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giovedì 7 aprile 2016

IL CANTO DI AMORE

Tratto da "TANTRA LA VIA DEL SESSO", Edizioni Aldenia, parte III, cap. I.



Dipinto di Laura Nalin



“Il fuoco è il Cielo. 
Il sole è la legna che arde e i suoi raggi sono fumo.  
La fiamma è il giorno, le braci sono la luna e le scintille stelle.  
E’ in questo fuoco che gli dei sacrificano la fede.[.......]  
Il fuoco è la Donna. Il pene è la legna che arde e il desiderio che stordisce è fumo.  
La fiamma è la Sua vagina, l’unione è la brace e l’orgasmo la scintilla che ravviva.  
E’ in questo fuoco che gli dei sacrificano lo sperma. 
E’ da questa offerta che sorge la vita.”  
(Chāndogya Upaniṣad V, 4 - 8)


Le varie fasi del Rito sono descritte in un testo vedico, il “Canto d’Amore” della Chāndogya Upaniṣad (XIII Khanda  che sta più o meno per “ XIII CAPITOLO”).
 A dir la verità l’ho chiamato io, Canto d’Amore, in sanscrito è Sāman Vāmadevya.

Sāman significa “ melodia”, “abbondanza”, “felicità”, “tranquillità”.
Vāmadevya, vuol dire  “riferito a Vāmadeva ”, o “opera di Vāmadeva”  che è l’autore del brano, un poeta, credo, del 1.500 a.C. ) [NB. Vāmadeva è anche uno dei nomi di Śiva con la parola Vāma che si riferisce alla bellezza della sua sposa che di solito viene rappresentata alla sinistra del Dio].

Il Rito Sessuale è  considerato un Saman, una melodia sacra, e, come tutti i riti vedici,  è diviso in cinque fasi, chiamate  Hiṅkāra, Prastāva, Udgīta, Pratihāra e Nidhana, collegate con i cinque elementi  (SPAZIO, ARIA, FUOCO, ACQUA e TERRA).

Hiṅkāra significa TIGRE, ciò che emette il suono HIṄ (Hign).

Prastāva significa OFFERTA, INTRODUZIONE, PROPOSTA.

Udgīta significa CANTO, CANZONE, ed è una della maniere per indicare la sillaba OṀ.

Pratihāra significa CANCELLO, PORTA, GESTO DEL TOCCARE.

Nidhana significa FINE, CONCLUSIONE, ANNICHILIMENTO, DOMICILIO.

Ma leggiamo il testo (la traduzione è mia):

Hiṅkāra è quando Lui la invita. 
Prastāva è l’offerta d’Amore. 
Quando i due si concedono l’uno all’altra è l’Udgīta. 
In Pratihāra Lui giace su di Lei e Nidhana, infine è l’orgasmo. 
Coloro che sanno, sanno che i fili con cui Amore intesse l’Universo sono nel Sāman Vāmadevya. Coloro che sanno realizzano Amore […].  
Solo così la Vita è degna d’esser vissuta. […] Non rifiutare mai l’offerta d’Amore: così dice la Legge. 
(Chāndogya Upaniṣad -XIII khanda)


La Donna e l’Uomo della Chāndogya Upaniṣad rendono ogni azione un Canto.
Un Canto d’Amore, perché tutto l’Universo è intessuto d’Amore.
Se vogliamo intraprendere la via del tantrismo sessuale dobbiamo prima imparare a cantare, e infatti, leggendo più avanti (XXI Khanda) troviamo delle indicazioni pratiche sull’Arte del Canto:

“Che le vocali siano pronunciate in modo sonoro e forte […]” “Le Sibilanti (SAṂ, ŚAṂ, ṢAṂ) e le Aspirate ( BHA, CHA, DHA...) bisogna pronunciarle apertamente, senza mangiarle né gettarle via […]  Si deve far attenzione a non sovrapporre le altre consonanti, neppure per poco[…]”.

Il rito sessuale è un Canto, ed una Danza, che racconta il Processo della Creazione.
Gli attori sono sempre gli stessi, Śiva e Śakti, ma indossano costumi, nomi e movenze diverse.
Se vogliamo svelare il loro gioco (è questo il fine dello yoga) dobbiamo prima imparare la “Grammatica della Manifestazione” ovvero il significato e l’origine delle sillabe sacre.


 Kṛṣṇa e Radha 
Le gesta d’amore di Kṛṣṇa e Radha ripercorrono tutte le fasi del Rito Sessuale. Il Dio è quasi sempre rappresentato nell’atto di suonare il flauto mentre òla sua Amante è impegnata in passi di danzain maniera da rendere esplicito il legame con la Dottrina della Vibrazione. Radha simboleggia il più alto livello di Realizzazione. Nel Sanathana Dharma (la FILOSOFIA ETERNA che sta alla base dello yoga) se ne distinguono cinque tipi o livelli che rappresentano cinque diversi gradi di Amore tra due esseri: 1) Sālokya mukti  significa, condividere lo stesso piano di esistenza , lo stesso mondo, con la divinità, ed è la realizzazione dell›Amore tra gli amici, per dare un›idea Kṛṣṇa ed Arjuna. 2)Sāmīpya significa vicinanza con Dio ed è la realizzazione dell›Amore del Servitore per il Signore, Hanuman e Rama. 3)Sārūpya o meglio īśvara-sārūpya, significa invece avere «le stesse caratteristiche fisiche del Dio, compresi i lineamenti, il numero di braccia, il vestito, ed è la realizzazione dell›Amore tra genitore e Figlio. 4)Sārsti avere le stesse ricchezze, poteri, potenza del Signore è invece la realizzazione dell’Amore tra coniugi. 5)Sāyujya o ekatva, la fusione con il divino, è infine la realizzazione dell’Amore tra gli amanti, l’Amore senza vincoli, al di là di ogni limite. L’Amore di Radha e Kṛṣṇa

giovedì 17 marzo 2016

TANTRA: LE PAROLE PERDUTE DI INDRANI




Tratto da "TANTRA LA VIA DEL SESSO" - Ed. Aldenia, Firenze 2015 - Parte I Cap. I.


