LO HAṬHAYOGA NON È GINNASTICA
Cos’è lo Haṭhayoga?
Lo Haṭhayoga è uno Yoga indicato per coloro che, sono naturalmente portati all’azione fisica ed hanno un’inclinazione all’estroversione, intesa come «tendenza a orientare l’energia psichica verso il mondo esterno». Questo significa che non è uno Yoga adatto a tutti. Coloro che hanno un’inclinazione all’introversione, intesa come «tendenza a orientare l’energia psichica verso il proprio mondo interiore (pensieri, emozioni, riflessioni» dovrebbero essere indirizzati verso uno Yoga per così dire più “meditativo” e verso la speculazione filosofica; mentre coloro che– manifestano spontaneamente una tendenza alo spirito di sacrificio e alla venerazione di persone, simboli o entità sovrumane, dovrebbero seguire la via della devozione, o Bhakti, impegnandosi nel Karma Yoga, inteso come pratica di rituali religiosi o di azioni rivolte al benessere altrui senza alcun desiderio di tornaconto personale.
Si tratta di vie diverse, corrispondenti a tre diversi “tipi
psicologici” che si esprimono attraverso tre diverse modalità:
- Il linguaggio del gesto;
- Il linguaggio della
parola/del pensiero;
- Il linguaggio delle
emozioni.
Prima di intraprendere un qualsiasi percorso di Yoga è
essenziale riconoscere le proprie tendenze e i propri talenti naturali: difficilmente
un praticante con una naturale tendenza all’estroversione e all’espressione
fisica potrà ottenere risultati seguendo la via della speculazione filosofica o
la via della devozione, così come colui che ha una naturale tendenza all’introversione
potrebbe addirittura subire dei danni a causa dell’intensa pratica fisica richiesta
dallo Haṭhayoga.
Lo Haṭhayoga come pratica alchemica
Storicamente lo Haṭhayoga è una serie di pratiche,
nate in seno alla tradizione del Buddhismo Vajrayāna[1],finalizzate
all’esperienza di stati non ordinari di coscienza mediante la trasformazione
del corpo fisico. Per lo Haṭhayogī il corpo umano è un “vaso di
terracotta crudo”, Āmaghaṭa, che deve essere cotto da un fuoco interiore
prodotto da una serie di pratiche “esterne” che comprendono le tecniche di
purificazione (“Ṣaṭkriyā” o “Ṣaṭkarma”, ovvero purificazione del
naso, dello stomaco, della vescica, dei polmoni e degli occhi), gli esercizi di
ritenzione del respiro (“Prāṇāyāma”), le posizioni e le sequenze
(“Āsana” e “Vinyāsa”), i “Bandha” (intesi come contrazioni di gruppi
di muscoli), le “Mudrā” (“gesti” o “sigilli” realizzati con le dita
della mano, con la lingua, con gli occhi), i Mantra. Il “fuoco
interiore” viene quindi utilizzato tramite una serie di pratiche “interne come
il controllo/distacco degli organi di senso (“Pratyāhāra”, che in alcuni
testi è associato a “Dharana”, concentrazione), la meditazione (“Dhyāna”)
e la contemplazione (“Samādhi”).
Quando, grazie al fuoco interiore, il “vaso viene cotto”, il
corpo e la mente dello yogī sono in grado di integrare e utilizzare una
particolare energia detta di volta in volta “Kuṇḍalinī” ( da “kuṇḍala”,
“anello”), “Kuṇḍalī Śakti”, “Īśvarī”
(“la Signora”), “Parameśvarī” (“la “Signora suprema”), “Bhujaṅgī” (“la
Serpentessa”) o semplicemente “Devī” (“la Dea”).
L’intero processo viene definito “Ghaṭasthayoga” –
vedi “Gheraṇḍasaṃhitā” e “Haṭhayogasaṃhitā” - dove “Ghaṭastha”
indica “ciò che sta” (“Stha”) nel “vaso di terracotta” (“Ghaṭa”)
inteso come corpo umano. Si tratta
chiaramente di una pratica di trasformazione, ovvero di “alchimia interiore”,
il cui risultato finale viene definito “Rājayoga”, ”Jivanmukti, “Sahaja” o
“Turiya”, vedi i versetti 3 e 4 del IV Capitolo (“Samādhi-lakṣaṇam”)
della Haṭhayogapradīpikā:
Rājayogaḥ samādhiśca unmanī ca manonmanī |
amaratvaṃ layastattvaṃ śūnyāśūnyaṃ paraṃ padam || 3 ||
Amanaskaṃ tathādvaitaṃ nirālambaṃ nirañjanam |
jīvanmuktiśca sahajā turyā cetyekavācakāḥ || 4 ||
Ovvero, sintetizzando:
Rājayoga, Samādhi, […],Laya, […], Jīvanmukti, Sahaja e
Turiya esprimono esattamente la stessa cosa (“Ekavācakāḥ”).
