semplice è quella di comportarsi bene, cercando di non far soffrire nessuno, condurre una vita onesta insomma, in modo da non aver nemici che ti rompono le balle quando stai per morire, né sensi di colpa che ti torturano mentre il Signore del Tempo bussa alla tua porta.
Ma non è che sia una via sempre affidabile.
Spesso ci si fanno dei nemici senza saperlo e altrettanto spesso i rimpianti per i "baci che non si è osato dare", ovvero la soddisfazione dei desideri che ci siamo negati per fare le persone brave, buone e oneste, torturano come e più dei sensi di colpa.
E allora entra in gioco Bhakti, l'appartenenza:

-"Non aver paura, non sei solo, abbi fede in Tizio, Caio o Sempronio e la luce che Egli/Ella/Loro faranno sbocciare nel tuo cuore ti condurrà alla gioia eterna, al paradiso o a una rinascita fortunata"-






Bhakti non è male, perché a chi non riesce proprio di abbandonarsi al flusso della Dea, cioè  buttar via la propria identità individuale, far parte di una congrega di eletti o di una comunità di simili appare un compromesso accettabile: nel feticcio che si costruisce, assieme, si ficcano tutte le qualità positive che l'essere umano può immaginare e si viene a creare un flusso virtuale che, comunque sia, alla fin fine andrà a sciogliersi nel fiume dell'Esistenza, nella Vita.
I problemi nascono quando si comincia a voler affermare la superiorità del proprio feticcio rispetto a quello altrui.
L'Ego si annulla sì (parzialmente) nella comunità dei fedeli o degli affiliati, ma a volte si proietta nella comunità stessa, sovrapponendosi al feticcio da adorare.
E allora vai con la lotte di religione, le discriminazioni, le sette segrete.
A volte i risultati della Bhakti sono paradossali,
Buddha Shakyamuni, che, ad esempio, nel Kamala Sutta (vedi "NON CREDETE") dà una visione corretta e ispirata dei primi insegnamenti vedici, viene trattato spesso da anti-tradizionale (contro i Veda) e finisce con il diventare oggetto di quella devozione contro la quale metteva in guardia i suoi discepoli.
Altre volte gli effetti  sono drammatici.
I massacri fatti in nome dell'Amore, le dispute teologiche risolte a colpi di spada o illuminate dal fosforo bianco sono i crimini più stupidi e orrendi che un essere umano possa compiere.
Le guerre per il cibo o per il petrolio sono assai più comprensibili delle guerre di religione.


A coloro infine che sembrano più disposti, per caso o per temperamento, ad abbandonarsi al flusso della Vita, i Veda propongono una serie di tecniche per rimuovere i "contenuti psichici", quelle sovrastrutture culturali che impediscono  di godere pienamente (bhukti) della propria esistenza.
Sul godere dobbiamo intenderci.
Non si tratta di dedicare la vita alla ricerca del piacere sensoriale.
Godere significa vivere intensamente ogni attimo, ogni evento, ogni incontro.
Anche la sofferenza per un piede rotto è bhukti.
Anche la tristezza per la scomparsa di un parente è bhukti.
Il segreto è non "stare sul pezzo".
Se muore il mio pappagallino ammaestrato piango.
Un istante dopo passa una ragazza bella da impazzire e io rido.
Questo è il distacco dalle emozioni!
Le emozioni e le percezioni per lo yoga sono strettamente connesse.
Senza emozione non c'è percezione, senza percezione non c'è vita.
Eliminare le emozioni non significa essere illuminati, ma essere diventati dei sassi o dei pezzi di ferro.
Significa aver gelato la vita che è in noi.
La vita, la Dea, è Kundalini di Fuoco, energia e calore.
Tentare di congelarla conduce nel deserto silenzioso di cui parlano certi mistici, un inferno di solitudine.
La tecnica più raffinata che ci hanno tramandato i poeti-scienziati dei Veda è lo Hatha Yoga.
Lo Hatha Yoga, alchimia interiore, porta alla trasformazione delle energie sottili e quindi del corpo fisico, oltre che della mente.
Alcuni storcono il naso quando leggono che lo Hatha yoga allontana le malattie e allunga la vita.
Bisogna dire che la longevità e la salute non sono il fine dello  yoga, ma vivere, in salute, 84, 103 o 130 anni (non sono numeri che mi invento, sono tratti dai testi) o addirittura ottenere l'immortalità del corpo, aumenta le possibilità di giungere alla realizzazione, la "vera" realizzazione non duale.
-"Conoscenza"- dice Tsong Ka pa - "è entrare nella Terra pura con il corpo fisico"-
La Terra Pura è la terra in cui non esiste l'angoscia, il paese della Gioia, la condizione naturale dell'uomo prima della "caduta".
La Caduta invece è la glorificazione dell'ego, la nascita della stolta credenza che l'individuo sia più importante della Vita.