Tra le sessantaquattro posizioni del Kāmasūtra così come ci sono proposte dalle riviste femminili o dai siti soft porno, ce n’è una chiamata ’āsana di Indrāṇī”. La donna, sdraiata sulla schiena, porta le gambe al petto, poggia i piedi sul torace dell’amante e gli afferra i glutei  così da gestire, a suo piacimento, il ritmo e la profondità della penetrazione. È lei, la donna, a condurre la danza: l’uomo, inginocchiato come un devoto di fronte ad un’immagine sacra, non può far altro che assecondarla. L’Indrāṇī che dà nome alla posizione non è una donna qualsiasi, è una dea, anzi, è la Regina degli Dei. Le sue abilità amatorie sono proverbiali, così come il temperamento focoso e il linguaggio non proprio da educanda:
-“Il cazzo dell’impotente ciondola tra le cosce”- ricorda al marito, Indra, colpevole di trascurare il talamo nuziale per andare in giro a salvare il mondo. –“Il cazzo del potente [invece] si gonfia [ e allora] la mia fica pelosa si apre e si mette a lavorare per lui[...]”Una tipetta interessante Indrāṇī, ma ancora più interessante è il fatto che le sue parole siano state tramandate da uno dei libri più sacri della tradizione indiana: il Ṛgveda o “Libro degli Inni”. Per millenni brahmini ispirati e maestri barbuti hanno recitato questi versi-“[…]la mia fica pelosa si apre e lavora per lui”- davanti a folle di devoti ispirati, senza che nessuno lo trovasse strano, blasfemo o irriverente. I casi sono due: o non capivano il sanscrito o avevano un’idea del sesso, della religione e della donna completamente diversa dalla nostra. Quelli in cui Indrāṇī ricorda al suo sposo l’inutilità di un pene non eretto, sono  i versi 16 e 17 di Ṛgveda X, 86. Un anno fa li ho trovati citati nella nota a piè di pagina di un articolo che parlava di Indrāṇī (una roba tipo “cfr. Ṛgveda X, 86, 16-17”). Per curiosità ho fatto una ricerca su Google e non sono riuscito a trovare uno straccio di traduzione, né in italiano, né in inglese. La cosa, per chi s’intende un pochino di filosofia, non solo orientale, suona  parecchio strana: nelle scuole, nelle conferenze, nei forum di yoga si parla continuamente di “inni vedici”, “poeti  vedici”, “radici vediche della conoscenza”…, e si racconta che i quattro libroni indiani sono arrivati a noi inalterati, inizialmente  attraverso la tradizione orale e poi con le prime copie scritte su stoffa e foglie di banano. Che fine hanno fatto le parole della regina degli Dei?(1) Finalmente, dopo due settimane di ricerche, grazie ad un amico docente universitario, ho recuperato una traduzione attendibile dei due versi in una pubblicazione della Oxford University Press: “VATSYAYANA: KĀMA SŪTRA - a new translation, by Wendy Doniger and Sudhir Kakar”. Non so se è chiaro, in due settimane ho trovato una sola traduzione attendibile. Una!In  molti casi i versi sono stati semplicemente eliminati (cfr. ad esempio la versione pubblicata sul sito internet  “INTRATEX DIGITAL LIBRARY”(2) in cui si passa direttamente da X, 86, 15  a X, 86, 18), In altri si utilizzano giri di parole così cervellotici da rendere il brano incomprensibile. Anche se pare incredibile, hanno eliminato da internet, e in molte pubblicazioni in cartaceo, il turpiloquio di Indrāṇī. Ma chi è stato? Possibile che qualcuno, nel XXI secolo, abbia interesse a far tacere una donna di cinquemila anni fa che parla di peni e di vagine? La verità è che spesso, per pigrizia, furbizia, o per il fascino intellettuale esercitato da precedenti ricercatori, molti divulgatori moderni di yoga e filosofia indiana, quando lavorano su un testo antico, non si affidano alle fonti originali, in sanscrito, ma preferiscono prendere una traduzione pre-esistente, di solito  in inglese, e farla loro. Cercano dei sinonimi, cambiano l’ordine di qualche parola, aggiungono qualche perifrasi a effetto e  presentano una loro “nuova versione a cura di…”. Nel caso dei Veda si continua, ancora oggi, a far riferimento alle prime storiche traduzioni di  Friedrich Max Müller(3), uno dei massimi esponenti del pensiero vittoriano, e Ralph Thomas Hotchkin Griffith(4), un professore di sanscrito figlio di un pastore anglicano. I due, di fronte alle affermazioni troppo esplicite della sposa di Indra e di altri personaggi dei Veda, per non offendere  il comune senso del pudore dell’epoca e non entrare in conflitto con le autorità politiche ed ecclesiastiche, decisero di tagliare i versi giudicati  troppo piccanti(5) e di modificarne altri. C’è da capirli, nell’Inghilterra di quegli anni erano in vigore gli “Obscene Publications Acts” del Barone Coleridge, una serie di leggi che proibivano la pubblicazione di testi e immagini erotiche. Se Max Müller e Griffith avessero tradotto fedelmente le parole di Indrāṇī, sarebbero finiti in galera e le loro opere non sarebbero mai arrivate fino a noi. Il risultato è che i Veda che leggiamo oggi non sono quelli degli antichi yogin, ma sono opera di due brillanti studiosi dell’ottocento che, per ragioni di convenienza hanno  trasformato, tagliato e ricucito i versi originali  rendendone  difficile, se non impossibile, la piena comprensione.








Note:

1  In realtà la versione originale e in sanscrito traslitterato,  la si può trovare su diversi siti internet di cultura indiana: न सेशे यस्य रम्बते.अन्तरा सक्थ्या कपृत् सेदीशेयस्य रोमशं निषेदुषो विजृम्भते विश्वस्मादिन्द्रौत्तरः na seśe yasya rambate antarā sakthyā kapṛt sedīśeyasya romaśaṃ niṣeduṣo vijṛmbhate viśvasmādindrauttaraḥ न सेशे यस्य रोमशं निषेदुषो विजृम्भते सेदीशेयस्य रम्बते.अन्तरा सक्थ्या कपृद् विश्वस्मादिन्द्रौत्तरः na seśe yasya romaśaṃ niṣeduṣo vijṛmbhate sedīśeyasya rambate antarā sakthyā kapṛd viśvasmādindrauttaraḥ 

2  http://www.intratext.com/ixt/ENG0039/_PPN.HTM

3  Friedrich Max Müller, ( 1823 – 1900), filosofo, filologo,storico delle religioni, linguista e orientalista tedesco. è  il fondatore della disciplina della religione comparata. Professore di filologia comparata all’Università di Oxford. La sua opera più famosa è Sacred Books of the East, una raccolta  in 50 volumi di traduzioni in inglese di testi sacri orientali.  

