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LE RADICI BUDDHISTE DELLO YOGA SŪTRA

 


Durante la traduzione del "Pātañjalayogaśāstra", lo Yoga Sūtra di Patañjali con il commento di Vyāsa, che ci ha occupato negli ultimi quattro anni, Laura Nalin ed io ci siamo fatti l'idea che il Pātañjalayogaśāstra sia nato in ambito buddhista. Le affinità tra lo Yoga di Patañjali  e gli insegnamenti di Buddha sono molte e non siamo certo i primi ad averle notate, ma pensiamo possa essere utile evidenziarne alcune.

I - LA SCUOLA YOGĀCĀRA

Si legge nel Sūtra 4.1:

janma-auadhi-mantra-tapa-samādhi-jā siddhaya ||4.1||

Ovvero:

Le Siddhi vengono conseguite per nascita, attraverso l’uso di erbe, con i mantra, con la pratica delle austerità e con la pratica del Samādhi ||4.1||

Si tratta di un versetto sostanzialmente identico alla descrizione dei mezzi di conseguimento delle ddhi presente in Abhidharma-kośa VII, p. 122:

Le ddhi vengono conseguite con la pratica della meditazione (bhāvanāja), per nascita (upapatti-lābhika), con i mantra (vidyā o mantra kta), attra­verso l’uso di erbe (oadokta), con le azioni (karmata).

Abhidharma-kośa è un testo del IV secolo attribuito al monaco buddhista Vasubandhu, fondatore, assieme al fratello Asanga, della scuola Mahāyāna “Cittamātra”, detta anche “Yogācāra” o “Vijñānavāda”. Il versetto 4.1 non è un caso eccezionale: i temi fondamentali e la terminologia del Buddhismo – soprattutto della scuola “Cittamātra” - sono ripresi così spesso nello Yogabhāya da far pensare ad un rapporto di filiazione o comunque ad uno studio critico della letteratura dei Prajñāpāramitā Sūtra. In questa breve introduzione ne citeremo solo alcuni. Nei commenti ai versetti 1.32, 4.14, 4.19, 4.20, 4.21, 4.23, 4.24, ad esempio, si avverte, secondo noi, chiaramente, l’eco delle numerose dispute tra buddhisti Cittamātra e buddhisti Mādhyamika, come il famoso dibattito sulla “Realtà” tra Candragomin[1] e Candrakīrti[2] all'università di Nālandā durato sette anni senza che nessuno dei due prevalesse. I Cittamātra, che fondavano il loro pensiero sulla percezione del mondo oggettivo e sulla distinzione tra soggetto ed oggetto fino ad arrivare all’essenza, o Tathātā, dei fenomeni, accusavano i Mādhyamika di tendenze nichiliste per il loro ritenere la vacuità come unica realtà; ecco a tale proposito cosa scrive Vyāsa nel commento al versetto 4.14

Ogni trasformazione unitaria, ogni oggetto di percezione ha un fondamento di realtà e non esiste oggetto che non coesista con un’idea. Esistono tuttavia idee che non coesistono con gli oggetti, e sono quelle che vengono create nella sfera del sogno. Alcuni filosofi, come i Vaināśika, con tale ragionamento cercano di provare la non realtà di tutti gli oggetti, arrivando ad affermare che essi sono pure creazioni della mente e che, quindi, non hanno nessun fondamento di realtà. I Vaināśika negano la loro stessa esperienza del mondo oggettivo, sulla base di un ragionamento che è logicamente indimostrabile; e quando lo si fa loro notare continuano a dire sciocchezze al riguardo. Come è possibile dare ascolto a costoro?

II - BRĀHMAVIHĀRA

La pratica dei quattro “stati spirituali” - o “dimore divine” - detti “Brāhmavihāra”, è uno degli insegnamenti fondamentali del Buddhismo[3]. Le quattro “dimore spirituali” sono le seguenti:

1.       Maitrī (“cordialità”, “benevolenza”);

2.       Karuā (“gentilezza”, “compassione”);

3.       Muditā (letizia);

4.       Upekā (equanimità).

Nello Yogabhāya le troviamo citate in 1.33 3.23; e 4.10:

La stabilità della mente [si ottiene] coltivando la cordialità, la compassione, la gioia e l’equanimità riguardo al piacere e al dolore, ai meriti e ai demeriti ||1.33||

Che egli coltivi nella sua mente l'abitudine alla cordialità, Maitrī, verso coloro che sperimentano la condizione del piacere; la compassione, Karuā, verso coloro che soffrono; la compiacenza, Muditā, verso coloro che sono virtuosi e l’indifferenza, Upekā, verso i viziosi. Abituando così la mente a queste nozioni, insorge il dharma bianco («śuklo dharma upajāyate»)[4]. Quindi la mente diventa pura. Essendo diventata pura, diventa concentrata e raggiunge la condizione di stabilità.

