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YOGA TRADIZIONALE? IL MISTERO DI VIJAYANAGARA

L'immagine che ho postato rappresenta uno   h aṭhayogin i mpegnato in una variante della verticale sulle braccia, tecnicamente  baddha konasāna adho mukha    vṛkṣāsana. si tratta di una delle posture  di Haṭḥayoga scolpite sulle colonne dei templi e degli edifici civili di Hampi , la capitale del mitico impero di Vijayanagara. L’Impero di Vijayanagara, che univa gli attuali territori del Karnataka, dell’Andhra Pradesh, del tamil Nadu e del Kerala, fu fondato nel XIV secolo dai fratelli Bukka raya I e Harihara I, sotto la guida dello yogin advaitin Vidyāraṇya [1] e raggiunse il suo massimo sviluppo tra il XV e il XVII secolo . A giudicare dai racconti dei viaggiatori europei di quel tempo - come Duarte Barbosa [2] , Fernao Nuniz [3] , Niccolò de’ Conti [4] - e dei diplomatici islamici, come l’ambasciatore persiano Adul al Razz ā q Samarqand ī [5] , , la capitale dell’Impero, Hampi oltre ad essere una città di incredibile bellezza e ricchezza, era nota per la politica illumi

E SE LO YOGA FACESSE MALE? RIFLESSIONI SULLA PRATICA DI KRISHNAMACHARYA, IYENGAR E PATTABHI JOIS

  Nel Goraksha Paddhati - uno dei testi fondamentali dello h aṭhayoga - si afferma che la pratica assidua conduce al ringiovanimento del corpo, alla salute e alla longevità. Il corpo è sacro per lo h aṭhayoga, e bellezza, salute e longevità sono  condizioni necessarie per poter realizzare i  " tanto amati dagli yogin " - come afferma Goraksha -  poteri psichici - siddhi - da utilizzare per "il bene di tutti gli esseri senzienti". Lo  h aṭhayoga, anche se a molti parrà un affermazione strana o provocatoria -   va quindi considerato "anche" una forma di fitness, ovvero una attività che conduce alla salute e alla bellezza del corpo;  Considerando che il corpo umano è sottoposto sempre alle stesse leggi in tutti i tempi e a tutte le latitudini ho pensato che praticando gli  āsana e  le sequenze gli yogin debbano, necessariamente, seguire le stesse regole fondamentali dei danzatori e dei ginnasti occidentali. Ho analizzato in cerca di conferme una serie

LE MILLE TRADUZIONI DELLA BHAGAVADGĪTĀ E I FILTRI COGNITIVI – CONFESSIONI DI UNO HAṬḤAYOGIN IGNORANTE N.2.

  Il mio ultimo post sul sanscrito – “ Confessioni di uno Haṭḥayogin ignorante” – ha suscitato un acceso dibattito, e visto che confronti e condivisioni, secondo me, per un ricercatore sono indispensabili stimoli, ho pensato di scriverne la seconda parte. Tanto per chiarire la mia intenzione non è certo quella di insegnare il sanscrito ai sanscritisti: sarebbe come rubare in casa dei ladri! È come se un illustre linguista venisse ad insegnare bandha e mudr ā ai miei allievi quasi tutti istruttori e praticanti esperti: sarebbe ridicolo!  Esattamente come sarei ridicolo io se volessi insegnare le regole del sandhi ad un gruppo di eruditi sanscritisti. I miei sono semplici tentativi di collegare due ambiti che, nonostante l’apparente vicinanza, mi pare che, a volte, facciano fatica a comunicare tra loro. Le difficoltà di comunicazione – ribadisco che è una mia opinione e non un fatto acclarato – secondo me dipendono da quelli che ai miei tempi venivano chiamati “filtri cogni