4  Ralph Thomas Hotchkin Griffith (1826–1906), docente di sanscrito al Queen’s College, tradusse inglese il Ramāyāna, il Kumara Sambhava di Kalidasa e i Veda. La sua traduzione del Ṛgveda, con i versi censurati, è tratta integralmente dal sesto volume dell’opera di Max Müller Sacred Books of the East. 

5  Cfr. www.intranet dove dal verso X, 86, 15 del Ṛgveda, si passa direttamente al verso X, 86, 18

domenica 26 gennaio 2014

LO YOGA, LA DANZA E IL CANTO DELLE STELLE



Lo Yoga è un'Arte.
Come la Poesia, la Scultura, la Musica.
Lo Yoga è Danza ed è sempre rappresentazione, della Vita (la Dea) e dell'Essere.
La Danza si basa sulla comprensione di Tempo, Ritmo e Melodia.
Il Tempo stabilisce la durata della "rappresentazione": ogni Asana, ogni sequenza hanno un inizio, una fine e una storia da narrare.
Il Ritmo rappresenta il numero dei singoli eventi: i gesti sono come amanti che si rincorrono, si abbracciano, si lasciano e si ritrovano.
La Melodia, infine, sono le emozioni che nascono dai gesti e da cui i gesti insorgono.
Un asana che non suscita emozioni non è Yoga, perché è solo dalle emozione che può nascere 
तपस् Tapas, l'Ardore.
Nell'Universo tutto è vibrazione.
Anche Tempo, Ritmo, Melodia sono  vibrazioni e se noi ne percepiamo la diversità dipende dal pensiero, dai sensi e dalle emozioni. 
Il fluire del tempo si percepisce con la mente, è un calcolo matematico, l'azione volontaria di chi segna il confine tra un prima e un dopo.
Il ritmo va sentito con il tatto, con la pelle, con la pancia.
La melodia risuona nel cuore.
Quando si assume un asana si stabiliscono un inizio e una fine, ché l'asana è un rito.
Come il teatro: si apre il sipario, attore e spettatore entrano in una dimensione altra, in uno "spazio", appunto, rituale.
Quando il sipario si chiude c'è un attimo di silenzio, di vuoto, poi le emozioni si sciolgono in applausi, sorrisi e inchini.
I gesti, il respiro (che pure è un gesto!) l'alternarsi di tensione e rilassamento che riempiono il tempo di un asana, sono il ritmo, la successione di eventi (
क्रम krama) che scandisce il rito e lo racconta.
Le emozioni che nascono nel cuore sono la melodia. Emozioni che possono apparire diverse per ciascuno di noi ma alla fine, il rito dello yoga porta sempre nello stesso luogo: la Città della Luce (र Ra) e dello Stupore (ल La).
Per trasformare la pratica in Opera d'Arte lo Yogin deve amalgamare Tempo-Ritmo-Melodia o meglio Pensiero-Sensazione-Emozione, con l'abilità di un alchimista.
Senza Alchimia non c'è Arte. 
Il Tapas, l'Ardore, è il fuoco degli alchimisti, l'acqua che arde l'Ego e lo dissolve. 
Mi chiedo spesso se, chi pratica o dice di praticare yoga abbia coscienza di cosa significhi dissolvere l'Ego. 
Un conto è dirlo, leggerlo e raccontarcelo, cosa diversa è osservare l'implacabile annichilirsi dei ricordi e dell'immaginazione.
L'Ego si ciba di nostalgia, rancori e speranze: vuoi vivere nell'eterno presente? Cogliere l'attimo? 
Bene! Sappi che non avrai più passato né futuro. 
Assieme alla paura della morte svanirà il sapore del primo bacio e con le smorfie orrende di nemici immaginari spariranno sorrisi e sguardi fino a ieri eterni.
Ne vale la pena?
Se si pratica yoga "veramente" prima o poi si affronta l'abisso, il deserto silenzioso che svuota il cuore.
Il Tempo è il signore della morte: sconfiggi il Tempo e vivrai in eterno, il vuoto invece, non ha padroni.
Ma se ci si arriva, al vuoto, "accade".
"Accade" punto.
Il cuore svuotato dai ricordi e dai sogni, svela se stesso, ed emozioni più antiche dell'uomo si fanno brace e scintille.
 Il fuoco sacrificale che ha divorato il piccolo io rinasce come काम kāma, l'Antico dei Tempi.
La Città della Luce è la sua Radianza, कमा kamā, in sanscrito. 




-"Se le stelle apparissero una volta ogni cento anni l'uomo conserverebbe il ricordo della città di Dio"- 
Non ricordo chi l'abbia scritto, ma è proprio una bella frase. 
Se il sole ci mostra il mondo senza pudore, è con discrezione che i ricami oro e argento delle stelle ci portano fuori dalle tempeste, e addolciscono il vuoto angosciante della notte. 
Troppo caldo il sole per fartelo amico, neppure puoi guardarlo negli occhi. 
Con le stelle è diverso: godi della loro danza, sempre nuova, le saluti prima dell'alba, come un Romeo sorpreso dal canto dell'allodola, e dopo il tramonto le ritrovi lì, appese al cielo.
La Città della Luce, l'Isola delle Gemme, la Città di Dio degli Yogin, sono proprio loro, le stelle.