[Praticando Sayama] su Maitrī, la cordialità, ecc. si realizza l’acquisizione dei poteri [corrispondenti] ||3.23||

Dal praticare sayama su Maitrī (cordialità), Karuā (compassione) e Muditā (benevolenza/attitudine alla gioia) insorgono i poteri [corrispondenti]. Cordialità, compassione e benevolenza sono le tre meditazioni, Bhāvanā [vedi Sūtra I.33]; tra di esse, chi pratica la meditazione sull'amicizia verso gli esseri felici ottiene il potere dell'amicizia; chi pratica la meditazione sulla compassione verso chi soffre ottiene il potere della compassione; chi pratica la meditazione sulla benevolenza verso coloro che hanno una condotta virtuosa («puyaśīla») ottiene il potere della benevolenza. Attraverso lo sforzo cosciente e ripetuto si arriva al samādhi, che è Sayama. Così nascono i poteri che non conoscono ostacoli. [Per ciò che riguarda] Upekā, ovvero l’equanimità [non essendoci sforzo cosciente] non c’è Samādhi, e quindi, poiché non esiste Sayama, non esiste nessun potere di Upekā, l’equanimità.

Le cause attivanti esterne sono quelle che hanno bisogno del corpo come strumento, e sono, per esempio, il cantare inni religiosi, il fare la carità o l’eseguire dei rituali di devozione. Le cause attivanti interne sono quelle che hanno bisogno solo della mente. Così è stato detto:

Maitrī, la cordialità ecc. sono la pratica dei meditanti, non dipendono per loro stessa natura da cause esterne e portano alla manifestazione del Dharma più alto.

Di questi due mezzi, quelli mentali sono più potenti. Tanto potenti da “superare” la conoscenza e l'assenza di desiderio. Chi potrebbe, altrimenti, rendere vuota la foresta di Daṇḍaka[5], o bere l'oceano come Agastya[6], con la sola azione della mente?

III - LE QUATTRO NOBILI VERITÀ

L’esposizione delle “Quattro Nobili Verità” è uno degli insegnamenti fondamentali del Buddhismo; la sua formulazione classica la troviamo per la prima volta nel "Discorso della messa in moto della ruota della Dottrina" o Dharmacakrapravartana Sūtra, facente parte del Canone Pāli:

1.       La Verità del Dolore, “dukha-satya”;

2.       La Verità della Causa del Dolore, “samudaya-satya”;

3.       La Verità della Cessazione del Dolore, “nirodha-satya”;

4.       La Verità della Via che porta alla Cessazione del Dolore, “mārga-satya”.

Nello Yogabhāya l’insegnamento delle “Quattro Nobili Verità”, che pervade tutto il testo, viene esposto con estrema chiarezza nel commento al versetto 2.15:

Per coloro che discriminano tutto è dolore, a causa delle sofferenze causate dai cambiamenti, dall’ansia e dai Saskāra, nonchè dai conflitti connaturati al funzionamento dei Gua ||2.15||

[…] Il seme da cui ha origine questo grande aggregato di dolori è Avidyā, l’ignoranza («tadasya mahato dukhasamudāyasya prabhava-bījam-avidyā»)[7], e il mezzo per annichilirla è la retta visione, o retta conoscenza («sayagdarśana»). Così come la scienza della medicina («cikitsā-śāstra») che ha quattro diversi aspetti («caturvyūha»), malattia, causa della malattia, assenza di malattia e strumento di guarigione («rogo rogahetur-ārogya bhaiajyamiti»), anche questa scienza ha quattro aspetti, ovvero:

-          Sasāra;

-          Causa del Sasāra;

-          Liberazione, Moka,

-          Metodo per la liberazione, Mokopāya.