Lo Haṭhayoga e la logica del Mercato
Per la filosofia indiana lo Haṭhayoga non è certo
l’unica via per realizzare la cosiddetta “Liberazione” (Rājayoga”,
“Sahaja” ecc.): alcuni saranno portati al lavoro puramente speculativo,
altri seguiranno la via della devozione, alcuni si realizzeranno seguendo la
via del Canto e la via della Musica (in India il compositore Ravi Shankar
è considerato un maestro illuminato); e non è neppure l’unica via che utilizza
posture fisiche e sequenze di movimento, dato che esistono anche la via della
danza e la via del Guerriero, ma sicuramente, nell’Occidente moderno è quella
più seguita.
Tutti gli stili di Yoga che possiamo definire “fisici”, dal Kundalini
Yoga allo Yoga Integrale, dall’Ashtanga, al Vinyasa Flow,
dal Power Yoga allo Yin Yoga ecc. ecc. ovvero tutti gli stili che utilizzano
posture, sequenze, Bandha, Mudrā, Prāṇāyāma, Kriyā e parlano, in
varia misura, di Cakra ed energie sottili sono Haṭhayoga o
derivano comunque dallo Haṭhayoga.
Spesso si tratta di Brand, per cui la scelta di un
nome particolare è dovuto ad esigenze commerciali, altre volte un maestro,
decide di dare un nome particolare alla propria ricerca personale, ma se si ha
la possibilità di praticare vari stili si potrà verificare che le posture, e i
riferimenti culturali, scarsi o corposi che siano, sono sempre gli stessi.
Nell’ottica del mercato si tenderà comunque a diversificare
l’offerta per cui alcuni proporranno alcune varianti alle posture tradizionali,
modificando ad esempio, gli appoggi e la posizione delle mani e dei piedi per
terra, altri inventeranno di sana pianta nuove posizioni e sequenze.
La necessità di “rendere più attraente”, e quindi più
remunerativo, il proprio stile o la propria scuola”, negli ultimi 30-40 anni ha
prodotto l’aumento esponenziale del numero e dei nomi degli Āsana, ed
una sempre maggiore attenzione per gli aspetti esteriori dello Haṭhayoga.
Di conseguenza è andato scemando l’interesse per le pratiche interne e,
soprattutto, per il risultato finale di quelle pratiche (“Rājayoga”,
“Sahaja” ecc.) finendo, in molti, per trasformare l’antica pratica
alchemica buddhista del “Ghaṭasthayoga” in una, più o meno piacevole attività
di fitness.
Cosa sono gli Āsana?
Un Āsana, per lo Haṭhayoga non è un esercizio
fisico, ma è un crogiolo alchemico (“Ghaṭa”, appunto, il “vaso”) che
viene riscaldato dal calore interno, in modo che le sostanze secrete dal corpo,
i pensieri e le emozioni si combinino per avviare un’intensa trasformazione
fisica e psichica.
Ogni Āsana “tradizionale” è legato simbolicamente ad
una costellazione - lo Scorpione, il Cigno, il Pavone, l’Aratro (ovvero l’Orsa
Maggiore) ecc. – ad un particolare corpo celeste o, come nel caso delle
posizioni di meditazione, al sistema solare o all’intero universo, e la sua
pratica prevede dei veri e propri rituali con specifiche visualizzazioni,
l’utilizzazione di particolari suoni (sia emessi sia, il più delle volte
“pensati”) e la pressione di vari punti (detti “marma” o “varma”).
Per padroneggiare una singola posizione possono essere necessari molti mesi o
addirittura molti anni di pratica, il numero reale delle posture dello Haṭhayoga
è quindi, per forza di cosa, estremamente limitato.
L’elenco più completo di posture si trova nella Joga
Pradīpikā, un testo del XVIII secolo in cui ne sono descritte ben 84, che sembrano
però, essere in gran parte delle varianti di pochi Āsana fondamentali
(12 posture per sette varianti ciascuna); in altri testi ne vengono elencate 32
(Gheraṇḍa Saṃhitā), 15 (Haṭhayoga Pradīpikā), 11 (Pātañjalayogaśāstra)
ecc., ma nella realtà un Haṭhayogin approfondirà, fino ad ottenerne la
maestria, non più di tre o quattro posizioni che entreranno a far parte della
sua routine quotidiana, una routine nella quale l’essenziale non sarà la
quantità, ovvero il numero di posture o la loro durata nel tempo, ma la qualità,
ovvero il modo di assumere l’Āsana, la percezione dei processi
energetici che insorgono, lo stato della mente e la valutazione della
condizione psicofisica che si ottiene dopo la pratica.