Ovvio diranno alcuni, ma per me è una scoperta recente e casuale.
Nello Yoga molte posizioni hanno nomi di uccelli, Cigno, Pavone, Corvo, Gru, Aquila, Colomba...
Le affinità degli asana con la forma, le qualità o la valenza simbolica degli animali, in certi casi evidenti, in altri assai meno, sono da sempre oggetto di studi e ricerche e se ne è scritto di tutto e di più, ma nessuno, a quanto so, ha mai collegato asana e animali alla volta celeste.
Qualche mese fa  ho cercato su Google "Cigno, Pavone, Corvo, Gru, Aquila, Colomba" (avevo bisogno di mmagini per un video didattico di Hatha Yoga) ed è venuta fuori la Via Lattea.
Mi si è aperto un mondo: le sequenze e i miti sembrano rappresentare particolari asterismi e ogni asana corrisponde ad una costellazione o, a volte, come nel caso della Rana, ad una stella con particolari caratteristiche.
In alcuni casi, come per la postura della Colomba, kapotāsana, ogni giuntura corrisponde perfettamente ad una stella.
Troppo per essere una coincidenza.
-"L'intero universo è racchiuso nel cuore dell'Uomo"- dicono i Veda, e se lo dicessero non in senso figurato?




Tempo-Ritmo-Melodia... 
Iniziamo a "danzare" un asana: si ascolta il respiro, si sciolgono le articolazioni, ad una ad una, e si distendono i muscoli. 
L'ascolto interiore rallenta il pensiero ordinario, e piano piano si entra in una dimensione "altra" più rarefatta. 
Quando la posizione è perfetta si entra in risonanza con gli astri e ogni organo, ogni arto canta insieme ad una porzione di Cielo, la stessa che vedevano e cantavano i poeti dei Veda.
Nel farci stella o pianeta godiamo di un istante di Eternità, prendiamo confidenza con l'Assoluto e i nostri 30, 50, 100 anni di vita segnata da una insanabile ansia di incompiutezza, ci appaiono per ciò che sono, battito di ciglia, o fremito d'ali di farfalla. 
Bello, anzi bellissimo.
Ma c'è  qualcosa d'altro.
Un qualcosa che  si trova nelle parole, nascoste o incomprese, di Gorakhanath, di Narada o dell'anonimo rishi della Chandogya Upanishad.
Il canto delle stelle non è una poetica suggestione, né un trucco ad ingannare la mente, è una realtà fisica, una energia che penetra nella carne e, coreografa sapiente, fa danzare le nostre cellule al ritmo dell'universo.
Parlano di rigenerazione cellulare i Nath, di suono che produce una luce ed un calore interiori in grado di modificare il corpo fisico.
Lo spazio che ci circonda sarebbe pieno di energia vibrante, basterebbe "farsi femmina innanzi all'Universo", come dicono tantrici e taoisti, per sentirla discendere in noi, fino al cuore segreto delle cellule, formato da cavità in grado di risuonare (microtubuli intracellulari, li chiamano i biologi). 
Lo Hatha Yoga è l'Arte che scioglie i vincoli (i blocchi psicofisici) e ci permette di far risuonare il nostro spazio interiore con l'Universo intero.
Ma questo spazio interiore non è la Nostra Anima, la nostra coscienza, ma la coscienza di ogni singola cellula: è lì che si cela il segreto della Vita, è lì che giace la Dea addormentata. 

video: L'ASANA DELLA COLOMBA

lunedì 13 gennaio 2014

EROS, IL DIO DELL'INIZIO

Non so se succede solo a me, forse lo fanno tutti, chissà, ma ho notato che quando mi metto a studiare qualcosa, dalla Storia dell' Arte, alla Chimica, alla Danza comincio dalla fine.
Vengo attratto dalle novità, gli studi più moderni, le ultime performance(s) poi, pian pianino, mi metto a frugare nel baule dei ricordi.
Viaggio a ritroso, insomma.
Non so perché lo faccio, forse ci vorrebbe qualche buon psicologo per capirlo, ma non è che mi interessi più di tanto e con la psicanalisi, annessi e connessi ho un pessimo rapporto, non mi fido.
Sarà perché la maggior parte dei "dottori dell'anima" che conosco sono più fuori di testa di me.
Comunque sia quando studio e ricerco vado a ritroso: comincio dalla fine e cerco di arrivare all'inizio.
Grazie a questa modalità, non so quanto inusuale, ho scoperto che andando avanti, progredendo, le tecniche e le basi teoriche si complicano.
Alcuni direbbero "si arricchiscono", ma a me pare che si facciano sempre più cervellotiche, astruse, fini a se stesse.
Ho l'impressione che all'inizio comandino il cuore, la passione, l'intuizione che arriva improvvisa come il fulmine d'estate, poi man mano che si va avanti la mente prende il sopravvento e al temporale d'agosto che sorprende e ristora si sostituisce la pioggerella uggiosa dell'autunno metropolitano.
"I veri moderni sono gli antichi" mi ripete spesso Andrea  citando Gino de Dominicis, e penso abbia ragione.
Lo yoga segue le stesse dinamiche della Pittura, della Chimica o della Danza.
Dai testi antichi trasudano una freschezza e una spontaneità, sconosciute agli autori moderni. 
Al cuore si sostituisce la mente, quasi che lo scopo non sia più quello di Essere, ma di costruire fantasmagoriche architetture di idee in una continua quanto assurda competizione con il creatore.
Negli ultimi anni mi sono fatto le chiappe quadrate a studiare centinaia di libri, articoli, opuscoli teoricamente ispirati ai quattro "Veda" della Tradizione indiana.
Ho cominciato a parlare in codice: buddhi, kosha, jnana, asparsa, brahman saguna, brahman nirguna... chi mi stava accanto non capiva una mazza e si preoccupava per la mia salute mentale, ma io, imperterrito continuavo nella speranza di trovare la chiave per aprire quella complicatissima serratura a codice numerico che mi avrebbe spalancato la porta della Verità.

Un giorno, mentre soddisfatto di me annaspavo tra libri, fotocopie, cenere d'incenso e bollette da pagare ho trovato un riferimento ad un verso del Rig Veda, il primo dei quattro libroni indiani: Libro X, capitolo 86, verso 16.
Andiamo a vedere.
Il più famoso e incensato traduttore dei Veda si chiama Griffith, Ralph T.H. Griffith.