Tra questi:

-          Il Sasāra, con le sue sofferenze, è la “malattia”, ciò che deve essere abbandonato;

-          L’unione di Pradhāna e Purua è la “causa della malattia”, la causa di ciò che deve essere abbandonato («pradhāna-puruayo sayogo heyahetu»);

-          La “Liberazione” è la “l’assenza di malattia”, la fine dell’unione di Pradhāna e Purua;

-          La retta visione, o retta conoscenza («sayagdarśana») è lo strumento per la “guarigione”, il mezzo per abbandono («hāna-upāyah»).

In questo percorso “di guarigione”, l’individualità di colui che vuole rimuovere la sofferenza non deve essere considerata né un dolore da abbandonare, né un oggetto da desiderare, perché nel primo caso la “Liberazione” comporterebbe la distruzione del Sé; nell’altro dovremmo considerare il Sé come qualcosa di causato da altri. Una volta abbandonate entrambe queste ipotesi, rimane solo la teoria dell’immutabilità del Sé.

IV - BHAVACAKRA, LA RUOTA DELL’ESISTENZA

Per Bhavacakra o Sasāracakra – si intende la “Ruota dell’Esistenza”, una rappresentazione grafica del Kāmadhātu che viene dipinta sui muri esterni dei templi buddhisti, ed ha lo scopo di introdurre gli adepti agli insegnamenti dei “tre veleni”, dei “sei sentieri” e dei “dodici anelli della produzione condizionata”. Al centro della “Ruota dell’Esistenza”, in quello che possiamo considerare il primo livello o “cerchio interno”, ci sono tre animali - un maiale, un serpente e un uccello – che rappresentano i “tre veleni” – in sanscrito trivia[8], ovvero:

-          Avidyā o Moha[9] è il veleno dell’ignoranza – o dell’illusione - rappresentato da un maiale o da un cinghiale;

-          Tṛṣṇā o Rāga è il veleno della brama - o desiderio o passione - rappresentato da un uccello, spesso con un gallo;

-          Dvea, è il veleno dell’avversione e dell’odio, rappresentato da un serpente.

Il “secondo livello” del Bhavacakra è un anello suddiviso in due parti, una chiara ed una scura. All’interno della metà chiara sono rappresentate delle figure umane che sembrano essere attratte verso l’alto da quello che pare essere un illuminato o, meglio, un bodhisattva[10]; nella metà scura donne e uomini vengono spinti e tirati verso il basso da uno o più demoni. Le due metà dell’anello rappresentano le azioni positive (“karma bianco”) e le azioni negative (“karma nero”) causate dai “tre veleni” Il terzo livello rappresenta invece i “sei mondi” o “livelli di esistenza” nei quali è possibile rinascere: I mondi inferiori sono:

-          Il regno degli esseri infernali;

-          Il regno dei “fantasmi affamati”;

-          Il regno degli animali.

Mentre i regni superiori sono:

-          Il regno degli uomini;

-          Il regno degli Asura;

-          Il regno degli dèi.

Quando predomina il “karma bianco” si rinascerà nei mondi “superiori”, quando predomina il “karma nero” si rinascerà invece in uno dei mondi inferiori. Nello Yogabhāya l’insegnamento dei sei regni di esistenza è citato espressamente nel commento ai versetti 3.18 e 4.11:

Attraverso la percezione diretta dei Saskāra [ovvero portando alla coscienza i contenuti psichici residui] [si realizza] la conoscenza degli stati di esistenza precedenti ||3.18||

A questo proposito si racconta la seguente storia: Bhagavān Jaigīavya ottenne la conoscenza della discriminazione tra il reale e l'irreale dopo aver visto, grazie alla realizzazione della conoscenza dei suoi saskāra, i suoi stati di esistenza precedenti. Bhagavān Āvaya, dopo aver preso un corpo[11] gli chiese:

«Hai vissuto [nei vari regni di esistenza] attraverso dieci Mahāsarga [o grandi cicli di esistenza] senza che la tua essenza luminosa (Buddhisattva) fosse sopraffatta. Hai sperimentato le sofferenze dell’esistenza nel regno degli inferi, nel regno degli animali, come feto (garbha) e sei nato molte volte nei regni degli uomini e degli dèi: In tutte queste esistenze hai provato in misura maggiore piacere o dolore?»

Jaigīavya rispose così a Bhagavān Āvaya:

«Ho vissuto dieci Mahāsarga, la mia “essenza luminosa”, Buddhisattva, non è mai stata sopraffatta. Ho sperimentato le sofferenze dell’esistenza nel regno degli inferi, nel regno degli animali, come feto (garbha) e sono nato molte volte nei regni degli uomini e degli dèi. Tutto ciò che ho sperimentato è solo dolore».