L'Angelo caduto, il Dio annichilito è l'uomo che abbandona la Dea, fingendo di di non riconoscere 
-"I suoi occhi blu come il fiore di utpala, 
i suoi capelli neri come l'ala del corvo, 
le sue labbra rosse come il sole dell'alba"-.

mercoledì 23 ottobre 2013

IL VIRUS DELL'IGNORANZA - VIDYA E NIDRA

Il luogo comune è il principale nemico della conoscenza. 
Ogni volta che, per pigrizia, stupidità o eccesso di fiducia [fede?] nei confronti di chi ne sa o ne dovrebbe sapere più di noi, rinunciamo alla sana curiosità del ricercatore e rinchiudiamo la mente negli steccati del "COME HA DETTO TIZIO", "SECONDO CAIO" ecc. ecc. spargiamo il virus dell'ignoranza. La ricerca dovrebbe essere libera da ogni genere di pregiudizio e il ricercatore "VERO" dovrebbe farsi tutte le domande che gli altri non osano fare, anche le più stupide, senza dar mai niente per scontato.
Ultimamente, lavorando su un testo di Babaji ["Gorakhvani - i segreti di Guru Gorakh"-J.Amba Edizioni], mi sono trovato a fare i conti con i luoghi comuni dello Yoga. 
Si tratta, di una serie di errori di traduzione, banalizzazioni e, a volte, colpevoli mistificazioni, che a son di essere ripetuti sostituiscono i significati originali di parole, simboli e tecniche rendendo incomprensibili gli insegnamenti antichi.
I casi più interessanti in cui mi sono imbattuto nei giorni scorsi, riguardano due parole usate assai comunemente nei testi di yoga e di filosofia indiana: 

- nidrā;
- vidyā;


निद्रा nidrā di solito viene tradotto con "sonno", con yoga nidrā   che, ovviamente, divienta lo "yoga del sonno". 
Di Vishnu, in yoga nidrā sull'Oceano di Latte  si dice, ad esempio, che "DORME SULL'OCEANO DI PRIMA DELL'INIZIO" e questo ha portato ad una miriade di interpretazioni poetiche e suggestive e di discussioni  sul "Dio che dorme", sul  sonno come stato di coscienza, sul sonno come condizione che impedisce il risveglio (illuminazione) ecc. ecc.
Bello, ma non mi ha mai convinto






Ho fatto una ricerca su una serie di vocabolari on line e la verità è balzata fuori, evidente, in pochi minuti: dormire in sanscrito si dice सुप्ति supti o  स्वप्न svapna Nidrā, per gli yogin, è invece IL NOME MISTICO DELLA LETTERA भ bha, secondo petalo del cakra dei genitali, svadhiṣṭhāna, il "luogo proprio", la "casa", dell'energia creativa o kundalini