Su internet si trovano tutte le sue traduzioni.
Trovo il libro (Mandala) X, il capitolo 86....ma il verso 16 non c'è, e manca anche il verso 17: dal verso 15 si passa direttamente al 18 (provare per credere - "SACRED TEXT").
Strano.
Un errore?
Un testo giunto incompleto?
Ovvio che mi incuriosisco! 
Comincio a cercare su internet, chiedo lumi a Claudio, un mio amico linguista con la fissa del sanscrito e finalmente svelo l'arcano: il testo non è giunto affatto incompleto, né si tratta di un errore, è che, per pudore, Griffith ed altri traduttori, hanno eliminato un paio di versi.
Nei sutra scomparsi Indrani, la moglie del re degli dei, si lamenta delle prestazioni sessuali del coniuge:

 -"Il cazzo dell'impotente ciondola, inutile tra le cosce, quello del potente si rizza e la mia fica pelosa lavora per lui"-

Indrani è una donna schietta.
In un altro brano ci spiega perché è la regina degli dei:

-"Nessuna donna ha un culo più bello del mio! Nessuna donna scopa bene come me! Nessuna donna alza le cosce come me!"-



Immagino che Griffith, figlio di un sacerdote, si sia trovato un po' a disagio e abbia deciso di glissare, e così l'altro traduttore storico dei testi sacri indiani, Friedrich Max Müller, amico della Regina Vittoria.
I due  pensarono fosse cose buona e giusta forzare un pochino le traduzioni strizzando l'occhio da un lato al moralismo vittoriano e dall'altro alla filosofia tedesca.
Niente di male, in fondo, solo che quasi tutti gli studiosi del XX secolo, non solo occidentali, hanno fatto riferimento alle loro opere e, anche nell'affrontare testi diversi dai Veda, hanno usato lo stesso metro: 
glissare sulle parti più imbarazzanti e andare incontro ai gusti e alle mode culturali della loro epoca.
Sicuramente ne sono venute fuori cose interessanti e stimolanti, ma, a son di nascondere, ricucire e interpretare  si è rischiato di smarrire il senso profondo degli insegnamenti vedici.
Per quanto mi riguarda mi sono sentito un po' preso per i fondelli, ma alla fine nel mio animo di complottista, l'idea, entusiasmante, che ci fossero ancora tante cose da scoprire e svelare nella filosofia indiana ha preso il sopravvento...



Prendo un testo che sto leggendo e rileggendo in questi giorni, R.V X-129, il "Canto della Creazione". 
Come riferimento ho preso la traduzione che ne dà una sanscritista tedesca, Maryla Falk ("IL MITO PSICOLOGICO NELL'INDIA ANTICA" - Adelphi Ed.)
L'ho confrontato con varie traduzioni, poi con l'aiuto dei dizionari on line ho provato a ritradurre l'inno per conto mio, parola per parola. 
Vediamolo: 

1) Non c'era l'Essere allora, né c'era il Non Essere.
Non c'era l'atmosfera né c'era la volta celeste al di là di essa: che cosa nascondeva? 
E dove? 
E nel rifugio [intimo] di che? 
Era forse un oceano il profondo abisso?

2) Non c'era morte allora né immortalità e dalla notte non era distinto il giorno. Respirava senza fiato quel qualcosa e al di fuori di esso non c'era nulla.

3) C'era solo l'oscurità. E tutto Questo era un inconsapevole ondeggiare nascosto dall'oscurità.
Quell'immenso che era racchiuso nell'esiguo [spazio del cuore] per la potenza del Tapas nacque.

4) Al di fuori si riversò all'inizio Kama, il desiderio.
La prima cosa a venir fuori dal Manas.
Fu scrutando nel cuore che saggi scoprirono l'identità [il legame] tra Essere e Non Essere.

5) La corda di questi [mondi] è posta di traverso. 
Cosa ci fu al di sopra e cosa ci fu al di sotto? 
Portatori di semi ci furono, e potenze. 
E al di sotto ciò che basta a se stesso, al di sopra la manifestazione.

6) Chi sa? 
Chi potrebbe dire da dove è sorta questa emanazione? 
Gli dei stessi sono venuti dopo la sua emissione, chi lo sa, dunque, da dove essa ebbe origine?

7) Colui che vigila sul creato, anche se avesse disposto lui la manifestazione, forse saprebbe o forse non saprebbe dire da dove ebbe origine la manifestazione.


Mi pare che il testo sia abbastanza chiaro.
All'inizio c'è l'immensità nell'esiguo spazio del cuore. 

La manifestazione ha effettivamente inizio quando dal Manas (parola che di solito viene tradotta con mente, ma qui, come nelle prime upanishad pare indicare soprattutto le emozioni) emerge Kama, il desiderio, Eros per i greci.
Da questa prima emissione si creano i mondi che sono una corda tesa tra un principio statico (colui che basta a se stesso) e un principio dinamico.
Gli Dei e Colui che vigila sul creato (il sole, forse?) vengono dopo, ma neppure loro sanno con certezza da dove provenga la manifestazione. 


L'inno della creazione del Rig Veda  ci dice che tutto nasce dal desiderio, Kama, la prima divinità, la più antica di tutte.
Il Dio creatore dei Purana che dorme sull'Oceano di prima dell'inizio, proviene da questi versi. 
Le tecniche tantriche basate sulle Potenze (le forme della Dea) e suile vibrazioni (i portatori di seme) provengono da questi versi (o viceversa...)

Il concetto buddista di vuoto creativo, da cui insorgono sia gli dei che la manifestazione, proviene da questi versi.
Non c'è nessuna volontà creatrice, nessun demiurgo e se anche ci fosse al poeta del Rig Veda non sembra importare più di tanto. 