Esiste un modo corretto di eseguire un Āsana?
Certo che sì, ma occorre dire che non essendo lo Haṭhayoga
un’attività specificamente ginnica, la conoscenza, necessaria ,dell’anatomia
e della biomeccanica non sono sufficienti per poter eseguire correttamente un Āsana,
ma occorre far riferimento alla letteratura dello Yoga, primo tra tutti il Pātañjalayogaśāstra,
più conosciuto come Yoga Sūtra con il commento di Vyāsa, in
cui si legge (versetti 2.46-2.48):
L'Āsana è stabile e piacevole ||2.46||
Gli Āsana sono Padmāsana, Vīrāsana, Bhadrāsana, Svastika,
Daṇḍāsana, Sopāśraya, Paryaṅka, Krauñca-niṣadana, Hastiniṣadana, Uṣṭraniṣadana,
Samasaṃsthāna ecc. Devono essere Sthira, stabili, Sukha, piacevoli, e devono
poter essere mantenuti con facilità («yathāsukham»).
La scioltezza, il rilassamento nello sforzo e
l'assorbimento nell'infinito ||2.47||
La frase si completa aggiungendo le parole “si ottiene”
[riferite all’Āsana stabile e piacevole di 2.46]. La postura è perfetta quando
cessando lo sforzo di mantenerla, non c’è più alcun movimento del corpo. Oppure
si realizza la perfezione della postura mediante l’assorbimento della mente
nell’infinito, Ananta.
Da questo l’essere inattaccabile (“anabhighātaḥ”) dalle
coppie di opposti ||2.48||
Padroneggiando l’Āsana non si viene disturbati dalle
coppie di opposti, come il caldo e il freddo ecc.
La pratica corretta delle posture, secondo il Pātañjalayogaśāstra,
farà “insorgere” il Prāṇāyāma[2] che
, a sua volta, favorirà la condizione di distacco, ovvero al dominio dei sensi[3].
A questo punto il praticante sarà in grado di sperimentare le fasi che vengono
definite Dharana, la “Concentrazione”[4], Dhyāna,
la “Meditazione”[5]
e Samādhi, la “Contemplazione”[6].
La pratica, congiunta, di queste tre ultime “fasi”, definita “Saṃyama”[7],
non rappresenta una meta da raggiungere, ma un mezzo, una tecnica, la tecnica
più raffinata dello Yoga. Arrivato a questo punto, infatti, lo Haṭhayogī tornerà
agli stessi 4, 5, 12 Āsana che aveva imparato a padroneggiare,
applicando ad essi la pratica del Saṃyama, fino a realizzare kāya saṃpad,
la “perfezione del corpo”[8]
e una serie di capacità non ordinarie, o Siddhi, che vanno intese esclusivamente
come conferme della correttezza della pratica.
Conclusione
La credenza che lo Haṭhayoga sia una ginnastica finalizzata
al benessere e alla salute, basata su posizioni statiche da eseguire in una
condizione di estremo relax, dipende dall’esistenza di moderne pratiche di
fitness nelle quali si imitano o reinventano le posture yogiche, e si fa uso di
una terminologia ispirata alla tradizione indiana, ma si tratta appunto di una
credenza. Lo Haṭhayoga, traducibile con “Yoga della Potenza” o “Yoga della
Forza” è una raffinata disciplina alchemica di origine buddhista, basata su
una intensissima pratica fisica. Il fine dello Haṭhayoga, e dello Yoga
in genere, è la “liberazione” dal dolore insito nell’esistenza umana una
liberazione che avviene attraverso quattro diverse “consapevolezze”:
- La consapevolezza del dolore;
- La consapevolezza delle
cause del dolore;
- La consapevolezza della
possibilità di guarigione (liberazione dal dolore);
- La consapevolezza dei
mezzi per la guarigione, ovvero “gli” Yoga.
In chi è “qualificato” al lavoro sul corpo praticare,
correttamente, gli Āsana, le pratiche di purificazione, i Bandha e
gli altri strumenti dello Haṭhayoga ha sempre e comunque degli effetti
positivi, ma se il praticante volesse intraprendere una via di trasformazione,
finalizzata alla “liberazione” dovrà, ovviamente, tener conto delle sue basi teoriche
e filosofiche, come gli insegnamenti buddhisti sulle quattro Nobili Verità e l’Ottuplice
sentiero o dei testi fondamentali dello Yoga, come lo Yoga Sūtra con il
commento di Vyāsa.