Bhagavān Āvaya disse:

«Questa padronanza e rispetto per Pradhāna e questa tua inestimabile gioia da appagamento sono dovute all’esperienza del dolore?»

Rispose Jaigīavya:

«Rispetto alla beatitudine della libertà assoluta (kaivalya) la soddisfazione che deriva dal godimento degli oggetti del desiderio è solo dolore. L’essere sottoposti ai tre gua è nella natura (dharma) di Buddhisattva, e tutto ciò che è sottoposto ai tre gua può essere considerato dolore evitabile[12]. La “catena del desiderio” ha la natura del dolore. È stato detto che quando l'ansia del dolore che nasce dal desiderio viene rimossa, allora arrivano la gioia e la quiete che abbraccia tutto»[13].

Essendo le Vāsanā tenute insieme da causa, effetto, sostrato e oggetto di supporto, alla scomparsa di questi scompaiono anch’esse. ||4.11||

Dal Dharma, deriva Sukha, il piacere; da Adharma, deriva Dukha, il dolore; da Sukha, deriva Rāga, la passione, inteso come “ossessione per il piacere”; da Dukha, deriva Dvea, l'avversione, intesa come “ossessione per il dolore”; da questa dinamica deriva “lo sforzo”. Attraverso lo sforzo di mente, parola e corpo, si favoriscono o si danneggiano gli altri esseri viventi e da qui derivano di nuovo Dharma e Adharma; quindi, piacere e dolore (Sukha e Dukha), da cui derivano di nuovo attaccamento e avversione (Rāga e Dvea). È così che gira la ruota a sei raggi del Sasāra (“aara sasāracakra”[14]) il cui perno è Avidyā, la radice dei Kleśa. Così abbiamo definito Hetu la causa. Phala, il frutto, è ciò per cui viene prodotta la qualità idonea, ovvero il Dharma appropriato. Āśraya, il sostrato, è la mente che ha ancora un Dharma da assolvere; è lì, in Āśraya che dimorano le Vāsanā. Una volta che la mente ha realizzato il suo Dharma il sostrato scompare e le Vāsanā non hanno più ragione di esistere. Ālambana, l’oggetto di supporto dei residui mentali, è,infine, ciò con cui viene “stabilito il contatto” richiamando le Vāsanā. L’esistenza delle Vāsanā dipende da Hetu, Phala, Āśraya e Ālambana, causa, frutto, sostrato e oggetto. Quando questi non esistono, scompaiono anche le Vāsanā.



[1] Candragomin era figlio di uno studioso di casta katriya. Fu allievo di Sthiramati (VI sec.), a sua volta seguace della scuola buddista Cittamātra. Fu autore del Cāndravyākaraa, commentario della grammatica di ini. Secondo la tradizione tibetana lesse le opere di Candrakīrti giudicandole migliori delle sue, e gettò le sue in un pozzo, ma gli apparve Tārā che gli impose di recuperarle a beneficio degli esseri senzienti. Nel Canone tibetano sono conservati quattro inni a Tārā a lui attribuiti.

[2] Candrakīrti nacque verso la fine del VI secolo nell'India meridionale e, dopo aver studiato il Canone buddista, si recò a Nālandā dove ebbe modo di studiare le opere di Nāgārjuna. Erudito e con grandi capacità dialettiche, finì per ricoprire il ruolo di abate di questo grande monastero-università. Fu un esponente del Madhyamaka Prāsaghika elaborato da Buddhapālita (470–550). A lui vengono attribuite le seguenti opere, tutti commentari alle opere di Nāgārjuna e Āryadeva:

-          Śunyatāsaptativtti (Canone Tibetano edizione di Pechino, 5268) commentario al Śunyātāsaptati di Nāgārjuna;

-          Yuktiatikāvtti (Canone Tibetano ed. di Pechino, 5265) commentario al Yuktiāṣṭika di Nāgārjuna;

-          Prasannapadā (anche Madhyamakāvtti) commentario al Mūla-madhyamaka-kārikā di Nāgārjuna;

-          Catuśatakaīka (Canone Tibetano ed. di Pechino, 5266), è un commentario al Catuśataka di Āryadeva.

Vedi: David S. Ruegg. The Literature of the Madhyamaka School of Philosophy in India. Wiesbaden, 1981

[3] Vedi: Raniero Gnoli (a cura di), La rivelazione del Buddha, collana I testi antichi, Vol. I, Arnoldo Mondadori Editore, 2001.