Come l'onda di piena porta la vita sulle rive del fiume, Kama, il desiderio, riversandosi al di là dell'oscurità che tutto avvolge crea il mondo e lo sostiene.
Eros è il dio dell'inizio e dietro al suo agire non ci sono disegni complicati, ma solo un'infinita gioia creativa, alogica, amorale  e incomprensibile come la follia d'amore.




lunedì 6 gennaio 2014

LO YOGA FA MALE



Non praticate yoga! Lo yoga fa male.
No, non sto dicendo di non praticare asana, o di non fare esercizi respiratori, per carità: gli asana rinvigoriscono il corpo, e le tecniche respiratorie allontanano le malattie di gola e polmoni.
Cercate però di non cadere nella tentazione di praticare per davvero quello yoga di cui parlano le Upanishad e gli inni vedici, quello che in teoria dovrebbe condurre all'illuminazione.
Fuggitelo come la peste!
Distrugge i rapporti interpersonali, scatena invidie e gelosie, ed è potenzialmente pericoloso per la struttura stessa della società.
Il primo pericolo sta nelle basi teoretiche, lo yoga non va d'accordo con le religioni, non si pone neppure il problema dell'esistenza di Dio e le religioni sono la struttura portante della nostra civiltà:

....c'era un ondeggiare, prima dell'inizio, era forse un Oceano? “- recita più o meno il canto della creazione del Rig Veda (X, 129, mi pare) - “... che ci sia stato o no un creatore forse qualche saggio può dirlo e forse no....”

È l'uomo, nei Veda a creare le divinità, perché tutto l'universo è racchiuso nel cuore dell'Essere umano!
Non è bello, a pensarci bene.
Si rimane orfani, nudi di fronte alle forze A-morali, e quindi impietose, della natura.
Non c'è nessun dio da ringraziare se le cose vanno bene, né un demone da maledire se la fortuna ci mostra, sbeffeggiandoci, il fondo-schiena.
C'è solo l'Uomo e, dinanzi a lui, l'Universo, il piccolo e l'infinitamente grande che devono sciogliersi l'un nell'altro.
Ed è terribile.
Le religioni (compresi il comunismo, il capitalismo, l'ecologismo... ) ci cibano di sogni e speranze, decidono per noi cosa è giusto o sbagliato, ci confortano, ci fanno sentire parte di un esercito che lotta per il bene e la luce e sono pronte a perdonarci se per caso parteggiavamo per la parte sbagliata.
Senza religione siamo soli.
Questo non significa che non si possa parlare di ciò che è scritto nei Veda.
Anzi, se durante qualche riunione conviviale citate, senza esagerare, qualche passo delle Upanishad, passerete per eruditi o sapienti e riscuoterete il plauso di amici e conoscenti.
L'importante è che non crediate a ciò che dite e, soprattutto, che non vi venga in mente di mettere in pratica ciò che dicono le Upanishad.
Se proprio non ce la fate, se avvertite l'impulso irresistibile di comprendere veramente gli insegnamenti dei Rishi e dei Guru del passato, sappiate che state imboccando una via senza ritorno.




Lo yoga, quello vero, si basa sulla “Purificazione della Memoria”.
Traduco con Memoria  la parola Citta, anche se non è propriamente esatto.
Citta è l'insieme di sovrastrutture che per motivi abbastanza misteriosi, si coagulano attorno al nucleo, puro ed "essenziato" di desiderio, delle energie della creazione.
Citta, è la Memoria dell'Uomo civilizzato.
L'identità individuale, la famiglia, la società, l'idea stessa del mondo che la nostra mente ricrea ad ogni istante, sono sovrastrutture.
Provate ad eliminarle per davvero e i vostri cari vi considereranno un estraneo, gli amici vi piglieranno per un pazzo e la comunità civile cercherà di espellere voi e le vostre parole come se foste una spina che ha fatto pus.
Non esponetevi e se non potete farne a meno, moderatevi.
Parlare di non possessività, di non aggressività, di distacco e comprensione delle emozioni negative di questi tempi fa simpatia.
Se poi infilate qua e là una citazione del Dalai Lama, di Ramana Maharishi, di Tagore o Gibran il successo sarà assicurato.
Ma mi raccomando: fatelo perché volete riscuotere il plauso altrui!
Se non volete essere trattati come folli o criminali, abbandonati dalla famiglia o ricoverati, “per il vostro bene”, in qualche clinica dal nome esotico, dovete sempre fingere di avere dei secondi fini.


Intendiamoci: non dovete dichiarare apertamente di aspirare al successo, al denaro o a farvi il maggior numero possibile di donne o uomini, ma cercate, con astuzia, di insinuare in chi vi è vicino il sospetto che stiate agendo per ingrossare il vostro ego o il vostro conto in banca.
Gli esseri umani civilizzati adorano i difetti altrui.
La stragrande maggioranza delle donne e degli uomini del nostro tempo, convive con le proprie meschinità, passa il tempo a nasconderle, a osservarle o a “lavorarci su”.
Se voi parlate di “Giusta Azione” o di “Non Identificazione nell'Ego” i vostri simili cominceranno immediatamente a cercare delle contraddizioni tra il vostro dire e il vostro fare e, paradossalmente, quando le troveranno saranno felici e soddisfatti: vi riconosceranno come simili a loro, vi capiranno.
Nella malaugurata ipotesi che le vostre parole e azioni siano l'effetto della pratica e di una qualche effettiva realizzazione, se volete salvare la pelle mostratevi fragili.
Confidate a chi vi sta vicino le vostre incertezze. 
Sottovoce e guardando per terra (o verso sinistra: i manuali di psicologia spicciola dicono che chi guarda a destra inventa...) confessate di non sapere se credete davvero a ciò che dite, di aver paura o di aver desiderato soldi, successo e sesso ecc. ecc...
Mostrate le vostre debolezze, non importa se vere o inventate, e date segni di sofferenza.
Alcuni, si allontaneranno, ma i più vi adoreranno, soprattutto se la natura vi ha donato un bell'aspetto e un minimo di carisma.
L'essere umano odia la perfezione in chi ama.
La parola d'ordine è mentire, soprattutto se si parla di verità.
Se volete praticare veramente yoga e non siete abbastanza ricchi da permettervi un ritiro dorato ai Caraibi o sulle montagne innevate del Tibet, dovete imparare l'arte della menzogna, altrimenti sarete isolati, umiliati e trattati, nel migliore dei casi, come mostri insensibili ed egotici,
Lo so che sembra assurdo, ma dovete considerate che i miti, gli eroi della nostra società, non sono i realizzati, ma gli sconfitti che risorgono per affermare la loro individualità o muoiono nel tentativo di affermarla.
Ricordatevi che all'acrobata perfetto che vola come un angelo il pubblico preferisce quello che cade e soffrendo le pene dell'inferno, risale sul trapezio. Non importa che sia più goffo dell'altro, l'importante è che sia caduto, che abbia mostrato le sue debolezze, che sia “simile a noi”.



