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ORIGINI E SCOPI DELLO HAṬHAYOGA

 


Lo ha
ṭhayoga è una tecnica psico-fisica, sistematizzata nel medioevo dagli yogi della tradizione Nāth[1], che si pone come obbiettivi:

  1.  l’ottenimento della salute fisica e della bellezza;
  2.  il ringiovanimento e la longevità;
  3. l’acquisizione di particolari poteri psichici definiti siddhi (सिद्धि);
  4.  La realizzazione di una particolare condizione definita “stato naturale”, in sanscrito Sahaja siddhi (सहज सिद्धि) o semplicemente Sahaja (सहज).

Il corpo dello haṭḥayogin - grazie ad un addestramento basato sull’integrazione di posture, gesti, tecniche respiratorie e visualizzazioni - diviene, insieme, strumento ed oggetto di conoscenza.

Grazie al lavoro sul corpo si consegue la “realizzazione” intesa come trasmutazione della materia causata dall’attivazione e dall’utilizzazione di una energia denominata kuṇḍalinī.

A differenza di altre tradizioni fondate sulla separazione di mente e corpo e sul predominio dello spirito sulla materia, lo haṭhayoga si basa sul potere salvifico del corpo – o meglio dell’insieme di corpo, parola e mente[2] - in un’ottica ateistica e materialista che lo pone di fatto al di fuori dell’ortodossia brahmanica - intesa come sistema filosofico basato sull’autorità dei Veda - e, al contempo, ne evidenzia i legami con il buddhismo medioevale. La centralità dei processi fisiologici e dei sensi, definiti da Gorakṣa “pañcadevatā (पञ्चदेवता)”, il concetto di kuṇḍalinī e il sahaja visto come il fine ultimo dell’esistenza umana, sono temi che provengono, senza ombra di dubbio, dal Sahajāyāna, il buddhismo tantrico sviluppatosi a partire dal VI–VII secolo in Bengala, Assam e Odisha.

Gli insegnamenti del Sahajāyāna erano basati sul «riconoscimento dell'identità di spirito e materia» e sulla consapevolezza che nella vita «non c'è quindi sacro o profano, spirituale o sensuale, ma tutto ciò che vive è puro e vuoto»[3]. Nel Sahajāyāna, in altre parole, si afferma il primato della esperienza sensoriale, da cui deriva l’importanza, fondamentale, attribuita al desiderio e al godimento sessuale. La pratica dei sahaja yogi è finalizzata allo scioglimento dei blocchi, fisici, mentali e morali, che impediscono la libera espressione delle energie vitali. Una volta sciolti i blocchi lo yogi ha la possibilità di sperimentare – e utilizzare – quattro tipi di piacere: 

Il primo piacere viene dal desiderio di contatto, il secondo dal desiderio di beatitudine, il terzo dalla fine delle passioni. In questo modo si realizza il quarto piacere [Sahaja].

Il piacere perfetto dell’unione è il Saṃsāra. Il piacere della cessazione è il Nirvana. Nel sahaja non c’è desiderio né assenza di desiderio.[4] 

Dalla necessità del “primato dell’esperienza” nascono le pratiche sessuali ritualizzate, sia di coppia sia di gruppo, descritte, in maniera simile se non identica, nei testi del buddhismo tibetano e nei primi manuali di haṭhayoga.



[1] Vedi Constance Jones; James D. Ryan (2006). Encyclopedia of Hinduism. Infobase Publishing. ISBN 978-0-8160-7564-5:

Nath o Natha , è una sottotradizione  Shaiva […]sviluppatasi in India e Nepal nel medioevo […] che univa le idee del Buddismo, dello Shaivismo e delle tradizioni Yoga in India.

[2] Per lo haṭḥayoga, , anche i pensieri e le emozioni fanno parte della sfera “materiale”, sono, in altre parole, “sostanza”.[5] Vedi: Ramprasad Mishra, “Sahajayana” (A Study of Tantric Buddhism), preface.

[3] Vedi: Ananda Kentish Coomaraswamy; “The dance of Śiva: essays on Indian art and culture”. Edition: reprint, illustrated. Courier Dover Publications. 1985).  ISBN 0-486-24817-8, ISBN 978-0-486-24817-2.
   [4] Vedi: John Noice, “The Origin of Sahaja”. https:||www.academia.edu|5023693|The_Origins_of_Sahaja

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