 Nidrā  è  l'infinita energia potenziale della natura, la forza che fa germogliare il seme, dischiudere un uovo e sviluppare il feto.
Non so chi per primo abbia tradotto Nidrā con sonno, né per quale motivo lo abbia fatto, ma chiunque sia stato ha creato una vera e propria scuola di pensiero, molto interessante a dir la verità, che  però niente ha a che vedere con gli insegnamenti  dei Veda, del Vedanta e dei Tantra.

nidra devi

Un altra parola  che ha subito gli effetti del "virus dell'Ignoranza" [la tendenza ad accettare acriticamente e a divulgare le interpretazioni altrui di simboli e  concetti]  è  vidyā. Per  [quasi] tutti coloro che si occupano di yoga e di filosofia indiana, vidyā significa  conoscenza, ed è opposta ad avidya che significherebbe "IGNORANZA METAFISICA".
Basta una ricerca, nemmeno troppo approfondita per scoprire che विद्या vidyā è IL NOME MISTICO DELLA LETTERA  इ i, terzo petalo del cakra della gola, viśuddha


विद्या vidyā non è la conoscenza, ma il potere magico, e insieme le tecniche operative per ottenere tale potere. 
Nei Veda ne sono citate 32 [tra le quali la Madhu vidyā e la Agni vidyā  che rappresentano in parte o totalmente, l'insegnamento che Babaji ci ha lasciato nel "Gorakhvani"], alle quali vanno aggiunte le 10 mahāvidyā del tantrismo [NB. probabilmente le mahāvidyā rappresentano il sunto delle 32 vidyā originali]. Una vidyā è "una Dea", ovvero una serie di tecniche operative, asana, mudra, mantra,dhyana... finalizzate all'ottenimento di una particolare forma del  potere creativo di durgā.
Continuare a tradurre vidyā "semplicemente" con conoscenza alla fine ci darà un'idea dello yoga completamente falsata.


Veniamo adesso al punto fondamentale: le traduzioni non corrette di vidyā e nidrā sono solo due degli esempi della banalizzazione del sapere vedico.

Ogni volta che ci avviciniamo ad un testo o ad una sequenza di esercizi provenienti dalla tradizione indiana, dovremmo considerare che le conoscenze scientifiche dei padri dello yoga erano infinitamente maggiori di ciò che crediamo.
In un testo del 1.000 a.C., la Chandogya up. [III libro], si parla ad esempio del moto apparente del sole e del suo non sorgere nè tramontaregli autori dei veda sapevano benissimo che è la terra a girare intorno al sole. In un altro testo, più recente (500 a.C.), il Chandarshastra di Pingala [che per alcuni non sarebbe altri che Patanjali, l'autore degli Yogasutra] si parla della serie di Fibonacci [definita mātra meru o "misura del Monte Meru"], di "proporzione aurea" , di equazioni di secondo grado e del loro legame con gli astri e i metri poetici dei Veda.
Lo YOGA è scienza, la Scienza dell'Essere Umano, e se si dice che gli asana, le mudra, i mantra sono la danza e i canti dell'universo non bisogna pensare a metafore poetiche. Secondo me [lo scrivo,  anche se mi prenderanno per pazzo] gli antichi indiani, come forse gli  egizi o i greci del tempo di Orfeo, avevano penetrato il segreto della vita, l'ARTE DELLA VIBRAZIONE, ed hanno cercato di trasmettercelo in tutte le maniere possibili [libri, simboli, statue, rappresentazioni pittoriche, brani musicali, danze] sicuri del fatto che, in un modo o nell'altro, noi avremmo "ricevuto il messaggio".
 Purtroppo hanno sottovalutato la nostra stupidità.

Guardo, la rappresentazione di Vishnu che DORME sull'Oceano di Latte e  mi chiedo cosa passa per la testa di tanti studiosi o devoti praticanti che hanno scritto, commentato e divulgato quel mito.

Non lo vedete che ha gli occhi aperti? 




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