[4] Da notare che “dharma bianco” (“śukladharma”) è un termine tecnico buddhista che indica gli insegnamenti originari del Buddha.

[5] La distruzione della foresta di Daṇḍaka è una storia ben nota nella letteratura buddhista e, con alcune varianti, narra della distruzione di uno o più regni a causa della «rabbia mentale di un ṛṣi». Uno dei testi che la descrive è la “appendice 1 della Mahāprajñāpāramitāśāstra di Nāgārjuna, cap. XXIV, 2.4.

Vedi https://www.wisdomlib.org/buddhism/book/maha-prajnaparamita-sastra/d/doc225355.html:

Ecco come un ṛṣi che possedeva i cinque poteri soprannaturali (abhijñā) distrusse un intero paese alla maniera di un fuoricasta (caṇḍala) semplicemente per odio, nonostante praticasse il puro ascetismo (viśuddayoga).

[6] Il commento fa riferimento ad una storia citata, tra l’altro dal Padma Purāa e dal Mahābhārata Vana Parva, 101, in cui si narra di come Agastya, prima di affrontare, e sconfiggere, un gruppo di Asura chiamati Kālakeya, abbia bevuto tutta l’acqua dell’oceano in cui si essi si nascondevano.

[7] Da notare che le parole “dukha-samudāya”, in Pāli “dukkha-samudaya”, ci rimandano all’insegnamento buddhista delle “quattro nobili verità” o “catvāriāryasatyāni”. Le “quattro nobili verità” sono le seguenti:

1.        Dukkha, ovvero la sofferenza, insita nell’esistenza, dovuta alla consapevolezza dell’impermanenza e del continuo cambiamento;

2.        Samudaya, ovvero la causa del dolore identificata con il desiderio, l’attaccamento e, ovviamente, l’ignoranza;

3.        Nirodha, ovvero la cessazione della sofferenza dovuta alla liberazione dal desiderio e dall’attaccamento;

4.        Marga (in Pāli “magga”) ovvero il sentiero buddhista (a.e. l’ottuplice nobile sentiero) per affrancarsi dalla sofferenza ed ottenere l’illuminazione.

[8] I “tre veleni” vengono definiti anche “radici malsane”, in sanscrito Akuśala-mūla.

[9] Nella tradizione Mahāyāna moha è identificata come una sottocategoria di Avidyā . Mentre Avidya è definita come un'ignoranza fondamentale, moha è definita come delusione, confusione e credenze errate. Nella tradizione Theravada, Moha e avidyā sono termini equivalenti, ma sono usati in contesti differenti; Moha è usato quando ci si riferisce a fattori mentali, e Avidyā è usato quando ci si riferisce a Pratītyasamutpāda, ovvero ai dodici elementi della creazione condizionata.

[10] Nel Buddhismo un Bodhisattva è una persona che pur avendo ormai raggiunto l'illuminazione, e avendo quindi esaurito il ciclo delle sue esistenze terrene, sceglie tuttavia di rinunciare provvisoriamente al Nirvāa e di continuare a reincarnarsi, sotto la spinta della compassione, per dedicarsi ad aiutare gli altri esseri umani a raggiungerlo, spendendo per loro i propri meriti. Vedi: Ferdinando Belloni-Filippi, Bodhisattva, su Treccani.it, Enciclopedia Italiana, 1930.

[11] Secondo Vācaspatimiśra la frase «aver preso un corpo» significa «possedere la gloria del nirmāakāya», il “corpo di trasformazione” del Buddha.

[12] Vedi versetto 2.17:

La causa del dolore che può essere evitato è l’unione del Veggente e del “Visto” ||2.17||

[13] Il dialogo tra Bhagavān Āvaya e Jaigīavya riprende quasi letteralmente, un brano del Sahasodgata-avadāna, un testo buddhista in cui si raccontano i viaggi di Maudgalyāyana, in pāli Moggallāna, nei vari regni dell’esistenza (regno degli esseri infernali, regno degli animali, regno dei “feti”, regno degli uomini e regno degli dèi), e si parla della teoria della "Coproduzione Condizionata" (la “catena del desiderio”) e del "Bhavacakra" o "Ruota dell'Esistenza".

[14] Da notare che “aara sasāracakra” è un sinonimo di “Bhavacakra”.

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