Nella pratica dello yoga “il cammino è pervaso di stupore e meraviglia” e questo stupore e questa meraviglia sono legati ad esperienze sconosciute alla maggior parte degli esseri umani. 
È possibile secondo voi condividere un'esperienza con chi non l'ha vissuta?
Se poi, come accade più spesso di ciò che si crede, l'esperienza si accompagna allo sviluppo di certi talenti o poteri, son dolori.
Lo scioglimento del nodo del cuore, ad esempio conduce all'identificazione con l'io di sogno.
Tra la realtà di veglia e quella onirica sembra non vi sia più differenza, e si percepisce un mondo diverso , più luminoso, più colorato, più “sottile”.
I lacci che ci legano alla vita quotidiana ed impediscono, nello stato ordinario, la completa espressione della nostra Persona, si allentano.
L'Io di sogno parla la lingua dell'Arte, dei miti, delle favole: dategli un paio di scarpette rosse e danzerà come il Nataraja, un pennello di cinghiale e dipingerà universi nel palmo della mano, una zanna di elefante nano e scriverà la Baghavat Gita.
Bello, ma se non fate attenzione sarà l'inizio dell'inferno.
Immaginate di trovarvi davanti ad un pianoforte.
Poggiate le mani, sui tasti, li accarezzate ed ecco che, senza preavviso, vi fate strumento delle forze della creazione: le note si rincorrono l'un l'altra senza logica apparente, per creare infine architetture meravigliose, melodie inascoltate e familiari insieme, come tutto ciò che è bello in sé.
Se siete da soli o in compagnia di sconosciuti, poco male, ma se il vostro compagno/a musicista ( o vostro figlio/a o il miglior amico/a) assiste al prodigio finirà per odiarvi.
Magari sono trent'anni che cerca di comporre un brano decente, e studia, si allena, suda sangue per cinque sei ore al giorno su quella maledetta tastiera e voi, belli belli, senza neppure rendervi conto di ciò che fate, gli sbattete in faccia la sua mediocrità!
Non vuole invidiarvi perché vi ama, e più vi ama più si sentirà in colpa per i suoi pensieri. 
Alla fine l'amore si tramuterà in odio, gelido, profondo, incontenibile.
E la colpa sarà solo vostra.
La situazione peggiore si crea quando, per mestiere o investitura divina, vi trovate a insegnare Yoga.
Se vi chiedono di partecipare ad un incontro pubblico o di tenere una conferenza e avete già vissuto l'esperienza dell'annichilimento o dell'assopimento dell'ego, rifiutate l'invito.
Inventatevi una zia malata, un voto del silenzio o qualche essere luminoso che vi è venuto in sogno per ordinarvi di non insegnare.
E se proprio non potete farne a meno, mentite agli allievi e agli ascoltatori.
La maggior parte dei praticanti di yoga non ha nessuna intenzione di avvicinarsi al vero Yoga, quello dei Veda e delle Upanishad.
Vuole conferme e rassicurazioni, per cui, con accortezza, dovrete trovare la maniera di dire ciò che si aspettano da voi, non ciò che è.
Se affrontate l'argomento dell'Eterno Presente, p. e., non dovrete mai e poi mai dar l'idea di vivere davvero nell'istante: sappiate che l'essere umano civilizzato vive esclusivamente di ricordi e di speranze.
Parlate pure dell'infinito flusso del Divenire e dell'Identità tra Principio statico e Principio dinamico, ma poneteli come lontanissimi, se non irraggiungibili, traguardi.
Parlate di Karma Yoga, di lavoro quotidiano, di accettazione della realtà.
Se in allievi e ascoltatori sorgesse il sospetto che voi siate davvero dei realizzati vi sbranerebbero.
Mostratevi simpaticamente ansiosi, timidi, insicuri.
Gli altri si sentiranno come voi o superiori a voi, e questo vi assicurerà il successo (anche se non vi interessa), ma, soprattutto non trasformerà la vostra vita in un inferno.



Ricapitolando:
cercate di non praticare yoga, quello vero, delle Upanishad.
Se proprio non ce la fate a trattenervi, almeno evitate di affrontare, in pubblico. gli argomenti più spinosi.
Mai parlare della guerra, ad esempio, se non in termini negativi: per uno Yogin la guerra è un flusso di emozioni negative, inevitabile, che ha la stessa valenza di un ciclone o un terremoto.
Mai parlare di sesso, se non facendo i vaghi: i Veda sono sboccatissimi, trattano il piacere e gli organi sessuali con una naturalezza che mal si adatta ai nostri costumi.
Mai parlare di droghe: la maggior parte dei rishi e degli yogin del passato oggi sarebbe in stato d'arresto per consumo e spaccio di stupefacenti.
Mai parlare di reincarnazione, se non strizzando l'occhio alla New Age e all'Ipnosi regressiva.
Mai parlare di alimentazione per non turbare i sonni di vegani e vegetariani.
Se poi avete avuto la disavventura di vivere quelle esperienze di identità con l'Universo di cui parlano le scritture, negate, negate, negate.
Distruggete le prove e nascondete le eventuali realizzazioni.
Anche se la situazione è grave potete ancora farcela.
Vivete uno stato di beatitudine e di distacco dalle emozioni negative? 
Fingete dei drammi esistenziali, allenatevi a litigare con il tassista o a fingere un attrazione insana per i glutei di Rosy, la sciampista, o del benzinaio dell'Agip.
Fatevi sorprendere, mentre parlate dell'Amore che nulla pretende, a guardare con occhio lubrico la Rosy, inventatevi una dipendenza da salsicce e organizzate dei gruppi di ascolto per La Prova del Cuoco.
Mostratevi, con moderazione, fragili, deboli, insicuri, nevrotici.
Farete simpatia, vi considereranno un buon comunicatore e magari, se siete poveri, avrete quel successo economico che vi permetterà di finire i vostri giorni in qualche luogo protetto dove, finalmente, potrete smetterla di far finta di essere normali.