La teoria senza la pratica è
muta;
La pratica senza la teoria è cieca[9].
[1] La prima
attestazione scritta del termine Haṭhayoga si trova nel Guhyasamāja Tantra, e la
prima descrizione delle pratiche fisiche inerenti allo Haṭhayoga si
trova nel commento di Puṇḍarīka al Kālacakra Tantra (X-XI secolo
d.C.)
[2] Si legge nel versetto 2.49:
Dalla
conquista dell’Āsana insorge il Prāṇāyāma che consiste nell'arresto del flusso
(gati) di inspirazione ed espirazione ||2.49||
Quando
si conquista l’Āsana insorge ciò che viene detto Prāṇāyāma, che consiste nella
cessazione sia dei movimenti (“gati”) dell'inspirazione (“śvāsa”),
l'aspirazione dell'aria esterna, sia dei movimenti dell'espirazione (“praśvāsa”),
l'espulsione dell'aria interna.
[3] Si legge nel versetto 2.54:
Pratyāhāra
è, per così dire, la visione della natura essenziale della mente che insorge in
seguito alla separazione tra i poteri dei sensi e i loro oggetti ||2.54||
Pratyāhāra
è la condizione in cui i sensi non entrano in contatto con i loro oggetti e
assumono, per così dire, la natura della mente. Quando la mente è acquietata («cittanirodhe»)
i sensi sono inibiti, senza bisogno di altri strumenti per il loro
assoggettamento. Così come vola l’ape regina volano le api e quando la regina
si ferma si fermano le api; allo stesso modo acquietando la mente si frenano i
sensi. Questo è Pratyāhāra.
[4] Si legge nel versetto 3.1:
Dhāraṇā
consiste nel fermare la mente in un luogo ||3.1||
Questo
significa che la mente viene fermata in luoghi come ad esempio, Nābhicakra, il Cakra
dell’ombelico, Hṛdayapuṇḍarīka, il loto del cuore, Mūrdhni Jyotiṣi la “luce
della testa”, Nāsikāgra, la punta del naso, Jihvāgra, la punta della lingua, e altri luoghi
simili; oppure in un qualsiasi altro oggetto dei sensi.
[5] Si legge nel versetto 3.2:
Dhyāna
consiste nel flusso continuo della mente sullo stesso oggetto ||3.2||
Dhyāna,
la meditazione, è il flusso ininterrotto del processo cognitivo («pratyaya-ekatānatā»)
diretto ad uno specifico oggetto, un flusso non toccato da nessun altro
processo mentale.
[6] Si legge nel versetto 3.3:
Quando
nella mente risplende solo l’oggetto e non c’è coscienza di sé, la meditazione
viene detta Samādhi ||3.3||
Quando
nella mente risplende solo l’oggetto di meditazione come se fosse priva della
sua natura di auto-cognizione, Dhyāna, la meditazione, viene detta Samādhi.
[7] Si legge nel versetto 3.4:
Questi
tre presi insieme costituiscono il Saṃyama ||3.4||
L’insieme
di Dhāraṇā, Dhyāna e Samādhi prende il nome di Saṃyama, un termine tecnico che
indica i tre elementi[7]. In altre
parole, Saṃyama è la pratica di tutti e tre in riferimento a un unico oggetto
dei sensi.
[8] Si legge nel versetto 3.46:
La
perfezione del corpo consiste nella bellezza, nel fascino, nella forza, e
nell’essere solidi come un diamante ||3.46||
Bello
da vedere, attraente, dotato di grande forza, con un corpo duro e resistente
come il diamante.
[9]«La teoria senza la
pratica è muta: Conoscere a memoria la Haṭhayogapradīpikā, comprendere
l'anatomia sottile dei Cakra e delle Nādī o saper analizzare l'etimologia delle
parole sanscrite non serve a nulla se rimane un esercizio puramente
intellettuale. Senza l'esperienza diretta sul tappetino attraverso il corpo (Āsana)
e il respiro (Prāṇāyāma), la teoria resta una descrizione sterile di un luogo
in cui non si è mai stati. I testi classici stessi lo ribadiscono: lo Yoga si
realizza solo con l'azione (Kriyā).
La
pratica senza la teoria è cieca: Muovere il corpo, sudare ed eseguire posture
acrobatiche senza comprendere i principi energetici, anatomici e spirituali che
vi risiedono trasforma lo yoga in una semplice ginnastica. Senza la guida della
teoria (la mappa tracciata dai maestri del passato), il praticante rischia di
perdersi, di farsi del male fisicamente o di alimentare il proprio ego anziché
dissolverlo, muovendosi al buio».



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