mercoledì 23 ottobre 2013

IL VIRUS DELL'IGNORANZA - VIDYA E NIDRA

Il luogo comune è il principale nemico della conoscenza. 
Ogni volta che, per pigrizia, stupidità o eccesso di fiducia [fede?] nei confronti di chi ne sa o ne dovrebbe sapere più di noi, rinunciamo alla sana curiosità del ricercatore e rinchiudiamo la mente negli steccati del "COME HA DETTO TIZIO", "SECONDO CAIO" ecc. ecc. spargiamo il virus dell'ignoranza. La ricerca dovrebbe essere libera da ogni genere di pregiudizio e il ricercatore "VERO" dovrebbe farsi tutte le domande che gli altri non osano fare, anche le più stupide, senza dar mai niente per scontato.
Ultimamente, lavorando su un testo di Babaji ["Gorakhvani - i segreti di Guru Gorakh"-J.Amba Edizioni], mi sono trovato a fare i conti con i luoghi comuni dello Yoga. 
Si tratta, di una serie di errori di traduzione, banalizzazioni e, a volte, colpevoli mistificazioni, che a son di essere ripetuti sostituiscono i significati originali di parole, simboli e tecniche rendendo incomprensibili gli insegnamenti antichi.
I casi più interessanti in cui mi sono imbattuto nei giorni scorsi, riguardano due parole usate assai comunemente nei testi di yoga e di filosofia indiana: 

- nidrā;
- vidyā;


निद्रा nidrā di solito viene tradotto con "sonno", con yoga nidrā   che, ovviamente, divienta lo "yoga del sonno". 
Di Vishnu, in yoga nidrā sull'Oceano di Latte  si dice, ad esempio, che "DORME SULL'OCEANO DI PRIMA DELL'INIZIO" e questo ha portato ad una miriade di interpretazioni poetiche e suggestive e di discussioni  sul "Dio che dorme", sul  sonno come stato di coscienza, sul sonno come condizione che impedisce il risveglio (illuminazione) ecc. ecc.
Bello, ma non mi ha mai convinto






Ho fatto una ricerca su una serie di vocabolari on line e la verità è balzata fuori, evidente, in pochi minuti: dormire in sanscrito si dice सुप्ति supti o  स्वप्न svapna Nidrā, per gli yogin, è invece IL NOME MISTICO DELLA LETTERA भ bha, secondo petalo del cakra dei genitali, svadhiṣṭhāna, il "luogo proprio", la "casa", dell'energia creativa o kundalini



 Nidrā  è  l'infinita energia potenziale della natura, la forza che fa germogliare il seme, dischiudere un uovo e sviluppare il feto.
Non so chi per primo abbia tradotto Nidrā con sonno, né per quale motivo lo abbia fatto, ma chiunque sia stato ha creato una vera e propria scuola di pensiero, molto interessante a dir la verità, che  però niente ha a che vedere con gli insegnamenti  dei Veda, del Vedanta e dei Tantra.

nidra devi

Un altra parola  che ha subito gli effetti del "virus dell'Ignoranza" [la tendenza ad accettare acriticamente e a divulgare le interpretazioni altrui di simboli e  concetti]  è  vidyā. Per  [quasi] tutti coloro che si occupano di yoga e di filosofia indiana, vidyā significa  conoscenza, ed è opposta ad avidya che significherebbe "IGNORANZA METAFISICA".
Basta una ricerca, nemmeno troppo approfondita per scoprire che विद्या vidyā è IL NOME MISTICO DELLA LETTERA  इ i, terzo petalo del cakra della gola, viśuddha


विद्या vidyā non è la conoscenza, ma il potere magico, e insieme le tecniche operative per ottenere tale potere. 
Nei Veda ne sono citate 32 [tra le quali la Madhu vidyā e la Agni vidyā  che rappresentano in parte o totalmente, l'insegnamento che Babaji ci ha lasciato nel "Gorakhvani"], alle quali vanno aggiunte le 10 mahāvidyā del tantrismo [NB. probabilmente le mahāvidyā rappresentano il sunto delle 32 vidyā originali]. Una vidyā è "una Dea", ovvero una serie di tecniche operative, asana, mudra, mantra,dhyana... finalizzate all'ottenimento di una particolare forma del  potere creativo di durgā.
Continuare a tradurre vidyā "semplicemente" con conoscenza alla fine ci darà un'idea dello yoga completamente falsata.


Veniamo adesso al punto fondamentale: le traduzioni non corrette di vidyā e nidrā sono solo due degli esempi della banalizzazione del sapere vedico.

Ogni volta che ci avviciniamo ad un testo o ad una sequenza di esercizi provenienti dalla tradizione indiana, dovremmo considerare che le conoscenze scientifiche dei padri dello yoga erano infinitamente maggiori di ciò che crediamo.
In un testo del 1.000 a.C., la Chandogya up. [III libro], si parla ad esempio del moto apparente del sole e del suo non sorgere nè tramontaregli autori dei veda sapevano benissimo che è la terra a girare intorno al sole. In un altro testo, più recente (500 a.C.), il Chandarshastra di Pingala [che per alcuni non sarebbe altri che Patanjali, l'autore degli Yogasutra] si parla della serie di Fibonacci [definita mātra meru o "misura del Monte Meru"], di "proporzione aurea" , di equazioni di secondo grado e del loro legame con gli astri e i metri poetici dei Veda.
Lo YOGA è scienza, la Scienza dell'Essere Umano, e se si dice che gli asana, le mudra, i mantra sono la danza e i canti dell'universo non bisogna pensare a metafore poetiche. Secondo me [lo scrivo,  anche se mi prenderanno per pazzo] gli antichi indiani, come forse gli  egizi o i greci del tempo di Orfeo, avevano penetrato il segreto della vita, l'ARTE DELLA VIBRAZIONE, ed hanno cercato di trasmettercelo in tutte le maniere possibili [libri, simboli, statue, rappresentazioni pittoriche, brani musicali, danze] sicuri del fatto che, in un modo o nell'altro, noi avremmo "ricevuto il messaggio".
 Purtroppo hanno sottovalutato la nostra stupidità.

Guardo, la rappresentazione di Vishnu che DORME sull'Oceano di Latte e  mi chiedo cosa passa per la testa di tanti studiosi o devoti praticanti che hanno scritto, commentato e divulgato quel mito.

Non lo vedete che ha gli occhi aperti? 




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